In pratica, si tratta di definire il proprio “raggio di prossimità”: a quale distanza posso stare da questa persona senza perdere pace mentale, dignità, autenticità, senso di me, equilibrio emotivo. Con alcune persone possiamo stare molto vicini, condividere molto, aprirci tanto. Con altre serve un po’ di spazio in più. Con altre ancora, la relazione è sostenibile solo a distanza maggiore, magari vedendosi poco o trattando solo certi temi. Stare nella relazione così com’è non significa per forza avvicinarsi: significa scegliere la distanza che non ferisce né noi né l’altro.
Per trovare questo raggio, il primo passo è osservare senza raccontarsi storie:
- Cosa fa davvero questa persona?
- Come comunica?
- Che cosa può dare e che cosa, semplicemente, non sa o non vuole dare?
Di solito guardiamo quello che vorremmo vedere, non quello che c’è.
Il secondo passo è chiedersi:
- Questa differenza è compatibile con la mia serenità?
- Il suo modo, così com’è, cosa produce in me?
- Mi calma o mi mette in allarme?
- Mi fa sentire visto/a o invisibile?
- Mi nutre o mi prosciuga?
Da qui diventa più chiaro cosa, per noi, è negoziabile e cosa no: posso tollerare un po’ di disorganizzazione, ma non l’umiliazione; posso accettare la sua introversione, ma non la svalutazione continua.
A quel punto arriva il passaggio adulto: decidere la distanza giusta non per punire, ma per proteggersi. Non è più “tu devi cambiare perché io possa stare vicino”, ma “io mi avvicino fino al punto in cui resto bene; oltre quel punto, mi allontano”. Questo è un agire adulto, non c'é ricatto: non ti minaccio, non ti salvo, non ti rifaccio da capo; scelgo da dove posso stare in relazione con te senza perdermi. E, se serve, lo dico con chiarezza, senza accuse: “Posso stare bene con te, ma a questa distanza. Quando entriamo troppo in certi temi/ritmi/modi, io non sto più bene”. Non servono drammi, serve coerenza: se capisco che la relazione funziona meglio con un certo grado di vicinanza, è importante mantenerlo. La confusione nasce quando oggi lascio tutte le porte aperte, domani le sbatto, dopodomani ricomincio a sperare che l’altro cambi.
In fondo, stare in una relazione così com’è significa smettere di chiedere all’altro di diventare qualcun altro per farci sentire a posto. L’azione veramente funzionale non è cambiare l’altro, ma scegliere la distanza alla quale possiamo restare integri, sereni e autentici. Da lì in poi la relazione diventa possibile: non perfetta, non ideale, ma reale. E sulla realtà, almeno, si può lavorare.

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