Ad un certo punto della vita
capita questo: ci si ferma e si guardano le conseguenze.
Non le intenzioni, non quello che
“avremmo voluto”, ma ciò che c’è adesso.
Una situazione concreta,
spesso pesante, che produce effetti negativi reali: economici, emotivi, pratici. È lì
che nasce la domanda più dura: “Come sono arrivata/o qui?”
Il rischio, in quel momento, è
cadere in una lettura brutale e semplificata:
“È colpa mia.”
“Ho sbagliato tutto.”
“Se avessi scelto diversamente,
ora sarebbe un’altra vita.”
Questa lettura sembra onesta, ma
in realtà non aiuta a capire. Mortifica. E la mortificazione non è
lucidità: è paralisi.
Quando ci troviamo davanti a
conseguenze importanti, è vero che le nostre scelte hanno avuto un
ruolo. Negarlo sarebbe infantile. Ma è altrettanto vero che quelle
scelte non sono nate nel vuoto. Sono nate dentro condizioni
precise, spesso invisibili mentre accadevano.
Molte decisioni vengono
prese prima che siamo pronti, prima di sapere davvero, prima
di avere alternative reali. Altre vengono prese per necessità, non per
progetto. Altre ancora per adattamento: per reggere, per non crollare, per
proteggere qualcuno, per sopravvivere a un periodo difficile.
E l’adattamento, per definizione,
non è una scelta libera e ampia: è una scelta stretta.
Col senno di poi tutto appare
chiaro. Ma il senno di poi è una lente ingannevole: guarda il passato con
informazioni che allora non avevamo. È facile dire “avrei dovuto” quando ormai
conosciamo l’esito. Ma al momento della scelta non conoscevamo le
conseguenze, conoscevamo solo ciò che sentivamo possibile in quel momento.
C’è poi un altro aspetto che pesa
moltissimo e che raramente viene considerato: il temperamento. Non
tutti partiamo con le stesse risorse interiori. C’è chi regge meglio
l’incertezza, chi sopporta ambienti competitivi, chi riesce a spingersi anche
quando ha paura. E c’è chi, per struttura emotiva e nervosa, tende a evitare il
sovraccarico, il conflitto, l’esposizione continua.
Questo non è un difetto morale. È
una configurazione umana.
Ma nel tempo, questa
configurazione orienta scelte che sembrano libere e che invece
sono anche scelte di protezione.
Poi ci sono le condizioni esterne:
famiglia, contesto economico, salute, responsabilità di cura, occasioni mancate
o mai arrivate. Qui il proverbio “chi è causa del suo mal” mostra tutta la sua
povertà: pretende una causalità semplice dove c’è un sistema complesso.
Quando ci si trova oggi
in una situazione difficile, utile non è chiedersi:
“Di chi è la colpa?”
ma piuttosto: “Quali forze erano in gioco mentre
prendevi quelle decisioni?”
Perché c’è una differenza enorme
tra dire:
Nel primo caso la persona si
schiaccia. Nel secondo cresce in consapevolezza.
Capire non significa giustificare
tutto. Significa ricostruire il contesto reale:
- che alternative c’erano davvero?
- quanta energia avevo?
- quali paure erano attive?
- quali responsabilità mi stringevano?
- cosa stavo cercando di evitare o di proteggere?
Solo da lì nasce una
responsabilità sana, che non dice “me lo merito”, ma dice:
“Questo è successo. Ora cosa è
possibile fare, anche in piccolo?”
La mortificazione guarda indietro
e inchioda.
La comprensione guarda
indietro per liberare spazio in avanti.
E questo è il punto più
importante: non siamo chiamati a giudicare la persona che eravamo,
ma a dialogare con lei. Perché quella persona ha fatto quello che ha potuto con
gli strumenti che aveva allora. Non con quelli che abbiamo oggi.
Quando riusciamo a vedere questo,
qualcosa cambia:
il peso resta, le conseguenze
restano, ma smettiamo di aggiungere violenza al dolore.
E solo in quello spazio più pulito
può nascere una domanda utile:
“Dato ciò che c’è, qual è il
prossimo passo possibile che non mi tradisca?”

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