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martedì 1 aprile 2025

La Trasmutazione delle Ferite - Giorgia Sitta

Trascrizione video

Come si formano le ferite? Quando noi arriviamo sulla terra, abbiamo già fatto un accordo animico, così si dice, con i nostri genitori. Quindi ci siamo scelti i genitori prima di incarnarci. Questi genitori, in accordo appunto con noi, aiutano a creare quelle che sono i nostri traumi, le nostre ferite, i nostri nodi di sofferenza. Quando io uso la parola "ferite", non voglio utilizzare le definizioni di "ferita da vergogna", la "ferita d'abbandono", "ferita da tradimento". Non mi interessa molto quella definizione perché in molti contesti ho notato che se noi definiamo troppo accuratamente una cosa, stiamo dando un potere eccessivo.
Quindi, se io continuo a ripetermi "Ma perché io ho la sindrome da abbandono? Ho una ferita da abbandono", è come se questa ferita da abbandono prendesse molto più spazio e molto più potere nella nostra vita. Quindi non voglio definire le ferite, non possiamo anche chiamarle traumi, possiamo chiamarli anche nodi: è la stessa identica cosa. Ciò che è importante sapere, invece, è che noi siamo animicamente, quindi a livello di anima, consapevole delle ferite, dei traumi, dei nodi che andiamo a scegliere in questa vita, che il nostro contesto familiare — genitori, fratelli, zii, nonni — sociale, come gli educatori, insegnanti, e culturale, creano queste ferite dentro di noi. Le ferite o i nodi si formano a diverse età, in diversi periodi. Abbiamo tutti diverse ferite e alcune di queste sono, tra virgolette, più profonde, chiamiamole così. Poi spiegherò dopo cosa vuol dire "profondo". Queste ferite si formano dai 0 all'adolescenza, 14 anni, principalmente. Ovvio che se una persona subisce
un trauma molto violento e molto forte anche dopo, ovviamente si creerà un altro nuovo nodo, ma principalmente si formano tutti in questa fase tra 0 e 14. Questi, questi nodi vivono tutti nel nostro inconscio, quindi non ne siamo consapevoli. E come si formano? Alcuni, purtroppo, si formano per violenze o comunque violenze psicologiche e anche fisiche estremamente forti, ma la stragrande maggioranza dei nostri nodi si formano in maniera molto più semplice. Cioè, anche le persone che non hanno subito né violenze né abusi hanno questi nodi, perché può, per esempio, formarsi un nodo per il semplice fatto che io sono una bambina piuttosto timida, piuttosto insicura e mia madre magari mi viene sempre a prendere in ritardo. Quel lasso di tempo in cui rimango lì con la maestra davanti a scuola o che rimango attaccata al vetro della scuola, a guardare quando arriva mia madre, crea il mio nodo di insicurezza molto profonda. Quindi vado, come bambina, entro in uno stato di ansia fino a quando mia madre non arriva. Quindi, magari, questa ferita è proprio data dal fatto che non mi sento sicura che qualcuno mi venga a prendere. Quindi vivo un po' la sensazione costante di insicurezza. E ogni nodo si forma per queste cause. Quindi non è detto che le persone che non hanno subito abusi, non hanno avuto violenze tragiche, non hanno traumi.
Anzi, i nodi si formano proprio nella maniera più semplice possibile. Più semplice possibile vuol dire che molto spesso basta anche una discordanza caratteriale tra genitori e figli. Cioè, una bambina estremamente fisica, estremamente irruente nel corpo con una mamma molto mentale, si creano tra loro enormi incomprensioni. Cioè, la bambina è molto probabile che si senta sempre rifiutata per la sua estrema irruenza, estrema fisicità, quando in realtà è che hanno un linguaggio di manifestazione dell'amore, madre e figlia, molto diversi e quindi fanno fatica a comprendersi e a prendersi. Tutta questa parte vive nel nostro inconscio, in particolare si dice che queste informazioni di questi nodi vengano registrate nel cervello limbico, quindi il cervello che sta a metà tra cervello moderno e quello antico, ed è la parte che ricorda le emozioni. Molto probabilmente, in alcuni casi non è così, ma molto probabilmente noi non ricorderemo tutti gli episodi traumatici, ma ricorderemo le emozioni, le emozioni correlate. Che cosa significa? Significa che se io ricordo le emozioni e non tutti gli eventi, ogni volta che avrò nella vita da adulta un contatto con un'emozione, con un'energia, con una vibrazione simile a quelli degli episodi che ho vissuto, ma che non ricordo, il mio corpo emotivo, il mio, il mio stato emotivo si attiverà. Cioè, se per esempio vivo una relazione di coppia dove il mio compagno non è manifestatamente o palesemente affettuoso, questo stato di insicurezza potrebbe andare a riattivare quell'insicurezza che avevo quando mia mamma arrivava tardi all'asilo. Ma magari non c'è nessun motivo reale perché il mio compagno mi ama, ma io interpreto il suo comportamento alla luce delle mie ferite.
Noi dobbiamo renderci conto come esseri umani che tutta la vita la interpretiamo, che la leggiamo con le ferite. È come se noi avessimo, ognuno di noi, il suo paio di occhiali, occhiali con le lenti colorate. Quindi io, se indosso costantemente le lenti verdi, tutto quello che è intorno a me è alterato dal colore verde. Se un'altra persona usa il rosso, tutta la sua vita è alterata dal rosso. Quindi io, noi non siamo mai in uno stato di obiettività, se non lavoriamo su di noi, perché filtriamo il mondo in base alle ferite o ai traumi, ai nodi che noi abbiamo e leggiamo il mondo in questo modo. Cioè, interpreto ciò che succede sulla base della mia vita emotiva passata. Questo che, che cosa ci dice? Che innanzitutto, appunto, viviamo sempre uno stato di irrealtà. Cioè, noi consideriamo reale ciò che in realtà invece è il filtro. Cioè, noi diciamo "Questa è la mia realtà". No, non è la tua realtà, è l'interpretazione della realtà che fanno i tuoi occhiali, che fanno le tue ferite. Come si risolve? Allora, l'importante quando ci sono due aspetti: uno è l'osservazione costante di sé. Cioè, dobbiamo imparare ad osservare gli stati emotivi che proviamo. Ciò significa che dobbiamo stare in osservazione dell'emozione. Osservo ciò che mi accade. Osservo, intendo emotivamente, non che devo andare in giro per il mondo ad osservare tutto ciò che succede, devo osservarmi io, le mie emozioni che provo in uno stato, che provo in una relazione, che provo con una persona. Un altro aspetto importantissimo è imparare a non interpretare gli eventi, non interpretare. Cioè, moltissime volte, quasi sempre, noi diamo una spiegazione alla realtà che è la spiegazione basata sulle nostre ferite.
Allora dobbiamo imparare a farci venire dei dubbi. Cioè, se la persona con cui ho una relazione mi dice una determinata cosa, normalmente noi la leggiamo in un modo che vada a rassicurare le mie ferite. Cioè, "Lui sta dicendo questa cosa, io sento dolore, allora lui mi sta attaccando". In realtà, moltissime volte, le persone che abbiamo intorno non ci stanno attaccando, ci danno solo un'informazione, un'opinione, ma non stanno attaccando noi. Sono io che interpreto l'attacco perché ho dei punti di ferita. Allora bisogna moltissime volte fare un passo indietro e cominciare a chiedere nella relazione con le altre persone: "Ma io ho capito così? Tu hai detto questa cosa e io ho capito questo. Ho capito bene?". Cioè, lavorare sul dubbio, sulla possibilità, sulla possibilità di aprire uno spettro di possibilità. Cioè, non mi chiudo e dico "Sicuramente lui sta dicendo questo perché ce l'ha con me", ma io sto interpretando. Allora, visto che interpreto e ne sono consapevole, perché devo osservare le mie emozioni, dico: "Tu volevi proprio dire questa cosa che io ho capito? O meglio, io ho capito questo, è vero?".
L'altra cosa importantissima è la legge dello specchio. Cioè, ricordarci costantemente che le persone intorno a noi sono utili, utilissimi strumenti per farci vedere come siamo messi noi interiormente. Cioè, se qualsiasi persona che passa o che entra nella nostra vita è in grado di procurarci dolore, vuol dire che noi abbiamo dentro un bel po' di ferite da mettere a posto. E più siamo decentrati sull'esterno, più siamo preoccupati di capire perché l'altro ci sta attaccando, più ci stiamo allontanando dalla risoluzione. Per risolvere le ferite, per andare a contatto con le ferite, dobbiamo un po' immaginarci come se noi fossimo veramente pieni di tagli e ferite sulle braccia e che è inutile, è totalmente inutile che andiamo in giro nel mondo chiedendo agli altri di non toccare le nostre ferite o di stare attenti loro a noi. Quello che deve essere la nostra preoccupazione è veramente di curare e chiudere queste ferite. Come? Tramite questo: arriva una persona da me, mi sta dicendo qualcosa. Se mi muove il corpo emotivo, se il mio corpo emotivo si, si prende paura, si spaventa, si agita, ha detto qualcosa del mio inconscio, ha detto qualcosa delle mie ferite.
Quindi non prendo più lui come un nemico. Mi raccomando, questa non è l'autorizzazione che ci possiamo far trattare male. Non è che le persone arrivano, ci danno sberle, schiaffoni, ci insultano e "Ah no, perché devo evolvere, allora prendiamo su tutto quello che ci viene detto". È innanzitutto "Tu mi rispetti!", ma io ascolto, osservo ciò che mi dici. Se certe parole mi fanno male, allora io devo stare lì ad ascoltare il dolore che sento. Quindi dobbiamo imparare a tollerare lo stato di tensione. Lo stato di tensione è uno stato difficilissimo da reggere.
Pensate che tutto il Purgatorio di Dante si basa sullo stato di tensione. Lo stato di tensione del Purgatorio è tenere i piedi nell'inferno, che simbolicamente è il nostro inconscio, e guardare con gli occhi il cielo del paradiso. Quindi creare dentro di noi questa tensione tra queste due distanze, tra l'inferno, la meccanicità, l'inconscio, ciò che ci porta a comportarci sempre uguali, e questa aspirazione, questa ispirazione del divino che ci vuole a sé, che dobbiamo manifestare. Quindi noi, come se fossimo veramente un ponte, un ponte tra l'inferno e il paradiso. E dentro di noi deve avvenire questa trasformazione. Ma la cosa più difficile è reggere questa tensione.
Noi spesso siamo portati a voler risolvere subito, a impostare la relazione con le persone, a dirgli di fare male, che mi dà fastidio, oppure "Cambia, perché io sento dolore ogni volta che tu fai questa cosa". Questo è lo stato infernale, non di Dante, è "Tu cambi perché così io non sento male". E invece l'altra parte è quella che proprio dice: "Ok, che cosa mi stai facendo vedere di me che fa male, che è dentro, non è risolta? Cos'è che oggi vibra in risonanza con un modo antico? Quella emozione che sento quando non vengo considerata, dove mi riporta?". Ma non è un lavoro che avviene sul piano mentale.
Se facciamo un lavoro che viene sul piano mentale, come può essere un lavoro psicanalitico, sì, va bene, ma avviene sul piano mentale. In realtà per me è molto più importante imparare a lavorare sulla presenza: "Che cosa sento?". E poi, quando io riesco a sentire l'emozione e a reggere la tensione, come un elastico che viene tirato, come appunto i piedi nell'inferno e lo sguardo rivolto sempre al divino e al paradiso, se io riesco a reggere questa tensione, arriva un momento che tutto è come se collassasse, il tutto. A un certo punto la mente collassa e riesco a sentire qual è la ferita sotto, quale paura ho veramente: quella di essere abbandonata, che qualcuno non mi venga più a prendere, quella di essere isolata, di non essere più considerata. E allora, andando a vedere la ferita vera e eliminando le emozioni superficiali di paure, di rabbia, io riesco a prendermi cura di me. Come mi prendo cura di? Esattamente col mio maschile, col mio femminile. Il passaggio è sempre accoglienza totale di ciò che io... Devo innamorarmi del mio terrore di essere abbandonata. Io devo innamorarmi della mia paura del fallimento. Io devo innamorarmi della mia vergogna. Quindi tutti i processi ovviamente richiedono prima la parte femminile: accettazione, come una madre che ama tutti i suoi figli, anche se sono uno più strambo dell'altro e uno più diverso dell'altro.
Quindi questo amore per tutte le proprie parti. Poi serve la disciplina del maschile, la severità. Quando io amo le mie parti è il modo sano di crescere i figli. Li amo, ma contemporaneamente metto dei limiti, sono severa perché altrimenti rischio di far crescere dei figli con dei problemi psicotici perché non hanno il contenimento. E allora, esattamente così con me stessa, con le mie ferite, è: "Ok, io accolgo, mi innamoro di questa parte che mi crea sofferenza, mi innamoro di questa parte che si vergogna, mi innamoro di tutti questi aspetti di me". Ma dopo che l'ho visto, comincio a mettere i limiti.
Cioè, non mi devo più comportare in quel modo, non devo più mendicare l'amore all'esterno, per esempio, se ho paura dell'abbandono. O devo sforzarmi, se mi vergogno di me, di mettermi al centro e farmi vedere al centro della mia vita e farmi vedere. Quindi il modo per trasformare le ferite richiede prima una parte maschile: osservo senza giudizio, non interpreto la mente maschile che osserva ciò che è senza interpretare, applico la legge dello specchio costantemente. Gli altri mi stanno sempre potentemente portando dei pezzettini miei.
Dopodiché devo imparare a reggere questo stato di tensione tra gli opposti, tra una parte che dice "È preferibile dare la colpa agli altri, rimaniamo nello stato di inferno". È preferibile, comunque è più semplice, è più semplice dare la colpa agli altri, pensare che gli uomini siano tutti uguali. È più semplice dare la colpa ai genitori che, quando eravamo piccoli, non hanno, non ci hanno capito, che hanno bloccato i nostri talenti. È più semplice dare la colpa al governo, alla società, ai potenti che comandano il mondo. È tutto molto più semplice, però non serve, non serve proprio a niente, non serve all'evoluzione, non fa neanche bene.
Quello invece di imparare a dire: "Ok, è roba mia. È fastidioso? Sì, è fastidioso vedere che mi interessa così tanto e dipendo così tanto dall'opinione altrui. Sì, certo che è fastidioso. È fastidioso vedere che ogni volta che non vengo considerata, stavo cadendo in uno stato di malinconia o addirittura tristezza, se non fino alla depressione. È faticoso vedere che non mi sento a mio agio nel mio corpo e quindi mi sento sempre in imbarazzo, mi vergogno". Certo che sono aspetti difficili da vedere e soprattutto sono difficili da vedere, ma ancor più difficili, è ancor più difficile innamorarsi. Questo, certo. Ma se io riesco a fare veramente questo processo di innamoramento, a metterlo in atto, questo mi permette di poter alzare gli occhi al cielo. Dante, quando entra nella selva oscura, quando si fa nel suo inconscio e si rende conto che inferno, che è la prima cosa che fa, alza gli occhi al cielo come se si riconnettesse al divino, alla nostra anima.
Quindi noi abbiamo questa parte che ci chiede di essere vista, ma con quali occhi? Non con gli occhi del razionale che devono spiegare ogni singola ferita, che devono spiegare ogni singolo passaggio, ma con gli occhi del divino, che è della nostra anima, che dice: "Questa roba l'ho creata io per te per permetterti di evolvere". Quindi è come se dicesse l'anima: "Le ferite le abbiamo scelte, i genitori li abbiamo scelti perché servono alla nostra evoluzione". Quindi è inevitabile il processo di gratitudine. Cioè, se io voglio innamorarmi delle mie ferite, devo essere grata per le ferite che ho. Quindi al mattino proprio fare come una preghiera, un rito di ringraziamento per le ferite che abbiamo, perché sono loro che ci fanno evolvere.
Quindi, grazie alle ferite io permetto, mi permetto di conoscermi, mi permetto di ampliare il mio stato di conoscenza. Quindi, dopo questa fase profondissima di innamoramento, serve la parte severa che dice: "Adesso però, visto che io ti amo", è esattamente come si fa con i bambini piccoli: "Sei il mio amore, sei un bambino perfetto, però impari a vivere nel mondo". E questa serve la severità. Quindi non mi lascio più trascinare dagli eventi esterni, non mi faccio più condizionare dalle opinioni altrui. Mi sforzo di amarmi così come sono fatta, con il corpo fisico che ho, con il mio piano emotivo, quindi mi impegno nella disciplina.
Prima ho detto che ci sono delle ferite che si dividono in due categorie. Quelle ferite che ho disegnato in nero sono ferite che potremmo definire ferite risolvibili, cioè con un lavoro profondo di accettazione, di disciplina, sono ferite che si mettono a posto. Poi tutti noi abbiamo delle ferite in realtà che sono ferite evolutive, quelle ferite cioè che non si risolvono. Ma come funzionano queste ferite evolutive, per esempio? Allora, noi, una nostra ferita evolutiva... Normalmente le ferite evolutive sono più profonde e più massicce di quelle altre. Le ferite evolutive, noi all'inizio dei nostri percorsi, alla nostra vita, nella prima età adulta, siamo completamente identificati con la ferita. Cioè, "Io soffro perché incontro sempre degli uomini traditori, quindi la colpa è degli uomini che mi tradiscono e io sto soffrendo perché li incontro tutti". Io anzi, non è neanche che li incontro tutti: "Io tutti gli uomini sono dei traditori". In questo caso sono totalmente identificata con la mia ferita. Il dolore viene dall'esterno perché è colpa degli altri. Questo cosa può comportare? Può comportare che poi mi chiudo dentro, non più in relazione con gli altri, che evito le relazioni col maschile, che sono molto cinica, fino ad arrivare a compiere un vero e proprio tradimento dell'anima. Cioè, non entro più in relazione con gli uomini perché tanto va sempre a finire uguale.
Qui si è compiuto il tradimento del sé, direbbe Jung, cioè il tradimento della propria anima. Poi, per fortuna, qualcuno, qualche amico, io chiedo aiuto, mi dice che ci sono dei percorsi da fare, che si possono fare dei percorsi psicologici, psicanalitici, alchemici, di yoga. Noi ognuno utilizza le tecniche che vuole, va bene tutto, basta che si cominci a lavorare su di sé. Allora io pian piano mi disidentifico dalla mia ferita, cioè esco. Quando io esco dalla mia ferita e comincio a star bene, come se dico: "Però, gli uomini non sono poi tutti uguali, non è, non è vero che gli uomini sono tutti traditori". E allora comincio a rifidarmi del mondo.
Comincio a rifidarmi degli altri esseri umani e vivo bene. In questo punto sono lontano dalla mia ferita e la vita funziona piuttosto bene. Ma essendo ferite evolutive ed essendo la vita perfetta, prima o poi arriverà un evento della mia vita che mi farà ricadere nella ferita del tradimento. Magari non sarà che mi tradirà un uomo stavolta, ma mi tradirà magari la migliore amica. E quindi ricomincia a rimettere in discussione, perché per questo breve periodo sono nuovamente identificata con la mia ferita. "Allora il lavoro che ho fatto non serve a niente", dice la mente, dicono le resistenze, dice la mente razionale. Oppure: "Eh sì, perché fa tutto schifo, perché non ci si può fidare a questo punto neanche delle amiche". E si ricade in quel loop un'altra volta. Sono tornata a identificarmi con la ferita.
Poi, dopo un periodo di malessere, di grande sofferenza, mi viene in mente però che ero stata bene e quindi, in qualche modo, riprendo il percorso che avevo iniziato e comincio dei nuovi. Non importa, e faccio un altro giro di consapevolezza. Qui sto molto bene, ho capito come funzionano certe dinamiche della vita, ho cominciato a capire che c'è una causa interna e una causa esterna, che tutto ciò che accade all'esterno è solo il mio specchio. Però inevitabilmente la vita prima o poi mi riporta a riconfrontarmi e a ricadere nella mia ferita. Perché? Perché sono ferite evolutive.
Quindi io ricadrò, ma dal momento che il giro di consapevolezza è stato un po' più grande, il periodo per cui starò bene, cioè che sarò bene a far questo giro che mi sentirò di aver risolto quel problema temporalmente, sarà molto, molto più lungo. E ogni volta che ricadrò nella ferita, il tempo che starò male sarà sempre più breve. Cioè, mentre all'inizio stavo male sempre e forse al primo giro stavo male per un mese, due mesi, tre mesi, più io vado avanti nei miei giri di consapevolezza, più il tempo che sto bene, che penso di aver risolto, che comunque ho uno stato di consapevolezza e di benessere, è molto, molto più lungo.
Poi ovvio che prima o poi la vita mi riporta dentro, perché sono ferite che ho scelto, che servono alla mia evoluzione. Quindi, fondamentalmente, ciò che cambia è che ogni volta che io ricadrò nella ferita, saranno tempi sempre più corti, tempi sempre più stretti di sofferenza. Ogni volta, ogni giro, aumenterò il mio grado di consapevolezza interiore. Ma soprattutto da un certo punto in poi, terzo, quarto giro, io capirò che queste ferite mi stanno insegnando qualcosa. Non c'è più nessuno all'esterno con cui arrabbiarsi, non c'è più una causa esterna che mi porta sofferenza, ma la causa esterna diventa occasione per me di lavoro.
Questi solo, per esempio, le nostre ferite sono quelli che attirano i grandi maestri nella nostra vita. Cioè, le persone che ci danno più sofferenza sono quelle che ci stanno insegnando di più sulle nostre ferite.

Quindi:
Formazione delle ferite (o Nodi/Traumi):
  • Le ferite sono scelte a livello animico prima di incarnarsi, in accordo con i genitori, che aiutano a crearle.
  • L'autrice preferisce non definirle con etichette specifiche (es. ferita da abbandono), poiché dare troppe definizioni può conferire eccessivo potere alla ferita stessa. È meglio chiamarle "traumi" o "nodi".
  • Siamo animicamente consapevoli delle ferite che andiamo a scegliere in questa vita.
  • Si formano principalmente tra 0 e 14 anni, ma traumi violenti possono crearne anche dopo.
  • La stragrande maggioranza si forma in modi molto semplici, anche per discordanze caratteriali tra genitori e figli o piccoli eventi che generano insicurezze profonde, non solo per abusi o violenze gravi.
  • Questi nodi vivono nel nostro inconscio e le informazioni vengono registrate nel cervello limbico, la parte che ricorda le emozioni. Spesso non ricordiamo gli eventi, ma le emozioni ad essi correlate.
L'Impatto delle ferite sulla percezione della realtà:
  • Da adulti, ogni volta che entriamo in contatto con un'emozione o energia simile a quella vissuta in passato (anche se non ricordiamo l'evento), il nostro stato emotivo si riattiva.
  • Tutta la vita viene interpretata e letta attraverso le nostre ferite, come se avessimo occhiali con lenti colorate. Non siamo mai in uno stato di obiettività se non lavoriamo su noi stessi, perché filtriamo il mondo in base ai nostri nodi.
  • Ciò che consideriamo "realtà" è spesso solo l'interpretazione filtrata dalle nostre ferite.
I Passaggi per la trasformazione delle ferite (ferite risolvibili):
  • Osservazione costante di Sé: Imparare a osservare gli stati emotivi che proviamo nelle diverse situazioni e relazioni. Non si tratta di osservare il mondo esterno, ma le proprie emozioni.
  • Non interpretare gli eventi: Spesso diamo spiegazioni alla realtà basate sulle nostre ferite. Bisogna imparare a farsi venire dei dubbi e chiedere conferma agli altri sulla loro intenzione, invece di interpretare un'azione come un attacco.
  • Legge dello specchio: Ricordare che le persone intorno a noi sono strumenti utilissimi per farci vedere come siamo messi interiormente. Se qualcuno ci provoca dolore, significa che abbiamo delle ferite da curare. Non dobbiamo considerare l'altro come un nemico, ma ascoltare il dolore che sentiamo quando le loro parole ci toccano.
  • Tollerare lo stato di tensione: È uno stato difficile da reggere, paragonato al Purgatorio di Dante: tenere i piedi nell'inferno (il nostro inconscio/meccanicità) e guardare il cielo (il divino/l'aspirazione superiore). Questo stato di tensione tra gli opposti è fondamentale per la trasformazione interiore. Evitare di voler risolvere subito o chiedere agli altri di cambiare è uno stato "infernale".
  • Lavorare sulla presenza e sentire le emozioni: È più importante sentire l'emozione e reggere la tensione che fare un lavoro puramente mentale. A un certo punto, la mente collassa e si riesce a sentire la vera ferita sottostante.
  • Prendersi cura di Sé (Maschile e Femminile):
  • Accoglienza totale (parte Femminile): Innamorarsi del proprio terrore, della propria paura del fallimento, della propria vergogna. Amare tutte le proprie parti, anche quelle "strambe".
  • Disciplina e Limiti (parte Maschile): Dopo aver accolto le proprie parti, è necessario mettere dei limiti, non comportarsi più in quel modo, non mendicare amore all'esterno, sforzarsi di mettersi al centro della propria vita se si prova vergogna. La mente maschile osserva senza giudizio e non interpreta.
  • Accettare la responsabilità: Invece di dare la colpa agli altri (genitori, società, ecc.), che è la via più semplice ma non porta evoluzione, bisogna riconoscere che è "roba mia". È faticoso innamorarsi di aspetti difficili di sé, ma questo processo permette di "alzare gli occhi al cielo".
Gratitudine e scelta animica:
  • Le ferite ci chiedono di essere viste con gli occhi del divino, dell'anima, che le ha create per la nostra evoluzione.
  • Il processo di gratitudine è inevitabile: ringraziare le ferite perché ci permettono di evolvere e conoscerci.
Ferite evolutive (Ferite che non si risolvono):
  • Esistono ferite "risolvibili" con un lavoro profondo, ma anche ferite "evolutive" che non si risolvono, ma funzionano come cicli di crescita.
  • Fase 1: Identificazione totale: All'inizio della vita adulta, ci si identifica completamente con la ferita (es. "gli uomini sono tutti traditori"), il dolore viene dall'esterno e si può arrivare al "tradimento dell'anima" chiudendosi.
  • Fase 2: Disidentificazione e benessere: Si inizia un percorso (psicologico, alchemico, ecc.) e ci si disidentifica dalla ferita, iniziando a stare bene e a fidarsi del mondo.
  • Fase 3: Ricaduta nella ferita: Essendo ferite evolutive, la vita inevitabilmente riporta a confrontarsi con la stessa ferita (es. tradimento da un amico anziché un partner).
  • Fase 4: Nuovo Ciclo di consapevolezza: Dopo un periodo di sofferenza, si riprende il percorso con un "giro di consapevolezza" più grande.
  • Progressione ciclica: ogni volta che si ricade nella ferita, il tempo di sofferenza sarà sempre più breve, mentre il periodo di benessere e consapevolezza sarà più lungo.
  • Insegnamento e causa interna: Da un certo punto in poi, si capisce che queste ferite stanno insegnando qualcosa e che la causa esterna diventa un'occasione di lavoro interiore. Le persone che ci danno più sofferenza sono i "grandi maestri" che ci insegnano di più sulle nostre ferite.

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