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venerdì 19 dicembre 2025

Le scelte sono libere?

Quando diciamo “siamo liberi di scegliere”, di solito intendiamo una cosa molto concreta: sentiamo di avere in mano il volante. Ci sembra che, davanti a due strade, possiamo decidere quale prendere. E in parte è vero: non siamo robot. Però la domanda seria è un’altra: quanto di quella scelta nasce davvero da noi, e quanto nasce da ciò che ci ha formati, spinti, impauriti, abituati?

Perché la scelta non avviene nel vuoto. Avviene dentro un corpo stanco o energico, dentro una storia personale, dentro un contesto sociale che premia certe cose e ne punisce altre. E spesso la decisione che chiamiamo “nostra” è più simile a una risposta automatica che a una scelta lucida.

Pensiamoci: quante volte decidiamo con calma, con tempo, con informazioni chiare, con mente stabile? Poche. Molto più spesso decidiamo in mezzo a pressioni invisibili: la fretta, il bisogno di non deludere, la paura del conflitto, l’ansia del giudizio, il desiderio di sentirci “a posto”. E allora sì, scegliamo… ma scegliamo dentro un recinto.

La cultura, per esempio, ci entra in testa senza chiedere permesso. Ci insegna cosa è “giusto desiderare”. Ci fa credere che certe vite siano più degne di altre. Ci dice cosa è “successo”, cosa è “fallimento”, cosa è “da persone serie”, cosa è “da irresponsabili”. E noi, senza rendercene conto, spesso non scegliamo ciò che vogliamo: scegliamo ciò che sembra legittimo volere.
È sottile: non è che qualcuno ci comanda. È che ci sentiamo strani o sbagliati se usciamo dal copione.

Poi c’è l’educazione: non solo quello che ci hanno detto, ma quello che ci hanno fatto sentire. La mente impara presto un meccanismo elementare: “se faccio così, vengo approvato; se faccio cosà, rischio critica o esclusione”. Da adulti magari ci raccontiamo che siamo indipendenti, ma basta poco per scoprire che certe scelte ci fanno scattare addosso colpa, vergogna, ansia. E quando il corpo reagisce così, spesso noi non “scegliamo”: evitiamo.

E qui entra anche il temperamento, cioè la nostra taratura di base. Non è una scusa, è una realtà. Se siamo più introversi, per esempio, possiamo sentire certi ambienti, certe relazioni, certi ritmi come un sovraccarico. E allora “scegliamo” ciò che ci protegge: tranquillità, controllo degli stimoli, profondità, routine. Se siamo più estroversi, può essere l’opposto: “scegliamo” ciò che ci accende, ci muove, ci mette in scambio, ci dà energia.
Il punto è che spesso scambiamo queste spinte per “chi siamo” in modo assoluto. E poi costruiamo sopra un’identità: “Noi siamo fatti così.” Ma quella frase può essere una descrizione utile… o può diventare una gabbia elegante.

Oltre a introversione ed estroversione ci sono altre inclinazioni che influenzano molto: la sensibilità all’ansia (chi teme di più sceglie per evitare rischi), la ricerca di novità (chi si annoia sceglie movimento), il bisogno di approvazione (chi teme rifiuto sceglie pace e consenso), la bassa tolleranza alla frustrazione (chi soffre l’attrito sceglie scorciatoie). Tutto questo non decide al posto nostro, ma altera il “peso” delle opzioni: alcune scelte diventano leggere, altre sembrano impossibili. E noi chiamiamo “libertà” un percorso già inclinato.

A questo punto entra il proverbio: “Chi è causa del suo mal pianga sé stesso.”
È una frase che suona giusta perché dà ordine al mondo: se stiamo male, allora “abbiamo sbagliato”. Se abbiamo sbagliato, allora il dolore è una conseguenza “meritata”. Fine del mistero.
Solo che spesso il mondo non funziona così, e quel proverbio diventa crudele.

Perché per essere davvero “causa” in senso pieno dovremmo avere almeno tre cose: consapevolezza, libertà reale, informazioni adeguate. Ma molte nostre scelte non nascono con queste condizioni. Nascono in un contesto che spinge, con energie limitate, con paure antiche, con mappe mentali ereditate, con bisogni emotivi che lavorano sotto la superficie.

Spesso non c’è dietro “la causa”, ma un insieme di condizioni: un periodo difficile, una solitudine che pesa, un ambiente che stringe, un carattere che ci porta a evitare lo scontro o a inseguire stimoli, un momento di stanchezza, una mancanza di supporto. In mezzo a questo groviglio, noi facciamo una mossa. Poi, quando arrivano conseguenze, qualcuno (o noi stessi) dice: “Te la sei cercata.”
È una lettura comoda, ma superficiale.

C’è anche un’altra cosa: quel proverbio confonde responsabilità e colpa.
La responsabilità è: “Ok, adesso che vediamo cosa sta succedendo, cosa facciamo da qui?”
La colpa è: “Te lo meriti. Piangi e basta.”
Il proverbio spesso è colpa travestita da saggezza.

E paradossalmente, a volte ce lo diciamo da soli non perché sia vero, ma perché ci rassicura. È difficile accettare che la vita sia complessa e che alcune cose accadano senza una colpa chiara. Allora la mente preferisce un mondo moralmente ordinato: “Se soffro, è perché ho sbagliato.” È doloroso, sì, ma dà una spiegazione. È una forma di controllo mentale sull’incertezza.

Lo Zen, qui, farebbe notare una cosa semplice: prima nasce un impulso, poi nasce la storia. Prima arriva “mi attira / mi spaventa / non ce la faccio / devo essere approvato”, poi arriva “abbiamo scelto”. Quindi se vogliamo parlare di libertà, dobbiamo guardare non solo la scelta finale, ma tutto ciò che la precede.
Il Buddhismo direbbe: le azioni nascono da cause e condizioni; il punto non è punirci, il punto è vedere la catena e interrompere l’automatismo dove possiamo.
Lo Stoicismo toglierebbe il moralismo e terrebbe solo l’utile: non importa chi ha torto, importa cosa dipende da noi adesso — anche dentro limiti stretti.

Quindi cosa resta, in modo pratico? Resta una definizione di libertà meno romantica e più vera: non libertà totale, ma margine di lucidità.
Non “possiamo fare ciò che vogliamo”, ma “possiamo accorgerci di cosa ci sta guidando e smettere, almeno a volte, di reagire automaticamente”.

E qui il proverbio può essere riscritto in modo più onesto, senza diventare buonista:
Non “chi è causa pianga sé stesso”, ma qualcosa come: “Se soffriamo, cerchiamo l’anello su cui possiamo intervenire: non sempre è colpa nostra, ma qualcosa possiamo imparare.”
È meno spettacolare, però somiglia di più alla realtà.

Un modo semplice per usare tutto questo nella vita quotidiana è guardare le scelte piccole, non quelle epiche. Prima di una decisione, possiamo chiederci:

  • Che cosa ci sta spingendo davvero? Paura? Desiderio? Abitudine? Bisogno di approvazione?
  • Che cosa stiamo evitando? Conflitto? Fatica? Solitudine? Giudizio?
  • Se nessuno ci vedesse e nessuno ci giudicasse, faremmo la stessa scelta?

Se queste domande ci agitano, significa che non siamo in una scelta libera: siamo in un automatismo. E quello è già un dato utile. Non è una condanna.


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