Quando litighiamo, a un certo punto succede spesso qualcosa di molto preciso: non stiamo più discutendo di un fatto o di un’idea, ma stiamo “aggiustando il mirino” sulla persona. È lì che iniziano a comparire frasi come: “Ti si è chiuso il cervello”, “Evolviti”, “Non capisci niente”, “Hai dei problemi”, “Fatti vedere,” “Sei una persona intelligente… (sottinteso: ma ora stai dicendo o facendo una stupidaggine)”, in superficie sembrano solo sfoghi di rabbia, ma in profondità segnano un passaggio netto: dal confronto sul contenuto all’attacco al valore dell’altro.
Nella comunicazione queste sono frasi svalutanti, perché non toccano ciò che è accaduto o ciò che è stato detto: vanno dritte all’identità. Non stai più dicendo “non sono d’accordo con questa idea”, ma “c’è qualcosa di sbagliato in te”. A livello emotivo, chi riceve messaggi così sente immediatamente vergogna, umiliazione o ridicolo. E quando ci si sente attaccati nel profondo, il dialogo non è più possibile: subentra la difesa, l’attacco di ritorno o il ritiro.
Queste frasi spostano il confronto su un piano di superiorità/inferiorità. Non si parla più del tema iniziale (soldi, casa, figli, lavoro, organizzazione, ecc.), ma di chi è “più intelligente”, “più evoluto”, “più sano di mente”.
È una trappola perfetta per l’ego: invece di chiederci “cosa non sta funzionando tra noi?”, ci ritroviamo a voler dimostrare chi ha la testa a posto e chi no. E in quella gara non c’è mai un vero vincitore: si perde in due.
È umano che quando siamo feriti o frustrati ci venga voglia di colpire dove fa più male. Soprattutto se ci sentiamo incompresi da tempo, se abbiamo accumulato irritazione o ci sembra che l’altro “non ci arrivi proprio”. In quei momenti la nostra parte impulsiva prende il comando: il cervello non cerca più una soluzione, cerca uno sfogo. Non è che siamo “cattivi”, ma se non ce ne accorgiamo rischiamo di trasformare ogni discussione in un campo minato.
Il prezzo però è alto. Quando ti senti dire “Non capisci niente” o “Ma come fai a ragionare così?”, smetti subito di ascoltare il contenuto. Anche se dall’altra parte c’è un pezzo di verità, non lo senti. Senti solo il giudizio. E nel tempo, se questo stile si ripete, succedono sempre le stesse cose: inizi a evitare quella persona se puoi, parli con lei solo di cose neutre, ti tieni alla larga da argomenti delicati. La relazione si restringe, diventa fragile, un po’ finta.
A lungo andare si consuma anche la fiducia. Chi viene svalutato non si sente più al sicuro ad aprirsi, a mostrare dubbi, vulnerabilità, errori. Pensa: “Se dico come la penso, rischio di essere deriso o attaccato”. E così si chiude. Esteriormente magari la relazione va avanti, ma sotto si accumula rancore: piccole ferite mai nominate che, prima o poi, esplodono in un litigio violento o sfociano in un distacco lento, freddo, silenzioso.
La buona notizia è che esiste un modo diverso di stare nel conflitto: non significa essere “morbidi” o rinunciare alla propria verità, ma saperla esprimere senza distruggere quella dell’altro. Qui entra in gioco la comunicazione assertiva. Assertivo non vuol dire “parlare con calma zen” a tutti i costi, ma restare centrati sul fatto, sui propri vissuti e sui propri bisogni, invece di etichettare o diagnosticare la persona che abbiamo davanti.
Un passaggio concreto è questo: dal “Tu sei…” al “Io mi sento…”. Invece di dire “Ma come fai a ragionare così?”, posso provare a dire: “Quando sento queste parole mi sento messo/a da parte e mi arrabbio, perché per me questa cosa è importante”. Al posto di “Hai dei problemi”, posso dire: “Faccio fatica a capire il tuo punto di vista e questo mi manda in frustrazione, ho bisogno che ci fermiamo un attimo e proviamo a chiarire meglio”. Stai ancora mettendo un confine, ma lo fai parlando di te, non demolendo l’altro.
Il momento chiave è proprio l’attimo prima della frase svalutante. Quel secondo in cui senti salire la rabbia e in testa ti passa: “Adesso gliela dico…”. Lì, se ti abitui a riconoscerlo, puoi fermarti: “Ok, sto per entrare nella zona in cui non sto più parlando del problema ma sto colpendo la persona”. E scegliere un’altra strada: “Quando succede questa cosa mi sento ___, ho bisogno di ___”. È una formula semplice: dichiari il tuo stato, dichiari il tuo bisogno, senza usare l’altro come bersaglio.
Allenarsi a questo stile non rende i conflitti “carini”, ma li rende più sinceri e meno distruttivi. Non si tratta di diventare perfetti: tutti, prima o poi, ci scapperemo in una frase sbagliata. Ma ogni volta che riusciamo a tornare a noi – alle nostre emozioni e ai nostri bisogni – invece di lanciare etichette velenose, stiamo scegliendo una relazione più onesta e rispettosa. E, soprattutto, stiamo scegliendo di difendere il nostro valore senza calpestare quello di chi abbiamo davanti.
Cosa fare quando scappa la frase sbagliata?
1. Fermati, non giustificarti subito
Appena ti rendi conto di aver colpito la persona e non il problema, fai pausa.
Puoi anche dirlo ad alta voce:
• “Ok, questa è uscita male.”
• “Aspetta, mi rendo conto che ti ho parlato in modo brutto.”
Solo questo abbassa già un po’ la tensione.
2. Riconosci il danno (senza “ma”)
Assumiti la responsabilità di come hai parlato, non di come l’altro dovrebbe prenderla.
Frasi possibili:
• “Ti ho mancato/a di rispetto, mi dispiace.”
• “Quello che ho detto è stato svalutante, non volevo ferirti ma l’ho fatto.”
Evita: “Scusa ma mi fai perdere la pazienza.” Quel “ma” cancella la scusa.
3. Distingui la persona dal comportamento
Qui riprendi il punto centrale: non è la persona a essere “sbagliata”, ma c’è qualcosa che ti ha attivato.
Esempi:
• “Non sei tu ad essere sbagliato/a, mi ha fatto arrabbiare quello che è successo.”
• “Il problema per me è il comportamento, non il tuo valore.”
Questo aiuta l’altro a non sentirsi demolito.
4. Riformula in modo assertivo
Dopo aver ripulito un minimo il campo, puoi dire la stessa cosa in versione “adulta”.
Da: “Ma come fai a ragionare così?”
A:
• “Quando sento questa idea mi agito, perché per me è molto diversa da come la vedo io.”
• “Faccio fatica a capire il tuo punto di vista e questo mi fa arrabbiare, vorrei provare a spiegarci meglio.”
Da: “Hai dei problemi, fatti vedere”
A:
• “Quello che dici mi preoccupa/confonde, e non so bene come gestirlo.”
• “Per me questa situazione è pesante, sento che avremmo bisogno di un aiuto esterno per gestirla meglio.”
5. Chiedi un feedback e, se serve, spazio
Puoi anche dare all’altro la possibilità di dire come l’ha vissuta.
• “Ti va di dirmi come ti ha fatto sentire quella frase?”
• “Se vuoi ne riparliamo tra un po’, adesso siamo entrambi troppo attivati.”
Questo comunica: “Mi importa di come stai, non solo di avere ragione.”
Bonus: preparati una “frase tampone”
Quando sei molto reattiva/o, avere una frase pronta aiuta a non esplodere.
Ad esempio:
• “Sto per dirti qualcosa di brutto, mi fermo un attimo.”
• “Sono troppo arrabbiato/a, rischio di ferirti: facciamo una pausa?”
• “Ora non riesco a parlarti bene, mi serve un momento per calmarmi.”
Più ti alleni a usarle prima dell’esplosione, meno dovrai riparare dopo.
Frasi-tipo che puoi usare in chat/mail quando senti che stai per scrivere qualcosa di velenoso o quando è già scappato.
1. Quando senti che stai per scrivere di pancia
«In questo momento sono molto agitata e rischierei di scriverti in modo ingiusto. Preferisco risponderti quando mi sono calmata un po’.»
Quando usarla:
Quando stai per digitare il messaggio “definitivo” che poi ti pentiresti di aver mandato.
2. Quando vuoi mettere un confine ma senza attaccare
«Quello che hai scritto mi ha ferita e adesso non riesco a risponderti in modo sereno. Ne riparliamo più tardi, quando saremo entrambi più lucidi.»
Quando usarla:
Quando senti la botta emotiva e sai che se continui la conversazione, parte la bomba.
3. Quando ti esce la frase svalutante per iscritto
«Mi rendo conto che la frase che ti ho scritto è stata svalutante. Ti chiedo scusa per il modo, non volevo colpirti così.»
Quando usarla:
Quando hai già mandato il messaggio “Ma come fai a ragionare così?” / “Hai dei problemi” & co., e vuoi riparare.
4. Quando vuoi riformulare in modo assertivo
«Provo a dirlo meglio: quando leggo/vedo questa cosa mi sento ___ e avrei bisogno di ___.»
Quando usarla:
Come “secondo messaggio” dopo uno scambio teso: non neghi il problema, ma cambi tono e piano comunicativo.
5. Quando la chat sta degenerando
«Ho la sensazione che questa conversazione in chat si stia scaldando troppo e rischiamo di ferirci. Preferisco parlarne a voce / di persona, così possiamo capirci meglio.»
Quando usarla:
Quando il botta-e-risposta via messaggi sta andando a fuoco e senti che nessuno sta più ascoltando davvero.

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