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giovedì 18 dicembre 2025

Col senno di poi tutto appare chiaro

 


Ad un certo punto della vita capita questo: ci si ferma e si guardano le conseguenze.
Non le intenzioni, non quello che “avremmo voluto”, ma ciò che c’è adesso.
Una situazione concreta, spesso pesante, che produce effetti negativi reali: economici, emotivi, pratici. È lì che nasce la domanda più dura: 
“Come sono arrivata/o qui?”

Il rischio, in quel momento, è cadere in una lettura brutale e semplificata:
“È colpa mia.”
“Ho sbagliato tutto.”
“Se avessi scelto diversamente, ora sarebbe un’altra vita.”

Questa lettura sembra onesta, ma in realtà non aiuta a capire. Mortifica. E la mortificazione non è lucidità: è paralisi.

Quando ci troviamo davanti a conseguenze importanti, è vero che le nostre scelte hanno avuto un ruolo. Negarlo sarebbe infantile. Ma è altrettanto vero che quelle scelte non sono nate nel vuoto. Sono nate dentro condizioni precise, spesso invisibili mentre accadevano.

Molte decisioni vengono prese prima che siamo prontiprima di sapere davveroprima di avere alternative reali. Altre vengono prese per necessità, non per progetto. Altre ancora per adattamento: per reggere, per non crollare, per proteggere qualcuno, per sopravvivere a un periodo difficile.

E l’adattamento, per definizione, non è una scelta libera e ampia: è una scelta stretta.

Col senno di poi tutto appare chiaro. Ma il senno di poi è una lente ingannevole: guarda il passato con informazioni che allora non avevamo. È facile dire “avrei dovuto” quando ormai conosciamo l’esito. Ma al momento della scelta non conoscevamo le conseguenze, conoscevamo solo ciò che sentivamo possibile in quel momento.

C’è poi un altro aspetto che pesa moltissimo e che raramente viene considerato: il temperamento. Non tutti partiamo con le stesse risorse interiori. C’è chi regge meglio l’incertezza, chi sopporta ambienti competitivi, chi riesce a spingersi anche quando ha paura. E c’è chi, per struttura emotiva e nervosa, tende a evitare il sovraccarico, il conflitto, l’esposizione continua.
Questo non è un difetto morale. È una configurazione umana.
Ma nel tempo, questa configurazione orienta scelte che sembrano libere e che invece sono anche scelte di protezione.
Poi ci sono le condizioni esterne: famiglia, contesto economico, salute, responsabilità di cura, occasioni mancate o mai arrivate. Qui il proverbio “chi è causa del suo mal” mostra tutta la sua povertà: pretende una causalità semplice dove c’è un sistema complesso.
Quando ci si trova oggi in una situazione difficile, utile non è chiedersi:
“Di chi è la colpa?”
ma piuttosto: “Quali forze erano in gioco mentre prendevi quelle decisioni?”

Perché c’è una differenza enorme tra dire:

“Ho sbagliato, quindi mi svaluto” e dire: “Ora vedo meglio cosa mi ha guidato”

Nel primo caso la persona si schiaccia. Nel secondo cresce in consapevolezza.

Capire non significa giustificare tutto. Significa ricostruire il contesto reale:

  • che alternative c’erano davvero?
  • quanta energia avevo?
  • quali paure erano attive?
  • quali responsabilità mi stringevano?
  • cosa stavo cercando di evitare o di proteggere?

Solo da lì nasce una responsabilità sana, che non dice “me lo merito”, ma dice:
“Questo è successo. Ora cosa è possibile fare, anche in piccolo?”

La mortificazione guarda indietro e inchioda.
La comprensione guarda indietro per liberare spazio in avanti.

E questo è il punto più importante: non siamo chiamati a giudicare la persona che eravamo, ma a dialogare con lei. Perché quella persona ha fatto quello che ha potuto con gli strumenti che aveva allora. Non con quelli che abbiamo oggi.

Quando riusciamo a vedere questo, qualcosa cambia:
il peso resta, le conseguenze restano, ma smettiamo di aggiungere violenza al dolore.
E solo in quello spazio più pulito può nascere una domanda utile:
“Dato ciò che c’è, qual è il prossimo passo possibile che non mi tradisca?”


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