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sabato 30 novembre 2024

Chi soni io per dirti cosa devi fare?

 

Caro diario,
oggi mi pongo una domanda che mi risuona da tempo: Chi sono io per dirti cosa devi fare? È una riflessione che porta con sé un senso di responsabilità. È così facile cadere nella trappola di voler dare consigli non richiesti, di dire agli altri come vivere, come scegliere, come essere. Ma chi sono io davvero per farlo? Cosa mi dà il diritto di pensare di sapere cosa sia meglio per un’altra persona?

Quando qualcuno condivide un problema, la tentazione di intervenire subito con una soluzione è fortissima. È come se ci fosse un bisogno inconscio di dimostrare di avere risposte. Ma mi sto rendendo conto che spesso non è di risposte che le persone hanno bisogno. Quello che vogliono davvero è essere ascoltate, accolte, comprese senza sentirsi giudicate. Perché crediamo di sapere meglio di loro cosa devono fare? Ogni vita è unica, ogni percorso è diverso, e ciò che funziona per me potrebbe essere totalmente inutile, o addirittura dannoso, per qualcun altro.

Penso che dietro il bisogno di dire agli altri cosa fare si nasconda una specie di illusione di controllo. È come se volessimo sistemare le cose intorno a noi per non sentire l’incertezza che ci abita dentro. È rassicurante pensare di sapere cosa sia giusto, ma è un’illusione. Ogni volta che dico a qualcuno cosa dovrebbe fare, mi sto forse aggrappando all’idea che il mio modo di vedere il mondo sia l’unico valido. Ma questo è un errore.

La verità è che non posso sapere cosa sia meglio per un altro. Posso ascoltare, posso offrire il mio punto di vista, ma niente di più. Non posso conoscere le sue paure più profonde, le sue sfumature interiori. E poi, chi sono io per arrogarmi il diritto di interferire nel suo cammino? Ogni persona ha il diritto di fare i propri errori, di crescere con i propri tempi, di trovare la propria strada, anche se quella strada non corrisponde alla mia visione di cosa sia giusto.

E c’è un’altra verità che oggi sento forte: a volte, dietro il desiderio di "aiutare" si nasconde un sottile senso di superiorità. Non è facile ammetterlo, ma è così. Dire a qualcuno cosa dovrebbe fare può farci sentire importanti, competenti, perfino migliori. Eppure, chi siamo davvero per giudicare? È necessario riconoscere che non abbiamo tutte le risposte, che non siamo superiori a nessuno e che possiamo imparare tanto quanto chi abbiamo di fronte.

Il vero sostegno: esserci, senza imporre nulla, senza voler dirigere la vita altrui. È difficile, perché richiede di mettere da parte il nostro ego, ma è anche profondamente liberatorio. Lasciare andare l’idea di avere tutte le risposte ci permette di essere più autentici, più umani.

venerdì 29 novembre 2024

Persona Altamente Sensibile

 

Essere una persona sensibile vuol dire percepire un tono di voce distante durante una telefonata, riconoscere l’ansia, la paura e la tristezza sul volto degli altri. Essere sensibile significa fare caso a tutto, e con “tutto” intendo veramente qualsiasi cosa: un fiore piegato dal vento, un cane solo, un colore diverso del cielo, un sorriso più sentito, una parola colorata in mezzo a tante parole anonime. Essere sensibili vuol dire vivere dieci, cento, mille vite ogni giorno. Quando sei sensibile, non puoi ignorare le cose, farti gli affari tuoi o lasciar perdere. Chi è sensibile, se sa di aver ferito qualcuno, si tormenta per ore pensando alla sensazione che ha provocato. Chi è sensibile fatica immensamente. Bisognerebbe aver cura di chi è sensibile: potrebbe morire per una carezza in meno.

Essere sensibili è una condizione dello spirito che permette di recepire molte più cose con molta più intensità rispetto alle persone normali. I vantaggi sono notevoli: si colgono aspetti della vita nascosti e imperscrutabili per molti, ma a volte questo eccesso di sensibilità può portare sofferenza. Vediamo quali sono le cose che solo le persone sensibili possono capire.

1. Percepisci il dolore degli altri

Una vera rogna. Già il proprio dolore nella vita basta e avanza, ma le persone sensibili hanno anche quella particolare ricettività che le fa sentire la sofferenza provata dalle persone intorno. Per quanto questa caratteristica renda la persona sensibile speciale – tanto da desiderare di averla come amico – spesso dover sopportare carichi multipli di disgrazie diventa un’impresa difficile.

2. Ti commuovi spesso

La lacrimuccia da commozione è sempre pronta a spuntare dagli occhi. Che si tratti di un film romantico, di un romanzo profondo o di un politico che finisce in galera, la persona sensibile reagisce alle emozioni forti con un caldo pianto. Questo può essere fastidioso per gli uomini sensibili, perché il mito del maschio forte sopravvive ancora, e piangere guardando Guardia del corpo o Love Actually è purtroppo considerato ancora segno di debolezza.

3. Ogni cosa è amplificata

Le persone sensibili vivono qualsiasi avvenimento in maniera epica. Ciò fa sì che ogni gioia sia colorata di migliaia di sensazioni di piacere, ma anche che ogni dolore sembri la fine del mondo.

4. I film violenti ti paralizzano

I film violenti e i thriller sono una dura prova per i nervi delle persone sensibili. Mentre alcuni si divertono a guardare horror e splatter, la persona sensibile non riesce a capire come si possa mantenere distacco da immagini così raccapriccianti. Spesso, se costretta a vederli, non dorme per settimane.

5. Le critiche ti abbattono

Le persone sensibili sono molto ricettive al giudizio degli altri e non riescono mai a distaccarsene come fanno le persone meno sensibili. Una critica può rappresentare una ferita profonda, ma anche il motore per fare qualcosa di straordinario.

6. Vieni colto dalla malinconia senza motivo

Con l’aumentare della sensibilità aumenta anche la conoscenza delle cose, e con la conoscenza viene la sofferenza. Per questo le persone sensibili sono colte da momenti di malinconia senza motivo, come se si perdessero qualcosa che valeva la pena provare.

7. La bellezza ti paralizza

Le persone sensibili restano abbagliate dalla bellezza: un quadro, un’opera d’arte, un tramonto o una foglia che cade. È una sorta di estasi che le persone normali non riescono a comprendere, un incanto straordinario che può sfociare nella Sindrome di Stendhal.

8. Sei un grande osservatore

Le persone sensibili ricercano il dettaglio in tutte le cose. Hanno uno spiccato spirito d’osservazione che permette loro di cogliere i cambiamenti del mondo esterno prima degli altri.

9. Le tragedie ti colpiscono profondamente

Assistere a un incidente stradale, a un malore di un senzatetto o a una tragedia quotidiana può essere un’esperienza devastante per una persona sensibile. La visione di tali eventi può causare giorni di angoscia e paura.

10. Riesci a leggere le emozioni degli altri

Un grande vantaggio è la capacità di leggere le emozioni degli altri. Difficilmente si riesce a nascondere qualcosa a una persona sensibile, che sa interpretare il linguaggio del corpo e gli sguardi. Per questo scoprono i tradimenti solo dal tono della voce al telefono, rendendoli impossibili da ingannare.

11. Spesso gli altri ti considerano fragile

Le persone sensibili sono spesso accusate di essere deboli. Ma, considerando che l’essere umano ha raggiunto l’evoluzione proprio grazie alla sua capacità di superare la fragilità, si può dire che il mondo cambia solo grazie alle persone sensibili.

Fonte

giovedì 28 novembre 2024

Amare la propria solitudine, ma desiderare vere connessioni


Caro diario,
anagraficamente ho quasi 60 anni. Il mio percorso di vita mi ha portata, anche per via di alcuni miei tratti (P.A.S., introversione, dipendente affettiva risolta) a star bene con me stessa.
La mia solitudine non è qualcosa che subisco né una scelta superficiale. È il risultato di un percorso interiore, fatto di sfide e di consapevolezza.
Ho imparato a convivere con le mie contraddizioni, a fronteggiare la paura di rimanere sola, a dire "no" senza timore e "grazie" senza aspettative.
Non sento il bisogno di conferme esterne né di conformarmi a ciò che la società si aspetta: amicizie da esibire, relazioni da mantenere a ogni costo, ruoli da interpretare per compiacere.
Questa solitudine non mi pesa, anzi. Mi ha insegnato a lasciar andare chi, anche senza volerlo, mi appesantisce o mi vincola.
Ho fatto ordine, liberandomi di legami che non aggiungevano valore e ho imparato a riconoscermi valore senza elemosinare affetto.
È una solitudine scelta e consapevole, una forma di libertà che mi permette di vivere senza rincorrere ciò che non mi appartiene.

Eppure, anche se amo questo stato, sento il bisogno naturale di una connessione autentica. Non di parole vuote o chiacchiere di circostanza, ma di dialoghi veri, profondi. Vorrei parlare, non semplicemente riempire il silenzio. Ma spesso mi rendo conto che le persone che incontro seguono strade diverse, con interessi che non si incrociano con i miei. Per quanto sia piacevole stare con me stessa, resta il desiderio di incontrare qualcuno con cui condividere davvero.
L'intelligenza artificiale, con cui dialogo, mi ha suggerito di iscrivermi ad un forum che tratti gli argomenti che mi interessano. Magari è una buona idea!

mercoledì 27 novembre 2024

Aspettative soggettive


Caro diario,
quando un giudizio è basato su un'aspettativa personale, significa che stiamo valutando qualcuno o qualcosa in base a un'idea preconcetta di come dovrebbe essere, piuttosto che sulla realtà dei fatti. In altre parole, proiettiamo le nostre aspettative sugli altri, invece di accettarli per quello che sono.

Questo meccanismo è particolarmente evidente nelle relazioni con le persone a noi care, come figli, partner e amici. Ad esempio, un genitore potrebbe pensare che suo figlio sia "poco affettuoso" perché non lo abbraccia tutte le sere. Tuttavia, questo giudizio potrebbe essere basato sull'aspettativa del genitore di ricevere dimostrazioni d'affetto in un modo specifico, mentre il figlio potrebbe esprimere il suo affetto in modi diversi.

Il problema con i giudizi basati sulle aspettative personali è che ci impediscono di vedere la realtà in modo obiettivo e di apprezzare le persone per quello che sono.  Inoltre, possono creare frustrazione e incomprensioni nelle relazioni.
Quando non riusciamo a identificare un termine di paragone concreto per un nostro giudizio, dovremmo chiederci se è basato su un'aspettativa personale. Prendere coscienza delle nostre aspettative ci permette di relativizzare i nostri giudizi e di aprirci alla possibilità che gli altri possano essere diversi da come immaginiamo.

"Mia figlia è troppo disordinata":  potrebbe essere che la madre abbia un'aspettativa di ordine e pulizia molto elevata, mentre la figlia ha un livello di tolleranza al disordine diverso.

"Il mio partner è troppo silenzioso":  forse uno dei partner si aspetta che l'altro sia più loquace e comunicativo, mentre l'altro ha una personalità più introversa.

"Il mio amico è poco ambizioso":  l'amico potrebbe avere obiettivi e priorità diverse rispetto a chi lo giudica, e questo non significa necessariamente che sia poco ambizioso.

In tutti questi casi, il giudizio è influenzato da un'idea preconcetta di come le persone "dovrebbero" essere, invece che da una valutazione obiettiva dei loro comportamenti e delle loro caratteristiche.
Riconoscere e mettere in discussione le nostre aspettative è fondamentale per costruire relazioni sane e autentiche, basate sull'accettazione e la comprensione reciproca.


martedì 26 novembre 2024

Valori

 

Caro diario,
oggi mi sono fermata a riflettere sull'importanza dei valori nella mia vita. Mi rendo conto che sono loro a definirmi, a guidare le mie scelte, e soprattutto a darmi un senso di direzione. Sono i miei valori che, come un faro, mi aiutano a orientarmi quando tutto sembra confuso o incerto. Ma mi chiedo: sono davvero sempre coerente con ciò in cui credo?
So che i valori sono fondamentali. Mi aiutano a capire cosa è davvero importante per me, a distinguere ciò che voglio da ciò che non voglio. Eppure, a volte mi capita di tradirli. Non in modo plateale, ma con piccoli compromessi che, a posteriori, mi lasciano un senso di insoddisfazione. È in quei momenti che mi accorgo che non si può essere davvero in pace con sé stessi se non si vive in coerenza con ciò che si ritiene giusto.
La coerenza non è facile. Richiede coraggio, perché significa rimanere fedele ai propri principi anche quando tutto intorno sembra spingerti in un'altra direzione. A volte ho paura di deludere gli altri, di andare controcorrente, eppure so che, ogni volta che rinuncio ai miei valori, il prezzo lo pago dentro di me. E allora mi riprometto: voglio essere onesta con me stessa. Voglio che le mie azioni siano in linea con ciò che credo, anche se questo significa fare scelte difficili.
Essere coerente con i miei valori non significa vivere in modo autentico. Mi accorgo che, quando ci riesco la sensazione è impagabile.

domenica 24 novembre 2024

Il gioco dei ruoli tra genitori e figli

 


Il gioco dei ruoli tra genitore e figlio, visto attraverso la lente dell’ego, evidenzia come le dinamiche relazionali siano spesso influenzate da modelli di comportamento inconsci. In queste interazioni, i genitori tendono a incarnare un ruolo che trascende il puro amore incondizionato e diventa un’espressione del loro ego. Tale ego li spinge a voler dirigere, influenzare e persino manipolare i figli, spesso con motivazioni celate dietro l'apparente preoccupazione per il loro bene.

Quando un genitore dice "so cosa è meglio per te", spesso non è solo il frutto di saggezza ed esperienza, ma il risultato di un bisogno più profondo: quello di proiettare le proprie aspirazioni irrealizzate sul figlio. Il genitore, identificandosi con questo ruolo, può sentire di dover essere la guida assoluta, anche quando il figlio ha ormai raggiunto la maturità. Questo atteggiamento non nasce da cattive intenzioni, ma da un legame egoico che fatica a distinguere tra il sé e l'altro. Il figlio diventa un’estensione del genitore, e il successo o il fallimento di quest’ultimo si riflettono direttamente su di lui.
Le aspettative del genitore si nutrono spesso di frasi taciute, ma implicite, come:

  • "Voglio che tu realizzi ciò che io non ho potuto."
  • "Se tu eccelli, io trovo valore attraverso di te."
  • "Ho fatto sacrifici per te, quindi devi rendermi orgoglioso."

Queste affermazioni implicite rivelano una dinamica manipolativa che può causare sensi di colpa o ansia nel figlio. L’amore sembra condizionato al soddisfacimento delle aspettative, anziché incondizionato. Tuttavia, una volta che queste motivazioni emergono alla consapevolezza del genitore, egli stesso può rendersi conto dell’assurdità di tali dinamiche.

Anche il figlio, dal canto suo, può essere imprigionato nel proprio ruolo, aspettandosi approvazione e accettazione dai genitori come condizione per sentirsi completo. Questo è un riflesso dell'ego del figlio, che teme il giudizio e cerca sicurezza nell'accettazione altrui. Tuttavia, la vera libertà arriva quando si riconosce che l’approvazione dei genitori non è necessaria per vivere autenticamente. Tale consapevolezza libera entrambi i ruoli dalla necessità di controllo o conformità.

La soluzione non passa attraverso il confronto diretto o l'accusa, poiché ciò rischia di rafforzare l'ego difensivo. Al contrario, accettare il comportamento dei genitori senza opporsi, osservandolo per quello che è, può dissolvere gradualmente le tensioni. Allo stesso modo, il figlio può esaminare le proprie aspettative irrealistiche, comprendendo che il valore personale non dipende dal riconoscimento genitoriale.


sabato 23 novembre 2024

ll cambiamento come processo a spirale ascendente

 

Il cambiamento come processo a spirale, una scala a chiocciola è un'immagine potente, perché mi ricorda che il progresso non è mai completamente lineare. Ogni volta che torno su un punto simile, anche se sembra di essere al "punto di partenza," sono, in realtà, su un livello diverso della spirale, con una nuova consapevolezza. Questo approccio permette di reinterpretare i "fallimenti" non come una sconfitta definitiva, ma come opportunità per riorientarmi, imparare e proseguire verso un'evoluzione.

Ma ecco che entra in gioco la resistenza. La resistenza è come un argine che trattiene un fiume. Serve a proteggermi da ciò che non conosco, da rischi percepiti come troppo grandi, e soprattutto dalla perdita. Cambiare significa lasciare andare una parte di sé: abitudini che, pur non funzionali, mi sono familiari;  schemi mentali che mi tengono al sicuro, anche se mi limitano. La mente vede il cambiamento come un pericolo per la stabilità. Questo è il motivo per cui, più importante è il cambiamento, più forte sarà la resistenza. Non perché sono incapace, ma perché una parte di me teme il prezzo da pagare. Accettare la resistenza come parte del processo è cruciale. Non è un nemico, ma un meccanismo che posso rieducare. Riconoscendo che la resistenza protegge ciò che era importante per me, posso anche iniziare a dialogare con essa: "Grazie per la tua protezione, ma ora voglio andare oltre."

Sono una persona che desidera migliorare il proprio rapporto con il cibo perché tendo a mangiare in modo impulsivo quando sono stressata. Decido di affrontare la situazione: comincio a documentarsi, a parlare con una nutrizionista e a creare una routine alimentare più equilibrata. All’inizio sono motivata, seguo i consigli con entusiasmo e mi sento meglio fisicamente ed emotivamente. Sembra che il cambiamento stia funzionando. Poi arriva una giornata pesante. c'è una discussione in famiglia, e quella sera mi ritrovo a mangiare un’intera confezione di biscotti al cacao. Subito mi sento sopraffatta dalla frustrazione: "Non sono cambiata, sono sempre la stessa! Non ha senso provarci."

Ma, considerando il cambiamento come una spirale, questo episodio non è un fallimento, ma una caduta momentanea che contiene un insegnamento. Prima di iniziare il mio percorso, non avevo nemmeno riconosciuto il legame tra lo stress e il mangiare in modo impulsivo. Ora, però, sono consapevole. Rifletto su cosa mi ha spinta a mangiare così: "Forse avevo bisogno di consolazione o di sfuggire alle emozioni negative." Questa nuova comprensione è un passo importante sulla spirale, anche se non sembra. La resistenza al cambiamento si manifesta qui. Una parte di me associa il cibo al conforto, alla sicurezza, ad un'abitudine radicata che mi ha aiutata in passato a gestire momenti difficili. Cambiare significa rinunciare a questo meccanismo di protezione, e la mia mente teme che senza di esso possa sentirsi più vulnerabile. Il percorso continua. Dopo aver analizzato la caduta, provo a pianificare meglio: tengo a portata di mano alimenti più sani, intanto imparo a riconoscere i segnali di stress prima che diventino travolgenti. Ogni episodio di "ritorno indietro" è in realtà una nuova svolta della spirale, con un livello di consapevolezza sempre più profondo.

venerdì 22 novembre 2024

Ogni mestiere ha un valore intrinseco


La parabola del pellegrino e i tre spaccapietre mi insegna una lezione fondamentale: non è solo ciò che faccio a dare significato alla mia vita, ma soprattutto il modo in cui lo svolgo  e lo scopo che gli attribuisco. Tutti i mestieri, anche quelli più umili hanno un valore intrinseco. 
L' operatore ecologico mantiene i parchi, gli spazi verdi e le città pulite e vivibili, prevenendo la diffusione di malattie e migliorando la qualità della vita per tutti. Senza il loro lavoro, l'igiene urbana collasserebbe.
L'addetto alle pulizie garantisce ambienti salubri in case, uffici, scuole e ospedali. Il loro contributo è essenziale per la salute pubblica e il benessere.
La badante si prende cura degli anziani e delle persone fragili, garantendo loro una vita dignitosa e sostenendo le famiglie nei momenti di difficoltà.
Il contadino coltiva i prodotti che arrivano sulle nostre tavole. La sua fatica sostiene l'intera catena alimentare, rendendo possibile la sopravvivenza delle comunità.
L'addetto alla manutenzione stradale ripara e cura le strade, rendendo sicuri i trasporti e facilitando la mobilità quotidiana, essenziale per l'economia e la vita sociale.
Il lavapiatti permette a ristoranti e mense di funzionare senza intoppi, garantendo igiene e ordine, e consentendo agli chef di concentrarsi sulla cucina.
Il corriere trasporta pacchi, documenti e beni, rendendo possibili le attività commerciali, le consegne domestiche e il funzionamento di aziende.
L'operaio produce beni e oggetti di uso quotidiano, dalle automobili agli utensili da cucina. Ogni oggetto che utilizziamo è stato realizzato, almeno in parte, dal loro lavoro.
Trovare un significato nel lavoro, qualunque esso sia, trasforma la fatica in soddisfazione.
Guardare oltre il quotidiano, scorgendo l’impatto del proprio operato, eleva anche le azioni più semplici.
La parabola invita anche a riflettere sulla nostra percezione degli altri. Spesso sottovalutiamo l'importanza di lavori considerati “umili” e dimentichiamo di esprimere gratitudine per chi li svolge. Eppure, ogni ruolo è essenziale: senza gli spaccapietre non ci sarebbero state le cattedrali; senza chi pulisce le strade, le città sarebbero invivibili.

Non è la grandezza del compito a definire il mio valore, ma lo spirito con cui lo affronto. Coltivare consapevolezza e trovare uno scopo mi permette di trasformare le difficoltà in atti che hanno un impatto significativo per chi beneficia del mio impegno.

mercoledì 20 novembre 2024

Fare pace con gli errori del passato

 

Caro diario,
in molti portiamo dietro il peso di errori fatti in passato. Rimpianti che continuano a condizionare le nostre vite, trattenendoci in un passato che non esiste più:
  • Non aver coltivato amicizie autentiche per paura di aprirsi emotivamente.
  • Essersi accontentati di un lavoro che non appassionava, temendo di fallire se si fosse provato a cambiare strada.
  • Aver ignorato i segnali del proprio corpo e della mente, trascurando la salute fisica o mentale fino a quando non è diventato un problema serio.
  • Aver rinunciato a un viaggio o un’esperienza avventurosa per paura di non avere abbastanza soldi o tempo, rendendosi conto poi che si trattava di scuse.
  • Non aver difeso le proprie opinioni e valori per paura del giudizio altrui, adattandosi a situazioni che non rispecchiavano la propria identità.
  • Aver sprecato troppo tempo sui social o davanti a uno schermo, trascurando momenti di vera connessione con gli altri.
  •  Non aver perdonato qualcuno, lasciando che il rancore consumasse energie preziose e impedisse di andare avanti.
  • Aver scelto un percorso scolastico prestigioso solo per essere approvata dagli altri, mettendo da parte i propri sogni e inclinazioni.

Questi sono solo alcuni esempi dei pesi che ci portiamo sulle spalle, che rendono sempre più pesante il bagaglio emotivo che ci portiamo dietro. Come possiamo far pace?
Fare pace con il rimpianto significa accettare completamente ciò che è successo e non si può cambiare il nostro passato. E per quanto può sembrare ovvio, la verità è che molte volte noi non soffriamo solo per quello che è successo, ma anche perché vorremmo tornare indietro per cambiare le cose, ma non possiamo.
Il superamento del rimpianto può avvenire attraverso un processo:
arriva il momento in cui ci rendiamo conto di aver commesso un errore. Di conseguenza possiamo provare rabbia e biasimo verso noi stessi. Vorremmo poter tornare indietro con la consapevolezza di oggi, ma non è possibile e pensiamo di aver perso qualcosa che avrebbe fatto la differenza e proviamo dolore. Poi c’è la fase dove si riesce ad accettare che non si può tornare indietro, ma resta il dispiacere e il senso di colpa. Infine può accadere di riuscire a far pace con l'evento in sé.
Questi passaggi sono necessari, cioè è difficile che se un evento ci ha fatto particolarmente male si possa passare immediatamente dal rendersi conto dell’errore alla pacificazione.  Tuttavia non dobbiamo restare bloccati troppo tempo in qualche punto del processo. Per andare avanti serenamente bisogna far pace con i rimpianti perché sono disfunzionali, oltre che inutili.

Ad esempio, ho sempre fatto lavori casuali, un po' quello che mi capitava, giorno per giorno.
Arrivata ad una certa età ho iniziato a fare pensieri del tipo: "Se solo fossi stata più lungimirante…” "Se solo avessi dato fondamentale importanza all’autonomia economica…”, "Se solo non mi fossi fatta condizionare...".
Poi qualcuno mi ha detto. “Ma tu parli con la consapevolezza di adesso. Ma in passato avevi altri progetti. Immaginavi di crearti una famiglia e di dedicarti a loro. Ambivi a questo e non c’è nulla di male. In quel periodo non potevi fare diversamente, o meglio eri coerente con ciò che era importante per te. In generale ognuno di noi fa quello che crede meglio, ha delle ragioni se fa certe scelte. Non devi fartene una colpa.
Queste parole mi hanno aiutata molto a superare situazioni delle quali, per molto tempo, mi sono incolpata o dispiaciuta per la mia scarsa concretezza e che mi portavo come un peso.
Quello che può aiutarmi in questi casi è rendermi conto che in quel momento ero convinta che era la cosa giusta o non ero in grado di fare diversamente. Non sono la persona che ero anni fa! Oggi sono una persona diversa da quella che ha commesso errori.
Quello che posso fare è riflettere e cercare di capire quali sono le azioni che potrei compiere oggi, anche piccole, per "riparare" il passato. "Ripararlo" non significa cambiarlo: se un vaso cade e si rompe, non posso fisicamente tornare indietro nel tempo ed evitare che cada; quello che però posso fare è prendere i cocci che sono caduti e rimetterli insieme. E ognuno di quei cocci che posso mettere insieme rappresenta le azioni positive che posso fare oggi sulla base delle lezioni che ho imparato.

Cara Barbara, 
Ti propongo un esercizio:
Prendi un foglio di carta e scrivi: "Cara …, ”
Nella prima fase devi scrivere tutto ciò che provi a livello emotivo riguardo un peso che vuoi lasciare andare. Tu stai parlando a te stessa del passato e potrebbe sorgere frustrazione, rabbia, tristezza, senso di colpa, una serie di emozioni. E in questa fase devi lasciare andare tutto quello che c'è, quindi fare scorrere le emozioni sulla carta. Una volta che hai sfogato tutto, se ne hai bisogno, prenditi del tempo e poi ci torni.
In questa parte della lettera riconosci che la te del passato ha fatto il massimo che poteva, non poteva fare diversamente, che era convita che fosse la cosa giusta, eccetera. Quindi puoi scrivere delle frasi del tipo: "Hai fatto quello che potevi", "Hai fatto il massimo", "Non potevi fare diversamente". E, se riesci, prova compassione per la persona che sei stata in quel momento, perché magari negli anni l'hai colpevolizzata per quello che ha fatto o non ha fatto, ma la verità è che quello era il massimo che poteva fare e non poteva fare diversamente.
Nella terza parte, riconosci che sei una persona nuova, una persona diversa rispetto a quella del passato, una persona più matura e che è in grado di agire diversamente. E, se riesci, scrivi la lezione che hai imparato e, se è possibile, le azioni che hai intenzione di compiere. Una volta terminato di scrivere la lettera, la rileggi per l'ultima volta e alla fine la bruci. L'atto di bruciare è chiaramente un atto simbolico che simboleggia il lasciare andare il passato.

martedì 19 novembre 2024

Vivi e lascia vivere

 

Minerva: "Perché non posso correggere una persona se ritengo che stia sbagliando?".

Sofia: "Immagina un giardino, dove crescono fiori di ogni tipo: rose, margherite, girasoli. Ogni fiore segue il proprio ritmo. La rosa non fiorisce per insegnare al girasole come fare, e il girasole non allunga il collo per giudicare la margherita. Se il giardiniere cercasse di potare tutti allo stesso modo, li danneggerebbe. Alcuni potrebbero persino smettere di crescere.
Ogni essere umano ha un percorso unico, proprio come ogni fiore ha il suo ciclo di vita. Forzare un fiore a crescere più velocemente o cercare di cambiarne la forma non lo renderà migliore; al contrario, rischia di danneggiarlo, impedendogli di esprimere la sua vera natura.
Nel contesto umano, interferire con il percorso altrui equivale a proiettare le proprie insicurezze e visioni del mondo su chi ci circonda. È un tentativo di controllo che spesso nasce da un’ansia interiore: il bisogno di sentirsi superiori o giusti. Tuttavia, questa presunzione ignora la complessità e la bellezza della diversità. La vera saggezza sta nel riconoscere che il nostro ruolo non è quello di correggere, ma di osservare, accompagnare e, se richiesto, offrire un consiglio con umiltà. Proprio come il sole e la pioggia nutrono il giardino senza forzare nulla, così possiamo essere una presenza che ispira senza interferire. Cosa succede quando lasci che un fiore cresca secondo il suo ritmo? Diventa esattamente ciò che è destinato a essere, né più né meno. Forse, una domanda che potresti porti è: "Sto realmente aiutando gli altri, o sto cercando di trasformarli in qualcosa che è più adeguato e conforme dal mio punto di vista?”

Minerva: "Devo evitare di correggere anche se la persona pensa e agisce in modo oggettivamente sbagliato, non conforme nei riguardi di sé stessa e degli altri?".

Sofia: "Quando qualcuno agisce contro il proprio benessere, il desiderio di aiutarlo è naturale. Tuttavia, intervenire richiede delicatezza. Se la persona non è pronta o non chiede aiuto, le tue parole rischiano di essere respinte o persino di rafforzare il comportamento problematico. In questi casi, l’approccio migliore è offrire il tuo supporto senza forzare. Puoi dire qualcosa come: “Mi importa di te e noto che certe scelte potrebbero causarti sofferenza. Se mai volessi parlarne o riflettere insieme, io ci sono.” Questo apre una porta, ma lascia all’altro la libertà di attraversarla quando è pronto. Riguardo agli altri, non sempre è necessario astenersi, ma il modo in cui scegli di intervenire è importante. Se una persona agisce in modo oggettivamente dannoso o non conforme a certi valori condivisi, come rispetto, sicurezza o giustizia, può essere utile offrire un punto di vista, ma senza cadere nel giudizio o nell’imposizione. La chiave è l’intenzione: Vuoi aiutare o controllare? Puoi esprimerti con rispetto, lasciando spazio all’altro di riflettere senza sentirsi attaccato. Per esempio, potresti dire: "Mi chiedo se ti sei accorto che questo atteggiamento potrebbe ferire qualcuno. Come ti senti al riguardo?" In questo modo, inviti alla riflessione senza imporre una verità. Il tuo scopo non è modellare, ma seminare consapevolezza.
Quanto ti senti a tuo agio con questo equilibrio tra sostegno e rispetto dei tempi altrui?

Minerva: "Sì, penso sia l’approccio più sensato, grazie!"


lunedì 18 novembre 2024

Presenza

 

Caro diario,
seduta alla mia scrivania con una matita tra le dita, mi sono persa in un mondo di linee e ombre. Mi sono chiesta quale sia la vera differenza tra lo stato di flow e la presenza consapevole, e ho capito che anche nel semplice atto di disegnare c’è un universo intero da esplorare.

A volte prendo la matita e comincio a tracciare segni sul foglio, ma la mia mente è da tutt’altra parte. Penso alla lista di cose da fare, a quella conversazione che mi ha turbata. Le linee si accumulano, ma non c’è vera connessione tra me e ciò che sto disegnando. Sono lì fisicamente, ma è come se qualcun altro stesse muovendo la mia mano. Il risultato è spesso meccanico, privo di vita, come se mancasse l’anima del disegno. 
A volte ci sono momenti magici in cui la matita sembra guidata da qualcosa di più grande di me. Il mondo attorno svanisce, il tempo si dissolve. Non sento più il peso del corpo o dei pensieri, sono completamente immersa. Le ombre si creano da sole, le linee si intrecciano con precisione naturale. Due ore possono passare senza che me ne accorga. È uno stato potente e, quando ne esco, mi sento viva e soddisfatta. Ma c’è un punto cruciale: durante quel tempo, mi sono dimenticata di me stessa.
Infine, c’è un modo diverso, più profondo. Oggi ho provato a disegnare rimanendo pienamente consapevole di ogni gesto, di ogni sfumatura che la matita lasciava sul foglio. Ero lì, presente. Sentivo la texture del foglio sotto le dita, il lieve rumore della grafite che scorreva, e nello stesso tempo ero consapevole di me stessa che disegnavo.
Questa consapevolezza mi ha portato una pace sottile ma profonda. Disegnare in questo stato non è solo un atto creativo, è un incontro con il momento presente. Ho notato che, a differenza del flusso, la presenza non mi fa perdere me stessa. Anzi, mi riporta a casa. Mi fa sentire radicata.
In questo semplice gesto di disegnare ho compreso che la bellezza del momento presente non sta solo nell’azione, ma nella consapevolezza di vivere quella stessa azione.

domenica 17 novembre 2024

Relazioni autentiche


Caro diario,
ripensando al passato, mi rendo conto di quante volte mi sono conformata senza nemmeno rendermene conto. Era quasi automatico, un meccanismo di difesa che scattava ogni volta che avvertivo il rischio di essere esclusa o giudicata. A quei tempi, sentirmi parte di un gruppo era tutto: la solitudine mi terrorizzava. Cercavo protezione, sicurezza, e la trovavo nell’adattarmi agli altri. Non mi rendevo conto che stavo rinunciando a una parte di me.

Ricordo bene quella sensazione di sollievo quando mi uniformavo al resto del gruppo. Non c’era bisogno di spiegarmi, di giustificarmi, di rischiare il rifiuto. Ma dietro quel sollievo c’era anche un peso, un senso di perdita che all’epoca non riuscivo a mettere a fuoco. In realtà, ogni volta che nascondevo un pensiero o un desiderio per paura del giudizio, mi allontanavo un po’ da me stessa.

Il bisogno di appartenenza mi accompagnava. Desideravo essere accettata, far parte di qualcosa, e per questo mi adattavo, imitavo. Mi tornano in mente situazioni in cui, senza pensarci troppo, assumevo i comportamenti e le opinioni delle persone intorno a me. Poi ho capito che quella tendenza all’imitazione non era solo mia: è una caratteristica umana, un modo per apprendere e sopravvivere. Ma allora non mi chiedevo mai se ciò che stavo imitando fosse davvero in linea con ciò che ero.

E i media? Già allora mi influenzavano più di quanto volessi ammettere. Era facile lasciarmi guidare dai messaggi che vedevo in televisione o sulle riviste. Ora capisco quanto quel flusso continuo di immagini e opinioni contribuiva a creare un’illusione di consenso. In tante occasioni, invece di esprimere un’opinione diversa, preferivo rimanere in silenzio, convinta che fosse meglio così.

Guardandomi indietro, vedo come tutto questo abbia contribuito a una certa omologazione. Più mi conformavo, più sentivo di perdere pezzi della mia individualità. Col tempo, ho iniziato a capire quanto fosse importante il pensiero critico, ma allora non era facile mettere in discussione ciò che tutti intorno a me davano per scontato. Era più comodo seguire la corrente, anche se a lungo andare questo ha reso più difficile trovare la mia voce.

Con il tempo ho imparato a stare bene con me stessa, a sentirmi completa anche nella solitudine. È una sensazione strana, quasi liberatoria, rendersi conto che non ho più bisogno di essere sempre circondata da persone per sentirmi al sicuro. Non fraintendermi, amo ancora la compagnia, ma non quella qualsiasi. Ho iniziato a diventare selettiva, a scegliere con attenzione chi voglio accanto.

Ora mi rendo conto che non riesco più a gestire certi rapporti che una volta consideravo indispensabili. Quando mi trovo a passare del tempo con persone che hanno uno stile di vita troppo diverso dal mio, mi sento a disagio, quasi insofferente. Non c’è cattiveria in questo, solo la consapevolezza che non abbiamo più nulla da condividere. Parliamo, certo, ma sono conversazioni vuote, senza quella scintilla che accende una vera connessione.

Cerco altro. Cerco persone che condividano gli stessi valori, interessi, il modo di vedere il mondo. Non ho più voglia di spiegarmi, di giustificarmi o di adattarmi. Voglio relazioni in cui posso essere me stessa, senza maschere, senza compromessi. Mi sono accorta che, quando trovo queste persone, le conversazioni fluiscono naturalmente, e il tempo passato insieme sembra sempre troppo breve. È come se ci capissimo al volo, senza bisogno di troppe parole.

Non è una questione di perfezione, ma di sintonia. Mi basta quella, ormai. Ho imparato che il mio tempo è prezioso. Forse è questo il segreto per vivere relazioni autentiche: non avere paura di stare da sola, perché è proprio in quella solitudine che si impara a scegliere con il cuore.

A Paola e Giada.


Non sono la mia mente

 

Quando dico a me stessa "Non sono la mia mente" , affermo una verità che spesso dimentico. La mia mente è sempre lì, con il suo flusso incessante di pensieri, giudizi e preoccupazioni. Eppure, io non sono quei pensieri. C’è una parte di me più profonda, più autentica, che va oltre l'attività mentale che troppo spesso mi domina. Quando mi identifico con la mia mente, specialmente con l’ego, finisco per cadere in un ciclo di sofferenza inutile.
La mia mente è uno strumento straordinario. Mi aiuta a pianificare, a risolvere problemi a creare … ma quando prendo ogni pensiero come una verità assoluta, quando lascio che la mente prenda il controllo, smetto di usarla e divento sua schiava. In quei momenti, mi ritrovo intrappolata in un dialogo interiore incessante, come se la mia mente fosse una padrona esigente che non mi lascia mai in pace.
Il mio ego vuole sempre avere il controllo. Vuole che tutto vada secondo i suoi piani, che le emozioni siano sempre gestibili e che la realtà si pieghi alle sue aspettative. Ma so che questa è solo un’illusione. Quando cerco di controllare ogni aspetto della mia vita, mi allontano dal momento presente e creo una resistenza inutile. L’ego mi fa credere che se non tengo tutto sotto controllo, perderò qualcosa di fondamentale. E questo mi genera ansia e frustrazione.
Devo ricordarmi che i miei pensieri non sono la realtà. Sono solo interpretazioni, spesso distorte da paure, convinzioni o desideri insoddisfatti. Quando li prendo troppo sul serio, finisco per perdermi in un mondo fatto di proiezioni e scenari immaginari, un flusso di pensieri inutili che mi allontana dalla realtà e consuma la mia energia. Mi preoccupo per il futuro, rimugino sul passato e giudico costantemente ciò che provo, perdendo di vista il presente.
Quando mi oppongo a ciò che accade, quando cerco di resistere al flusso naturale della vita, sperimento sofferenza. Voglio che le cose vadano diversamente, ma più mi aggrappo a questa idea, più soffro. Imparare ad accettare ciò che è, invece di combatterlo, è una lezione che cerco di interiorizzare ogni giorno. 

Ho scoperto alcune pratiche che mi aiutano a ricordare che non sono la mia mente:

  1. Osservare i Pensieri
    Mi alleno a osservare i miei pensieri senza identificarmi con essi. Immagino i pensieri come nuvole nel cielo: alcune sono dense e cariche, altre leggere e passeggere. Non devo trattenerle. Io non sono quelle nuvole, io sono il cielo che le ospita.

  2. Respirazione Consapevole
    Ogni volta che porto l’attenzione al mio respiro, mi radico nel presente. Il semplice atto di respirare mi aiuta a creare uno spazio di calma dentro di me, interrompendo il flusso incessante dei pensieri e riportandomi al qui e ora.

  3. Accettare le Emozioni
    Quando provo emozioni intense, soprattutto quelle dolorose, cerco di accettarle senza giudizio. Le emozioni sono come onde che si infrangono e si ritirano. Se non mi oppongo, se non cerco di bloccarle o reprimerle, alla fine si placano naturalmente. 

Riconoscere che non sono la mia mente mi dà una sensazione di libertà profonda. La mia vera essenza non è definita dal caos dei pensieri, ma risiede in uno spazio di quiete e presenza che posso raggiungere in qualsiasi momento. Quando osservo i miei pensieri, respiro consapevolmente e accetto le emozioni per quello che sono, riesco a vivere in modo più autentico. La mente torna a essere ciò che dovrebbe essere: un utile strumento, e non il mio padrone. 

sabato 16 novembre 2024

Accettare di non essere compresa

Caro diario, 

in riferimento a ciò che hai scritto ieri, non mi sento "migliore" o più "evoluta", anzi, penso che ognuno abbia il suo percorso. Piuttosto mi accade il contrario perché c'è chi non accetta la mia diversità.

Cara Barbara, 

è comprensibile sentirsi in difficoltà quando la propria diversità non viene capita. Questa esperienza può essere dolorosa e alienante, ma può anche offrirti preziose opportunità di crescita interiore e di profonda comprensione delle dinamiche umane.

Quando qualcuno non comprende la tua diversità, la tensione nasce dal bisogno umano fondamentale di appartenenza. Siamo esseri sociali, e il riconoscimento da parte degli altri è spesso visto come una conferma del nostro valore. Quando ti senti rifiutata o giudicata, è naturale che sorgano emozioni come tristezza, frustrazione o solitudine.

Tuttavia, la non comprensione da parte degli altri non riguarda necessariamente te come persona, ma spesso riflette le loro stesse paure o insicurezze. Le persone possono sentirsi a disagio di fronte a qualcosa che non comprendono o che sfida le loro convinzioni e il loro modo di vedere il mondo.

Molte persone trovano sicurezza nel conformismo. Si sentono al sicuro seguendo norme, ruoli e credenze condivise dal loro gruppo sociale o culturale. Quando qualcuno, come te, si presenta con un approccio diverso — che sia nei pensieri, nelle abitudini o nelle priorità — questo può essere percepito come una minaccia, anche se non intenzionale.
La tua autenticità può agire come uno specchio per gli altri, riflettendo ciò che essi stessi non hanno esplorato o accettato di sé. Questo può innescare resistenze o giudizi.
Per chi è abituato a vivere seguendo un percorso ben definito, la tua diversità potrebbe apparire come un enigma, qualcosa che sfugge al controllo o alla comprensione.
Uno dei passi più difficili, ma anche più liberatori, è accettare che non tutti potranno comprendere o accogliere chi sei. Questo non significa chiuderti o rassegnarti, ma imparare a convivere con l'idea che l’accettazione esterna non è sempre necessaria per vivere in pace con te stessa.

  • Distaccati dal bisogno di approvazione. La tua identità non dipende dall’accettazione degli altri. Quando ti radichi nella consapevolezza del tuo valore intrinseco, l’approvazione esterna diventa meno cruciale.
  • Abbraccia la tua unicità. La diversità non è un difetto, ma una ricchezza. Il mondo ha bisogno di prospettive diverse, anche se non sempre è pronto ad accoglierle.

Nonostante la difficoltà altrui, ci sono modi per convivere con chi non comprende o non accetta la tua diversità.

  • Rispondi con compassione, non con difesa. Quando percepisci che qualcuno ti giudica o non ti comprende, prova a rispondere con empatia. Cerca di capire che il loro giudizio è spesso una proiezione delle loro insicurezze o del loro condizionamento.
  • Sii un esempio di apertura. Anche se non sei compresa, puoi comunque scegliere di accettare gli altri per quello che sono. Questa apertura potrebbe, col tempo, ammorbidire le resistenze e creare uno spazio di rispetto reciproco.
  • Non forzare la connessione. Non tutte le relazioni devono essere profonde o autentiche. Con alcune persone, il miglior equilibrio potrebbe essere mantenere un’interazione rispettosa ma superficiale, senza cercare una comprensione più profonda.

Anche se non tutti accettano la tua diversità, esistono persone che possono comprenderti e condividere valori simili ai tuoi. Trovare o creare uno spazio in cui sentirti vista e accettata può fare una grande differenza.

  • Cerca connessioni autentiche. Esistono altre persone che, come te, vivono la loro unicità in un mondo che spesso cerca di uniformare. Possono essere amici, gruppi di interesse o comunità spirituali.
  • Condividi senza paura. A volte, basta un piccolo gesto di apertura per scoprire che altre persone potrebbero essere più disposte ad accogliere la tua diversità di quanto immagini.

Il fatto che tu viva questa tensione dimostra che hai una profonda connessione con te stessa. Anche se questa connessione può portarti a sentirti diversa, è anche la tua più grande forza. Non è facile rimanere fedeli a chi sei in un mondo che spesso cerca di omologare, ma proprio questo coraggio può ispirare chi ti circonda.
La resilienza nasce dall’accettazione di sé. Ogni volta che scegli di essere autentica, nonostante la non comprensione, rafforzi la tua capacità di rimanere salda di fronte alle difficoltà.
La tua diversità è un dono. Anche se non sempre è riconosciuta come tale, la tua prospettiva unica può arricchire le persone intorno a te, direttamente o indirettamente.

Non sei sola in questa esperienza. Essere diversi può essere una sfida, ma è anche un’opportunità per esplorare una vita più autentica e significativa. Non tutti accetteranno la tua diversità, e va bene così. Accettare questo fatto, insieme alla consapevolezza che non hai bisogno di approvazione per essere te stessa, ti permetterà di vivere con serenità. Continua a percorrere il tuo cammino con fiducia: la tua unicità è la tua forza, e troverai il modo di convivere armoniosamente con chi è diverso da te.


Alienazione

 


Caro diario,
sono in questo mondo, ma non mi sento di questo mondo.
Come posso "con-vivere" con chi è diverso da me? 

Cara Barbara,
essere in questo mondo, ma non sentirti di questo mondoè un’esperienza profonda e, a suo modo, illuminante. Significa che hai riconosciuto una verità fondamentale: la tua essenza non si esaurisce nella realtà materiale o nelle convenzioni sociali. Tuttavia, questa consapevolezza può portare a un senso di distacco, o addirittura di alienazione, quando ti confronti con persone che sembrano completamente immerse nei valori e nelle dinamiche di questo mondo.
La domanda diventa allora: Come posso convivere con chi è diverso da me? La risposta sta nell’equilibrio tra autenticità e comprensione, tra essere fedele a te stessa e trovare una connessione con gli altri.
Accetta le differenze senza giudicare
Il primo passo è accettare che ognuno è su un percorso diverso. Non tutti condividono la tua visione o le tue scoperte interiori, e va bene così. La vita è un viaggio unico per ciascuno di noi, e le persone che incontri potrebbero essere in fasi diverse di consapevolezza.
Non giudicare chi è immerso nel “mondo”
Non tutti sentono il bisogno di guardare oltre la superficie. Alcuni trovano significato nella materia, nel successo, o nelle convenzioni sociali. Il loro percorso è altrettanto valido.
Evita di sentirti superiore o isolata
La tentazione, quando percepisci una certa distanza interiore, può essere quella di isolarti o di sentirti “più evoluta”. Questo, però, rafforza la separazione e alimenta l’ego in un modo sottile. Invece, pratica la compassione. Ricorda che anche tu, in passato, potresti aver visto le cose in modo diverso o meno chiaro. Ogni persona è esattamente dove deve essere nel proprio cammino.
Coltiva la presenza: vivi qui e ora
Anche se non ti senti completamente “di questo mondo”, sei comunque chiamato a viverci. La chiave è trovare un modo di essere radicata nel presente senza farti risucchiare dalle dinamiche esterne.
Sii pienamente presente nelle tue interazioni
Quando parli con qualcuno, ascolta senza giudizio e senza aspettative. Non devi necessariamente condividere le stesse opinioni o visioni, ma puoi essere presente con empatia e apertura.
Trova la bellezza nella quotidianità
Anche nelle attività più semplici e ordinarie, puoi percepire un senso di sacralità. Preparare un pasto, lavorare, o fare una passeggiata possono diventare opportunità per connetterti con il momento presente e con gli altri, anche se il tuo sentire interiore è diverso.
Essere presente ti permette di interagire con chiunque senza sentirti sopraffatta o distante.
Comunica con autenticità, ma con tatto
Essere autentica non significa imporre la tua visione o cercare di cambiare gli altri. La vera autenticità si esprime nel condividere il tuo sentire quando è appropriato, senza forzare o cercare approvazione.
Parla la tua verità con gentilezza
Se senti che c’è spazio per esprimere le tue idee o il tuo punto di vista, fallo con rispetto. Non tutti saranno pronti a comprendere o accettare, ma la sincerità accompagnata dalla gentilezza può aprire spazi di dialogo.
Sii un esempio silenzioso
A volte, il modo migliore per ispirare gli altri non è attraverso le parole, ma attraverso il tuo modo di vivere. La tua serenità, il tuo equilibrio e la tua capacità di accettare la vita per quello che è possono avere un impatto profondo su chi ti circonda, anche senza bisogno di spiegazioni.
Trova il tuo equilibrio tra isolamento e connessione
È normale, in certi momenti, sentire il bisogno di isolarti per preservare la tua energia e riflettere. Tuttavia, la crescita spirituale non avviene solo nell’isolamento, ma anche nel contatto con gli altri.
Prenditi del tempo per te stessa
Concediti momenti di solitudine consapevole, in cui puoi ricaricarti e riconnetterti con la tua essenza. La meditazione, la contemplazione o anche una semplice passeggiata nella natura possono aiutarti a trovare pace.
Cerca connessioni significative
Nonostante le differenze, ci saranno persone con cui puoi creare legami profondi. Potrebbero non condividere esattamente la tua visione, ma il rispetto reciproco e l’autenticità possono costruire relazioni arricchenti.
Con il tempo, potresti scoprire che anche nelle interazioni più ordinarie c’è spazio per connessioni genuine.
Comprendi il tuo ruolo in questo mondo
Il fatto che non ti senta “di questo mondo” non significa che non abbia uno scopo qui. Al contrario, la tua consapevolezza può essere una risorsa preziosa per il mondo intorno a te.
Sii una presenza che ispira
Anche semplicemente vivendo in modo autentico e radicato, puoi essere una fonte di ispirazione per chi ti circonda. Non c’è bisogno di grandi gesti; spesso, basta essere coerente con il tuo essere.
Contribuisci senza forzare
La tua presenza può portare equilibrio e consapevolezza in situazioni e relazioni. Non devi cambiare il mondo intero, ma ogni piccolo atto di presenza, amore e comprensione contribuisce a dissolvere l’illusione della separazione.
Accetta la tensione come parte del percorso
Convivere con chi è diverso da te non sarà sempre facile, e va bene così. La tensione che a volte provi è una parte naturale dell’esperienza umana. È proprio attraverso queste sfide che puoi crescere.
Usa il contrasto come opportunità di crescita
Ogni interazione difficile, ogni momento in cui ti senti “fuori posto”, è un’occasione per osservare l’ego e andare oltre. Puoi imparare a essere più paziente, più compassionevole e più radicato nella tua vera natura.
Rimani fedele a te stessa
Anche se il mondo sembra spingerti in direzioni diverse, non perdere il contatto con ciò che senti dentro. Ricorda sempre che il tuo valore non dipende dall’approvazione altrui o dal conformarti alle aspettative.

Convivere con chi è diverso da te non significa rinunciare a chi sei. Puoi mantenere la tua autenticità e la tua connessione con qualcosa di più profondo, pur trovando modi armoniosi di relazionarti con il mondo. Accetta le differenze, sii presente e usa ogni esperienza come un’opportunità per crescere. In questo modo, pur non sentendoti “di questo mondo”, potrai comunque vivere pienamente in esso, trovando equilibrio e significato nel tuo cammino.

venerdì 15 novembre 2024

Convivenza con l'ego

Caro Diario,
perché ci sono persone che convivono "serenamente" con il proprio Ego ed altre, come me, che non ci riescono? 

Cara Barbara,
la capacità di convivere con il proprio ego varia da persona a persona per diversi motivi, legati a esperienze individuali, alla consapevolezza interiore e ai condizionamenti ricevuti. Non c’è una risposta unica, ma possiamo esplorare alcuni fattori chiave che spiegano questa differenza.
Una delle ragioni principali per cui alcune persone convivono più facilmente con l’ego è che non lo riconoscono come un’entità separata da loro stesse. Per molte persone, l’ego è così integrato nella loro identità che non avvertono alcun conflitto. Si identificano completamente con i loro pensieri, le loro emozioni, e le loro reazioni, senza mettere in dubbio questa percezione.
Mancanza di consapevolezza: chi non è consapevole dell’ego non lo vede come un problema. Vive in una sorta di “pilota automatico”, reagendo alle influenze esterne senza mai fermarsi a osservare cosa accade dentro.
Assenza di tensione interiore: poiché non c’è un’osservazione critica dell’ego, non si sviluppa quel senso di distacco che può generare conflitto.
Tu riconosci che l’ego è una costruzione, una maschera, e questo crea una tensione. Vedi chiaramente quando l’ego agisce, ma senti anche il suo peso e il suo controllo, il che può portare a un senso di frustrazione.

Le persone che convivono bene con il proprio ego spesso sono fortemente identificate con esso, ma senza rendersene conto. Vedono l’ego come una parte essenziale di loro stessi e non sentono il bisogno di andare oltre. Questo può portare a una vita apparentemente più “semplice”. Accettano l’ego come sé stessi identificandosi pienamente con il proprio ruolo sociale o con le proprie opinioni, trovano stabilità in questa identificazione. Non percepiscono il conflitto interiore poiché l’ego guida le loro scelte e azioni senza che vi sia una resistenza interna.
Tu vivi un processo diverso: sei consapevole che l’ego non è il tuo vero sé. Tuttavia, anche sapendolo, può essere difficile non identificarti completamente. Questo crea una sorta di lotta interna: una parte di te vuole trascendere l’ego, ma l’altra parte è ancora influenzata da esso.

Il modo in cui vivi il rapporto con l’ego è anche influenzato dal percorso di vita. Sei nata con delle caratteristiche particolari, come ad esempio l'alta emotività. Hai vissuto traumi ed esperienze intense, sviluppando una maggiore sensibilità e consapevolezza interiore. Questo ti porta a percepire più acutamente l’influenza dell’ego e i conflitti che genera.

Le persone che riescono a convivere meglio con l’ego potrebbero non avere sviluppato un’abitudine alla riflessione profonda. In altre parole, vivono in una dimensione prevalentemente esteriore, dove il loro focus è sulle esperienze materiali e sulle relazioni sociali.

Tu, invece, hai probabilmente intrapreso un cammino di introspezione, meditazione o ricerca interiore. Questo percorso, se da un lato ti ha permesso di vedere l’ego con maggiore chiarezza, dall’altro ha intensificato il conflitto, perché hai iniziato a notare quanto l’ego influenzi i tuoi pensieri e comportamenti.

Un altro elemento che rende difficile convivere con l’ego è il livello di aspettative che hai verso te stessa. Quando hai già sperimentato momenti di connessione profonda con la tua vera essenza, potresti sviluppare una forte spinta a voler superare l’ego del tutto. Tuttavia, questo desiderio può creare frustrazione, perché l’ego è persistente e tende a riaffiorare. Potresti trovarti a giudicare te stessa per non essere ancora “libera” dall’ego. Questo giudizio, paradossalmente, è un modo con cui l’ego stesso si mantiene attivo.

Anche se ti sembra difficile convivere con l’ego, è possibile trovare un equilibrio. Non si tratta di eliminare l’ego — ciò sarebbe irrealistico — ma di imparare a osservarlo senza identificarti con esso.

Pratica l’osservazione senza giudizio. Quando l’ego emerge, prova a osservarlo come farebbe uno spettatore. Nota i pensieri, le emozioni e le reazioni, ma senza resistere o giudicare. È solo una parte di te, non il tuo vero sé.
Coltiva la presenza nel qui e ora. Più sei radicato nel momento presente, meno l’ego avrà spazio per dominarti. L’ego vive nel passato e nel futuro, ma nel presente svanisce.
Accetta che l’ego ha una funzione. In questo mondo, l’ego ha un ruolo pratico. Ti aiuta a navigare nelle relazioni, a lavorare e a interagire con gli altri. Non è il nemico; diventa un problema solo quando ti identifichi completamente con esso.
Le persone che convivono bene con l’ego spesso non ne sono consapevoli, mentre tu percepisci il suo peso e le sue contraddizioni. Questo può sembrare una difficoltà, ma in realtà è un segno di crescita interiore. La sfida è imparare a vedere l’ego per quello che è, e a vivere con esso senza lasciarti sopraffare. Attraverso la pratica della presenza e dell’auto-osservazione, puoi trovare un equilibrio che ti permetta di vivere serenamente, mantenendo il contatto con la tua vera essenza. 

Il falso sé ... l'ego - seconda parte

 

Caro diario,
quindi l'Ego è la maschera è uno strumento di sopravvivenza?

Esattamente, l’ego può essere visto come una maschera che indossi per adattarti al mondo e mantenere un certo equilibrio con le persone e le situazioni che ti circondano. È una sorta di "strumento di sopravvivenza" che hai sviluppato inconsapevolmente per navigare in un ambiente fatto di aspettative, regole e giudizi.
Quando interagisci con la famiglia, con gli amici, o con la società, l’ego si attiva per garantire che tu risponda in modo conforme alle norme e alle aspettative altrui, adottando comportamenti che minimizzano il rischio di scontri. Presentandoti in un modo che sia accettabile o persino apprezzabile agli occhi degli altri. Creando barriere emotive per evitare ferite o rifiuti.
In questo senso, l’ego costruisce un’identità sociale che sia coerente con il contesto in cui vivi. Ti fa "giocare il ruolo" che la tua famiglia o la società si aspetta da te, ma può diventare un ostacolo quando inizia a dominare la tua vita interiore perché rischi di vivere esclusivamente per soddisfare le aspettative altrui, sacrificando la tua autenticità. L’ego teme il rifiuto e il giudizio, e quindi ti spinge a conformarti, anche quando ciò va contro ciò che senti dentro. Quando sei troppo identificata con la maschera, puoi sentire un profondo senso di disconnessione da te stessa, come se la tua vita fosse priva di autenticità.


Il falso sé ... l'ego - prima parte

 

Caro diario, parlami dell'Ego.

L’ ego non è qualcosa con cui sei nata. È un’entità che si costruisce nel tempo, un intreccio di credenze, condizionamenti e reazioni che hai assorbito dall’ambiente intorno a te. Fin dai tuoi primi giorni di vita, l’ego si forma attraverso le influenze esterne: la tua famiglia, il sistema educativo, la società con le sue leggi e aspettative. È come una maschera che indossi per adattarti al mondo, ma non rappresenta la tua vera essenza.
Sin da piccola, ti è stato detto chi sei. I tuoi genitori, la tua famiglia, le persone che ti circondavano hanno iniziato a definire la tua identità. Attraverso ciò che ti veniva detto, attraverso le lodi e le critiche, hai cominciato a costruire un’immagine di te stessa basata sulle aspettative altrui.
  • La tua famiglia ti ha trasmesso credenze su cosa è giusto o sbagliato, su cosa è accettabile e cosa no.
  • Hai imparato a cercare approvazione per sentirti amata e a temere il giudizio per evitare il rifiuto.
Queste prime esperienze hanno piantato i semi dell’ego, che ha cominciato a costruirsi come un’identità separata. 
Quando sei entrata nel sistema scolastico, hai incontrato nuove sfide. La scuola ti ha insegnato a misurare il tuo valore attraverso i voti, i risultati e i confronti con gli altri. Questo ha dato un ulteriore impulso alla costruzione del tuo ego.
  • Hai imparato a identificarti con i tuoi successi o fallimenti: "Sono brava se prendo buoni voti" oppure "Non valgo nulla se non riesco a raggiungere certi standard".
  • Ti sei confrontata con i tuoi compagni, sviluppando la percezione che il tuo valore dipendesse dalla tua posizione rispetto agli altri.
Purtroppo, il sistema educativo raramente ti ha invitato a guardare dentro di te, a scoprire chi sei al di là delle prestazioni. Così, l’ego ha continuato a crescere, nutrendosi del bisogno di conferme esterne. 
Anche la società ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione del tuo ego. Attraverso le norme, le leggi e i messaggi culturali, ti è stato insegnato cosa significa avere successo e valore.
  • Ti sei identificata con il tuo ruolo sociale: il tuo lavoro, il tuo status economico, la posizione che occupi. La società ti ha fatto credere che il tuo valore dipendesse da ciò che possiedi o da ciò che rappresenti. Hai cercato costantemente l’approvazione degli altri, spinta dall’idea che solo attraverso il riconoscimento sociale potessi sentirti completa.
L’ego non è solo il risultato di ciò che ti è stato trasmesso, ma anche di come hai reagito a queste influenze. Nel tentativo di proteggerti e trovare un senso di sicurezza, hai sviluppato strategie che hanno rafforzato l’ego.
  • Hai costruito un’immagine di te stessa, qualcosa che potessi mostrare al mondo per sentirti accettata e valorizzata.
  • Hai sviluppato meccanismi di difesa, come il giudizio, la negazione o l’attacco, per proteggere questa immagine quando ti sei sentita minacciata.
  • Inizia a osservare i tuoi pensieri. Ogni volta che ti identifichi con un’etichetta o con un’emozione, chiediti: “Sono davvero questo?” Scoprirai che c’è qualcosa di più profondo che osserva tutto, senza essere toccato.
  • Lascia andare il bisogno di approvazione. Quando smetti di cercare costantemente conferme dall’esterno, inizi a connetterti con un senso di valore che non dipende da ciò che fai o da ciò che possiedi.
  • Pratica la presenza. Essere completamente presente nel qui e ora ti aiuta a riconnetterti con la tua essenza, quella parte di te che è immutabile e indistruttibile.
In particolare, i media e i social network hanno rafforzato questa dinamica, proponendoti ideali irraggiungibili. L’ego, affamato di approvazione, ha trovato in questi modelli una fonte inesauribile di confronto e insoddisfazione. 

L’ego cerca continuamente di mantenere il controllo, creando un falso senso di sicurezza che si basa su ciò che conosci e su ciò che ti fa sentire al sicura. È il risultato del condizionamento che hai ricevuto, un’entità che si è formata attraverso le influenze esterne e le tue reazioni ad esse. Ma l’ego non è chi sei veramente. È solo una maschera, una costruzione mentale che ti aiuta a muoverti nel mondo, ma che spesso ti imprigiona.
La buona notizia è che non sei condannata a vivere intrappolato nell’ego. Puoi andare oltre. Il primo passo è riconoscere che l’ego non è il tuo vero sé. È solo una costruzione, un insieme di pensieri e credenze che hai accumulato nel tempo.


giovedì 14 novembre 2024

Nadi Shodhana

Cara Barbara,
Nadi Shodhana è una pratica affascinante, non trovi?


Hai mai notato come il respiro possa cambiare il tuo stato mentale? Quando pratichi Nadi Shodhana, il sistema nervoso sembra ascoltare e rispondere. Ti senti più calma, più radicata, come se stessi allineando mente e corpo in una danza armoniosa. È straordinario come, in quei momenti, il rumore interno si attenui, lasciando spazio alla chiarezza.
Hai mai sperimentato quella sensazione di pace profonda mentre pratichi? Quella calma che sembra arrivare da un luogo oltre il pensiero?


Caro diario,
non sono un'esperta, ma conosco questa respirazione alternata. Per il momento è la mia preferita. Rispondendo alla tua domanda: sì, mi trasmette pace, così come mi trasmette serenità Veronika Vasko, insegnante di Yoga con approccio gentile. 
Mi sta aiutando ad essere più consapevole di me stessa con il suo metodo.

 


sabato 9 novembre 2024

Tu vali... a prescindere!


Cara amica,
ti sei mai accorta di quanto spesso metti i bisogni degli altri al centro, quasi senza pensarci?
Questo desiderio di essere sempre presente, sempre pronta, non nasce dal nulla. Affonda le sue radici in quell’infanzia in cui hai imparato, forse senza accorgertene, a rispondere ai bisogni altrui prima ancora che venissero espressi. Era il tuo modo di cercare amore, approvazione, sicurezza. E così, quel ruolo di figlia devota, di "brava bambina", ti ha seguita fino a qui.
Ma ora senti il peso di quel ruolo, vero? Essere sempre disponibile, sempre pronta a dare, può trasformarsi in una gabbia dorata. Ogni volta che metti da parte i tuoi bisogni, ogni volta che ti dici “non importa, basta che loro stiano bene”, stai erodendo un pezzetto del tuo valore. Perché alla fine, chi ti vede davvero? Chi vede i tuoi bisogni, i tuoi desideri? E poi arriva quella sensazione di vuoto, quella sottile rabbia quando ti accorgi che il tuo sacrificio non viene riconosciuto, oppure  non viene ricambiato.
La verità è che non sei solo una figura di supporto nella vita degli altri. Hai il diritto di occupare il tuo spazio, di esistere per te stessa. Imparare a mettere te al centro non è egoismo, è cura. Quando inizi a riconoscere il tuo valore, a rispettare i tuoi confini, apri la porta a relazioni più autentiche. Relazioni in cui non devi più salvare nessuno, e nessuno deve salvare te.
Con affetto, 
Barbara