“La sofferenza è come il compost… fatto
di verdure marce: la gente lo butta via, oppure sa come far crescere il campo.”
Questa immagine ribalta la nostra abitudine più automatica: scappare da
ciò che fa male. In realtà, molto spesso, non è il dolore a distruggerci: è il
nostro irrigidirci contro di lui. È l’odio che aggiungiamo alla ferita. È il
“non dovrebbe essere così” ripetuto fino a diventare una seconda prigione.
Comprendere la natura umana significa anche questo: vedere quanto siamo bravi a trasformare un evento in una storia infinita. L’evento è finito. La storia—se non la guardiamo—può durare una vita.
Quando ci facciamo male nelle relazioni, la mente tende a semplificare: io ho ragione, tu hai torto. A volte è vero, almeno sul piano dei fatti. Ma se restiamo incastrati in questa lettura, succede qualcosa di sottile: l’evento smette di essere un episodio e diventa una presenza interna costante. E lì nasce il rancore: non come scelta, ma come “colla” mentale.
La verità è che siamo creature condizionate. Ci muoviamo sulla base di ciò che abbiamo vissuto, di ciò che temiamo, di ciò che non abbiamo imparato a reggere. Per questo è vero che ci sono comportamenti ingiusti, ma è anche vero che “lo siamo tutti”, in modi diversi. Siamo “confusi” e spesso “in balia delle nostre menti”: basta provare a restare un minuto col respiro per accorgersi che la mente scappa ovunque, “pensi solo alla lista della spesa… wow, la mente umana è davvero piuttosto incasinata”. Non è una scusa: è una descrizione onesta della condizione umana.
Molte mancanze, infatti, non nascono da “cattiveria”, ma da protezioni interiori che si sono formate per "sopravvivere". Una persona può essere fredda perché non sa gestire l’intimità: magari la vicinanza, per lei, è stata pericolosa o imprevedibile. Un’amica può diventare pungente perché sente vergogna o inferiorità e si difende attaccando. Un partner può controllare tutto non perché voglia dominare, ma perché l’incertezza gli scatena panico. Un collega può essere competitivo perché, dentro, vive la paura di non valere. Quando guardi così, non stai dicendo “va bene”: stai dicendo “capisco il meccanismo”. E capire il meccanismo cambia la qualità del tuo cuore: ti aiuta a smettere di interpretare ogni gesto come un verdetto su di te. Spesso, davvero, “non riguarda te”: l’altro sta reagendo al proprio caos interno e tu sei il punto in cui quel caos impatta.
Il rancore, però, sembra “giustizia”. Sembra energia che ti protegge. In realtà, ti consuma. “Non diresti che serbando rancore la fanno franca perché sei tu quello che soffre?” È un’immagine durissima e vera: tenere rancore è “come tenere in mano un pezzo di metallo rovente o un carbone ardente”. Ti brucia, eppure continui a stringerlo perché credi che lasciarlo cadere significhi perdere dignità o lasciare l’altro impunito. Qui serve una distinzione netta: lasciare il rancore non significa cancellare la verità dei fatti. Significa smettere di pagare tu, ogni giorno, il prezzo di ciò che è successo.
E attenzione: non funziona a comando. Quando qualcuno ti dice “lascia andare”, ti verrebbe voglia di “dargli uno schiaffo”, perché “non è così facile… è dannatamente difficile”. Il punto non è convincerti mentalmente: il punto è sciogliere la colla. Quella colla è fatta di replay, dialoghi immaginari, prove accumulate, scenari in cui finalmente “spieghi” all’altro quanto ti ha rovinato. Finché la mente resta incollata a quei circuiti, il peso non cambia. Il lavoro vero è diventare “meno intrappolato” nei pensieri e nelle reazioni, fino a quando “la sensazione di rabbia può iniziare a essere meno pesante”. Non sparisce all’improvviso: perde densità. E quando perde densità, tu recuperi spazio.
A volte la svolta più praticabile non è “perdonare l’altro” subito, ma perdonare i propri sentimenti. “Ho imparato a perdonare i sentimenti che quegli incidenti hanno suscitato… per me è molto più importante che perdonare le persone.” (Gelong Thubten). Cioè: smetto di odiare la mia rabbia, la mia tristezza; smetto di vergognarmi del fatto che ci sto ancora male. Questa è guarigione: non negare la ferita, ma cambiare il modo in cui la porto. E a volte, paradossalmente, la sofferenza diventa trasformazione: “la sofferenza è come il compost”. Non perché sia bella, ma perché, se la lavori, nutre qualcosa di più grande in te: chiarezza, confini, compassione adulta.
Essere umani, alla fine, significa proprio questo: essere limitati e comunque capaci di crescere. Puoi riconoscere che tutti siamo confusi e manchevoli, senza tollerare l’abuso. Puoi comprendere senza giustificare. Puoi proteggerti senza odiare. Puoi lasciare cadere il carbone ardente, senza dire che non bruciava. E soprattutto puoi uscire dalla trappola più comune: credere che la tua libertà dipenda dal fatto che l’altro capisca, si scusi, cambi. La libertà vera nasce quando smetti di essere in ostaggio della tua reazione. Quando scegli la dignità—e la mente, finalmente, si apre un po’.
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