Lama Michel Rinpoche
Lama Michel Rinpoche
Il motivo per cui non se ne parla, e cosa succede dentro di
noi quando ci si chiude nel silenzio, dipende da dinamiche psicologiche e
sociali molto precise.
Perché è così difficile
parlarne?
Ci sono barriere pesanti che spingono a nascondere questi
pensieri:
Cosa accade quando si
tengono dentro questi pensieri?
Il silenzio purtroppo non cancella il dolore, ma rischia di
amplificarlo attraverso alcuni meccanismi:
Come si supera questo
muro?
Il primo passo non deve per forza essere enorme. Non serve
raccontare subito tutto a tutti.
Ti ricordo che ci sono persone pronte ad ascoltarti adesso,
in modo del tutto anonimo e gratuito. Non devi affrontare questo peso da solo:
Chiama il numero 06 77208977 (da cellulare) o 800
86 00 22 (da telefono fisso), tutti i giorni dalle 13:00 alle 22:00.
Quando una persona attraversa un momento di forte
sofferenza, i segnali di allarme non sono sempre evidenti. Spesso sono piccoli
cambiamenti nel modo di fare quotidiano.
Ecco quali sono i principali segnali che indicano che un
amico potrebbe essere in grave difficoltà:
Cambiamenti nel
comportamento
I segnali più comuni riguardano una rottura rispetto alle
abitudini normali della persona:
Segnali verbali (le
parole che usa)
A volte le persone lanciano segnali attraverso frasi dette
in modo diretto o indiretto:
Comportamenti d'addio o
di chiusura
In alcuni casi, ci sono azioni specifiche che indicano la
volontà di chiudere con il passato o di "sistemare le cose":
I fattori di protezione psicologici sono tutte quelle
risorse, caratteristiche o condizioni che aiutano le persone a resistere allo
stress e a superare i momenti difficili.
In psicologia si studia come questi elementi funzionino da
vero e proprio "scudo", riducendo l'impatto degli eventi negativi e
aiutando la persona a mantenere l'equilibrio emotivo.
I principali fattori di protezione si dividono in due grandi
categorie: quelli interni (personali) e quelli esterni (sociali e
ambientali).
1. Fattori di
protezione interni (Personali e Psicologici)
Questi fattori fanno parte del modo di pensare, di reagire e
della personalità di un individuo:
2. Fattori di
protezione esterni (Sociali e Ambientali)
Questi elementi dipendono dal contesto e dalle relazioni in
cui la persona vive:
Ci sono momenti della vita in cui una frase riesce a
contenere qualcosa che abbiamo cercato per anni attraverso pensieri, pratiche,
insegnamenti e risposte. Per me, in questo periodo, quella frase è questa:
La solitudine può fare male. Non devo negarlo. Ma posso
osservare il momento esatto in cui al dolore si aggiunge il pensiero: «Non
dovrebbe essere così». Posso osservare la paura che questo periodo duri per
sempre. Osservare il bisogno di sapere quando cambierà tutto. Posso osservare
persino il desiderio di smettere di desiderare. Tutto questo può essere visto.
Vedere è già diverso dal combattere. Questa è una delle cose che sto imparando:
la presenza non significa rendere piacevole ciò che c'è. Significa smettere,
almeno per un momento, di chiedere alla realtà di essere diversa per poterla
abitare.
Non significa passività. Se domani avrò la possibilità di creare nuove
relazioni, lo farò. Se incontrerò una persona con cui condividere qualcosa di
autentico, ne sarò felice. Se potrò uscire, partecipare a un gruppo, conoscere
qualcuno, coltivare un'amicizia, non rifiuterò tutto questo in nome del
distacco.
Il non attaccamento non è indifferenza. Posso andare verso la vita senza
pretendere che la vita mi garantisca un risultato. Forse questa è una forma più
matura di libertà. Fare spazio al desiderio senza trasformarlo in una
condizione.
«Vorrei.» Non necessariamente: «Deve accadere.»
«Mi manca.» Non necessariamente: «Senza questo non posso stare bene.»
«Spero.» Non necessariamente: «Se non accadrà, la mia vita sarà sbagliata.»
C'è una grande libertà in questo piccolo spazio, ed è uno
spazio che non sempre riesco ad abitare.
A volte il desiderio prende il sopravvento. A volte mi sento stanca di essere
forte. A volte vorrei semplicemente poter condividere con una persona.
Anche questo fa parte del presente. Non devo essere sempre centrata. Non devo
trasformare ogni emozione in una lezione. Non devo fare della mia sofferenza un
progetto spirituale. Posso semplicemente sentirla ed è proprio qui che il
percorso diventa concreto. Non quando riesco a ripetere le parole giuste, ma
quando arriva qualcosa che non avevo scelto e posso rimanere con quello che
sento senza costruirci immediatamente sopra un'identità.
«Sono sola» può diventare «sono una persona sola».
La mente tende a trasformare l'esperienza in definizione. La consapevolezza può
interrompere questo passaggio. Sono qui, per ora. Non «sono questo». Sono qui,
in questo momento, con questa situazione, con questo corpo, con questa mente,
con questo desiderio. E non so cosa verrà dopo.
Quel «per ora» della frase è importante proprio per questo.
Per ora. Non per sempre. Non devo fare un voto alla solitudine. Non devo
decidere che non avrò più bisogno degli altri. Non devo convincermi che ciò che
desidero non mi interessa. Per ora, questa è la mia realtà. E posso viverla.
Forse accettare non significa dire «mi piace». Significa smettere di aggiungere
una guerra a qualcosa che già esiste. La vita non mi sta chiedendo di essere
d'accordo con tutto ciò che accade. Mi sta chiedendo, semplicemente, di
esserci.
E allora torno alla frase: “Sono qui, con ciò che c'è, e per ora questo è
sufficiente.»
La ripeto quando sento che la mente vuole andare troppo avanti. Quando vuole
sapere quando cambierà tutto. Quando vuole trovare una spiegazione. Quando
vuole convincermi che dovrei essere diversa da come sono.
Sono qui con ciò che c'è. Non con ciò che vorrei ci fosse. Per ora. Non devo
conoscere il resto della storia. Questo è sufficiente perché posso vivere
questo momento senza aspettare che diventi un altro momento.
La pace non consiste nell'avere finalmente tutto ciò che desideriamo. Consiste
nel non rimandare la possibilità di essere presenti fino a quando arriverà ciò
che desideriamo, sé è giusto per noi.
Questo non cancella il desiderio. Lo rende più leggero. Posso desiderare la
connessione. Posso desiderare l'amicizia, la condivisione, una presenza umana
autentica.
Posso sentire la mancanza e posso comunque tornare qui.
A questa giornata. A questo respiro. A questa vita, così com'è oggi.
Non so quanto durerà questa fase. Non so cosa porterà il futuro.
Viviamo nell’epoca della cecità volontaria. Camminiamo su un suolo che sanguina, respiriamo un’aria che brucia e consumiamo le risorse del domani come se fossimo l’ultima generazione destinata ad abitare questo pianeta. Ci accomodiamo nel nostro benessere quotidiano, ignorando il rumore di fondo del collasso che avanza. Ma la verità è un’eco che non si può spegnere, ed è la stessa che Michael Jackson urlava al mondo nel 1995 con “Earth Song”. Oggi, a distanza di decenni, quel grido non è solo attuale: è diventato la nostra condanna. È il resoconto contabile di un debito che stiamo rifiutando di pagare, ma che l’universo si sta già prendendo indietro. Questo meccanismo non ha nulla di magico o di sovrannaturale. Ha un nome preciso, millenario e scientifico nella sua spietata precisione:
Per troppo tempo l’Occidente ha derubricato il concetto di Karma a una sorta di bizzarra superstizione orientale, una punizione magica o un destino inevitabile. Niente di più falso. Karma significa, nella sua radice più pura, una cosa sola: Azione. È la legge primordiale di causa ed effetto.
Ogni passo che facciamo lascia un’impronta;
ogni albero abbattuto è un respiro in meno;
ogni fiume avvelenato è una goccia di tossina che prima o poi tornerà nel nostro bicchiere.
Il Karma è lo specchio cosmico che ci restituisce esattamente ciò che abbiamo proiettato nel mondo. Quando Michael Jackson nel suo videoclip mostrava la devastazione delle foreste, il massacro degli elefanti per l'avorio e i pianti dei popoli indigeni ridotti in cenere, non stava mettendo in scena un film di finzione. Stava filmando il nostro Karma. Stava mostrando la materializzazione fisica delle nostre azioni collettive.
Guardiamo il video di “Earth Song”. Spesso, di fronte a quelle immagini di devastazione totale seguite da una Terra che improvvisamente si rigenera, molti hanno gridato all'esagerazione. Hanno liquidato la tempesta finale, gli alberi che tornano in piedi e i morti che risorgono come un delirio hollywoodiano, una drammatizzazione eccessiva. Ma la verità è un'altra. Quella visione non è esagerata: è, nel migliore dei casi, ottimista. È l'interpretazione più speranzosa e generosa che si potesse dare del futuro umano. Perché Michael Jackson, in quel finale travolgente, non ha descritto la fine del mondo, ma ha illustrato il superamento del Karma negativo attraverso un’inversione immediata dell’agire umano. Ha mostrato cosa accadrebbe se l'umanità, nello stesso istante, cadesse in ginocchio, affondasse le mani nella terra ferita e decidesse, finalmente, di invertire la rotta.
Ma guardiamoci in faccia, oggi. Dov’è questa presa di coscienza collettiva? Nella realtà in cui respiriamo, la Terra non si rigenera con un colpo di vento teatrale. Se abbattiamo una foresta secolare, occorrono secoli perché la vita ritorni, ammesso che il suolo non sia diventato deserto prima. Il finale di “Earth Song” è un monumento all’ottimismo perché presuppone che l’uomo sia ancora capace di fermarsi. Presuppone che, davanti al baratro, l’istinto di conservazione e l’amore per il creato prevalgano sull’avidità.
Ma il Karma che stiamo accumulando ogni singolo giorno racconta una storia diversa. Racconta di accordi sul clima traditi, di foreste amazzoniche sacrificate per il pascolo intensivo, di oceani soffocati dalla plastica e di guerre per il controllo di risorse che stanno finendo. La reazione del pianeta non sarà un miracolo coreografico: sarà, e lo è già, la nostra estinzione ordinata e silenziosa.
“Cosa abbiamo fatto al mondo?”, recita il testo. “Ti sei mai fermato a guardare questa terra che piange, queste sponde che piangono?”. Queste domande non sono rivolte a entità astratte, ai governi o alle multinazionali. Sono rivolte a te. Sono rivolte a chiunque compri un oggetto usa e getta senza pensare a dove finirà, a chi gira lo sguardo dall'altra parte di fronte alle ingiustizie, a chi pensa che il proprio piccolo, quotidiano egoismo non abbia un peso sul bilancio globale del pianeta. Il nostro agire quotidiano è il mattone con cui stiamo costruendo la nostra prigione. Crediamo di essere padroni della natura, ma siamo solo inquilini abusivi che stanno distruggendo la casa del locatore. E il locatore sta per sfrattarci. Il Karma non perdona l'ignoranza. Non gli importa se non sapevi, se eri distratto o se pensavi che qualcun altro avrebbe risolto il problema. La terra risponde alla fisica dell'azione, non alle nostre buone intenzioni rimaste sulla carta.
Eppure, proprio nella definizione del Karma come azione risiede l’unica, disperata ancora di salvezza. Se il Karma fosse destino, saremmo spettatori impotenti di una tragedia già scritta. Ma poiché il Karma è azione, esso è intrinsecamente dinamico. Il futuro non è un binario morto; è una tela bianca che stiamo dipingendo con i gesti di questo esatto momento. L’ottimismo di “Earth Song” diventa allora un imperativo categorico, un barlume di luce nel buio più fitto. Ci dice che la direzione può essere cambiata, ma richiede un prezzo che non siamo ancora disposti a pagare: il sacrificio del nostro comfort egoistico. Richiede una rivoluzione interiore prima ancora che politica. Significa capire che l’elefante abbattuto in Africa o il bambino che piange tra le macerie di una guerra non sono “altri da noi”, ma parti dello stesso organismo vivente di cui facciamo parte. Se feriamo loro, stiamo conficcando un coltello nella nostra stessa carne.
Il tempo delle scuse è scaduto. Le piaghe della Terra sono visibili a occhio nudo: non servono scienziati per capire che il clima è impazzito, che la biodiversità sta scomparendo e che l’aria sta diventando irrespirabile. Siamo immersi fino al collo nel fango delle nostre stesse decisioni passate. Quello che Michael Jackson cantava con rabbia e disperazione era un avvertimento. Oggi quell'avvertimento è diventato cronaca quotidiana. Ogni volta che ascoltiamo quel brano, dovremmo sentire un brivido di vergogna lungo la schiena. Non è una bella canzone pop da canticchiare in macchina; è un atto di accusa.
Se vogliamo che il finale di “Earth Song” smetta di essere un’illusione cinematografica e diventi una possibilità concreta, dobbiamo riappropriarci del nostro Karma. Dobbiamo capire che la speranza non è un'attesa passiva che le cose migliorino da sole. La speranza è un atto di violenta opposizione allo status quo. Ottimismo significa credere che il nostro agire odierno, per quanto piccolo, possa deviare la traiettoria del disastro. Ma l'ottimismo senza azione è solo complicità con la distruzione. Alzati, guarda la terra sotto i tuoi piedi, ascolta il suo pianto e decidi, finalmente, da quale parte della storia vuoi stare. Perché il Karma sta arrivando, e non accetterà scuse.
Come iniziare? Da qui
Dicono che il comportamento del singolo conta poco rispetto alle grandi industrie, ai governi e alle decisioni economiche globali. È vero che la crisi ambientale non può essere risolta soltanto attraverso le scelte individuali. Servono politiche pubbliche, trasformazioni industriali, infrastrutture migliori e regole efficaci. Ma da questo non segue che le nostre azioni siano inutili.
Ogni acquisto, ogni spostamento, ogni oggetto che scegliamo di usare o di buttare contribuisce a mantenere in funzione un certo sistema di produzione e consumo. Una singola scelta può sembrare irrilevante. Milioni di scelte ripetute ogni giorno non lo sono.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere: «Che differenza può fare quello che faccio io?», ma: «Quale comportamento posso cambiare senza rendere la mia vita peggiore?».
Ce ne sono molti.
Una delle azioni più semplici è anche una delle più radicali: acquistare meno.
Non significa vivere nella privazione, rinunciare a tutto o trasformare la propria casa in uno spazio vuoto. Significa distinguere ciò che utilizziamo realmente da ciò che compriamo per impulso, abitudine, noia, compensazione emotiva, pubblicità o semplice disponibilità economica.
Ogni oggetto acquistato ha una storia prima di arrivare nelle nostre mani: materie prime estratte, energia utilizzata, acqua, lavorazione, imballaggio, trasporto, distribuzione. Alla fine della sua vita ci sarà anche un problema di riuso, riciclo o smaltimento.
Ridurre gli acquisti superflui significa evitare a monte una parte di questo impatto. E c'è un vantaggio molto concreto: il denaro che non spendiamo rimane nostro.
Smettere di acquistare compulsivamente può quindi migliorare contemporaneamente il bilancio personale e quello ambientale. Spendiamo meno, accumuliamo meno oggetti, abbiamo meno bisogno di spazio per conservarli, produciamo meno rifiuti e diminuiamo la domanda di nuovi beni. Il minimalismo, inteso in questo senso, non è una moda estetica. È una domanda molto semplice: «Quanto mi serve davvero per vivere bene?».
Non bisogna demonizzare il desiderio. Possiamo comprare qualcosa perché ci piace, e non c'è niente di sbagliato in questo. Il problema nasce quando l'acquisto diventa automatico. Prima di comprare possiamo fermarci qualche secondo e chiederci:
«Lo voglio o mi serve?»
«Se non fosse in offerta, lo comprerei comunque?»
«Possiedo già qualcosa che svolge la stessa funzione?»
«Quanto lo userò realmente?»
«Dove lo conserverò?»
«Tra un mese sarò ancora contento di averlo comprato?»
Queste domande introducono una piccola pausa tra l'impulso e l'azione. Ed è spesso proprio quella pausa a fare la differenza.
Un metodo molto semplice consiste nel non acquistare immediatamente ciò che abbiamo inserito in un carrello online. Lo lasciamo lì per 24 ore. Il giorno dopo lo riguardiamo.
Spesso il desiderio sarà rimasto. Ma altre volte sarà diminuito, e ci accorgeremo che non avevamo realmente bisogno di quell'oggetto. La tecnica funziona perché separa il desiderio momentaneo dalla decisione. Possiamo renderla ancora più efficace stabilendo una regola personale: per gli acquisti non necessari, nessun acquisto immediato. 24 ore per le piccole spese, qualche giorno o una settimana per quelle più costose.
Non è necessario applicare la regola a ogni acquisto quotidiano. Il suo scopo è interrompere il comportamento automatico.
«Era al 50%» non significa «ho risparmiato il 50%».
Se non avevamo bisogno dell'oggetto, abbiamo semplicemente speso denaro che altrimenti non avremmo speso. Uno sconto può essere conveniente quando riguarda qualcosa che avremmo acquistato comunque. Diventa invece uno strumento di consumo quando ci induce a comprare qualcosa soltanto perché costa meno.
Il vero risparmio, qualche volta, è non comprare.
Comprare meno significa spesso anche utilizzare meno plastica, soprattutto quando si riducono gli acquisti di prodotti confezionati, usa e getta o acquistati in quantità superiori alle necessità.
Possiamo scegliere prodotti sfusi quando sono realmente convenienti, usare contenitori riutilizzabili, borracce e borse durevoli, evitare prodotti monouso quando esiste un'alternativa pratica e acquistare confezioni proporzionate al consumo reale.
Non tutta la plastica è evitabile né tutta la plastica ha lo stesso impatto. Un contenitore riutilizzabile usato per anni non equivale a decine o centinaia di contenitori monouso. L'obiettivo non è eliminare ossessivamente ogni grammo di plastica dalla nostra vita, ma ridurre soprattutto quella che utilizziamo per pochi minuti e poi gettiamo.
Un oggetto rotto non è automaticamente un oggetto da buttare.
Prima di sostituirlo possiamo chiederci:
«Si può riparare?»
«Posso sostituire soltanto il pezzo danneggiato?»
«Quanto costerebbe ripararlo rispetto all'acquisto di uno nuovo?»
Allungare la vita degli oggetti riduce la necessità di produrne di nuovi e permette di sfruttare più a lungo le risorse già impiegate per realizzarli.
A volte la riparazione costa quasi quanto un prodotto nuovo. In quel caso la scelta può essere discutibile. Ma se un oggetto può essere riparato facilmente, sostituirlo automaticamente non è necessariamente la scelta più razionale.
L'abbigliamento è uno dei settori nei quali il consumo può diventare particolarmente rapido.
Un armadio pieno non significa necessariamente avere più possibilità di vestirsi bene.
Possiamo comprare meno capi, scegliere quelli che utilizzeremo davvero, preferire qualità e durata quando il costo e le condizioni lo permettono, riparare ciò che si può riparare e utilizzare più a lungo ciò che già possediamo.
Anche acquistare abiti di seconda mano può ridurre la domanda di nuovi prodotti, soprattutto quando sostituisce un acquisto nuovo anziché aggiungersi ad esso.
Prima di comprare qualcosa di nuovo possiamo guardare ciò che abbiamo già.
Questo vale per vestiti, mobili, cosmetici, utensili, libri, dispositivi elettronici, prodotti per la casa e moltissimi altri oggetti.
Spesso non abbiamo bisogno di una cosa nuova. Abbiamo bisogno di utilizzare meglio quella che possediamo.
Anche consumare completamente ciò che abbiamo prima di comprarne un altro evita sprechi: finire un prodotto cosmetico, utilizzare gli alimenti presenti in casa, sfruttare un quaderno fino alla fine, consumare i prodotti per la pulizia prima di sostituirli.
Il cibo che finisce nella spazzatura non è soltanto cibo sprecato.
Sono state utilizzate risorse per produrlo, acqua per coltivarlo, energia per lavorarlo e conservarlo, terreno, imballaggi e trasporti.
Possiamo pianificare meglio la spesa, controllare ciò che abbiamo già in frigorifero e dispensa, conservare correttamente gli alimenti, imparare a utilizzare gli avanzi e distinguere la data di scadenza dalla data di conservazione quando l'etichetta lo permette.
Anche acquistare quantità compatibili con il nostro reale consumo è una forma di rispetto per le risorse.
La produzione alimentare ha impatti molto diversi a seconda degli alimenti. In generale, ridurre il consumo di carne, in particolare quella bovina, può diminuire significativamente l'impronta ambientale della dieta.
Non è necessario trasformare l'alimentazione in una gara di perfezione.
Anche sostituire alcuni pasti a base di carne con legumi, cereali, verdure e altre fonti proteiche può essere una riduzione concreta. La continuità conta più del perfezionismo.
Dove l'acqua del rubinetto è potabile e di buona qualità, utilizzarla invece di acquistare continuamente bottiglie significa ridurre produzione, trasporto, imballaggi e rifiuti.
Una borraccia riutilizzabile può diventare una delle abitudini più semplici della giornata.
Camminare, andare in bicicletta, utilizzare i mezzi pubblici o condividere un viaggio possono ridurre consumi ed emissioni.
Non tutti possono farlo allo stesso modo. Chi vive in una zona rurale o deve percorrere grandi distanze per lavorare non ha le stesse possibilità di chi vive in una città ben servita.
Per questo non serve trasformare la mobilità sostenibile in una questione morale individuale. La domanda utile è: «Per gli spostamenti che posso realisticamente modificare, esiste un'alternativa?».
Anche lasciare l'auto a casa una o due volte alla settimana, quando è possibile, è meglio di niente.
I viaggi aerei possono avere un'impronta climatica rilevante, soprattutto quando diventano molto frequenti.
Non significa che nessuno debba più prendere un aereo. Significa interrogarsi sulla frequenza e sulla necessità di alcuni spostamenti.
Un viaggio di lavoro che può essere sostituito da una videoconferenza è una possibilità. Un viaggio personale che desideriamo davvero fare è un'altra cosa.
Ridurre la frequenza dei voli può avere un effetto molto maggiore di tante piccole rinunce quotidiane.
L'elettronica concentra molte materie prime, energia e processi produttivi.
Se un dispositivo funziona ancora, sostituirlo soltanto perché è uscito il modello successivo significa anticipare la fine della sua vita utile.
Possiamo mantenerlo, ripararlo quando possibile, sostituire la batteria se è conveniente e acquistare un nuovo dispositivo quando quello vecchio non soddisfa più realmente le nostre necessità.
Anche acquistare ricondizionato può essere una buona alternativa in molte situazioni.
Spegnere ciò che non serve, utilizzare il riscaldamento e il raffrescamento con temperature ragionevoli, evitare sprechi e scegliere apparecchi efficienti quando dobbiamo sostituirli sono azioni semplici. Ma anche qui serve proporzione. Non ha molto senso vivere nell'ansia per una lampadina accesa occasionalmente mentre continuiamo a comprare continuamente oggetti che non utilizziamo. L'impatto delle diverse azioni non è uguale. Conviene concentrarsi sulle fonti di consumo più significative.
Il riciclo è utile, ma viene dopo la riduzione e il riutilizzo.
Se possiamo evitare di produrre un rifiuto, è meglio che produrlo e poi riciclarlo.
Se possiamo utilizzare un oggetto molte volte, è generalmente meglio che usarlo una volta sola e riciclarlo.
La sequenza può essere pensata così:
ridurre → riutilizzare → riparare → riciclare.
Il riciclo non dovrebbe diventare una giustificazione per continuare a consumare senza misura.
Non tutto ciò che utilizziamo deve necessariamente essere di nostra proprietà.
Un trapano che utilizziamo due volte all'anno, un'attrezzatura particolare, alcuni libri, strumenti o oggetti occasionali possono essere condivisi, prestati o noleggiati.
La proprietà individuale non è sempre la soluzione più efficiente.
Riordinare non significa necessariamente buttare.
Possiamo vendere, regalare, donare o scambiare ciò che non utilizziamo più.
Ma anche qui è utile evitare un paradosso: comprare continuamente oggetti per poi fare grandi sessioni di decluttering non è minimalismo. È un ciclo di consumo.
Il vero cambiamento avviene prima dell'acquisto.
Questa forse è la parte più difficile.
Viviamo in un sistema progettato per trasformare il desiderio in acquisto nel minor tempo possibile. Pubblicità personalizzate, notifiche, offerte a tempo, consegne rapide e acquisti con un solo clic riducono continuamente la distanza tra «lo desidero» e «ce l'ho».
Possiamo reintrodurre quella distanza.
Aspettare.
Riflettere.
Lasciare passare l'impulso.
A volte scopriremo che desideravamo davvero quell'oggetto. Altre volte scopriremo che desideravamo soltanto la sensazione associata all'acquisto.
Questa distinzione può cambiare molto il nostro rapporto con il consumo.
Ridurre gli acquisti compulsivi non produce soltanto un beneficio ambientale.
Può significare:
più denaro disponibile;
meno debiti e meno pressione finanziaria;
meno oggetti da organizzare, pulire e conservare;
meno disordine domestico;
meno tempo passato a cercare, confrontare e acquistare;
meno imballaggi e rifiuti;
minore domanda di produzione di beni nuovi;
maggiore attenzione alla qualità e alla durata;
maggiore soddisfazione per ciò che già possediamo;
meno dipendenza dalla gratificazione immediata;
maggiore consapevolezza delle proprie abitudini;
più possibilità di spendere per esperienze, relazioni, formazione o ciò che consideriamo realmente importante;
maggiore capacità di distinguere un bisogno da un impulso.
E c'è un vantaggio che spesso viene trascurato: quando smettiamo di riempire continuamente la nostra vita di cose, recuperiamo attenzione.
Non dobbiamo più pensare continuamente a cosa comprare, cosa ricevere, cosa sostituire, cosa mettere in ordine, cosa eliminare.
Il consumo occupa spazio fisico, economico, mentale e ambientale.
Ridurne una parte può liberare tutti e quattro.
La sostenibilità individuale non dovrebbe diventare una nuova forma di perfezionismo.
Non è necessario non prendere mai un aereo, non comprare mai qualcosa di nuovo, non usare mai la plastica, non mangiare mai carne o vivere senza automobile per poter fare la propria parte.
Una persona che cerca di fare tutto perfettamente può stancarsi e abbandonare ogni tentativo. È più utile costruire abitudini che possiamo mantenere per anni.
La domanda non è «Sono ecologicamente perfetto?».
È: «Quale spreco posso eliminare? Quale consumo posso ridurre? Quale abitudine posso cambiare?».
Una borraccia non salverà il pianeta.
Un singolo acquisto evitato non cambierà il clima.
Una sola automobile lasciata a casa non risolverà il problema dell'inquinamento. Ma milioni di persone che consumano un po' meno, sprecano un po' meno, usano più a lungo ciò che possiedono, scelgono prodotti durevoli, riducono gli sprechi alimentari e modificano le proprie abitudini generano una domanda diversa. E le scelte individuali hanno anche un'altra conseguenza: diventano cultura.
Ciò che oggi sembra una scelta insolita può diventare domani un comportamento normale. Le persone osservano ciò che fanno gli altri, ne parlano, lo imitano, lo chiedono alle aziende e lo sostengono attraverso le proprie scelte. Per questo vale la pena cominciare dal piccolo. Non perché il piccolo sia sufficiente. Ma perché il piccolo è ciò che possiamo fare oggi, mentre continuiamo a chiedere cambiamenti molto più grandi a chi ha il potere e la responsabilità di realizzarli.
Ogni volta che possiamo evitare un acquisto inutile, possiamo farlo.
Ogni volta che possiamo riparare invece di sostituire, possiamo farlo.
Ogni volta che possiamo utilizzare fino in fondo ciò che abbiamo, possiamo farlo.
E prima di cliccare su «Acquista», possiamo semplicemente aspettare 24 ore e chiederci:
«Lo voglio davvero, o mi serve davvero?».
A volte la risposta sarà sì.
E allora compreremo.
Molte altre volte sarà no.
E avremo risparmiato contemporaneamente una risorsa, un rifiuto, un processo produttivo e del denaro.
Non è poco.
C’è un aspetto dell’ambiente
pulito che va oltre la semplice estetica. Un luogo senza rifiuti comunica
qualcosa: «Qui sporcare non è normale». E questo può modificare il
comportamento successivo.
La ricerca sul littering* mostra infatti che le persone tendono a sporcare meno negli ambienti puliti rispetto a quelli già pieni di rifiuti. Un ambiente trascurato può invece rendere il gesto del buttare qualcosa per terra più accettabile, perché suggerisce che «lo fanno tutti» o che nessuno si prende cura di quel luogo. Per questo un luogo perfettamente pulito può produrre una specie di circolo virtuoso.
Vedo una strada pulita →
percepisco che viene rispettata → sono meno incline a sporcarla → contribuisco
a mantenerla pulita → chi arriva dopo vede lo stesso comportamento.
Non è soltanto psicologia
individuale. È una norma sociale che si rende visibile.
E il contrario è altrettanto
potente: vedo mozziconi, bottiglie e cartacce → percepisco abbandono → il mio
rifiuto sembra meno grave → qualcun altro sporca → l'abbandono aumenta.
Naturalmente non significa che una
strada sporca renda automaticamente incivili le persone. Il comportamento
dipende da molte variabili: abitudini, presenza e accessibilità dei cestini,
norme sociali, controlli, progettazione degli spazi e senso di responsabilità
verso il luogo. Ma l'ambiente fisico contribuisce a orientare ciò che
percepiamo come normale.
C'è poi la conseguenza materiale.
Un rifiuto abbandonato non rimane necessariamente dove è stato lasciato. Il
vento può trasportarlo, la pioggia può trascinarlo nei tombini e da lì nei
corsi d'acqua. La plastica e altri rifiuti terrestri possono quindi raggiungere
fiumi, laghi e mare. Anche un mozzicone gettato a terra può essere trascinato
dalla pioggia nel sistema delle acque meteoriche.
Quindi pulire un luogo non
significa semplicemente renderlo «più bello». Significa impedire che quel
rifiuto continui il suo percorso nell'ambiente. Significa ridurre un pericolo
per gli animali, evitare che alcuni materiali si disperdano ulteriormente e,
soprattutto, contribuire a mantenere una norma collettiva di cura.
Qui arriva la parte che trovo
particolarmente interessante: non dobbiamo limitarci a «non sporcare». Possiamo diventare persone che
lasciano un luogo un po' più pulito di come l'hanno trovato. Non occorre organizzare una grande
iniziativa.
Si può uscire per una passeggiata
con un paio di guanti, un sacchetto e, per chi ha difficoltà a piegarsi,
una pinza raccogli-rifiuti. Durante il percorso si raccolgono i rifiuti che si
incontrano e, al termine, si conferiscono correttamente nei contenitori
appropriati.
Meglio ancora se lo si fa
regolarmente: dieci minuti, una volta alla settimana, nel proprio quartiere,
lungo un sentiero, vicino a un parco o in una zona che frequentiamo.
Naturalmente bisogna usare
prudenza. Non si raccolgono siringhe, materiali taglienti, contenitori
sospetti, sostanze chimiche o rifiuti potenzialmente pericolosi con le mani o
con strumenti improvvisati. In questi casi è meglio segnalarli al servizio competente.
E dopo la raccolta è opportuno lavarsi bene le mani.
Possiamo anche fare altre cose
molto semplici.
Se vediamo una bottiglia vuota
lasciata su una panchina e possiamo raccoglierla senza rischio, la raccogliamo.
Se durante una passeggiata
incontriamo cinque cartacce, le raccogliamo.
Se andiamo al parco con i bambini,
possiamo trasformare la raccolta in un gesto normale, non in una predica.
Se organizziamo una gita o un
picnic, possiamo lasciare il posto più pulito di come lo abbiamo trovato.
Se abbiamo un'attività
commerciale, possiamo occuparci anche dello spazio immediatamente esterno, non
aspettare che sia qualcun altro a farlo.
Se vediamo una zona
sistematicamente invasa dai rifiuti, possiamo segnalarla al Comune o al gestore
competente invece di limitarci a lamentarci. Possiamo parlare del problema
senza umiliare chi sporca. La vergogna può produrre una reazione difensiva;
rendere invece evidente che la norma condivisa è «qui non si butta nulla per
terra» può essere più efficace.
C'è anche una dimensione
psicologica più profonda.
Un ambiente pulito modifica il
nostro rapporto con il luogo. Quando contribuiamo personalmente a mantenerlo
pulito, quel luogo smette di essere completamente «degli altri». Diventa anche
un po' nostro. È più difficile trattare con indifferenza qualcosa per cui
abbiamo appena fatto uno sforzo. E questo può estendersi.
Pulisco il marciapiede → comincio
a notare i rifiuti → mi accorgo di quanto siano numerosi → presto più
attenzione a ciò che consumo → evito alcuni prodotti usa e getta → porto con me
una borraccia o una borsa riutilizzabile → comincio a parlare dell'argomento
con altre persone.
Un'azione può quindi diventare
un'abitudine, e un'abitudine può diventare una norma.
C'è però una distinzione da
mantenere. Raccogliere i rifiuti non deve diventare un modo per
deresponsabilizzare chi sporca, le aziende che producono prodotti e imballaggi,
o le amministrazioni che devono organizzare adeguatamente la gestione dei
rifiuti. La pulizia volontaria è un contributo, non una sostituzione delle
responsabilità istituzionali e industriali. Ma proprio perché non può
risolvere tutto, non significa che non debba essere fatta. Una persona che raccoglie dieci
rifiuti non ha «salvato il pianeta». Ha fatto qualcosa di molto più concreto:
quei dieci rifiuti non sono più lì. E contemporaneamente ha reso
visibile un'altra possibilità: qualcuno passa di lì, vede quella persona che
raccoglie, e può pensare che prendersi cura di uno spazio pubblico sia una cosa
normale. È così che un gesto individuale
può diventare qualcosa di collettivo. La cultura dell'ambiente pulito
potrebbe partire da una regola molto semplice:
Non lasciare mai un luogo
peggiore di come lo hai trovato. Se puoi, lascialo un po' migliore.
Non serve aspettare che lo
facciano tutti. Si può cominciare dalla strada che percorriamo ogni giorno.
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Il littering è l'atto di abbandonare o gettare con noncuranza piccoli rifiuti
(come mozziconi di sigaretta, scontrini, lattine, bottiglie di plastica o carte
di chewing gum) in spazi pubblici o naturali, come strade, parchi, spiagge e
piazze, anziché negli appositi contenitori. A differenza dello
smaltimento illegale o dello scarico abusivo su larga scala (compiuto per
eludere i costi di smaltimento di rifiuti industriali o domestici), il
littering riguarda piccoli oggetti di uso quotidiano dispersi per negligenza o
maleducazione.