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domenica 14 dicembre 2025

Meditazione come strumento per la Libertà Interiore

C’è un tipo di prigionia che non ha sbarre e non fa rumore, quindi è facilissima da scambiare per “vita normale”: è quando la tua mente decide al posto tuo. Ti alzi e sei già in corsa. Rispondi a un messaggio e ti resta addosso per ore. Pensi a una cosa e quella cosa ti tira giù come un gancio. Poi arriva un’altra preoccupazione, un altro desiderio, un altro confronto… e tu ti ritrovi a fine giornata con la sensazione di non esserti mai davvero abitata.

Gelong Thubten lo dice in modo molto semplice: non siamo così liberi come crediamo, perché i nostri stati mentali non li scegliamo davvero. È come se saltassimo automaticamente sui “taxi” dei pensieri e delle emozioni e ci ritrovassimo dall’altra parte della città senza sapere bene come ci siamo finiti.

Ecco perché parlare di libertà interiore oggi è urgente. Non è un concetto poetico: è un bisogno pratico. È la differenza tra vivere “trascinati” e vivere con un minimo di spazio dentro. E la meditazione, nel linguaggio di Thubten, è proprio questo: l’allenamento che ti rimette al volante.

Il problema, spesso, non è che la vita è difficile. È che noi stiamo vivendo con una mente addestrata alla ricerca continua: la prossima cosa, il prossimo obiettivo, il prossimo stimolo, la prossima conferma. Thubten descrive bene questo circolo: più desideriamo, più sentiamo di non avere; possiamo anche ottenere molto, eppure restare con un vuoto sotto. E lì torna la domanda: “Qual è il mio scopo? A cosa serve tutto questo?”

C’è un dettaglio psicologico che lui tira fuori e che è quasi imbarazzante per quanto è vero: la chimica della ricerca è dopamina, e la dopamina è eccitante nel “verso”, nella caccia… ma svanisce appena prima di ottenere. Quindi restiamo intrappolati nel movimento stesso del cercare.

E la cosa più sottile è che questa ricerca non riguarda solo “fare carriera” o “avere di più”. Può essere anche una ricerca spirituale fatta male: “Voglio sentirmi meglio subito. Voglio smettere di provare ansia. Voglio essere calmo.” Solo che, quando provi a forzare la pace interiore, spesso ottieni l’effetto opposto: la mente diventa ancora più affollata, perché stai facendo guerra a te stessa.

La svolta arriva quando capisci che meditare non è “spegnere”. Thubten lo ripete chiaramente: la meditazione non ha nulla a che fare con “svuotare la mente” o entrare in uno stato di incoscienza. Se quello fosse l’obiettivo, dice lui, tanto varrebbe “svenire per dieci minuti” e poi continuare la giornata.

La meditazione è un altro gioco: accendere, svegliarsi. È realizzare che la tua mente è più grande dei tuoi pensieri. E soprattutto, è imparare una cosa decisiva: non devi liberarti dei pensieri; devi cambiare la relazione con loro.

Quando questa cosa entra davvero, succede qualcosa di sorprendente: smetti di usare la meditazione come un progetto di perfezionamento (“devo diventare migliore”) e inizi a usarla come un ritorno a casa (“posso stare qui, adesso”).

Quello che rende Thubten credibile è che non parla da “illuminato senza ferite”. Racconta di essere arrivato al monastero “completamente distrutto”, in un ciclo di ambizione e volere, senza prendersi cura di sé, con depressione, ansia, disprezzo di sé. Non era un pellegrino romantico: era uno che aveva toccato il fondo e aveva bisogno di aiuto.

E poi c’è un episodio che spiega tutto: l’inizio del ritiro, quando la pratica non era pace ma una specie di tortura. Lui descrive la prima metà del ritiro con un’immagine durissima: come stare dentro una “palla di metallo con punte” che ti si conficcano addosso a ogni movimento. Poi, nella seconda metà, qualcosa cambia: diventa come sprofondare in un letto comodo. Non perché la vita sia diventata perfetta, ma perché ha iniziato a “fare amicizia con se stesso”.

E racconta anche un dolore enorme: un lutto traumatico. La sua svolta lì non è stata “distrarsi” dal dolore, ma imparare a stare con la sensazione, espandere la consapevolezza intorno ad essa, mollare la trama mentale e relazionarsi con compassione alla sensazione stessa. E quella sensazione, dice, ha iniziato a cambiare, a sciogliersi in amore.

Questo è un punto chiave: la libertà interiore non è assenza di emozioni difficili. È capacità di non essere posseduti da esse.

Se dovessi dirlo in modo discorsivo e molto concreto: la meditazione è un addestramento alla scelta.

Thubten spiega che il grande equivoco è pensare: “Meditare = mente vuota”. Quando lo fai così, diventa aggressivo: spingi via, reprimi, ti giudichi. E più reprimi, più la mente si affolla.
Il punto, invece, è imparare a non farsi coinvolgere troppo nei pensieri e a lasciarli andare.

Qui arriva una metafora modernissima e perfetta: il traffico/taxi. Tu sei sul bordo della strada e passano macchine. Alcune sono taxi. La domanda è: sali o non sali? La maggior parte di noi sale automaticamente. La meditazione è imparare a lasciar passare i taxi.

E la pratica, detta semplice, è quasi disarmante:

  • ti siedi,

  • ti concentri sul respiro (non “respiri bene”: respiri normale),

  • la mente vaga dopo tre respiri,

  • ti accorgi che sei via,

  • torni, con gentilezza.

Il punto è questo: quel momento in cui ti accorgi di esserti perso è fondamentale. Non è “ho fallito”. È “mi sono svegliato”.

Qui entra la metafora cielo e nuvole, una delle più potenti: le nuvole possono essere scure, pesanti, tempestose… ma il cielo è più grande. La tua consapevolezza è quel cielo. E diventare “il cielo invece delle nuvole” significa smettere di rendere solidi e definitivi i tuoi pensieri, il tuo passato, le tue storie.

E poi c’è la metafora dell’aereo: le nuvole sembrano solide come cotone, eppure l’aereo ci passa attraverso. Così puoi attraversare pensieri ed emozioni senza afferrarli e senza respingerli. Questa è meditazione.

Sul desiderio, Thubten è lucidissimo: ciò che cerchiamo davvero non è l’oggetto, ma il sollievo che arriva quando il desiderio si spegne per un attimo. È “libertà dal volere”: ottieni ciò che vuoi, e senti una pausa. Poi ricomincia la fame. La meditazione ti mostra che quello che cercavi… in un certo senso “era già lì dentro”.

Infine, la compassione. Qui Thubten è quasi radicale: dice che la parola “compassione” non basta, perché suona come separazione (“io sto bene e mi dispiace per te”). Per lui la compassione è unità, non separazione: diventare tutt’uno con l’esperienza, in modo che smetta la guerra interna.

“Non ho tempo.”
Thubten risponde senza moralismi: tutti hanno 10 minuti. E soprattutto: non serve un monastero. Conosce persone con famiglie e lavori intensi che meditano 15 minuti al giorno. La pratica è compatibile con qualsiasi stile di vita.
E aggiunge una cosa pratica: funziona come la palestra. Se guardi lo specchio ogni dieci minuti, ti frustrerai. Se fai 10 minuti al giorno con regolarità e pazienza, un giorno ti accorgi che “qualcosa” è cambiato.

“Non funziona, continuo a pensare.”
È quasi la prova che stai facendo la pratica giusta. Perché il lavoro comincia quando ti accorgi che sei andata via e torni. E lui la mette giù in modo provocatorio: “Più pensieri hai, meglio è”… perché ti danno la possibilità di tornare.

“È troppo difficile, mi sento un fallimento.”
Questa è la trappola più comune: irrigidirsi e giudicarsi. Thubten invita a cambiare approccio: quando la mente vaga, non tirarti indietro. Considera quei pensieri come “pesi in palestra”: sono l’allenamento. E soprattutto: non rimproverarti. Gentilezza e compassione non sono decorazioni: sono parte della tecnica.

Se vuoi renderla davvero “via per la libertà interiore” (non teoria), ecco come la tradurrei in stile Thubten, in modo vivibile.

  1. Una pratica breve e quotidiana (10–15 minuti)
    Lui suggerisce di iniziare con 10 minuti al giorno. Non per eroismo, ma per regolarità.
    Ti siedi, porti attenzione al corpo (punti di contatto con la sedia, i piedi a terra), poi al respiro, senza cambiarlo.
    E fai il ciclo: respiro → mi perdo → me ne accorgo → torno. Di nuovo. E di nuovo.

  2. Micro-meditazioni durante la giornata (30–60 secondi)
    Prima di rispondere a un messaggio che ti attiva: un respiro.
    Quando cammini: senti i piedi.
    Quando aspetti: osserva il “taxi” mentale che passa e scegli se salirci.
    Sono piccoli atti di libertà, ripetuti.

  3. Quando stai male: “espandi la consapevolezza attorno alla sensazione”
    Qui è dove la pratica diventa davvero trasformativa. Invece di dire “via via via”, provi (dolcemente) ad avvicinarti: senti dov’è nel corpo, lasci cadere la storia, e mandi un po’ di amore lì. Thubten lo descrive come “gentilezza incondizionata”.
    Non è magia: è un modo nuovo di stare con te stessa.

  4. Un promemoria onesto
    Thubten lo dice con una vulnerabilità bellissima: non è “finita”. È un processo. “Sono ancora un disastro… ma va bene essere un disastro.” La differenza è che ora ha strumenti e più spazio.
    Questa frase, se la prendi bene, ti toglie un macigno: non devi diventare perfetta per essere libera. Devi diventare più presente.

Se c’è una frase che sintetizza tutto, è questa: la meditazione non ti promette una vita senza nuvole. Ti promette che puoi diventare abbastanza grande da attraversarle.

E forse, sotto tante cose che cerchiamo — successo, amore, sicurezza, approvazione — c’è una ricerca più profonda: liberarci dalla sofferenza, dal bisogno, dal “non sono mai abbastanza”, e diventare più in contatto con ciò che siamo davvero. Thubten dice che è questo che stiamo cercando in ogni momento.

Quindi sì: la meditazione è una via per la libertà interiore. Ma non perché ti porta altrove. Perché ti riporta qui.

E l’inizio è minuscolo, quasi ridicolo per quanto è semplice: siediti domani. Dieci minuti. Respira. Perditi. Accorgiti. Torna.
Quel ritorno — piccolo, umile, ripetuto — è già libertà.

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