Spesso ci troviamo intrappolati in schemi mentali disfunzionali senza nemmeno accorgercene. Questi paradigmi generano disagio, ma la consapevolezza arriva, forse, solo dopo aver toccato il fondo. È lì che può nascere il bisogno di un percorso interiore — psicologico, filosofico, spirituale — come via per risalire, per uscire dal fango e riprendere fiato.
Almeno, per me è andata così. E guardandomi intorno vedo molte persone che vivono in un equilibrio precario, senza sapere che esistono alternative.
Mi viene in mente Fahrenheit 451 di Ray Bradbury: una società anestetizzata, dove nessuno si rende conto di quanto sia manipolato dal sistema.
C'è una cosa che, alla fine dei conti, vogliamo tutti. Ma
proprio tutti. Non importa chi siamo, da dove veniamo, in cosa crediamo. Vogliamo
essere felici e non vogliamo soffrire. Fine. Questo è il punto di partenza.
Anche le cose che facciamo che sembrano fuori di testa (e diciamocelo, ne
facciamo di cose folli come umani!), le facciamo perché, in fondo, pensiamo che
siano il modo migliore per stare bene noi stessi e non soffrire. Crediamo,
magari per ignoranza, che quella sia la strada giusta.
Ora, il punto è: come si arriva a questa felicità? Qui è dove si crea la prima
grande "biforcazione". In base a come vediamo il mondo, ci dividiamo
in due paradigmi diversi.
i paradigmi in cui viviamo non sono interamente creati da noi, ma li abbiamo
ereditati in gran parte dal contesto culturale, sociale e dall'educazione
ricevuta. Le nostre esperienze di vita sono altrettanto fondamentali nel
modellare il nostro paradigma, creando "memorie emozionali" e
abitudini di reazione. Ciò che viviamo non è solo un riflesso degli eventi
esterni, ma spesso sperimentiamo il mondo attraverso i filtri delle nostre
emozioni e di ciò che abbiamo dentro.
Lama Michel Rinpoche definisce i paradigmi o "visioni di mondo"
non come semplici concetti mentali, ma come il modo profondo in cui ognuno
percepisce e vive la realtà. È una totale certezza riguardo a una visione
generale della realtà.
Il paradigma dell’”Utopia materialista": questo è un modo di vedere
le cose dove si crede che la felicità (chiamiamolo pure il "Nirvana",
lo stato in cui si sta bene e non si soffre) si ottenga principalmente
cambiando le cose fuori di noi. Pensieri tipo: "Sarò felice quando avrò i
soldi per permettermi ciò che voglio, quando le persone si comporteranno come
voglio io, quando il mio corpo sarà perfetto, quando tutti mi valideranno".
È come se si costruisse un'immagine di come dovrebbe essere il mondo (lavoro,
persone, aspetto, tutto!) e si crede che, quando sarà così, finalmente si starà
bene. Cosa si fa, quindi? Si passa il tempo a cercare di ottenere quello che
si desidera, evitare quello che non si vuole e tenere stretto quello che non si
vuole perdere. Lo stress, la sofferenza, in questa visione, vengono dal
non avere quello che si vuole, dall'avere quello che non si vuole o dal perdere
quello a cui si è legati. E l'attaccamento più grande di tutti? È all'idea di
come, secondo chi ha questo paradigma, le cose devono essere.
È assurdo quanto si è attaccati alla personale versione della realtà. Ma,
onestamente, Lama Michel non ha mai visto nessuno raggiungere una felicità
sostenibile a lungo tempo cercando di controllare il mondo esterno, i soldi, il
potere, ecc.…. Quindi se non si ottiene ciò che si vuole, si prova
insoddisfazione, ansia, frustrazione, rabbia, invidia. Il corpo si tende, sale
il cortisolo e si sta mentalmente e fisicamente peggio.
La realtà è impermanente, e le cose che si vogliono trattenere o che si cercano
di ottenere sono in costante trasformazione. Il tentativo di controllare il
mondo esterno porta a soffrire non tanto per ciò che è, ma per ciò che dovrebbe
essere secondo l’idea individuale e non è. Questa illusione che tutto andrà
bene quando non ci saranno più problemi è qualcosa che "non regge".
Il paradigma dell’”Utopia spirituale", che non
ha nulla a che fare con le religioni: qui si crede che la felicità, lo stare
bene, si raggiunga principalmente con una trasformazione interiore. Dipende da
come si interagisce con il mondo, non tanto da come è il mondo fuori. Questa visione si concentra sullo sviluppo di
stati interiori sani (generosità, amore, gratitudine, eccetera) che portano
benessere, riconoscendo che stati negativi (avidità, egoismo, rabbia, ansia,
scontentezza, eccetera) causano sofferenza e stress.
Il passaggio a questo paradigma è definito come un cambiamento
di direzione e un cambio di paradigma. Non è qualcosa di automatico
o magicamente innato (sebbene, nel contesto buddista, una parte possa essere
portata di vita in vita), ma richiede sforzo, pazienza,
concentrazione, attenzione e costanza.
Si tratta di un processo graduale, un allenamento quotidiano che
avviene nelle circostanze di vita ordinarie e nelle difficoltà. È l'imparare a
"veleggiare o surfare" sull'onda della realtà adattandosi ad essa,
piuttosto che cercare di controllarla. Questo apprendimento implica osservare
sé stessi attraverso le interazioni con gli altri, accogliere le proprie
contraddizioni, riconoscere le proprie abitudini (anche quelle dannose come la
vittimizzazione), far tesoro delle esperienze quotidiane (quando rispondiamo
male, quando abbiamo un gesto gentile senza aspettarci nulla, quando togliamo
qualcosa o siamo generosi), osserviamo come ci sentiamo dopo ogni pensiero,
frase azione e cerchiamo di scegliere consapevolmente quali aspetti nutrire…di
mettere energia negli aspetti che ci fanno stare bene in modo sostenibile e a
lungo.
Ognuno vive nel suo paradigma, ed è come se usassimo filtri
diversi per guardare la stessa cosa. Parliamo tra noi, ma è come se cercassimo
di capirci parlando lingue diverse, usando le stesse parole ma intendendo cose
totalmente opposte. Capire che ognuno vive nel suo paradigma è saggezza,
non cerchiamo di far vivere tutti nel nostro.
Spesso soffriamo non per quello che c'è, ma per quello
che secondo noi dovrebbe esserci e non c'è. È basato sulla nostra idea di
come le cose dovrebbero andare. E quando stiamo male per le nostre tensioni
interne (rabbia, ansia, senso di ingiustizia, frustrazione, eccetera), cosa
facciamo spesso? Ci vittimizziamo! "Sto male, ma non è colpa
mia! È colpa tua che hai fatto quello!". Invece di guardare dentro,
diamo la colpa fuori. Ma se non ci prendiamo cura di noi stessi e non cerchiamo
di stare bene, non possiamo aspettarci che siano gli altri a farlo al posto
nostro.
La vita non è un film dove "Vissero felici e contenti per sempre". Le
difficoltà sono normali e importantissime! Sono le opportunità per imparare e a
renderci conto a che punto siamo attraverso il modo di gestire la situazione
che abbiamo di fronte. Invece di lamentarci possiamo domandarci “Questo è, cosa
posso fare?”
Un altro aspetto: siamo pieni di contraddizioni! Non
siamo un blocco unico. Ci sono momenti in cui siamo gentili, momenti in cui non
lo siamo. A volte diciamo la verità, a volte cediamo alla bugia. Accoglienti e respingenti
per la stessa persona allo stesso tempo? Certo che sì! Siamo un flusso costante
di sentimenti diversi. È fondamentale guardarsi dentro, vedere tutti questi
aspetti, anche quelli "non belli" o contraddittori, e accoglierli con
affetto. Non fare finta che l'ombra non ci sia, perché prima o poi ci travolge.
Una volta che vediamo e accogliamo tutti i nostri aspetti, possiamo
scegliere quale nutrire di più. Le abitudini funzionano così: le manteniamo e
le aumentiamo ripetendole, le diminuiamo non ripetendole. È semplice, ma non
facile. Dobbiamo allenarci. Dove? Nella vita di tutti i giorni. In famiglia, a scuola,
al lavoro… in qualsiasi situazione ci troviamo, possiamo decidere di dare il
peggio o il meglio di noi.
E il cambiamento? È graduale! Non possiamo diventare la versione migliore di noi dall'oggi al domani. Non funziona così. La natura ci insegna che le cose crescono piano piano. Cerchiamo di essere come la formica, non come la pulce. La pulce fa grandi salti e si ferma. La formica fa piccoli passi, ma non si ferma mai.
Pur ereditando paradigmi che ci orientano verso una visione
materialista (basata sul controllo delle condizioni esterne per ottenere
felicità), questa si rivela un'illusione che non regge nel tempo,
generando sofferenza a causa dell'attaccamento all'impermanenza e all'idea di
come le cose dovrebbero essere. Il paradigma spirituale, che
cerca la felicità nella trasformazione interna e nel modo di interagire con la
realtà, è un percorso che si apprende gradualmente attraverso
l'esperienza, l'osservazione di sé e una pratica costante, spesso intrapreso
quando si realizza l'inefficacia della ricerca di felicità solo all'esterno.

Hai espresso con grande profondità un’esperienza umana molto comune: quella del dolore come innesco di un risveglio interiore. Le parole che usi – “fango”, “malessere”, “condizionamenti”, “ricerca” – risuonano profondamente.
RispondiElimina"Come il fiore di loto sorge dal fango, immacolato, così l’illuminato emerge dalle sofferenze del mondo." (Dhammapada, v. 58–59)
Il loto, simbolo del risveglio, nasce nel fango, ma non ne è sporcato. Allo stesso modo, il disagio esistenziale può diventare l’inizio di un percorso verso una maggiore consapevolezza, se lo si guarda con sincerità e apertura.
Come accenni tu, però, molte persone restano imprigionate nei "paradigmi disfunzionali" senza neanche accorgersene. Questo è ciò che nel Buddhismo viene chiamata ignoranza, cioè la mancanza di visione chiara sulla natura della realtà. Ed è proprio questa ignoranza che perpetua la sofferenza.
Il paragone con Fahrenheit 451 è molto calzante: un mondo dove la libertà di pensiero è repressa e la coscienza viene addormentata da stimoli superficiali. Anche nel mondo attuale, molti vivono immersi in un sistema che distrae, consuma, e confonde, impedendo spesso di rivolgere lo sguardo dentro di sé.
Il Buddha, però, ha insegnato che la consapevolezza e la comprensione profonda possono rompere questa catena. Il cammino – che può essere psicologico, filosofico, spirituale a seconda delle inclinazioni personali – diventa quindi una via di liberazione, di emersione dal fango.