Caro diario,
seduta alla mia scrivania con una matita tra le dita, mi sono persa in un mondo di linee e ombre. Mi sono chiesta quale sia la vera differenza tra lo stato di flow e la presenza consapevole, e ho capito che anche nel semplice atto di disegnare c’è un universo intero da esplorare.
A volte prendo la matita e comincio a tracciare segni sul foglio, ma la mia mente è da tutt’altra parte. Penso alla lista di cose da fare, a quella conversazione che mi ha turbata. Le linee si accumulano, ma non c’è vera connessione tra me e ciò che sto disegnando. Sono lì fisicamente, ma è come se qualcun altro stesse muovendo la mia mano. Il risultato è spesso meccanico, privo di vita, come se mancasse l’anima del disegno.
A volte ci sono momenti magici in cui la matita sembra guidata da qualcosa di più grande di me. Il mondo attorno svanisce, il tempo si dissolve. Non sento più il peso del corpo o dei pensieri, sono completamente immersa. Le ombre si creano da sole, le linee si intrecciano con precisione naturale. Due ore possono passare senza che me ne accorga. È uno stato potente e, quando ne esco, mi sento viva e soddisfatta. Ma c’è un punto cruciale: durante quel tempo, mi sono dimenticata di me stessa.
Infine, c’è un modo diverso, più profondo. Oggi ho provato a disegnare rimanendo pienamente consapevole di ogni gesto, di ogni sfumatura che la matita lasciava sul foglio. Ero lì, presente. Sentivo la texture del foglio sotto le dita, il lieve rumore della grafite che scorreva, e nello stesso tempo ero consapevole di me stessa che disegnavo.
Questa consapevolezza mi ha portato una pace sottile ma profonda. Disegnare in questo stato non è solo un atto creativo, è un incontro con il momento presente. Ho notato che, a differenza del flusso, la presenza non mi fa perdere me stessa. Anzi, mi riporta a casa. Mi fa sentire radicata.
In questo semplice gesto di disegnare ho compreso che la bellezza del momento presente non sta solo nell’azione, ma nella consapevolezza di vivere quella stessa azione.
A volte prendo la matita e comincio a tracciare segni sul foglio, ma la mia mente è da tutt’altra parte. Penso alla lista di cose da fare, a quella conversazione che mi ha turbata. Le linee si accumulano, ma non c’è vera connessione tra me e ciò che sto disegnando. Sono lì fisicamente, ma è come se qualcun altro stesse muovendo la mia mano. Il risultato è spesso meccanico, privo di vita, come se mancasse l’anima del disegno.
A volte ci sono momenti magici in cui la matita sembra guidata da qualcosa di più grande di me. Il mondo attorno svanisce, il tempo si dissolve. Non sento più il peso del corpo o dei pensieri, sono completamente immersa. Le ombre si creano da sole, le linee si intrecciano con precisione naturale. Due ore possono passare senza che me ne accorga. È uno stato potente e, quando ne esco, mi sento viva e soddisfatta. Ma c’è un punto cruciale: durante quel tempo, mi sono dimenticata di me stessa.
Infine, c’è un modo diverso, più profondo. Oggi ho provato a disegnare rimanendo pienamente consapevole di ogni gesto, di ogni sfumatura che la matita lasciava sul foglio. Ero lì, presente. Sentivo la texture del foglio sotto le dita, il lieve rumore della grafite che scorreva, e nello stesso tempo ero consapevole di me stessa che disegnavo.
Questa consapevolezza mi ha portato una pace sottile ma profonda. Disegnare in questo stato non è solo un atto creativo, è un incontro con il momento presente. Ho notato che, a differenza del flusso, la presenza non mi fa perdere me stessa. Anzi, mi riporta a casa. Mi fa sentire radicata.
In questo semplice gesto di disegnare ho compreso che la bellezza del momento presente non sta solo nell’azione, ma nella consapevolezza di vivere quella stessa azione.
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