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martedì 29 aprile 2025

Amor proprio VS egoismo

 

Nella pratica buddista, amare e avere gentilezza verso sé stessi è considerato il primo passo fondamentale per poter estendere amore e gentilezza agli altri. Senza essere interiormente colmi di autostima e benevolenza, diventa difficile offrire sinceramente queste qualità agli altri. Il Buddha riconobbe che l'amor proprio è un prerequisito essenziale per la compassione verso il prossimo.

Non credere nelle etichette significa non identificarsi in modo rigido con le definizioni, soprattutto quelle negative legate a imperfezioni, errori o presunte incapacità. Etichette come "sono sempre arrabbiato", "ho una mentalità debole" o "sono pigro" diventano auto-profezie che limitano il potenziale di cambiamento e crescita. Queste etichette sono semplicemente schemi di pensiero modificabili e non definiscono in modo immutabile la nostra persona.

Accettare gli errori significa riconoscerli come una parte inevitabile del processo di crescita e di tentativo nella vita. Gli errori sono la prova che stiamo agendo e non ci siamo arresi. Ogni persona di successo ha commesso errori e ha imparato da essi. È fondamentale non lasciare che gli errori definiscano il nostro carattere, ma vederli come opportunità per migliorare e andare avanti.

La critica negativa, sia verso sé stessi che verso gli altri, è dannosa perché mina l'autostima e il valore personale. Criticare gli altri spesso nasce dal bisogno di sentirsi superiori, portando a standard irrealistici per noi stessi. Quando non riusciamo a raggiungere questi standard, proviamo odio verso noi stessi. La critica costruttiva, al contrario, è volta al miglioramento e offerta con intento positivo, mentre la critica negativa è distruttiva e svalutante.

Criticare gli altri porta la nostra mente a credere che siamo migliori di loro, che siamo perfetti. Questo ci porta a stabilire degli standard spesso irrealistici per noi stessi. Di conseguenza, quando non riusciamo a raggiungere questi standard autoimposti, finiamo per odiarci.

La critica, in questo modo, ruba l'amor proprio (self-love) e il valore di sé (self value). Il meccanismo descritto è un circolo vizioso: criticare gli altri alimenta un'illusione di superiorità che porta a standard personali inarrivabili, la cui mancata realizzazione genera auto-odio e, di conseguenza, una diminuzione dell'amor proprio e dell'autostima.

Pertanto, nel contesto più ampio di smettere di criticare, questa pratica è importante non solo per migliorare le relazioni interpersonali, ma soprattutto per proteggere e nutrire il proprio amor proprio e la propria autostima. Liberarsi dall'abitudine di criticare, sia verso l'esterno che verso l'interno, è presentato come un passo essenziale per imparare ad amarsi e ad apprezzare la propria vita.

Credere che l'imperfezione sia bellezza significa riconoscere che nulla in natura è perfettamente simmetrico o privo di difetti. Anche gli esseri umani sono imperfetti, e proprio questa imperfezione ci offre l'opportunità di evolvere, crescere e migliorare. Accettare le proprie imperfezioni permette di indirizzare la gentilezza e l'amore verso sé stessi, comprendendo che la felicità e il successo sono un viaggio continuo, non una destinazione perfetta.

Una pratica quotidiana come riconoscere al mattino la propria intenzione di non arrendersi a sé stessi, nonostante le imperfezioni e gli errori, è fondamentale. Impegnarsi a continuare a migliorarsi e a non abbandonarsi rafforza l'accettazione di sé. Questo non è egoismo, che consiste nell'aspettarsi standard irrealistici e odiarsi quando non vengono raggiunti, ma un vero amore per sé stessi che include l'accettazione delle proprie fragilità.

Un sano amor proprio implica accettare le proprie imperfezioni, avere gentilezza verso sé stessi e impegnarsi a migliorare senza cadere nell'autocritica distruttiva. L'egoismo, invece, si manifesta nell'aspettarsi standard irrealistici da sé stessi e nel nutrire odio verso di sé quando questi non vengono raggiunti. Il vero amor proprio permette la crescita e l'evoluzione attraverso l'accettazione, mentre l'egoismo porta a un ciclo di insoddisfazione e autodisprezzo.

I passi pratici suggeriti includono: non credere nelle etichette negative auto-imposte, imparare ad accettare gli errori come parte del processo di crescita, fermare la critica negativa verso sé stessi e gli altri, e credere che l'imperfezione sia intrinsecamente bella. Inoltre, è consigliabile praticare quotidianamente l'intenzione di non arrendersi a sé stessi e di continuare a lavorare per diventare una persona migliore e più felice.

L'egoismo è come qualcosa che nasce dalla natura insoddisfatta della nostra mente. Ciò significa che quando non siamo soddisfatti di noi stessi e degli altri, cerchiamo di colmare questo vuoto ponendo delle aspettative verso noi stessi e verso gli altri.

Quando le persone intorno a noi, o persino noi stessi, non soddisfano queste aspettative, tendiamo a perseguire e inseguire queste aspettative sempre di più, andando oltre i limiti. Di conseguenza, una persona diventa più egoista, pensando unicamente alla propria felicità, al proprio piacere e al proprio vantaggio, senza considerare la felicità degli altri. In sintesi, l'egoismo è radicato in uno stato di insoddisfazione interiore.

Nel contesto più ampio della differenza tra amore proprio ed egoismo, l'amore proprio ha un'origine completamente diversa. Esso nasce dalla compassione, dalla comprensione e dall'accettazione. Quando comprendiamo e accettiamo chi siamo, diventiamo più compassionevoli verso noi stessi. Questo ci permette di conoscerci meglio, di sviluppare le nostre qualità interiori, di essere pazienti con noi stessi e, di conseguenza, di diventare più pazienti anche con gli altri.

L'amor proprio implica non negare o rifiutare chi siamo, ma diventare più comprensivi e accettanti verso noi stessi. Questa accettazione porta a essere più contenti di chi siamo e a sviluppare la gratitudine per ciò che abbiamo nella vita. Una persona che ama sé stessa non impone agli altri di soddisfare tutte le proprie aspettative e non adotta un atteggiamento di pretesa. Al contrario, sviluppa generosità e altruismo perché comprende la sofferenza.

C’è un insegnamento del Buddha che afferma che se ami te stesso, devi proteggere la tua mente da pensieri negativi come gelosia, odio, avversione e invidia. Proteggendo la mente da questi pensieri malsani, proteggi te stesso e di conseguenza anche gli altri. Questo consiglio del Buddha sottolinea ulteriormente come l'amore proprio sia connesso alla cura di sé e al benessere degli altri, in netto contrasto con l'egoismo che si concentra unicamente sul proprio interesse.

Mentre l'egoismo deriva da un'insoddisfazione e porta a un comportamento incentrato esclusivamente su sé stessi a discapito degli altri, l'amore proprio nasce da accettazione e compassione, promuovendo la cura di sé e, di conseguenza, la capacità di essere più altruisti e generosi.

L'amor proprio è qualcosa che nasce dalla compassione, dalla comprensione e dall'accettazione. Quando comprendiamo e accettiamo chi siamo, diventiamo più compassionevoli verso noi stessi. Questo ci permette di conoscerci meglio, di sviluppare le nostre qualità interiori, di essere pazienti con noi stessi e, di conseguenza, di diventare più pazienti anche con gli altri.

La differenza tra amor proprio ed egoismo, è che l'egoismo nasce sempre dalla natura insoddisfatta della nostra mente. Quando non siamo soddisfatti di noi stessi e degli altri, cerchiamo di colmare questo vuoto ponendo delle aspettative verso noi stessi e verso gli altri. Quando queste aspettative non vengono soddisfatte, tendiamo a perseguirle sempre di più, andando oltre i limiti e diventando più egoisti, pensando unicamente alla nostra felicità, al nostro piacere e al nostro vantaggio, senza considerare la felicità degli altri.

L'amor proprio, al contrario, implica non negare o rifiutare chi siamo, ma diventare più comprensivi e accettanti verso noi stessi. Questa accettazione porta a essere più contenti di chi siamo e a sviluppare la gratitudine per ciò che abbiamo nella vita. Una persona che ama se stessa non impone agli altri di soddisfare tutte le proprie aspettative e non adotta un atteggiamento di pretesa. Al contrario, sviluppa generosità e altruismo perché comprende la sofferenza. Infatti più ami te stesso, più diventi altruista.

Se ami te stesso, devi proteggere la tua mente da pensieri negativi come gelosia, odio, avversione e invidia. Proteggendo la mente da questi pensieri malsani, proteggi te stesso e di conseguenza anche gli altri. Questo consiglio sottolinea come l'amore proprio sia connesso alla cura di sé e al benessere degli altri, in netto contrasto con l'egoismo che si concentra unicamente sul proprio interesse.

  • L'egoismo deriva dall'insoddisfazione e porta a un comportamento incentrato solo su sé stessi, trascurando la felicità altrui.
  • L'amor proprio nasce da compassione, comprensione e accettazione di sé.
  • L'amor proprio conduce allo sviluppo di pazienza, generosità e altruismo.
  • L'amor proprio implica la cura della propria mente proteggendola da pensieri negativi, il che beneficia sia se stessi che gli altri.
  • Non si deve confondere l'amor proprio con l'egoismo.

Fonte: Howto differentiate self-love from selfishness? | Buddhism In English


sabato 26 aprile 2025

Il silenzio - Lama Michel Rinpoche

 

Il silenzio, nella tradizione buddista tibetana, è celebrato non solo come una pratica, ma come un rifugio per la mente e lo spirito, un'opportunità di rigenerazione e introspezione. La vita moderna, intrisa di stimoli incessanti e distrazioni, è una sfida per la mente, spesso sovraccaricata di informazioni che la spingono a rimanere in uno stato di allerta costante. Questo impedisce alla mente di rilassarsi e di entrare in un dialogo autentico con sé stessa, ostacolando così la possibilità di raggiungere la calma e la chiarezza interiore.

Lama Michel Rinpoche distingue tra silenzio esterno e silenzio interno, entrambe dimensioni profondamente connesse e indispensabili per il percorso spirituale. Il silenzio esterno si riferisce alla riduzione delle distrazioni e al controllo dell'ambiente circostante, un'impresa ardua soprattutto nei contesti urbani. Tuttavia, anche in mezzo al caos, possiamo ritagliarci momenti di calma, limitando l'esposizione alle informazioni non necessarie e cercando spazi che ci offrano serenità. Questi attimi di quiete diventano preziose finestre attraverso le quali possiamo iniziare a osservare la nostra mente.

Il silenzio interno, invece, è il traguardo più ambizioso: la capacità di liberarsi dal chiacchiericcio incessante dei pensieri e delle preoccupazioni. Raggiungerlo non è immediato; quando il rumore esterno si affievolisce, spesso i nostri pensieri emergono con maggiore intensità, sfidandoci a mantenere la calma. Attraverso la meditazione e altre pratiche creative, come il canto o il disegno, possiamo iniziare a coltivare questo stato di quiete mentale. Questi strumenti ci guidano oltre il pensiero concettuale, permettendoci di entrare in contatto con la nostra essenza più profonda.

Il silenzio interno non è un isolamento, bensì un ponte verso una presenza consapevole nel mondo. Questa calma interiore ci consente di affrontare ogni momento con maggiore equilibrio e autenticità. Nel vivere pienamente il presente, liberi dalle distrazioni del passato e del futuro, la mente ritrova la sua capacità di essere efficace e compassionevole.

Coltivare il silenzio, con dedizione e costanza, è un atto rivoluzionario che ci riporta alla semplicità e alla bellezza della nostra esperienza umana. Lama Michel ci ricorda che, come la formica che avanza con piccoli passi costanti, ogni giorno dedicato a questa pratica ci avvicina al nostro vero centro, offrendo un equilibrio duraturo e la gioia profonda di vivere con più autenticità. Il silenzio, quindi, non è solo un luogo di pace, ma una via per riconnettersi con la propria essenza e trasformare il modo in cui interagiamo con il mondo.

Fonte: 
Il silenzio - Mercoledì al Kunpen con Lama Michel Rinpoche

venerdì 25 aprile 2025

La gioia nasce dentro - Lama Michel Rinpoche

 

Soddisfazione e gratitudine si rivelano due alleati straordinari nel superare l'ombra del vittimismo e la sterile abitudine alla lamentela. Lama Michel Rinpoche ha individuato nella dipendenza dalle circostanze esterne una delle cause principali del vittimismo, una condizione che ci intrappola in un senso di frustrazione continuo. Quando demandiamo la nostra felicità agli eventi esterni o agli altri, inevitabilmente ci ritroviamo delusi, vittime di aspettative non realizzate.

La gratitudine, invece, rappresenta un'autentica rivoluzione interiore. Nel momento in cui iniziamo a nutrire un sincero sentimento di gratitudine verso la vita, gli altri e noi stessi, cambia il nostro modo di percepire il mondo. Questo semplice atto sposta la nostra attenzione dalla mancanza all'abbondanza, generando una pienezza interiore che protegge dalle insidie del vittimismo e della continua insoddisfazione.

Lama Michel Rinpoche ci invita a considerare che la mancanza di soddisfazione è spesso il seme dell'agitazione mentale e dell'idea che non vi sia mai abbastanza. Questa insoddisfazione ci spinge a un costante rincorrere qualcosa di esterno, lasciandoci svuotati e vulnerabili. Al contrario, un senso genuino di soddisfazione eleva la nostra energia, ci riempie di gioia e ci aiuta a mantenere una prospettiva equilibrata, trasmettendo positività anche agli altri.

Affrontare il vittimismo e la lamentela richiede una disciplina mentale: sviluppare l'abitudine di vedere e apprezzare ciò che è positivo nella nostra vita, anche in mezzo alle difficoltà. Lama Michel Rinpoche parla dell'importanza di "generalizzare tramite l'aspetto positivo", ossia focalizzarsi su ciò che di buono c'è, senza ignorare le ombre, ma senza lasciarsi dominare da esse.

Lamentarsi, così come l'insoddisfazione, è una tendenza che può trasformarsi in un'abitudine automatica. La gratitudine, d'altro canto, è una scelta consapevole che richiede pratica, ma che, una volta coltivata, diventa altrettanto naturale. È un processo che ci allena a riconoscere e celebrare il bene, rompendo il circolo vizioso della negatività.

Attraverso la gratitudine e la soddisfazione, scopriamo che non sono le circostanze esterne a determinare la nostra felicità, ma il modo in cui scegliamo di interpretarle e affrontarle. Lama Michel Rinpoche ci ricorda che abbiamo il potere di trasformare la nostra energia, passando dalla mancanza alla pienezza, dal vittimismo alla gioia. In fondo, la libertà più grande sta nel rendere la nostra mente uno spazio di armonia, indipendentemente da ciò che accade fuori di noi. Questo è il cuore del vero benessere.

Lama Michel Rinpoche condivide un messaggio universale e profondamente ispiratore: la pace e la gioia autentiche nascono dall'interno e non devono mai dipendere dalle circostanze esterne. Questa visione è il risultato di un percorso di consapevolezza e trasformazione personale, che lo ha portato a comprendere che i problemi non scompaiono, né lo faranno mai. La chiave, dunque, non è cercare di eliminare le difficoltà, ma imparare a convivere con esse in armonia, senza permettere che turbino il proprio equilibrio interiore.

Rinunciare all'illusione di una vita priva di problemi rappresenta una liberazione: non si cerca più una felicità fragile e fuggevole, condizionata dagli eventi o dagli altri. Lama Michel Rinpoche ha imparato a desiderare uno stato di benessere profondo e stabile, uno stato che non dipenda dal luogo, dalle persone che lo circondano o da situazioni specifiche. In questo contesto, ciò che è esterno si riduce a un dettaglio, mentre il vero fondamento della serenità diventa il proprio atteggiamento interiore.

Un aspetto importante di questo cammino è la coltivazione della gratitudine. Lama Michel Rinpoche ci insegna che ringraziare per ciò che si ha, anche per le cose più semplici, può trasformare la nostra prospettiva. La gratitudine non solo ci aiuta a riconoscere e valorizzare ciò che possediamo, ma sposta il focus dalla mancanza alla pienezza, generando un appagamento che resiste alle avversità. È un antidoto potente contro il confronto sociale e il sentimento di "non abbastanza" che spesso ci attanaglia. Attraverso un dialogo interiore costruttivo, possiamo allenare la mente a concentrarsi sugli aspetti positivi, a celebrare le piccole gioie quotidiane senza negare le difficoltà.

Accettare ciò che è, secondo Lama Michel, non significa rimanere passivi di fronte alle difficoltà. Al contrario, è il primo passo per agire in modo consapevole e costruttivo. Quando riconosciamo la realtà per ciò che è, ci chiediamo: "Questa è la situazione. Cosa posso fare?" Questo sposta il nostro focus dal lamentarci al prendere decisioni positive per il nostro benessere e quello degli altri.

La visione di Lama Michel Rinpoche è un faro per chiunque cerchi una via più consapevole per affrontare la vita. Non è l'assenza di problemi che definisce la felicità, ma la capacità di integrarli nel nostro cammino con saggezza e serenità. Gratitudine e soddisfazione diventano i pilastri di un’esistenza vissuta con intenzione, equilibrio e profondità. È attraverso di esse che scopriamo il potere della mente di trasformare le sfide in opportunità, il disagio in pienezza e la semplice quotidianità in un miracolo da celebrare. Perché, in fondo, la vera gioia non si trova fuori, ma germoglia sempre e soltanto dentro di noi.

sabato 19 aprile 2025

Il sentiero spirituale - Lama Michel Rinpoche


Qual è la distinzione fondamentale tra spiritualità, religione e istituzione religiosa?

La spiritualità è il sentiero interiore volto a sviluppare le qualità positive e a diminuire i veleni mentali per raggiungere il benessere e la felicità. È un percorso personale e universale, indipendente da specifiche credenze o pratiche. La religione è il metodo o il sistema di pratiche, insegnamenti e rituali che una persona o un gruppo utilizza per percorrere il sentiero spirituale. Essa fornisce gli strumenti, come preghiere, meditazioni e filosofie, per favorire la trasformazione interiore. L'istituzione religiosa è l'organizzazione che si crea per preservare, trasmettere e sostenere l'insegnamento e la pratica religiosa nel tempo, spesso attraverso regole e strutture formali. È importante distinguere queste tre realtà perché si può seguire una religione senza intraprendere un vero sentiero spirituale, o appartenere a un'istituzione religiosa senza praticare attivamente la religione. Ognuna ha il suo valore e dovrebbe esistere al servizio dell'altra, con la religione come mezzo per realizzare la spiritualità e l'istituzione come supporto per la religione.

Quali sono i diversi aspetti della nostra esistenza oltre a quello fisico e intellettuale?

Oltre alla realtà fisica e a quella mentale (razionale, logica e concettuale), esiste un aspetto più profondo, spesso definito emotivo. Questo aspetto include i sentimenti come il desiderio, l'attrazione, l'avversione, l'amore, la compassione, la gioia e la tristezza. A differenza della conoscenza intellettuale, questi sentimenti non dipendono direttamente dalla nostra comprensione razionale. Spesso sappiamo teoricamente cosa sarebbe giusto fare, ma non riusciamo a seguirlo a causa dei nostri sentimenti. Dal punto di vista buddista, all'interno di questo aspetto emotivo si distinguono gli aspetti spontanei, che sono innati e universali (come la gelosia, la rabbia, l'amore presenti in ogni essere umano indipendentemente dalla cultura), e gli aspetti costruiti, che derivano dalla cultura, dall'educazione e dall'ambiente in cui cresciamo (come le convenzioni sociali su ciò che è giusto o sbagliato, bello o brutto).

3. In che senso il sentiero spirituale è universale e va oltre le singole religioni?

Il sentiero spirituale, nella sua essenza, è lo stesso per tutti, indipendentemente dalla religione che si segue. L'obiettivo fondamentale è lo sviluppo delle qualità interiori positive e la diminuzione dei fattori mentali negativi che causano sofferenza. Che una persona segua il buddismo, il cristianesimo o qualsiasi altra religione, il nucleo del percorso spirituale rimane la trasformazione interiore verso l'amore, la compassione, la pace interiore e la gioia. Le religioni offrono diversi metodi e approcci per realizzare questo obiettivo, adattandosi a diverse culture e mentalità, ma l'essenza della ricerca spirituale è universale e non cambia passando da una religione all'altra.

Qual è il ruolo della religione nel percorso spirituale e come si è evoluta nel tempo?

La religione funge da metodo e da insieme di strumenti per realizzare il sentiero spirituale. Essa offre pratiche come preghiere, insegnamenti filosofici, tecniche di meditazione e rappresentazioni sacre, tutte finalizzate a coltivare qualità positive e a superare quelle negative. Nel corso del tempo, le religioni si sono evolute e adattate per rimanere rilevanti e comprensibili in contesti culturali e mentali in continua trasformazione. Questo adattamento è naturale e necessario, come dimostrato dalla storia degli insegnamenti buddisti che sono stati commentati e reinterpretati nel corso dei secoli per renderli accessibili a nuove generazioni e culture. L'arrivo del buddismo in Occidente e il suo necessario adattamento alla mentalità contemporanea sono un esempio di questa continua evoluzione.

6. Perché è importante distinguere tra agire e reagire, e come possiamo coltivare la capacità di agire consapevolmente?

Gli esseri umani, a differenza degli animali che agiscono principalmente per istinto alla ricerca del piacere e all'evitamento del dolore, hanno la capacità di scegliere consapevolmente le proprie azioni anziché reagire automaticamente alle abitudini. Reagire è spesso guidato da abitudini consolidate, molte delle quali non ci fanno bene e possono portare a conflitti e sofferenza. Agire, invece, implica una pausa di riflessione, una scelta consapevole basata su ciò che porta il maggior beneficio. Per coltivare questa capacità, è fondamentale creare una nuova abitudine: quella di osservare noi stessi e di respirare prima di reagire a una situazione. Questo breve spazio ci permette di non essere sopraffatti dalla reazione immediata e di scegliere un modo di agire più costruttivo. La scelta dovrebbe essere guidata dalla considerazione di ciò che è più prezioso per noi, come la nostra armonia interiore. Il percorso per passare dalla reazione all'azione consapevole spesso implica un passaggio dall'avversione all'indifferenza e infine all'amore e alla compassione.

Qual è il ruolo delle abitudini nel nostro comportamento e come possiamo modificarle?

Le abitudini giocano un ruolo pervasivo nel nostro comportamento, spesso agendo a un livello inconscio. Ci influenzano nel modo in cui mangiamo, parliamo, pensiamo e reagiamo alle situazioni. Il problema è che spesso non siamo consapevoli delle abitudini che abbiamo, soprattutto quelle negative. Per modificare un'abitudine indesiderata, un approccio efficace è quello di crearne una nuova che la contrasti. Cercare di eliminare direttamente un'abitudine negativa può essere difficile e portare a un senso di colpa. Invece, concentrarsi sulla coltivazione di abitudini positive, con sforzo e volontà, può gradualmente indebolire e sostituire quelle negative. La fede nell'importanza del cambiamento, il desiderio di ottenerlo e lo sforzo costante sono elementi chiave per modificare le abitudini. La meditazione è presentata come un metodo per creare abitudini positive a un livello profondo.

Qual è l'importanza di un sentiero spirituale nella vita e qual è il ruolo della meditazione in questo percorso?

Avere un sentiero spirituale è fondamentale perché ci guida verso la felicità e ci allontana dalla sofferenza, un desiderio intrinseco di ogni essere vivente. Esso ci offre gli strumenti per comprendere noi stessi, le nostre abitudini e per sviluppare una saggezza che ci permetta di agire in modo consapevole e benefico. La meditazione è presentata come uno dei metodi chiave all'interno di un sentiero spirituale. Essa aiuta a sviluppare l'abitudine di essere presenti nel momento, a riconoscere la nostra natura libera dai veleni mentali e a rivitalizzare le nostre qualità positive. La pratica meditativa, come l'Autoguarigione menzionata, è un modo per allenare la mente a creare abitudini positive a un livello profondo, portando a una trasformazione interiore duratura.


Come nascono e si sviluppano le istituzioni religiose?

Le istituzioni religiose spesso nascono dall'esigenza di organizzare e diffondere un insegnamento religioso quando il numero di seguaci aumenta. Inizialmente, un approccio basato sul rapporto diretto tra maestro e discepolo può essere sufficiente. Tuttavia, con la crescita della comunità, diventa necessario stabilire regole e strutture per garantire che l'insegnamento e la pratica religiosa possano essere ripetuti e portati avanti in modo coerente, indipendentemente dalla singola persona che guida. L'istituzione religiosa, quindi, è un'organizzazione creata per sostenere l'insegnamento e la pratica religiosa, permettendone la diffusione e la continuità nel tempo. Fonte: Il sentiero spirituale - Mercoledì al Kunpen con Lama Michel Rinpoche


venerdì 18 aprile 2025

Amare sé stessi - Introduzione alla filosofia buddhista con Lama Michel Rinpoche


Secondo Lama Michel Rinpoche, amare se stessi nella filosofia buddhista inizia con la capacità fondamentale di distinguere tra "ciò che voglio" e "ciò che mi fa bene", imparando a dare priorità a quest'ultimo. Questo è considerato uno dei primi passi e una delle più grandi sfide nel percorso spirituale.

Alcuni aspetti chiave dell'amore verso sé stessi, secondo la fonte, includono:

  • Dare priorità al benessere a medio-lungo termine rispetto al piacere momentaneo. Con maturità, si comprende che il benessere duraturo è più importante della gratificazione immediata, e le nostre scelte dovrebbero basarsi sul "mi fa bene" piuttosto che sul semplice "mi piace".
  • Coltivare ciò che fa bene e abbandonare ciò che fa male, anche se inizialmente non ci piace o ci dà piacere. Questo richiede uno sforzo consapevole per superare le abitudini e le dipendenze che ci danneggiano. Lama Michel Rinpoche porta l'esempio della dipendenza dallo zucchero, dall'alcool o dal tabacco, dove proiettiamo la felicità su qualcosa che sappiamo non farci bene.
  • Non "sorvegliare il desiderio". Assecondare ogni desiderio non è un atto di amore verso sé stessi e può portare a insoddisfazione e vuoto interiore anche quando otteniamo ciò che vogliamo. Un genitore che "sorveglia il desiderio" del figlio, dandogli tutto ciò che vuole, può in realtà fargli del male.
  • Essere consapevoli di dove proiettiamo la nostra felicità. Spesso, ereditiamo una visione del mondo che include già su cosa si proiettano la felicità e la sofferenza. Diventare consapevoli di queste proiezioni, come ottenere oggetti del desiderio, evitare ciò che non vogliamo e trattenere ciò che ci piace, è cruciale perché spesso queste proiezioni sono illusorie e non possono sostenere il peso della nostra felicità.
  • Riconoscere che proiettare la felicità su cose esterne è un'illusione. Le cose materiali, le relazioni e le situazioni sono impermanenti e non possono garantirci una felicità duratura. Il problema non è avere queste cose, ma riporre in esse un peso che non possono sostenere.
  • Prendere in mano la propria situazione e smettere di vittimizzarsi. Attribuire sempre la colpa agli altri ci impedisce di fare ciò che è in nostro potere per stare meglio. Come dice Buddha, "io sono il mio proprio protettore, io sono il mio proprio nemico".
  • Concentrarsi sulla trasformazione interiore. La domanda fondamentale non è tanto "da dove veniamo?" quanto "dove stiamo andando?". L'amore verso sé stessi è il processo di vivere una vita coerente con chi vogliamo diventare. Ogni interazione porta a una trasformazione, e la direzione di questa trasformazione dipende da come viviamo la nostra vita ogni giorno.
  • Coltivare qualità interne positive come l'armonia, la soddisfazione, la gratitudine, il rispetto, la gioia e l'amore. Queste qualità, a differenza dei beni materiali, più ne abbiamo e meglio stiamo.
  • Riconoscere la malleabilità della nostra mente e del nostro essere. Grazie alla plasticità del cervello e all'interdipendenza con il nostro ambiente e il nostro microbiota, abbiamo la capacità di cambiare le nostre abitudini e di guarire le nostre ferite interne.
  • Porsi un obiettivo alto con un'aspettativa bassa e uno sforzo costante. Ad esempio, voler essere una persona paziente e amorevole è un obiettivo alto, ma non dobbiamo imporci di esserlo già. Il percorso è fatto di sforzo continuo verso quella direzione.
  • Amare gli altri come parte del processo di amare sé stessi. Quando amiamo sinceramente gli altri, entriamo in contatto con la parte più bella di noi e la sviluppiamo. Il semplice atto di amare è già fonte di grande beneficio interiore.

L'amore verso sé stessi nella filosofia buddhista presentata da Lama Michel Rinpoche è un percorso pratico che richiede consapevolezza delle proprie proiezioni, discernimento tra ciò che desideriamo e ciò che ci nutre veramente, e un impegno costante verso la coltivazione di abitudini sane e qualità interiori positive, guidati dalla visione di chi aspiriamo a diventare.

Fonte: Amare sé stessi - Introduzione alla filosofia buddhista con Lama Michel Rinpoche

Lama Michel Rinpoche - indice

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Oltre il portafoglio: lavorare con il cuore e per passione

Lama Michel Rinpoche nel video discute di come l'occidentalizzazione abbia trasformato pratiche spirituali antiche come la meditazione e la mindfulness. Egli afferma che il mondo occidentale ha la tendenza a prendere qualcosa, toglierlo dal suo contesto originale, rigirarlo e presentarlo quasi come una propria scoperta. Cita l'esempio della scoperta dell'America per illustrare questo concetto: la prima volta che qualcuno vede qualcosa, pensa di averla scoperta, ma ciò non significa che non esistesse prima.

Questo è ciò che è successo con la mindfulness: una pratica millenaria, elaborata e vissuta in vari modi, è stata estrapolata dal suo contesto originale, prendendone solo una parte e, in un certo senso, appropriandosene. Questo processo ha spesso comportato la rimozione degli aspetti religiosi e di altre componenti ritenute "non necessarie".

Un altro aspetto della trasformazione è la cooptazione da parte della scienza. La mindfulness è stata ristudiata, e ciò ha portato a una validazione scientifica della riduzione dell'ansia e della depressione, nonché a una facilità nella relazione umana. Sebbene questo sia visto come una cosa positiva, Lama Michel Rinpoche solleva una domanda sul confine tra questi scopi "mondani" e scopi di "verità".

Un punto centrale nella discussione è la distinzione tra la tecnica e la connessione umana di cuore a cuore, definita con il termine tibetano "samaya". La tecnica da sola non basta per un vero percorso umano e spirituale. Il "samaya" è descritto come un punto di incontro basato su fiducia e amore, essenziale in un'amicizia, nel rapporto tra maestro e allievo nel percorso spirituale, e persino nel rapporto tra medico e paziente. In quest'ultimo caso, è fondamentale che la priorità del medico sia il benessere del paziente, non il guadagno economico. Secondo il Lama, nel rapporto tra medico e paziente è fondamentale che ci sia un "samaya puro". Il "samaya" in questo contesto è descritto come un punto di incontro basato su fiducia e mutuo benessere. Nello specifico, il Lama afferma che se un individuo va da un medico, per lui è fondamentale che la priorità del medico sia il suo benessere, e non il suo portafoglio o altri interessi. Se la priorità del medico fosse il guadagno economico, la relazione non funzionerebbe più. Il Lama riporta un'esperienza personale in cui è andato da medici bravi ai quali non è più tornato perché non sentiva che il suo benessere importasse loro veramente. Questo esempio serve a sottolineare come, anche in contesti apparentemente distanti dalla spiritualità come la medicina, la purezza dell'intenzione e l'attenzione al benessere dell'altro siano cruciali per una relazione efficace e autentica.
Questo concetto viene poi esteso al campo della mindfulness e dell'insegnamento spirituale, dove il rischio di cadere nella trappola del business può compromettere la connessione "di cuore a cuore" tra insegnante e studente, fondamentale per il processo di crescita. L'esempio del medico serve quindi come analogia per evidenziare l'importanza di un intento genuino e disinteressato in qualsiasi relazione di aiuto, sia essa medica, spirituale o di altro tipo.

Il pericolo nella diffusione della mindfulness come business è che si perda questo "samaya puro", questa connessione di cuore a cuore fondamentale per la crescita personale. Sebbene il denaro di per sé non sia un tabù, il problema sorge quando la motivazione principale di chi insegna o pratica diventa il guadagno. La società occidentale ha un rapporto problematico con il denaro, il che può rendere facile cadere nella trappola di focalizzarsi sul profitto piuttosto che sulla purezza dell'intenzione.

Lama Michel Rinpoche sottolinea come sia facile passare da una motivazione pura al calcolo del guadagno potenziale. Egli non intende dire che chi insegna mindfulness o fa il medico non abbia cuore, ma evidenzia una debolezza umana in cui è facile cadere.

Lama Michel Rinpoche racconta un aneddoto relativo alle donazioni per i suoi insegnamenti. In passato, quando viveva in Italia e viaggiava molto per insegnare, si trovava in situazioni diverse. A volte andava in posti dove doveva fare molta strada e l'offerta che riceveva non copriva nemmeno le spese di benzina, ma ci andava comunque. Altre volte, invece, si recava in luoghi dove l'offerta era abbondante, coprendo le spese di molto.
Un giorno, mentre si recava in un posto dove sapeva che avrebbe ricevuto un'offerta generosa, gli venne un pensiero di sollievo legato al denaro: "Ah meno male che oggi vado qui". Si rese conto in quel momento di come fosse facile farsi influenzare dalla prospettiva del guadagno, anche se lui non aveva mai chiesto un compenso specifico per i suoi insegnamenti, lasciando sempre che le persone offrissero ciò che desideravano.
Questo episodio lo portò a promettersi di non cadere più in quella trappola mentale. Riflette anche su come, in contesti aziendali come il Citybank a San Paolo, la domanda sul costo dei suoi insegnamenti fosse inappropriata, perché il Dharma "vale" troppo per essere pagato con denaro. 
Per questo motivo, ad Albagnano, ha stabilito un sistema in cui qualunque insegnamento non ha un costo fisso, ma ognuno offre quello che vuole, se vuole, come segno di gratitudine per ciò che riceve. Se le offerte non fossero sufficienti a sostenere le attività, significherebbe che non c'è riconoscimento o beneficio, e in tal caso si potrebbe anche interrompere l'attività.
L'aneddoto illustra la sua preoccupazione per il mantenimento di un "cuore" puro e del "samaya puro" negli scambi, evitando che la motivazione degli insegnanti e degli studenti sia guidata dal denaro piuttosto che da una connessione autentica e dal desiderio di crescita spirituale. Il problema non è il business in sé, ma la mancanza di cuore e di questa connessione pura.
In contrasto con una visione orientata al business, viene presentata l'idea che sarebbe ideale se ognuno offrisse ciò che può come segno di gratitudine per ciò che riceve. Questa è la modalità con cui il Dharma si è sostenuto per secoli. L'essenza del problema non è il business in sé, ma la mancanza di cuore e di "samaya".

L'occidentalizzazione ha trasformato pratiche come la meditazione e la mindfulness attraverso la decontestualizzazione, la validazione scientifica orientata a scopi mondani e la commercializzazione, con il rischio di perdere la profonda connessione umana e la purezza di intenti ("samaya") che sono elementi importanti nelle loro forme tradizionali.

Fonte: Lama Michel Rinpoche - La meditazione sta diventando un business? 

giovedì 17 aprile 2025

La connessione con il sentiero spirituale - Lama Michel Rinpoche



Coltivare una ricchezza interiore ha un impatto significativo sulla nostra stabilità e felicità di fronte alle incertezze della vita. Secondo Lama Michel Rinpoche, avere un "percorso interno ricco" permette di mantenere la stabilità anche quando le cose esterne non vanno bene. Questa ricchezza interiore è connessa a un "obiettivo che trascende tutto ciò che accade" e a una "ricchezza interiore da vivere".

Come si coltiva la ricchezza interiore:
Secondo Lama Michel Rinpoche, coltivare una ricchezza interiore implica diverse pratiche e attitudini. Ecco alcuni modi in cui si può coltivare questa ricchezza, basati sul discorso:

Scegliere consapevolmente le informazioni con cui riempire la mente. È importante distinguere tra informazioni che espandono la mente e quelle che la ottundono, preferendo quelle che portano a una maggiore comprensione e ampliano la nostra visione. Come dice Lama Michel, alcune informazioni, più le acquisisci, più spazio hai dentro di te, mentre altre, più le acquisisci, meno spazio hai. Bisogna fare attenzione a non riempire la mente con informazioni che creano paura e ansia.
Ridurre le distrazioni e le informazioni inutili. Eliminare le informazioni che portano in una direzione opposta e le distrazioni è un passo fondamentale, specialmente quando si intraprende un percorso serio di sviluppo della concentrazione meditativa. Questo crea lo spazio interiore necessario per generare stati mentali positivi.
Praticare l'"autopubblicità positiva". Dobbiamo fare a noi stessi delle "pubblicità positive", ripetendo intenzionalmente pensieri e visioni che vogliamo sviluppare per influenzare positivamente la nostra mente e la nostra visione del mondo. Questo processo può aiutarci a sviluppare abitudini mentali in linea con ciò che desideriamo.
Coltivare abitudini mentali positive attraverso la ripetizione. Proprio come la pubblicità mira a cambiare le nostre abitudini attraverso la ripetizione, possiamo utilizzare la ripetizione per sviluppare abitudini mentali virtuose. Le abitudini mentali sono le più profonde e significative.
Avere un "progetto di vita interiore". Definire chi vogliamo essere interiormente, secondo Lama Michel Rinpoche, significa creare un'immagine di come desideriamo essere come persone a livello interiore, al di là dei nostri ruoli esterni o di ciò che facciamo. Non si tratta tanto di definire "cosa voglio fare", ma piuttosto di rispondere alla domanda "Chi voglio essere?"
Sviluppare un progetto di vita interiore, che risponda alla domanda a livello profondo, è fondamentale perché la vita è intrinsecamente incerta e le condizioni esterne sono in continuo cambiamento. Se la nostra felicità e il nostro equilibrio dipendono esclusivamente da ciò che accade fuori di noi, diventiamo estremamente vulnerabili e la nostra stabilità diventa fragile. Un percorso interiore solido e un obiettivo che trascende le contingenze ci offrono un punto di riferimento costante e una fonte di stabilità e gioia indipendentemente dalle circostanze.
Questo processo implica:
Identificare le qualità interiori che desideriamo svilupparePossiamo coltivare un progetto di vita interiore iniziando a chiederci chi vogliamo essere interiormente, quali qualità desideriamo sviluppare (come calma, equilibrio, gioia, pazienza, saggezza). Una volta definita questa "immagine" interiore, possiamo gradualmente indirizzare le nostre azioni e la nostra energia verso la sua realizzazione. I benefici di avere una realtà interna ricca sono una minore suscettibilità ai cambiamenti esterni, una maggiore stabilità emotiva, una pace interiore più profonda e una minore influenza dalle condizioni esterne sulla nostra felicità e sul nostro equilibrio. Ogni momento e ogni circostanza diventano opportunità per praticare e coltivare questo nostro obiettivo interiore.
Quindi, considerare questo come un "progetto di vita interiore" che va oltre ciò che accade all'esterno. Questo percorso interiore continua indipendentemente dalle circostanze esterne, che si tratti di una buona o cattiva situazione familiare o del luogo in cui ci si trova.
Immaginare se stessi con queste qualità desiderate e, sulla base di questa immagine, mettere gradualmente energia per realizzarla. Questo diventa un obiettivo presente in ogni cosa che facciamo.
Riconoscere e prendere in considerazione anche gli aspetti negativi che non vogliamo essere, come una persona nervosa, pigra, instabile, antipatica o rigida. Questo aiuta a definire la direzione opposta a ciò che vogliamo coltivare.
Considerare questo percorso come la "via del Bodhisattva" nel Buddismo, un percorso interiore di sviluppo di amore, rispetto, gratitudine, generosità, moralità, pazienza, sforzo entusiastico, concentrazione, saggezza e umiltà, con l'amore come fondamento.

In sostanza, definire chi vogliamo essere interiormente è un atto di auto-consapevolezza e di intenzionalità nel plasmare il nostro mondo interiore, concentrandoci sulle qualità che riteniamo importanti e desiderabili, indipendentemente dalle fluttuazioni del mondo esterno. Questo diventa un filo conduttore che connette tutte le esperienze della vita, focalizzandosi sul modo interiore in cui le affrontiamo.

Concentrarsi sulla pratica spirituale. L'esperienza dei rifugiati tibetani a Boxa dimostra come, anche in condizioni esterne estremamente difficili, una vita interiore focalizzata sullo studio del Dharma, la meditazione e la preghiera portasse felicità e stabilità. Anche in situazioni avverse come la prigionia, la pratica interiore, come la meditazione, può essere un sostegno.

Come la ricchezza interiore influenza la stabilità e la felicità di fronte alle incertezze:

La coltivazione di una ricchezza interiore ha un impatto significativo sulla stabilità e la felicità quando ci si trova di fronte alle incertezze della vita. Secondo Lama Michel Rinpoche, avere un "percorso interno ricco" permette di mantenere la stabilità anche quando le cose esterne non vanno bene. Questa ricchezza interiore è connessa a un "obiettivo che trascende tutto ciò che accade" e a una "ricchezza interiore da vivere".


Fornisce un punto di sicurezza interiore che non dipende dalle condizioni esterne. Quando esiste un percorso interno ricco, se le cose fuori vanno bene, bene; se le cose fuori non vanno bene, comunque si continua con quel percorso interno, e questo porta una stabilità meravigliosa. Questo percorso interno è come un "salvagente".
Rende meno suscettibili ai cambiamenti e alle situazioni esterne. Più si riesce ad avere una realtà interna ricca, meno si sarà suscettibili ai cambiamenti e alle situazioni esterne. Questo si traduce in una minore influenza delle condizioni esterne sulla nostra stabilità, gioia e pace interiore.
Permette di affrontare le difficoltà con maggiore equilibrio. Invece di perdere totalmente il proprio equilibrio per un piccolo evento esterno, una ricchezza interiore sviluppata aiuta a mantenere la pazienza e la stabilità.
La felicità diventa meno fragile. Proiettare troppa energia e desiderio all'esterno rende la felicità fragile perché dipende da una realtà esterna che non è sempre controllabile. Coltivare una vita interiore ricca rende la felicità meno dipendente dalle circostanze esterne.
Trasforma ogni circostanza in un'opportunità per crescere. Quando si ha un obiettivo interno chiaro di sviluppare le proprie qualità, ogni momento e ogni circostanza, anche quelle difficili, diventano buone opportunità per praticare e crescere.
Offre una prospettiva che trascende le difficoltà materiali. L'esperienza dei rifugiati tibetani a Boxa dimostra come, nonostante una situazione esterna di incertezza, un luogo malsano e la mancanza di beni materiali, la loro vita interiore ripiena di pratica spirituale portava felicità. La loro realtà interna, focalizzata sullo studio del Dharma, sulla meditazione e sulla preghiera, non era influenzata dai problemi quotidiani o dall'incertezza del futuro. 

La ricchezza interiore agisce come un fondamento stabile che permette di affrontare le incertezze della vita con maggiore equilibrio, rendendo la felicità meno dipendente dalle fluttuazioni esterne e trasformando le sfide in opportunità di crescita interiore. Avere un obiettivo interiore di chi si vuole essere, sviluppando qualità come amore, rispetto, gratitudine, pazienza e saggezza, crea un filo conduttore che connette tutte le esperienze della vita, focalizzandosi sul modo interiore in cui le si affronta piuttosto che unicamente su ciò che accade.

martedì 15 aprile 2025

Le quattro qualità illuminate (amore, compassione, equanimità e gioia) - Lama Michel Rinpoche


Perché è importante riconoscere la nostra interdipendenza con gli altri, secondo Lama Michel Rinpoche?

Riconoscere la nostra interdipendenza è fondamentale perché siamo esseri sociali, costantemente in relazione con gli altri, dalla famiglia alla società. Il modo in cui ci relazioniamo influenza profondamente la nostra vita. Molta della sofferenza umana deriva proprio dai conflitti interpersonali. Comprendere che non siamo esseri isolati e che le nostre vite sono intrecciate ci spinge a considerare il benessere altrui come strettamente legato al nostro.

Cosa ci impedisce di risolvere i conflitti interpersonali e cosa possiamo fare al riguardo?

Spesso i conflitti persistono per anni perché il tempo da solo non guarisce le ferite. Se non c'è un movimento attivo verso la guarigione, come guardarsi negli occhi con amore e parlare, il dolore rimane. Inoltre, quando litighiamo, tendiamo a vedere la situazione e l'altro attraverso il filtro delle nostre necessità, senza considerare quelle altrui. Per risolvere i conflitti, è cruciale permettersi di vedere l'altro, riconoscere le sue necessità e comunicare apertamente con l'intenzione di guarire la ferita.

In che senso la nostra sofferenza è spesso legata alle nostre aspettative sulla realtà?

Viviamo in una realtà complessa e in continua trasformazione, di cui abbiamo una conoscenza limitata. Spesso soffriamo perché le cose non vanno come noi ci aspettiamo o come pensiamo che dovrebbero andare. Questo attaccamento alla nostra "versione della realtà" ci porta a sprecare energia nel tentativo di controllare o cambiare ciò che non possiamo pienamente comprendere. Invece, dovremmo imparare ad adattarci alla realtà presente, utilizzando le risorse disponibili per un futuro desiderato, ma senza un attaccamento rigido a come dovrebbe essere.

Cosa significa "avere un obiettivo alto e un'aspettativa bassa" nelle nostre relazioni?

Questa espressione si riferisce alla tendenza a proiettare sugli altri un'immagine idealizzata di chi sono e di come dovrebbero comportarsi. Più siamo attaccati a questa immagine, più soffriremo quando la realtà si discosta dalle nostre aspettative. Le persone cambiano, hanno i loro momenti, e la nostra immagine idealizzata raramente corrisponde pienamente alla realtà. È importante interagire con gli altri cercando di influenzarli positivamente, ma senza un attaccamento rigido a come vorremmo che fossero.

5. Cosa sono le "quattro qualità illimitate" (amore, compassione, equanimità e gioia) e perché sono importanti?

Le quattro qualità illimitate sono stati mentali fondamentali nel buddismo: amore (attrazione per la felicità altrui), compassione (avversione per la sofferenza altrui), equanimità (vedere le similitudini e non essere limitati da attrazioni o avversioni) e gioia (gioire della felicità e delle virtù altrui). Sono "illimitate" non in termini di numero di persone a cui le rivolgiamo, ma perché non sono più limitate dal nostro egoismo. Sviluppare queste qualità ci porta a uno stato interiore di maggiore stabilità, gioia e riduce la sofferenza generata dall'egoismo e dai conflitti.

In che modo lo sviluppo della compassione si differenzia dal semplice "soffrire per la sofferenza altrui"?

La compassione, nel contesto degli insegnamenti buddisti, non è intesa come un sentimento che genera ulteriore sofferenza in noi. È una forte avversione alla sofferenza altrui che si manifesta nell'azione volta ad aiutare gli altri a uscire da quella sofferenza. Questa azione, a sua volta, può portare gioia. La compassione autentica non ci porta ad abbandonare le nostre necessità, ma a considerare la felicità e la sofferenza altrui tanto importanti quanto le nostre.

Qual è il ruolo della pratica di visualizzazione nello sviluppo delle qualità illimitate?

La pratica di visualizzazione è uno strumento potente per familiarizzarsi con stati interiori come l'amore e la compassione. Immaginando una persona, irradiando luce dal nostro cuore verso di lei con l'intenzione che sia felice e libera dalla sofferenza, e poi ricevendo indietro quella luce con gioia per il suo benessere, creiamo un'esperienza emotiva che va oltre la semplice comprensione concettuale. Questa pratica costante ci aiuta gradualmente a sviluppare e rafforzare queste qualità nel nostro cuore.

Qual è la relazione tra visione, condotta e familiarizzazione (o meditazione) nel percorso spirituale buddista?

Secondo gli insegnamenti buddisti, lo sviluppo di qualità come la compassione e l'amore avviene attraverso tre fasi: la visione (la comprensione concettuale e intellettuale del perché è importante sviluppare tali qualità), la condotta (l'azione coerente con questa visione nella nostra vita quotidiana) e la familiarizzazione o meditazione (la pratica costante, come la visualizzazione, per interiorizzare e rendere naturali questi stati mentali). Tutte e tre le fasi sono necessarie per una trasformazione interiore autentica, poiché la sola comprensione intellettuale o il tentativo di agire correttamente a volte non sono sufficienti senza una pratica interiore costante.

Fonte 
11 - Le quattro qualità illuminate - Mercoledì al Kunpen con Lama Michel Rinpoche

Qualità dello sforzo entusiastico - Lama Michel Rinpoche



Qualità dello sforzo entusiastico

Lama Michel Rinpoche definisce la pigrizia come l'unione fra la consapevolezza dell'importanza di far qualcosa unito alla mancanza di desiderio per la stessa. In altre parole, una persona pigra sa che dovrebbe fare qualcosa e riconosce il valore di quell'azione, ma allo stesso tempo non prova la motivazione o la voglia di compierla. Questa definizione sottolinea un conflitto interiore: la mente razionale riconosce un'obbligazione o un beneficio, ma la sfera emotiva o volitiva non è allineata per tradurre quella consapevolezza in azione.

Nel contesto più ampio della pigrizia, esplora diverse sfaccettature di questo stato:

La pigrizia è una caratteristica presente nella vita di tutti. È quello stato in cui si vuole fare qualcosa ma non si riesce, si ha la voglia ma si rimane bloccati.
Il Lama spiega che siamo creature abitudinarie e tendiamo a seguire ciò che ci viene spontaneo e facile, rinforzando le abitudini esistenti, siano esse virtuose o meno. Se ci si lascia semplicemente trascinare dalle abitudini, diventa difficile cambiare o muoversi in una direzione diversa.
Una ragione significativa dietro la pigrizia è la paura di faticare, che viene spesso collegata alla sofferenza. Nella società moderna, c'è una tendenza a cercare il minimo sforzo e il massimo comfort, il che può portare a evitare attività che richiedono impegno.
Ci sono diverse forme di pigrizia, e spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto. Pensiamo semplicemente di non aver voglia o di essere troppo occupati, ma se guardiamo meglio, possiamo distinguere almeno quattro modalità in cui la pigrizia si manifesta.

La prima è la pigrizia dichiarata, quella più onesta e spudorata. È quando diciamo apertamente: "Non lo faccio perché non c'ho voglia, punto." Nessuna scusa, nessun giro di parole. È un no secco, senza tentativi di mascherare il disinteresse o la mancanza di volontà. Non c’è voglia, e quindi non si fa.

Poi c’è la pigrizia del rimandare, quella tipica del “Sì sì, è importante… lo faccio dopo”. Qui la persona non nega il valore di ciò che deve fare, anzi spesso lo riconosce apertamente. Ma, invece di agire, continua a rimandare. È la classica procrastinazione: c’è l’intenzione, ma non l’azione. Il tempo passa, e quel “dopo” spesso non arriva mai.

La terza è la
pigrizia della diversione, o della scusa. È quella in cui si afferma l’importanza di un compito, ma si devia verso altro, spesso qualcosa di meno rilevante. Si dice: "Sì, è importante, lo farò… però adesso ho da fare quest’altra cosa." Il problema è che questa "altra cosa" diventa un rifugio. Lama Michel Rinpoche dice che in questo caso si finisce per fare qualcosa di inutile pur di non affrontare qualcosa di utile, e si usa quell’attività secondaria come scusa per non affrontare il vero impegno.

Infine c’è la
pigrizia dell’autosvalutazione. Questa è più subdola, perché nasce da una mancanza di fiducia in sé stessi. Qui la persona pensa: "Sarebbe bello farlo, ma io non sono capace." C'è desiderio, ma si resta fermi perché si è convinti di non esserne all’altezza. È una forma di pigrizia che si maschera da umiltà o insicurezza, ma che in fondo blocca allo stesso modo.

Riconoscere queste forme è già un primo passo per non lasciarsi ingannare. Perché spesso non è il tempo a mancare, ma il coraggio di iniziare davvero.

L'antidoto a questa forma di pigrizia, come per tutte le altre, risiede nello sforzo entusiastico (la quarta qualità superiore o perfezione), alimentato dalla fede e dalla consapevolezza delle qualità e dell'importanza di ciò che si vorrebbe. Superare la pigrizia dell'autosvalutazione implica sfidare le proprie convinzioni limitanti e sviluppare la fiducia nelle proprie capacità attraverso l'azione. Il Lama Rinpoche stesso ha superato questa sua convinzione sulla memorizzazione impegnandosi con sforzo e ottenendo risultati sorprendenti.

Secondo gli insegnamenti presentati, possiamo coltivare lo sforzo entusiastico nella nostra vita attraverso diversi approcci:

  • Comprendere la definizione: Lo sforzo entusiastico è la gioia nella virtù, ovvero avere gioia in ciò che è positivo e virtuoso.
  • Riconoscere l'importanza: Lo sforzo entusiastico è una delle sei qualità da perfezionare nel percorso verso l'illuminazione. Deve sempre accompagnare le altre pratiche virtuose come la generosità, la moralità, la pazienza, la concentrazione e la saggezza. Senza sforzo, è difficile, se non impossibile, raggiungere qualsiasi realizzazione o obiettivo, poiché siamo guidati dalle nostre abitudini.
  • Invertire la mentalità del minimo sforzo: È fondamentale non aver paura della fatica, ma della pigrizia. Bisogna sviluppare la consapevolezza di scegliere ciò che è di maggior beneficio, anche se non è la via più facile o confortevole. Il punto di riferimento per le scelte dovrebbe essere ciò che è più significativo e che apporta beneficio a noi stessi e agli altri, non ciò che è semplicemente piacevole o meno faticoso.
  • Coltivare la consapevolezza dei benefici: Lo sforzo entusiastico nasce dall'aspirazione o desiderio, che a sua volta deriva dalla fede nell'importanza, nell'esistenza e nelle qualità di ciò in cui si investe energia. Se si fatica a impegnarsi in qualcosa di benefico, è necessario rinforzare la propria fede nei benefici che ne deriveranno.
  • Agire con gioia: La scelta di ciò che è di maggior beneficio va fatta con gioia, non con sacrificio. Il percorso non consiste nel cercare la sofferenza, ma nel fare scelte consapevoli per il bene proprio e altrui con entusiasmo.
  • Sviluppare l'abitudine allo sforzo: Bisogna abituarsi a mettere sforzo nelle cose quotidiane. Non si dovrebbe avere difficoltà a investire energia in qualcosa solo perché è faticoso. Questa pratica aiuta a non tirarsi indietro di fronte a sfide maggiori.
  • Essere il cambiamento desiderato: Avere coerenza tra i propri desideri di cambiamento nel mondo e le proprie azioni, anche quando richiedono di rinunciare a un po' di comfort.

Coltivare lo sforzo entusiastico implica un cambiamento di prospettiva, spostando il focus dalla facilità al beneficio, e sviluppando una gioiosa determinazione nell'intraprendere azioni virtuose e significative, superando la pigrizia e la paura della fatica attraverso la comprensione dei benefici e la pratica costante.

33- La qualità dello sforzo entusiastico - Ispirazioni mattutine con Lama MichelRinpoche