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sabato 20 dicembre 2025

Aspettative


A volte 
il dolore che proviamo nelle relazioni sembra avere un colpevole chiarissimo: l’altro. Ha detto quella frase, ha dimenticato quel gesto, ha fatto quella scelta, non si è fatto vivo, non ha colto un sottinteso che per noi era evidente. E allora ci viene spontaneo pensare: “Se solo fosse diverso, io starei meglio”. È umano. È quasi inevitabile. Ma se ci fermiamo un attimo, con onestà, scopriamo una cosa scomoda: spesso non soffriamo solo per quello che l’altro fa. Soffriamo per lo scarto tra ciò che accade e ciò che ci aspettavamo accadesse.

Le aspettative sono strane: non si presentano mai come aspettative. Si travestono da buonsenso, da logica, da “minimo sindacale”. Arrivano con il tono dei decreti interiori: “È normale che…”, “È ovvio che…”, “Se ci tieni, allora…”. E quando la realtà non si adegua, dentro si accende una specie di allarme. A volte è tristezza, a volte rabbia, a volte un senso di abbandono sottile, quasi infantile. Il punto è che l’allarme non suona solo perché c’è stato un fatto. Suona perché quel fatto ha toccato un copione che avevamo già scritto, anche se non ce ne rendevamo conto.

È come se ognuno di noi avesse una piccola guida invisibile, un manuale non consegnato a nessuno, che dice come si ama “nel modo giusto”, come si rispetta “nel modo corretto”, come si dimostra interesse “in modo adeguato”. E noi, mentre diciamo di volere spontaneità, spesso pretendiamo che l’altro segua quel manuale alla lettera. Non glielo mostriamo, non glielo spieghiamo bene, magari nemmeno noi sappiamo esattamente cosa c’è scritto… però quando lui sbaglia pagina, noi ci sentiamo traditi. È qui che nasce una parte grande della sofferenza: non nel gesto in sé, ma nell’idea che quel gesto significhi qualcosa di definitivo su di noi e sul nostro valore.

In pratica, capita questo: accade una cosa, e poi noi aggiungiamo una seconda cosa. La prima è il fatto: una critica, un messaggio letto e non risposto, un appuntamento dimenticato, un tono brusco, una distrazione. La seconda è la storia che la mente costruisce subito dopo: “Non mi vede”, “Non gli importa”, “Io do sempre e l’altro prende”, “Non sarò mai importante per nessuno”. E quella storia è spesso più dolorosa del fatto. Non perché siamo melodrammatici, ma perché la storia tocca ferite antiche, bisogni profondi, zone sensibili che chiedono protezione.

La libertà, allora, non sta nel pretendere che la prima cosa non accada mai — perché gli esseri umani sono imperfetti, distratti, differenti, incoerenti. La libertà sta nel riconoscere quando stiamo aggiungendo quella seconda cosa e nel non crederle come se fosse un verdetto. Non è facile, perché la mente è rapidissima: in mezzo secondo trasforma un episodio in una sentenza. Però si può allenare un passaggio intermedio, un micro-spazio, una piccola pausa. E anche se è minuscola, cambia tutto.

A volte basta fermarsi e fare tre respiri. Non come rituale spirituale perfetto, ma come gesto pratico: mi fermo, respiro, e mi chiedo “Sto reagendo al fatto o alla mia aspettativa?”. Perché magari il fatto mi dispiace — ed è legittimo — ma la mia reazione esplode perché dentro c’era un “dovrebbe” non dichiarato. “Dovrebbe capirmi senza che io parli.” “Dovrebbe ricordarsi.” “Dovrebbe proteggermi dalle sue giornate storte.” E quando questo “dovrebbe” viene disatteso, io non sto solo vivendo un dispiacere: sto vivendo una lotta contro il reale.

Lasciare andare aspettative non significa accettare qualsiasi cosa, né trasformarsi in persone che non chiedono più nulla. Significa diventare più precisi. Significa distinguere tra bisogni fondamentali e richieste rigide. Il bisogno di rispetto, di sicurezza, di onestà non è un capriccio: è una base. Ma l’idea che l’altro debba esprimere quel rispetto esattamente nel modo in cui lo farei io è un’altra cosa. A volte noi soffriamo perché vogliamo amore, ma pretendiamo il formato preciso di quell’amore. E se non arriva in quel formato, lo consideriamo assenza. Quando in realtà è differenza.

Questo non toglie che ci siano comportamenti che feriscono e che vadano nominati. Anzi: la vera alternativa alle aspettative silenziose non è “ingoiare”, è mettere confini chiari. Un confine sano non è una predica, è una frase concreta: “Se mi parli così, ne riparliamo quando siamo più calmi.” “In caso di ritardo senza avviso, dopo 10 minuti vado via” “Ho bisogno di 5 minuti di ascolto senza interruzioni.” Il confine è il modo in cui ci prendiamo cura dei nostri bisogni senza trasformare l’altro in un progetto da aggiustare.

E poi c’è un cambio di postura che alleggerisce tanto: sostituire il tribunale con la curiosità. Quando mi parte “Perché lo fa?”, che spesso è una domanda carica di accusa, posso provare a chiedermi: “Che cosa lo porta a farlo?”. Non per giustificare, ma per capire. Capire riduce la personalizzazione. Riduce quella convinzione: “Lo fa contro di me”. A volte l’altro sta semplicemente vivendo il suo limite, e noi ci siamo in mezzo. Questo non è romantico, ma è liberante: smette di essere tutto una questione del nostro valore.

Lasciare andare le aspettative, in fondo, è un essenzialismo emotivo. È togliere dalla stanza quei “dovrebbe” che non ci fanno respirare e tenere solo ciò che conta davvero. È accettare che l’altro sia altro. E che noi possiamo restare interi senza controllare la sua versione di sé. Non è rassegnazione: è un gesto di dignità. È dire: “Io vedo la realtà. E dentro questa realtà scelgo come muovermi, come proteggermi, come comunicare, e dove restare”. Quando facciamo questo, qualcosa si ammorbidisce. E spesso, proprio lì, le relazioni smettono di essere una lotta e tornano a essere un incontro.

Seconda parte: Fatti, pensieri e bisogni 
Fonte di ispirazione: Perchè le persone ci fanno soffrire?

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