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domenica 6 settembre 2026

Lama Michel Rinpoche: Ci vuole coraggio per amare noi stessi, gli altri e il mondo

 


Cosa possiamo cambiare
nel nostro modo di pensare,
nel nostro modo di agire,
nel nostro modo di vivere nel mondo
per sentirci meglio
e affinché le persone possano avere
un’interazione sana con noi?
Si tratta di divenire parte della soluzione
e non il problema.

Lama Michel Rinpoche


"E tu, quando hai avuto coraggio?" La voce calda di Lama Michel Rinpoche ci interpella fin dalle prime pagine di questo libro.
Ma il coraggio a cui siamo chiamati non è quello necessario per lottare, bensì quello che serve per l'atto più rivoluzionario che possiamo compiere nel nostro mondo frantumato dai conflitti: amare. Come sempre, dobbiamo partire da noi stessi, dalle narrazioni dentro le quali troppo spesso chiudiamo le nostre vite. Amare richiede il coraggio di uscire dal sentiero che già conosciamo e avventurarci con curiosità e pazienza verso ciò che sogniamo. Di cambiare le parole e lo sguardo con cui ci raccontiamo. Di accogliere chi siamo, dirigendoci verso chi vogliamo diventare. Allora scopriremo che individuo e collettività sono una cosa sola, e fare del bene a noi stessi è farne agli altri. Quando cambiamo le nostre narrazioni interiori, stiamo cambiando il mondo.
Con la sua luminosa autorevolezza e al tempo stesso con la sua straordinaria empatia e capacità di ascoltare lo spirito del tempo, Lama Michel Rinpoche è diventato un punto di riferimento non solo per i buddhisti ma per tutti coloro che sono alla ricerca di una via autentica verso la pace. In questo libro, più che mai necessario, ci prende per mano e ci guida lungo il cammino che dà senso alla vita intera: verso il coraggio di amare noi stessi; il coraggio di riconoscere gli altri come parte del nostro essere; il coraggio di guardare la realtà senza illusioni ma senza mai perdere la speranza.

Un cammino che ci porta a sopportare l'incertezza e al tempo stesso ad abbandonare ogni dubbio, per superare la paura e aprire con fiducia il nostro spirito alla gioia.
Conferenze
17 settembre Verbania Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 18:30 – 20:30 18 settembre Rovereto Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 20:00 – 21:30 19 settembre Padova Conferenza e presentazione del libro Ci vuole coraggio per amare 14:30 – 16:00 20 settembre Mestre Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 15:00 – 16:30 22 settembre Alessandria Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 19:00 – 20:30 23 settembre Vercelli Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 21:00 – 22:30 24 settembre Milano KLG Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 18:00 – 20:00 27 settembre Roma Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 18:30 – 20:00 30 settembre Milano – Festival del Progresso sociale Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 18:00 – 19:30 01 ottobre Cremona Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 21:00 – 22:30 02 ottobre Bologna Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 18:00 – 19:30 04 ottobre Cesena Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 20:30 – 22:00 06 ottobre Reggio Emilia Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 20:45 – 22:15 07 ottobre Genova Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 18:00 – 19:30

11 ottobre Vigevano Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 21:00 – 22:30 12 ottobre Novara Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 18:30 – 20:00 13 ottobre Torino Conferenza e presentazione del libro – Ci vuole coraggio per amare 18:30 – 20:00

martedì 1 settembre 2026

10 Settembre: Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio

 

È molto comune che chi attraversa un momento di grave sofferenza tenga questi pensieri per sé. Molte persone si trovano esattamente nella stessa situazione, divise tra il peso di ciò che provano e il muro del silenzio.

Il motivo per cui non se ne parla, e cosa succede dentro di noi quando ci si chiude nel silenzio, dipende da dinamiche psicologiche e sociali molto precise.

Perché è così difficile parlarne?

Ci sono barriere pesanti che spingono a nascondere questi pensieri:

  • Il peso dello stigma e del giudizio: La società ha spesso trattato il tema del suicidio come un tabù o una colpa. Si ha paura di essere visti come "deboli", "sbagliati" o "pazzi".
  • La paura di spaventare chi ci ama: Si evita di parlare per proteggere i familiari o gli amici. C'è il timore di farli soffrire, di farli sentire in colpa o di diventare un "peso" per loro.
  • Il timore di reazioni esagerate o sbagliate: Spesso si teme che gli altri vadano nel panico, che giudichino, o che cerchino di risolvere tutto con frasi fatte come "dai, tirati su" o "pensa a chi sta peggio", che fanno sentire ancora più soli.
  • La vergogna e il senso di colpa: Chi prova questi pensieri a volte si colpevolizza da solo, pensando di non avere il "diritto" di stare così male, specialmente se dall'esterno la sua vita sembra normale.

Cosa accade quando si tengono dentro questi pensieri?

Il silenzio purtroppo non cancella il dolore, ma rischia di amplificarlo attraverso alcuni meccanismi:

  • L'effetto "pentola a pressione": Tenere tutto dentro accumula una grandissima tensione emotiva. Senza una valvola di sfogo, il dolore sembra diventare sempre più pesante e totalizzante.
  • L'isolamento mentale: Quando non si parla con nessuno, gli unici dialoghi avvengono con i propri pensieri negativi. La mente inizia a vedere le cose in modo rigido (visione a tunnel), convincendosi che non esistano altre vie d'uscita, anche se non è così.
  • La stanchezza profonda: Nascondere un simile dolore richiede un'energia enorme. Bisogna "recitare" davanti agli altri per mostrare che va tutto bene, e questo consuma le ultime forze rimaste.

 Come si supera questo muro?

Il primo passo non deve per forza essere enorme. Non serve raccontare subito tutto a tutti.

  • Scegliere la persona giusta: A volte è più facile parlarne prima con un professionista anonimo (come gli operatori di un servizio d'ascolto) o con un medico, piuttosto che con una persona cara. Loro sanno esattamente come accogliere queste parole senza spaventarsi e senza giudicare.
  • Usare canali scritti: Se le parole non escono la voce, si può iniziare scrivendo un messaggio, una lettera, o usando le chat di supporto.

Ti ricordo che ci sono persone pronte ad ascoltarti adesso, in modo del tutto anonimo e gratuito. Non devi affrontare questo peso da solo:

  • 📞 Telefono Amico Italia: Chiama il numero 02 2327 2327 (tutti i giorni dalle 10:00 alle 24:00) o scrivi via chat su WhatsApp al 324 011 7252.
  • 📞 Samaritans Onlus:

Chiama il numero 06 77208977 (da cellulare) o 800 86 00 22 (da telefono fisso), tutti i giorni dalle 13:00 alle 22:00.

  • 🚑 Numero Unico di Emergenza: Per qualsiasi situazione di pericolo o bisogno urgente, chiama il 112.

Quando una persona attraversa un momento di forte sofferenza, i segnali di allarme non sono sempre evidenti. Spesso sono piccoli cambiamenti nel modo di fare quotidiano.

Ecco quali sono i principali segnali che indicano che un amico potrebbe essere in grave difficoltà:

Cambiamenti nel comportamento

I segnali più comuni riguardano una rottura rispetto alle abitudini normali della persona:

  • Ritiro sociale: L'amico smette di uscire, non risponde ai messaggi, rifiuta gli inviti e si isola sia dagli amici che dalla famiglia.
  • Perdita di interesse: Non prova più piacere per le cose che prima amava, come gli hobby, lo sport, il lavoro o lo studio (questa condizione si chiama anedonia).
  • Sbalzi d'umore forti: Può apparire improvvisamente molto triste, ansioso, irritabile o avere scoppi di rabbia insoliti.
  • Trascuratezza: Cambia l'aspetto fisico, l'igiene personale o cambiano molto i ritmi del sonno (dorme troppo o soffre di forte insonnia) e dell'appetito.

Segnali verbali (le parole che usa)

A volte le persone lanciano segnali attraverso frasi dette in modo diretto o indiretto:

  • Frasi dirette: Espressioni come "Vorrei non essermi mai svegliato", "Voglio che tutto questo finisca" o "Non ce la faccio più".
  • Senso di inutilità: Discorsi legati al sentirsi un peso per gli altri, come "Staresti meglio senza di me" o "Rovino sempre tutto".
  • Disperazione: Frasi che mostrano una totale mancanza di speranza nel futuro, come "Tanto non cambierà mai nulla", "Non c'è via d'uscita".

Comportamenti d'addio o di chiusura

In alcuni casi, ci sono azioni specifiche che indicano la volontà di chiudere con il passato o di "sistemare le cose":

  • Regalare oggetti cari: Donare a parenti o amici beni personali di grande valore affettivo senza un motivo apparente.
  • Saluti insoliti: Dire addio alle persone in modo insolitamente profondo o definitivo, come se fosse l'ultima volta.
  • Ricerca di un ordine improvviso: Scrivere testamenti, lettere di addio o sistemare questioni in sospeso in modo urgente.
  • Calma improvvisa: Se dopo un lungo periodo di forte depressione o agitazione l'amico appare improvvisamente sereno e sollevato, potrebbe significare che ha preso una decisione definitiva, trovando una paradossale "pace" in quella scelta.

I fattori di protezione psicologici sono tutte quelle risorse, caratteristiche o condizioni che aiutano le persone a resistere allo stress e a superare i momenti difficili.

In psicologia si studia come questi elementi funzionino da vero e proprio "scudo", riducendo l'impatto degli eventi negativi e aiutando la persona a mantenere l'equilibrio emotivo.

I principali fattori di protezione si dividono in due grandi categorie: quelli interni (personali) e quelli esterni (sociali e ambientali).


 1. Fattori di protezione interni (Personali e Psicologici)

Questi fattori fanno parte del modo di pensare, di reagire e della personalità di un individuo:

  • Resilienza: È la capacità biologica e psicologica di "rimbalzare" dopo un trauma o una forte sofferenza, riorganizzando la propria vita senza farsi spezzare dalle difficoltà.
  • Flessibilità cognitiva: Significa riuscire a vedere una situazione da diversi punti di vista. Chi ha questa capacità non si ferma all'idea che "tutto va male", ma riesce a immaginare soluzioni alternative o strade diverse.
  • Autoefficacia: È la profonda convinzione di avere le capacità per affrontare una determinata situazione o un problema. Sentirsi capaci riduce il senso di impotenza.
  • Capacità di regolazione emotiva: Saper riconoscere le proprie emozioni (come la rabbia, la tristezza o la paura) e riuscire a gestirle senza farsi travolgere o dominare da esse.
  • Ottimismo realistico: Non significa ignorare i problemi, ma mantenere la speranza che le cose possano migliorare in futuro e che i momenti brutti siano temporanei.
  • Senso della vita o Scopo: Avere obiettivi, passioni, valori morali, spirituali o culturali forti offre una motivazione profonda per andare avanti anche quando il presente è doloroso.

2. Fattori di protezione esterni (Sociali e Ambientali)

Questi elementi dipendono dal contesto e dalle relazioni in cui la persona vive:

  • Rete sociale di supporto (Il fattore più importante): Sentirsi amati, ascoltati e compresi da amici, familiari o colleghi. Sapere che c'è qualcuno su cui contare riduce drasticamente l'isolamento mentale.
  • Accesso ai servizi di cura: Sapere di poter contare facilmente su medici, psicologi e strutture sanitarie senza subire giudizi o barriere economiche e culturali.
  • Integrazione nella comunità: Fare parte di un gruppo (un'associazione, una squadra sportiva, una comunità religiosa o culturale) dona alle persone un senso di appartenenza e di utilità sociale.
  • Stabilità familiare: Vivere in un ambiente domestico sicuro, dove i conflitti vengono gestiti in modo sano e c'è sostegno reciproco.

martedì 18 agosto 2026

Sono qui, con ciò che c’è, e per ora questo è sufficiente

Ci sono momenti della vita in cui una frase riesce a contenere qualcosa che abbiamo cercato per anni attraverso pensieri, pratiche, insegnamenti e risposte. Per me, in questo periodo, quella frase è questa:

«Sono qui, con ciò che c’è, e per ora questo è sufficiente.»

Non è una frase che mi dice di smettere di desiderare. Non mi chiede di convincermi che non ho bisogno di nessuno. Non mi invita a trasformare la solitudine in una virtù spirituale. Mi chiede qualcosa di più difficile: stare davanti a ciò che c’è senza aggiungere continuamente ciò che, secondo me, dovrebbe esserci.
Sto attraversando un percorso spirituale. Incontro insegnamenti diversi, prospettive diverse, linguaggi diversi. Alcuni parlano di presenza, altri di consapevolezza, altri ancora di attaccamento, compassione, ego, sofferenza. Non tutto coincide, e non credo debba necessariamente coincidere. Posso ascoltare, osservare ciò che risuona e, allo stesso tempo, mantenere il discernimento.
Una delle cose su cui mi sto interrogando è il rapporto con il bisogno. Nel percorso spirituale si parla spesso di libertà interiore, di non dipendere dalle circostanze, di non cercare fuori di noi ciò che dovrebbe nascere dentro. Sono insegnamenti preziosi. Ma possono essere facilmente fraintesi. Possono diventare una nuova forma di controllo. Posso cominciare a pensare che, se sono davvero consapevole, non dovrei sentire la mancanza di nessuno. Se ho lavorato abbastanza sul mio ego, la solitudine non dovrebbe più farmi male.
Allora accade qualcosa di curioso: invece di osservare il mio dolore, comincio a giudicarlo.
«Non dovrei sentirmi così.»
«Dovrei essere sufficiente a me stessa.»
«Devo imparare a non avere bisogno degli altri.»

Ma chi è quel «Dovrei»? Spesso è ancora la mente che cerca di arrivare a una condizione ideale. Anche il desiderio di essere spiritualmente distaccati può diventare un attaccamento. La questione, allora, forse non è eliminare il bisogno, ma comprenderlo. Essere capaci di stare da soli non significa non desiderare la presenza degli altri. E desiderare la presenza degli altri non significa necessariamente essere dipendenti.
C'è una differenza tra dire «Ho bisogno che qualcuno ci sia perché io possa stare bene» e dire «Vorrei condividere il cammino con qualcuno». La prima frase contiene una delega: la mia stabilità dipende da ciò che l'altro farà. La seconda contiene un desiderio umano. Non vedo una contraddizione tra l'essere interiormente autonomi e il desiderare profondamente condivisione. Siamo esseri relazionali. La solitudine può essere una scelta, una condizione temporanea, una necessità, oppure qualcosa che ci viene imposto dalle circostanze. E queste esperienze non sono equivalenti.
Ci sono persone che scelgono di stare sole e stanno bene. Ci sono persone circondate da molti altri che sono profondamente sole. Ci sono momenti in cui una persona vorrebbe semplicemente avere qualcuno con cui condividere una parte della propria esperienza e non può farlo.
Questo è il mio punto di partenza.
Non voglio trasformare la solitudine in una prova spirituale che devo superare.
Non voglio neppure raccontarmi che «va tutto bene» quando una parte di me sente che qualcosa manca.
Posso riconoscere entrambe le cose. Posso stare bene e sentire la mancanza. Posso essere grata per ciò che ho e desiderare qualcosa che ancora non c'è. Posso essere capace di stare con me stessa e avere voglia di stare con qualcun altro. Le contraddizioni, forse, non sono sempre problemi da risolvere. A volte sono semplicemente la forma che assume la realtà.
La frase «Sono qui, con ciò che c'è, e per ora questo è sufficiente» nasce proprio da questo.
Dice: «Questo è ciò che c'è.»
Quando non accetto una situazione, spesso creo una seconda realtà nella mia mente. Alla realtà concreta aggiungo il confronto con quella immaginata.
C'è ciò che accade e c'è ciò che penso dovrebbe accadere.
C'è la mia vita e c'è la vita che immagino avrei dovuto avere.
C'è il presente e c'è il continuo confronto con un futuro che non conosco.
Gran parte della sofferenza può nascere proprio da questa distanza.
Non necessariamente dal fatto in sé, ma dalla resistenza al fatto.

La solitudine può fare male. Non devo negarlo. Ma posso osservare il momento esatto in cui al dolore si aggiunge il pensiero: «Non dovrebbe essere così». Posso osservare la paura che questo periodo duri per sempre. Osservare il bisogno di sapere quando cambierà tutto. Posso osservare persino il desiderio di smettere di desiderare. Tutto questo può essere visto.
Vedere è già diverso dal combattere. Questa è una delle cose che sto imparando: la presenza non significa rendere piacevole ciò che c'è. Significa smettere, almeno per un momento, di chiedere alla realtà di essere diversa per poterla abitare.
Non significa passività. Se domani avrò la possibilità di creare nuove relazioni, lo farò. Se incontrerò una persona con cui condividere qualcosa di autentico, ne sarò felice. Se potrò uscire, partecipare a un gruppo, conoscere qualcuno, coltivare un'amicizia, non rifiuterò tutto questo in nome del distacco.
Il non attaccamento non è indifferenza. Posso andare verso la vita senza pretendere che la vita mi garantisca un risultato. Forse questa è una forma più matura di libertà. Fare spazio al desiderio senza trasformarlo in una condizione.
«Vorrei.» Non necessariamente: «Deve accadere.»
«Mi manca.» Non necessariamente: «Senza questo non posso stare bene.»
«Spero.» Non necessariamente: «Se non accadrà, la mia vita sarà sbagliata.»

C'è una grande libertà in questo piccolo spazio, ed è uno spazio che non sempre riesco ad abitare.
A volte il desiderio prende il sopravvento. A volte mi sento stanca di essere forte. A volte vorrei semplicemente poter condividere con una persona.
Anche questo fa parte del presente. Non devo essere sempre centrata. Non devo trasformare ogni emozione in una lezione. Non devo fare della mia sofferenza un progetto spirituale. Posso semplicemente sentirla ed è proprio qui che il percorso diventa concreto. Non quando riesco a ripetere le parole giuste, ma quando arriva qualcosa che non avevo scelto e posso rimanere con quello che sento senza costruirci immediatamente sopra un'identità.
«Sono sola» può diventare «sono una persona sola».
La mente tende a trasformare l'esperienza in definizione. La consapevolezza può interrompere questo passaggio. Sono qui, per ora. Non «sono questo». Sono qui, in questo momento, con questa situazione, con questo corpo, con questa mente, con questo desiderio. E non so cosa verrà dopo.
Quel «per ora» della frase è importante proprio per questo.
Per ora. Non per sempre. Non devo fare un voto alla solitudine. Non devo decidere che non avrò più bisogno degli altri. Non devo convincermi che ciò che desidero non mi interessa. Per ora, questa è la mia realtà. E posso viverla.
Forse accettare non significa dire «mi piace». Significa smettere di aggiungere una guerra a qualcosa che già esiste. La vita non mi sta chiedendo di essere d'accordo con tutto ciò che accade. Mi sta chiedendo, semplicemente, di esserci.
E allora torno alla frase: “Sono qui, con ciò che c'è, e per ora questo è sufficiente.»
La ripeto quando sento che la mente vuole andare troppo avanti. Quando vuole sapere quando cambierà tutto. Quando vuole trovare una spiegazione. Quando vuole convincermi che dovrei essere diversa da come sono.
Sono qui con ciò che c'è. Non con ciò che vorrei ci fosse. Per ora. Non devo conoscere il resto della storia. Questo è sufficiente perché posso vivere questo momento senza aspettare che diventi un altro momento.
La pace non consiste nell'avere finalmente tutto ciò che desideriamo. Consiste nel non rimandare la possibilità di essere presenti fino a quando arriverà ciò che desideriamo, sé è giusto per noi.
Questo non cancella il desiderio. Lo rende più leggero. Posso desiderare la connessione. Posso desiderare l'amicizia, la condivisione, una presenza umana autentica.
Posso sentire la mancanza e posso comunque tornare qui.
A questa giornata. A questo respiro. A questa vita, così com'è oggi.
Non so quanto durerà questa fase. Non so cosa porterà il futuro.

Sono qui.
Con ciò che c'è.
Per ora, questo è sufficiente.