Versione “short & smart” per chi ha fretta o non ama i testi lunghi😄
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“Chi è causa del suo mal pianga se stesso” è un proverbio
che sembra sensato finché lo guardi da lontano. Fa pensare a chi si caccia nei
guai con leggerezza, rifiuta qualsiasi avvertimento, sbatte contro il muro e
poi si lamenta. In questi casi un richiamo alla responsabilità personale ha un
senso. Il problema è che il proverbio viene applicato molto più in generale,
come se ogni sofferenza fosse sempre il risultato di una scelta libera, lucida
e informata. Ed è qui che diventa ingiusto, perché non tiene minimamente conto
dei condizionamenti, delle paure, delle ingenuità e dei limiti concreti della
vita reale.
Nessuno comincia ad “agire” in età adulta partendo da zero.
Le nostre scelte affettive, lavorative, economiche nascono dentro storie che
iniziano da bambini. Se una persona, da ragazza, ha respirato l’idea che la
realizzazione passi soprattutto dalla coppia e dalla famiglia, è normale che
investa tutto in quel sogno. Mettiamo che sogni un marito, una casa, un nucleo
suo, e che incontri un uomo che su quel sogno in realtà non ci crede davvero.
Lei rimane, aspetta, spera che lui cambi, perché non ha altri modelli, non ha
strumenti per riconoscere la dipendenza affettiva, non ha mai imparato a darsi
valore indipendentemente da un partner. Dopo anni si ritrova sola, senza
famiglia, senza una base economica solida, con un futuro incerto. Dire: “è
causa del suo mal” cancella il fatto che quel sogno era legittimo, che le
mancavano strumenti per tutelarsi, che il suo progetto di vita dipendeva anche
da un’altra persona che non ha voluto o saputo sostenerlo. Il proverbio
semplifica brutalmente una complessità enorme.
Lo stesso accade in altri ambiti. Pensa a chi è cresciuto in
una famiglia dove i conflitti si sono sempre risolti a urla, minacce, chiusure
improvvise. Da adulto reagirà spesso con rabbia eccessiva o con fughe
improvvise dalle situazioni difficili: non perché “gli piace rovinarsi la
vita”, ma perché non ha mai visto un modo diverso di gestire le tensioni.
Quando poi perde relazioni, lavori, occasioni a causa di questi scoppi, chi
guarda da fuori è tentato di dire: “se l’è cercata”. Eppure la verità è che sta
portando addosso un sistema nervoso educato al pericolo, non alla calma; non ha
imparato a regolare le emozioni, ha imparato a sopravvivere.
Oppure pensa a chi ha vissuto per anni con un’ansia cronica
non riconosciuta. Magari ha sempre evitato opportunità, colloqui, esami,
viaggi, nuove responsabilità, rifugiandosi in situazioni piccole e conosciute.
Arriva a cinquant’anni con pochi titoli, poca esperienza, poca sicurezza
economica. Da fuori suona: “non si è mai dato da fare, ora pianga se stesso”.
Ma non si vede tutto il pezzo in cui quell’ansia gli dava tachicardia,
insonnia, blocchi, e nessuno l’ha mai aiutato a darle un nome e a trattarla come
qualcosa che si può curare, non come un difetto di volontà.
C’è poi chi è stato cresciuto con l’idea che bisogna essere
sempre disponibili, gentili, accomodanti. Una donna, ad esempio, che fin da
bambina ha imparato che dire “no” è egoista, che bisogna compiacere per essere
amata. Entra nel mondo del lavoro e accetta tutto: straordinari non pagati,
incarichi fuori ruolo, favori continui. Per anni non si oppone mai, non chiede
aumenti, non rivendica diritti. Si ritrova sfruttata, stremata, senza
riconoscimento. Qualcuno potrebbe commentare: “se è in quella situazione è
colpa sua, doveva farsi valere”. In teoria sì, in pratica nessuno le ha
insegnato come farlo senza sentirsi una cattiva persona. Il proverbio guarda il
risultato e ignora il peso millenario dell’educazione a “non disturbare”.
Ci sono anche esempi legati alla salute. Una persona inizia
a prendere farmaci ansiolitici o antidolorifici prescritti dal medico, senza
ricevere una vera educazione ai rischi di dipendenza. Nel tempo sviluppa un uso
eccessivo, si incastra in una spirale di assunzione per “tirare avanti”, perde
lucidità, relazioni, lavoro. Dire che “è causa del suo mal” ignora quanto sia
facile, per certe fragilità, scivolare in una dipendenza farmacologica iniziata
dentro un percorso sanitario e non in un capriccio volontario.
Questo non significa che nessuno abbia mai margini di
scelta. A un certo punto, nella vita di molti, arrivano segnali che mettono una
crepa nel copione: la frase di un’amica, una storia che ci somiglia, un libro
che ci scuote. Cominciamo a intuire che forse non è sano aspettare all’infinito
che qualcuno cambi, che forse non è normale lavorare così tanto senza tutele,
che forse l’ansia non è solo “carattere”. Da quel momento, gradualmente, un
pezzetto di responsabilità in più c’è. Possiamo continuare a chiudere gli occhi
o possiamo, pur con paura e lentezza, iniziare a chiederci cosa possiamo
cambiare, quali aiuti cercare, quali rischi affrontare.
Questa però è responsabilità diversa dalla colpa. La colpa
dice: “hai sbagliato tutto, adesso soffri e basta”. La responsabilità adulta
dice: “capisco perché hai fatto quelle scelte con gli strumenti di allora;
adesso, con ciò che vedi oggi, che cosa puoi fare di diverso, magari piccolo,
per non ripetere all’infinito lo stesso schema?”. Tenere insieme queste due
cose – la comprensione del passato e il dovere verso il presente – è molto più
faticoso che recitare un proverbio, ma è l’unico modo onesto.
Per questo il proverbio, preso alla lettera, non regge alla prova della realtà. Non vede i vincoli, non vede le paure, non vede le storie. Tratta come “scelta” quello che, per anni, è spesso solo una combinazione di bisogno, ignoranza, educazione ricevuta, mancanza di alternative percepite. Una versione più umana potrebbe suonare così: non sei totalmente responsabile di come sei arrivato fin qui, ma da quando inizi a capire i tuoi meccanismi sei responsabile di ciò che scegli di farne. Non serve piangere se stessi come carnefici. Serve guardarsi con lucidità, riconoscere dove si è stati impotenti, dove si è stati ingenui, e decidere – anche tardi, anche con paura – di diventare un po’ più alleati di sé, invece che giudici implacabili.
Il proverbio “Chi è causa del suo mal pianga se stesso” è rozzo, sì, ma contiene un nucleo che è fondamentale per crescere: ti ricorda che non puoi passare l’esistenza a puntare il dito fuori. L’articolo, insistendo molto su ferite, traumi, dipendenze affettive, sembra quasi dire: “Non potevi fare altro”. Ma questo, se portato all’estremo, diventa una forma elegante di deresponsabilizzazione. È la porta aperta per il vittimismo cronico: “non è mai davvero colpa mia, è sempre il passato, la famiglia, la società”. E da lì il passo verso l’impotenza è brevissimo.
Che la “libertà di scelta” non sia mai totale è ovvio: nessuno ha libertà totale, in nessun ambito. Ma non per questo la libertà smette di essere reale. Il fatto che io sia influenzato da ciò che conosco, da ciò che ho interiorizzato e da ciò che temo, non significa che io sia determinato da questo. Le persone, anche con storie durissime alle spalle, cambiano rotta, lasciano relazioni tossiche, studiano, si curano, prendono decisioni controcorrente. Se guardiamo solo chi rimane intrappolato, perdiamo di vista chi, nelle stesse condizioni, fa scelte radicalmente diverse. E questo è un dato che l’articolo, nella sua spinta compassionevole, tende a ignorare.
La verità scomoda è che, a un certo punto, ognuno di noi sa più di quanto ammetta. Sente i campanelli d’allarme, percepisce che una relazione non va, che un lavoro lo svuota, che una fuga continua non è più giustificabile solo con “sono fatto così”. Eppure resta dov’è. Non perché non abbia nessuna scelta, ma perché la scelta alternativa è scomoda, rischiosa, incerta. Dire “sono condizionato” a quel punto diventa una coperta calda: spiega tutto, ma non ti chiede niente. Il proverbio, con tutta la sua durezza, fa l’operazione opposta: toglie la coperta e ti chiede di guardare dove, concretamente, stai contribuendo al tuo malessere.
Un’altra criticità dell’articolo è che confonde comprensione e giustificazione. Capire perché una persona ha fatto certe scelte è fondamentale; trasformare questo “perché” in un attenuante generalizzato è pericoloso. Se tutto è sempre riconducibile ai condizionamenti, allora nessuno è mai davvero responsabile di nulla: chi tradisce, chi manipola, chi sfrutta, chi resta per anni in una situazione autodistruttiva non ha mai colpa, solo cause. È una visione che, alla lunga, svuota anche il potere trasformativo della terapia: se sono solo il prodotto della mia storia, che senso ha chiedermi di cambiare?
Potrei anche dire che il proverbio non ignora affatto la complessità, semplicemente sceglie un angolo: è una frase “medicina amara”, non una teoria psicologica. Serve a bilanciare un’altra tendenza umana fortissima, quella a raccontarsi sempre come vittime delle circostanze. In una società dove è facilissimo trovare spiegazioni esterne per tutto, ricordare che una parte del nostro male ce la costruiamo noi – con le persone che scegliamo, con le rinunce che ripetiamo, con le conversazioni che evitiamo, con le decisioni che rimandiamo – è forse meno ingiusto di quanto l’articolo suggerisca.
Infine, l’enfasi sui sogni legittimi che “dipendono anche dagli altri” rischia di lasciare le persone incastrate in un punto morto: “Io volevo solo una cosa semplice, sono stata sfortunata”. Vero, a volte la vita è davvero ingiusta. Ma se mi fermo lì, non faccio un passo oltre. L’approccio del proverbio, nella sua crudezza, prova a spingere la persona a chiedersi: “Ok, la realtà non ha collaborato. E io cosa ho fatto, attivamente o passivamente, perché questa situazione durasse tanto? In che modo sto ancora scegliendo oggi di restare legato a quel fallimento?”. Sono domande feroci, ma senza di quelle il rischio è rimanere fermi a piangere “il male subito”, senza mai vedere dove continuiamo a crearne di nuovo.
La riflessione illumina giustamente il ruolo dei condizionamenti, ma rischia di slittare verso una visione troppo assolutoria. Sottovaluta la capacità di scelta che, pur limitata, esiste; non considera abbastanza gli esempi di chi, partendo da contesti difficili, decide comunque di cambiare; e dimentica che una certa dose di “durezza” – come quella del proverbio – a volte è proprio ciò che ci obbliga a smettere di raccontarci e a prendere decisioni più adulte.
Sono d’accordo sul fatto che, ad un certo punto, la responsabilità personale diventi inevitabile. Ma proprio come dici tu, questo “punto” di consapevolezza non arriva per tutti alla stessa età, né nelle stesse condizioni. Prima di allora non si può parlare di scelta davvero libera, ma solo di strategie di sopravvivenza. Da quando inizio a vedere il mio copione, sì: lì la scelta diventa più libera – posso continuare a ripeterlo oppure posso provare, anche tardi e con fatica, a cambiare strada. E la riflessione vuole stare esattamente in questo spazio: non togliere responsabilità, ma spostarla sul momento in cui apriamo gli occhi, non su quando eravamo ancora al buio.

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