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domenica 17 novembre 2024

Relazioni autentiche


Caro diario,
ripensando al passato, mi rendo conto di quante volte mi sono conformata senza nemmeno rendermene conto. Era quasi automatico, un meccanismo di difesa che scattava ogni volta che avvertivo il rischio di essere esclusa o giudicata. A quei tempi, sentirmi parte di un gruppo era tutto: la solitudine mi terrorizzava. Cercavo protezione, sicurezza, e la trovavo nell’adattarmi agli altri. Non mi rendevo conto che stavo rinunciando a una parte di me.

Ricordo bene quella sensazione di sollievo quando mi uniformavo al resto del gruppo. Non c’era bisogno di spiegarmi, di giustificarmi, di rischiare il rifiuto. Ma dietro quel sollievo c’era anche un peso, un senso di perdita che all’epoca non riuscivo a mettere a fuoco. In realtà, ogni volta che nascondevo un pensiero o un desiderio per paura del giudizio, mi allontanavo un po’ da me stessa.

Il bisogno di appartenenza mi accompagnava. Desideravo essere accettata, far parte di qualcosa, e per questo mi adattavo, imitavo. Mi tornano in mente situazioni in cui, senza pensarci troppo, assumevo i comportamenti e le opinioni delle persone intorno a me. Poi ho capito che quella tendenza all’imitazione non era solo mia: è una caratteristica umana, un modo per apprendere e sopravvivere. Ma allora non mi chiedevo mai se ciò che stavo imitando fosse davvero in linea con ciò che ero.

E i media? Già allora mi influenzavano più di quanto volessi ammettere. Era facile lasciarmi guidare dai messaggi che vedevo in televisione o sulle riviste. Ora capisco quanto quel flusso continuo di immagini e opinioni contribuiva a creare un’illusione di consenso. In tante occasioni, invece di esprimere un’opinione diversa, preferivo rimanere in silenzio, convinta che fosse meglio così.

Guardandomi indietro, vedo come tutto questo abbia contribuito a una certa omologazione. Più mi conformavo, più sentivo di perdere pezzi della mia individualità. Col tempo, ho iniziato a capire quanto fosse importante il pensiero critico, ma allora non era facile mettere in discussione ciò che tutti intorno a me davano per scontato. Era più comodo seguire la corrente, anche se a lungo andare questo ha reso più difficile trovare la mia voce.

Con il tempo ho imparato a stare bene con me stessa, a sentirmi completa anche nella solitudine. È una sensazione strana, quasi liberatoria, rendersi conto che non ho più bisogno di essere sempre circondata da persone per sentirmi al sicuro. Non fraintendermi, amo ancora la compagnia, ma non quella qualsiasi. Ho iniziato a diventare selettiva, a scegliere con attenzione chi voglio accanto.

Ora mi rendo conto che non riesco più a gestire certi rapporti che una volta consideravo indispensabili. Quando mi trovo a passare del tempo con persone che hanno uno stile di vita troppo diverso dal mio, mi sento a disagio, quasi insofferente. Non c’è cattiveria in questo, solo la consapevolezza che non abbiamo più nulla da condividere. Parliamo, certo, ma sono conversazioni vuote, senza quella scintilla che accende una vera connessione.

Cerco altro. Cerco persone che condividano gli stessi valori, interessi, il modo di vedere il mondo. Non ho più voglia di spiegarmi, di giustificarmi o di adattarmi. Voglio relazioni in cui posso essere me stessa, senza maschere, senza compromessi. Mi sono accorta che, quando trovo queste persone, le conversazioni fluiscono naturalmente, e il tempo passato insieme sembra sempre troppo breve. È come se ci capissimo al volo, senza bisogno di troppe parole.

Non è una questione di perfezione, ma di sintonia. Mi basta quella, ormai. Ho imparato che il mio tempo è prezioso. Forse è questo il segreto per vivere relazioni autentiche: non avere paura di stare da sola, perché è proprio in quella solitudine che si impara a scegliere con il cuore.

A Paola e Giada.


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