In molte relazioni — affettive,
familiari, amicali — si ripete una dinamica tanto antica quanto invisibile: uno
dei due decide, più o meno consapevolmente, che l’altro dovrebbe essere
diverso. Più dolce. Più maturo. Più empatico. Più ordinato. Più affettuoso. Più
determinato. Più simile alla versione ideale che abita la propria mente.
A volte questa pretesa non viene
formulata in modo esplicito, ma si insinua nelle micro-espressioni, nei
sospiri, nei consigli non richiesti, nelle correzioni sottili, nei “te lo dico
per il tuo bene”, nelle frasi che suonano premurose ma hanno il sapore del
giudizio.
Eppure, nessuno ha questo diritto.
Non esiste su questo pianeta un titolo che autorizzi un essere umano a
modificare un altro perché “non corrisponde all’ideale”. Le relazioni non sono
officine di riparazione, e le persone non sono oggetti da aggiustare.
La metafora dell’arancia che
vuole cambiare la mela
L’arancia non è cattiva:
semplicemente assume che il suo modo di essere sia il modello ottimale. Dà per
scontato che la mela “dovrebbe” adattarsi allo standard che lei conosce.
La mela, però, nella sua
sincerità, sa di non poter diventare succosa come l’arancia. Può maturare, può
migliorare alcuni aspetti, può cambiare colore, profumare diversamente… ma non
potrà mai essere ciò che l’altro pretende.
E l’arancia — convinta di essere
nel giusto — si frustra perché i suoi tentativi “di aiutare” non funzionano.
La violenza sottile delle buone
intenzioni
Questa è la radice di molti
conflitti: un ego normativo che ritiene di possedere la misura dell’essere
giusto.
Il limite sacro dell’identità
Il punto cieco di chi vuole
cambiare l’altro
Pretendere che l’altro cambi è,
spesso, un modo elegante per non cambiare noi.
Cosa permette davvero la
trasformazione
Se qualcosa può cambiare in una
relazione, nasce sempre da due movimenti:
- accettare profondamente chi ho davanti — la
sua struttura, i suoi confini, le sue possibilità;
- chiarire profondamente cosa è negoziabile e cosa
no nella mia vita.
L’altro non deve cambiare:
siamo noi a dover scegliere
**La mela non deve diventare
un’arancia. E l’arancia non deve giudicare la mela per ciò che è.**
L’amore maturo — e qualsiasi forma
di relazione sana — nasce solo quando si smette di chiedere all’altro di
rinnegare la propria natura.
Riflessione: lo standard che
abbiamo in testa non è un contratto universale
Nelle relazioni di coppia, ad
esempio, può capitare che l’altra persona non dia quel tipo di attenzione
emotiva che per noi è fondamentale. Allora dentro parte il pensiero: “Se mi
ami, devi farmi sentire capita/o”. Il punto è che nessuno è obbligato ad avere
il nostro stesso modo di amare. Quello che possiamo fare, invece, è spiegare
con chiarezza di cosa abbiamo bisogno – “per me sentirti vicino significa
questo, questo e questo” – e poi chiederci onestamente se riusciamo a stare in
una relazione con quel livello di disponibilità emotiva, invece di tentare di
rifare da zero la persona che abbiamo davanti.
Con gli amici la dinamica non è
così diversa. Magari abbiamo vicino qualcuno che promette spesso ma mantiene
poco: dice che c’è, ma poi sparisce; si offre, ma poi si tira indietro. Il
pensiero riflesso è: “Un vero amico non fa così”. Invece di restare a misurare
se l’altro sia un “vero” amico o no, può essere più utile mettere dei confini:
chiarire su cosa possiamo davvero contare e su cosa no. E, di conseguenza,
ridimensionare il posto che quella persona occupa nella nostra vita, senza
drammi ma con lucidità.
Con i genitori adulti la ferita è
più profonda. Può darsi che non vedano i nostri sforzi, che critichino, che
rimangano incollati alla loro prospettiva senza mai spostarsi di un millimetro.
Dentro risuona: “Un genitore dovrebbe capire”. Ma alcuni genitori non capiranno
mai nel modo in cui avremmo voluto. Qui l’azione di cura verso di sé è
accettare che la loro capacità emotiva è limitata, smettere di aspettare una
riparazione che non arriva da decenni e proteggere la propria energia, anche
tenendo una distanza più sana se serve.
Anche come genitori, o comunque
come adulti verso i figli già grandi, si rischia di cadere nell’aspettativa:
“Dovresti dimostrare più cura, sei mio figlio/mia figlia”. Ma il fatto di avere
un ruolo non obbliga nessuno ad avere il nostro stesso modo di esprimerlo.
Possiamo desiderare un certo tipo di vicinanza, ma non pretenderla. Qui la
mossa più adulta è lasciare andare l’immagine idealizzata del figlio perfetto e
decidere in modo realistico quanta aspettativa è sano mantenere, senza
ricattarci con “se mi amassi…” e senza trasformare il legame in un tribunale.
Sul lavoro, con i colleghi, il
copione è ancora un altro. Tu magari sei preciso/a, responsabile, ci tieni a
fare le cose bene. L’altro no. Scatta il pensiero: “Dovrebbe impegnarsi come
me”. Ma non succederà solo perché lo pensi. È più utile chiarire bene chi fa
cosa, in che tempi, con quali responsabilità; separare il tuo rendimento dal
suo, invece di compensare ogni sua mancanza; e soprattutto smettere di
sobbarcarti automaticamente quello che non fa, come se fosse scontato che
tocchi a te “salvare la baracca”.
Con un capo o un responsabile, la
frustrazione spesso nasce dal mancato riconoscimento: lavori bene, ti impegni,
e dall’altra parte quasi niente. Dentro sale: “Un capo dovrebbe riconoscere
l’impegno”. In teoria sì, ma non tutti lo fanno. Allora diventa essenziale
documentare con cura ciò che fai, chiedere feedback espliciti invece di
aspettare che capisca da solo, e, se il disallineamento resta forte, prendere
seriamente in considerazione l’idea di cercare un ambiente più coerente con il
valore che dai al tuo lavoro, invece di stare lì sperando che lui/lei si
trasformi.
Tra fratelli e sorelle il
“dovresti” prende spesso la forma del dovere familiare: l’altro minimizza i
tuoi bisogni, non si prende responsabilità, e tu pensi: “Dovresti aiutarmi,
siamo famiglia”. Ma la realtà è che non tutti vivono il legame di sangue con lo
stesso senso di dovere. Tu puoi chiarire cosa sei disposto/a a fare e cosa no,
accettare che l’altro non avrà il tuo stesso metro e rivedere il carico che ti
prendi sulle spalle. Continuare a fare tutto sperando che, prima o poi,
“capirà”, ti lascia solo/a esausto/a e arrabbiato/a.
Con il resto della parentela –
zie, cugini, suoceri – il copione a volte è una miscela di critica, giudizio e
invasioni più o meno mascherate. Il pensiero automatico: “Dovresti comportarti
in modo più rispettoso”. Sarebbe bello, certo, ma spesso non accade. Lì diventa
fondamentale decidere noi quanto spazio concedere: frequentare queste persone
solo in certi contesti, per tempi limitati, e smettere di investire energie nel
tentativo di “educarle” o “farle ragionare”. Alcune persone non cambiano: a
quel punto l’unica leva che abbiamo è scegliere distanza e modalità di
contatto.
Nella relazione professionale,
quando siamo noi a fornire un servizio, può capitare il cliente che pretende
continuamente extra, sconti, disponibilità illimitata, come se fosse ovvio:
“Dovresti accontentarmi sempre, è il tuo lavoro”. In realtà no: il tuo lavoro è
rispettare il patto, non essere infinito/a. Qui serve ribadire con calma
condizioni, limiti e ciò che è incluso e ciò che non lo è; e, se una persona
continua a invadere e svalutare, avere il coraggio di lasciarla andare. Non
tutti i clienti sono sostenibili, e non sei obbligato/a a trattenerli per
forza.
Infine c’è il ruolo più subdolo di
tutti: quello che abbiamo verso noi stessi. Dentro spesso ci parliamo peggio di
quanto faremmo con chiunque altro: pretendiamo performance, coerenza,
perfezione. Il pensiero di fondo è: “Dovresti essere migliore di così”. Questa
non è spinta evolutiva, è persecuzione interna. L’alternativa è iniziare ad
accettare che siamo umani, quindi limitati; riconoscere i nostri bisogni reali,
non l’ideale di persona che “dovremmo” essere; e scegliere cambiamenti
possibili, piccoli, concreti, invece di infliggerci punizioni e giudizi che non
producono crescita, solo vergogna.
In tutti questi casi il punto è
sempre lo stesso: l’altro – partner, amico, genitore, figlio, collega, capo,
parente, cliente o persino il nostro io ideale – non ha l’obbligo di aderire al
copione che abbiamo in testa. Possiamo desiderare, proporre, chiedere; ma
quando la realtà non corrisponde, non è sull’altro che abbiamo potere. È su di
noi: su come ci posizioniamo, su cosa scegliamo di tollerare, su quanta
distanza mettiamo, su quali conseguenze siamo disposti a trarre da ciò che
vediamo.

Nessun commento:
Posta un commento