Quando diciamo “siamo liberi di scegliere”, di solito
intendiamo una cosa molto concreta: sentiamo di avere in mano il volante.
Ci sembra che, davanti a due strade, possiamo decidere quale prendere. E in
parte è vero: non siamo robot. Però la domanda seria è un’altra: quanto di
quella scelta nasce davvero da noi, e quanto nasce da ciò che ci ha formati,
spinti, impauriti, abituati?
Perché la scelta non avviene nel vuoto. Avviene dentro un
corpo stanco o energico, dentro una storia personale, dentro un contesto
sociale che premia certe cose e ne punisce altre. E spesso la decisione che
chiamiamo “nostra” è più simile a una risposta automatica che a una
scelta lucida.
Pensiamoci: quante volte decidiamo con calma, con tempo, con
informazioni chiare, con mente stabile? Poche. Molto più spesso decidiamo in
mezzo a pressioni invisibili: la fretta, il bisogno di non deludere, la paura
del conflitto, l’ansia del giudizio, il desiderio di sentirci “a posto”. E
allora sì, scegliamo… ma scegliamo dentro un recinto.
La cultura, per esempio, ci entra in testa senza chiedere
permesso. Ci insegna cosa è “giusto desiderare”. Ci fa credere che certe vite
siano più degne di altre. Ci dice cosa è “successo”, cosa è “fallimento”, cosa
è “da persone serie”, cosa è “da irresponsabili”. E noi, senza rendercene
conto, spesso non scegliamo ciò che vogliamo: scegliamo ciò che sembra
legittimo volere.
È sottile: non è che qualcuno ci comanda. È che ci sentiamo strani o sbagliati
se usciamo dal copione.
Poi c’è l’educazione: non solo quello che ci hanno detto, ma
quello che ci hanno fatto sentire. La mente impara presto un meccanismo
elementare: “se faccio così, vengo approvato; se faccio cosà, rischio critica o
esclusione”. Da adulti magari ci raccontiamo che siamo indipendenti, ma basta
poco per scoprire che certe scelte ci fanno scattare addosso colpa, vergogna,
ansia. E quando il corpo reagisce così, spesso noi non “scegliamo”: evitiamo.
E qui entra anche il temperamento, cioè la nostra taratura
di base. Non è una scusa, è una realtà. Se siamo più introversi, per esempio,
possiamo sentire certi ambienti, certe relazioni, certi ritmi come un
sovraccarico. E allora “scegliamo” ciò che ci protegge: tranquillità, controllo
degli stimoli, profondità, routine. Se siamo più estroversi, può essere
l’opposto: “scegliamo” ciò che ci accende, ci muove, ci mette in scambio, ci dà
energia.
Il punto è che spesso scambiamo queste spinte per “chi siamo” in modo assoluto.
E poi costruiamo sopra un’identità: “Noi siamo fatti così.” Ma quella frase può
essere una descrizione utile… o può diventare una gabbia elegante.
Oltre a introversione ed estroversione ci sono altre
inclinazioni che influenzano molto: la sensibilità all’ansia (chi teme di più
sceglie per evitare rischi), la ricerca di novità (chi si annoia sceglie
movimento), il bisogno di approvazione (chi teme rifiuto sceglie pace e
consenso), la bassa tolleranza alla frustrazione (chi soffre l’attrito sceglie
scorciatoie). Tutto questo non decide al posto nostro, ma altera il “peso”
delle opzioni: alcune scelte diventano leggere, altre sembrano impossibili. E noi
chiamiamo “libertà” un percorso già inclinato.
A questo punto entra il proverbio: “Chi è causa del suo
mal pianga sé stesso.”
È una frase che suona giusta perché dà ordine al mondo: se stiamo male, allora
“abbiamo sbagliato”. Se abbiamo sbagliato, allora il dolore è una conseguenza
“meritata”. Fine del mistero.
Solo che spesso il mondo non funziona così, e quel proverbio diventa crudele.
Perché per essere davvero “causa” in senso pieno dovremmo
avere almeno tre cose: consapevolezza, libertà reale, informazioni adeguate. Ma
molte nostre scelte non nascono con queste condizioni. Nascono in un contesto
che spinge, con energie limitate, con paure antiche, con mappe mentali
ereditate, con bisogni emotivi che lavorano sotto la superficie.
Spesso non c’è dietro “la causa”, ma un insieme di
condizioni: un periodo difficile, una solitudine che pesa, un ambiente che
stringe, un carattere che ci porta a evitare lo scontro o a inseguire stimoli,
un momento di stanchezza, una mancanza di supporto. In mezzo a questo
groviglio, noi facciamo una mossa. Poi, quando arrivano conseguenze, qualcuno
(o noi stessi) dice: “Te la sei cercata.”
È una lettura comoda, ma superficiale.
C’è anche un’altra cosa: quel proverbio confonde responsabilità
e colpa.
La responsabilità è: “Ok, adesso che vediamo cosa sta succedendo, cosa facciamo
da qui?”
La colpa è: “Te lo meriti. Piangi e basta.”
Il proverbio spesso è colpa travestita da saggezza.
E paradossalmente, a volte ce lo diciamo da soli non perché
sia vero, ma perché ci rassicura. È difficile accettare che la vita sia
complessa e che alcune cose accadano senza una colpa chiara. Allora la mente
preferisce un mondo moralmente ordinato: “Se soffro, è perché ho sbagliato.” È
doloroso, sì, ma dà una spiegazione. È una forma di controllo mentale
sull’incertezza.
Lo Zen, qui, farebbe notare una cosa semplice: prima nasce
un impulso, poi nasce la storia. Prima arriva “mi attira / mi spaventa / non ce
la faccio / devo essere approvato”, poi arriva “abbiamo scelto”. Quindi se
vogliamo parlare di libertà, dobbiamo guardare non solo la scelta finale, ma
tutto ciò che la precede.
Il Buddhismo direbbe: le azioni nascono da cause e condizioni; il punto non è
punirci, il punto è vedere la catena e interrompere l’automatismo dove
possiamo.
Lo Stoicismo toglierebbe il moralismo e terrebbe solo l’utile: non importa chi
ha torto, importa cosa dipende da noi adesso — anche dentro limiti stretti.
Quindi cosa resta, in modo pratico? Resta una definizione di
libertà meno romantica e più vera: non libertà totale, ma margine di
lucidità.
Non “possiamo fare ciò che vogliamo”, ma “possiamo accorgerci di cosa ci sta
guidando e smettere, almeno a volte, di reagire automaticamente”.
E qui il proverbio può essere riscritto in modo più onesto,
senza diventare buonista:
Non “chi è causa pianga sé stesso”, ma qualcosa come: “Se soffriamo,
cerchiamo l’anello su cui possiamo intervenire: non sempre è colpa nostra, ma
qualcosa possiamo imparare.”
È meno spettacolare, però somiglia di più alla realtà.
Un modo semplice per usare tutto questo nella vita
quotidiana è guardare le scelte piccole, non quelle epiche. Prima di una
decisione, possiamo chiederci:
- Che
cosa ci sta spingendo davvero? Paura? Desiderio? Abitudine? Bisogno di
approvazione?
- Che
cosa stiamo evitando? Conflitto? Fatica? Solitudine? Giudizio?
- Se
nessuno ci vedesse e nessuno ci giudicasse, faremmo la stessa scelta?
Se queste domande ci agitano, significa che non siamo in una
scelta libera: siamo in un automatismo. E quello è già un dato utile. Non è una
condanna.
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