L’Ego normativo è quella parte di noi che non si limita a sentire qualcosa rispetto all’altro, ma pretende di stabilire come l’altro dovrebbe essere. Non si presenta con le corna e il forcone; spesso ha un’aria molto rispettabile: parla di “buon senso”, “educazione”, “maturità”. È l’ego che non si accontenta di dire “Non mi piace”: vuole dire “Non è giusto”, “Non è normale”. E quando entra in scena, il dialogo smette di essere un incontro tra due mondi e diventa un tribunale.
Dentro l’Ego normativo vive una convinzione di fondo: “Io ho capito, tu no.” Magari non lo diresti mai così, ma il sottotesto è chiaro: “Se fossi più sveglio/a, più adulto/a, più evoluto/a, la penseresti come me, reagiresti come me, faresti quello che farei io”. Da qui nascono frasi come: “Ma alla tua età non dovresti più…”, “Una persona intelligente non si comporta così”, “Se fossi un minimo consapevole, capiresti che…”. Non stai solo esprimendo un’opinione: stai misurando l’altro con un metro invisibile e, di solito, trovandolo mancante.
La cosa affascinante (e un po’ scomoda) è che l’Ego normativo raramente si percepisce come aggressivo. Anzi, si sente spesso investito di una missione: “Aiutare l’altro a crescere”, “fargli vedere come stanno le cose”, “svegliarlo”. È un Ego che ama travestirsi da maestro, genitore saggio, guida morale o spirituale. Il problema non è il desiderio di condividere qualcosa di buono, ma la pretesa che l’altro debba adeguarsi, altrimenti è etichettato come “infantile”.
Se andiamo un po’ più in profondità, scopriamo che l’Ego normativo si alimenta di paura. Paura del caos, della differenza, dell’imprevedibilità altrui. L’altro, con le sue scelte diverse, i suoi tempi, le sue ombre, ci mette a disagio. Dentro c’è una voce che non osa dire: “Il tuo modo di essere mi spaventa / mi destabilizza / mi fa sentire fuori controllo”. È più facile ribaltare: “Il tuo modo di essere è sbagliato, punto”. Così, invece di incontrare il disagio in noi, lo trasformiamo in giudizio su di te.
L’Ego normativo nasce spesso in ambienti dove ci sono regole forti su cosa è “giusto”: famiglie rigide, contesti religiosi moralisti, ma anche certi ambienti di crescita personale o spirituale dove si è creato un decalogo non scritto di come deve essere una persona “consapevole”. Paradossalmente, più uno lavora su di sé, più rischia di sviluppare un “super-io spirituale”: niente rabbia, niente attaccamento, niente vulnerabilità… e se tu non sei così, sei “inconsapevole”. L’Ego normativo è capace di usare anche il linguaggio spirituale per prevalere: “Questo che fai è molto egoico”, “Guarda che sei identificato”, “Dovresti lavorare sulle tue ferite”.
Nelle relazioni intime l’Ego normativo è micidiale. Lentamente trasforma il rapporto in un corso di formazione non richiesto. Uno dei due prende il ruolo di “quello che ne sa di più” e comincia a correggere, spiegare, analizzare, interpretare ogni comportamento dell’altro. All’inizio può persino sembrare premura: “Lo faccio per te, perché ti voglio bene”. Col tempo però l’altro inizia a sentirsi sotto esame, come se ci fosse sempre una pagella invisibile: promosso, rimandato, bocciato. E quando ti senti così, non ti apri: ti difendi, ti adegui per quieto vivere o ti allontani.
Qual è la differenza tra avere valori e pretendere che l’altro li incarni? Un conto è dire: “Per me il rispetto si esprime anche così, e se non c’è questo io sto male”; un altro è dire: “Se non fai così, non sei rispettoso, sei immaturo, sei superficiale”. Nel primo caso parli di te, dei tuoi limiti e dei tuoi bisogni. Nel secondo trasformi le tue preferenze in legge universale. L’Ego normativo non riesce a tollerare che qualcosa sia “solo” il proprio modo di funzionare: ha bisogno che diventi la misura di tutto.
Riconoscere l’Ego normativo in sé è destabilizzante, perché ci obbliga a mettere in discussione l’idea di essere “quelli più avanti”. Ma è anche liberante. Puoi cominciare a notare le frasi con “dovresti”, “è ovvio che”, “una persona seria…”, “chi è davvero consapevole…”. Puoi fermarti un attimo e chiederti: “Sto parlando da essere umano che condivide la sua esperienza, o da giudice che emette una sentenza?” Spesso ti accorgi che sotto la sentenza c’è una paura: di perderti l’altro, di non essere ascoltato, di non contare.
La trasformazione dell’Ego normativo non passa dal fargli la guerra (“non dovrei giudicare” – guarda che ironia…) ma dal renderlo più umile. Invece di: “Dovresti capire che…”, puoi provare: “Per me questa cosa è importante e quando non c’è mi sento male”. Invece di: “Se fossi maturo/a non reagiresti così”, puoi dire: “Quando reagisci in questo modo faccio fatica a restare in contatto, mi attiva tanto”. Qui non stai abbassando l’asticella dei tuoi valori, stai semplicemente smettendo di usarli come arma contro l’altro.
C’è un punto quasi “mistico”: accettare che l’altro ha un suo tempo interno. L’Ego normativo vorrebbe decidere il quando e il come dei cambiamenti altrui. Si irrita se l’altro non cresce “alla velocità giusta”, non capisce “al primo colpo”, non sente “le stesse cose”. Ma ogni percorso è diverso e, a volte, la vera crescita consiste nel rispettare quei tempi, anche quando ci fanno soffrire. Puoi scegliere cosa è negoziabile per te nella relazione, quali limiti mettere, fino a dove restare. Ma non sei più il Dio che stabilisce chi è evoluto e chi no. E lì, paradossalmente, c’è molta più pace.

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