Ci sono momenti della vita in cui una frase riesce a
contenere qualcosa che abbiamo cercato per anni attraverso pensieri, pratiche,
insegnamenti e risposte. Per me, in questo periodo, quella frase è questa:
Non è una frase che mi dice di smettere di desiderare. Non mi chiede di convincermi che non ho bisogno di nessuno. Non mi invita a trasformare la solitudine in una virtù spirituale. Mi chiede qualcosa di più difficile: stare davanti a ciò che c’è senza aggiungere continuamente ciò che, secondo me, dovrebbe esserci.
Sto attraversando un percorso spirituale. Incontro insegnamenti diversi, prospettive diverse, linguaggi diversi. Alcuni parlano di presenza, altri di consapevolezza, altri ancora di attaccamento, compassione, ego, sofferenza. Non tutto coincide, e non credo debba necessariamente coincidere. Posso ascoltare, osservare ciò che risuona e, allo stesso tempo, mantenere il discernimento.
Una delle cose su cui mi sto interrogando è il rapporto con il bisogno. Nel percorso spirituale si parla spesso di libertà interiore, di non dipendere dalle circostanze, di non cercare fuori di noi ciò che dovrebbe nascere dentro. Sono insegnamenti preziosi. Ma possono essere facilmente fraintesi. Possono diventare una nuova forma di controllo. Posso cominciare a pensare che, se sono davvero consapevole, non dovrei sentire la mancanza di nessuno. Se ho lavorato abbastanza sul mio ego, la solitudine non dovrebbe più farmi male.
Allora accade qualcosa di curioso: invece di osservare il mio dolore, comincio a giudicarlo.
«Non dovrei sentirmi così.»
«Dovrei essere sufficiente a me stessa.»
«Devo imparare a non avere bisogno degli altri.»
Ma chi è quel «Dovrei»? Spesso è ancora la mente che cerca di arrivare a una condizione ideale. Anche il desiderio di essere spiritualmente distaccati può diventare un attaccamento. La questione, allora, forse non è eliminare il bisogno, ma comprenderlo. Essere capaci di stare da soli non significa non desiderare la presenza degli altri. E desiderare la presenza degli altri non significa necessariamente essere dipendenti.
C'è una differenza tra dire «Ho bisogno che qualcuno ci sia perché io possa stare bene» e dire «Vorrei condividere il cammino con qualcuno». La prima frase contiene una delega: la mia stabilità dipende da ciò che l'altro farà. La seconda contiene un desiderio umano. Non vedo una contraddizione tra l'essere interiormente autonomi e il desiderare profondamente condivisione. Siamo esseri relazionali. La solitudine può essere una scelta, una condizione temporanea, una necessità, oppure qualcosa che ci viene imposto dalle circostanze. E queste esperienze non sono equivalenti.
Ci sono persone che scelgono di stare sole e stanno bene. Ci sono persone circondate da molti altri che sono profondamente sole. Ci sono momenti in cui una persona vorrebbe semplicemente avere qualcuno con cui condividere una parte della propria esperienza e non può farlo.
Questo è il mio punto di partenza.
Non voglio trasformare la solitudine in una prova spirituale che devo superare.
Non voglio neppure raccontarmi che «va tutto bene» quando una parte di me sente che qualcosa manca.
Posso riconoscere entrambe le cose. Posso stare bene e sentire la mancanza. Posso essere grata per ciò che ho e desiderare qualcosa che ancora non c'è. Posso essere capace di stare con me stessa e avere voglia di stare con qualcun altro. Le contraddizioni, forse, non sono sempre problemi da risolvere. A volte sono semplicemente la forma che assume la realtà.
La frase «Sono qui, con ciò che c'è, e per ora questo è sufficiente» nasce proprio da questo.
Dice: «Questo è ciò che c'è.»
Quando non accetto una situazione, spesso creo una seconda realtà nella mia mente. Alla realtà concreta aggiungo il confronto con quella immaginata.
C'è ciò che accade e c'è ciò che penso dovrebbe accadere.
C'è la mia vita e c'è la vita che immagino avrei dovuto avere.
C'è il presente e c'è il continuo confronto con un futuro che non conosco.
Gran parte della sofferenza può nascere proprio da questa distanza.
Non necessariamente dal fatto in sé, ma dalla resistenza al fatto.
La solitudine può fare male. Non devo negarlo. Ma posso
osservare il momento esatto in cui al dolore si aggiunge il pensiero: «Non
dovrebbe essere così». Posso osservare la paura che questo periodo duri per
sempre. Osservare il bisogno di sapere quando cambierà tutto. Posso osservare
persino il desiderio di smettere di desiderare. Tutto questo può essere visto.
Vedere è già diverso dal combattere. Questa è una delle cose che sto imparando:
la presenza non significa rendere piacevole ciò che c'è. Significa smettere,
almeno per un momento, di chiedere alla realtà di essere diversa per poterla
abitare.
Non significa passività. Se domani avrò la possibilità di creare nuove
relazioni, lo farò. Se incontrerò una persona con cui condividere qualcosa di
autentico, ne sarò felice. Se potrò uscire, partecipare a un gruppo, conoscere
qualcuno, coltivare un'amicizia, non rifiuterò tutto questo in nome del
distacco.
Il non attaccamento non è indifferenza. Posso andare verso la vita senza
pretendere che la vita mi garantisca un risultato. Forse questa è una forma più
matura di libertà. Fare spazio al desiderio senza trasformarlo in una
condizione.
«Vorrei.» Non necessariamente: «Deve accadere.»
«Mi manca.» Non necessariamente: «Senza questo non posso stare bene.»
«Spero.» Non necessariamente: «Se non accadrà, la mia vita sarà sbagliata.»
C'è una grande libertà in questo piccolo spazio, ed è uno
spazio che non sempre riesco ad abitare.
A volte il desiderio prende il sopravvento. A volte mi sento stanca di essere
forte. A volte vorrei semplicemente poter condividere con una persona.
Anche questo fa parte del presente. Non devo essere sempre centrata. Non devo
trasformare ogni emozione in una lezione. Non devo fare della mia sofferenza un
progetto spirituale. Posso semplicemente sentirla ed è proprio qui che il
percorso diventa concreto. Non quando riesco a ripetere le parole giuste, ma
quando arriva qualcosa che non avevo scelto e posso rimanere con quello che
sento senza costruirci immediatamente sopra un'identità.
«Sono sola» può diventare «sono una persona sola».
La mente tende a trasformare l'esperienza in definizione. La consapevolezza può
interrompere questo passaggio. Sono qui, per ora. Non «sono questo». Sono qui,
in questo momento, con questa situazione, con questo corpo, con questa mente,
con questo desiderio. E non so cosa verrà dopo.
Quel «per ora» della frase è importante proprio per questo.
Per ora. Non per sempre. Non devo fare un voto alla solitudine. Non devo
decidere che non avrò più bisogno degli altri. Non devo convincermi che ciò che
desidero non mi interessa. Per ora, questa è la mia realtà. E posso viverla.
Forse accettare non significa dire «mi piace». Significa smettere di aggiungere
una guerra a qualcosa che già esiste. La vita non mi sta chiedendo di essere
d'accordo con tutto ciò che accade. Mi sta chiedendo, semplicemente, di
esserci.
E allora torno alla frase: “Sono qui, con ciò che c'è, e per ora questo è
sufficiente.»
La ripeto quando sento che la mente vuole andare troppo avanti. Quando vuole
sapere quando cambierà tutto. Quando vuole trovare una spiegazione. Quando
vuole convincermi che dovrei essere diversa da come sono.
Sono qui con ciò che c'è. Non con ciò che vorrei ci fosse. Per ora. Non devo
conoscere il resto della storia. Questo è sufficiente perché posso vivere
questo momento senza aspettare che diventi un altro momento.
La pace non consiste nell'avere finalmente tutto ciò che desideriamo. Consiste
nel non rimandare la possibilità di essere presenti fino a quando arriverà ciò
che desideriamo, sé è giusto per noi.
Questo non cancella il desiderio. Lo rende più leggero. Posso desiderare la
connessione. Posso desiderare l'amicizia, la condivisione, una presenza umana
autentica.
Posso sentire la mancanza e posso comunque tornare qui.
A questa giornata. A questo respiro. A questa vita, così com'è oggi.
Non so quanto durerà questa fase. Non so cosa porterà il futuro.

