C’è un tipo di prigionia che non ha sbarre e non fa rumore, quindi è facilissima da scambiare per “vita normale”: è quando la tua mente decide al posto tuo. Ti alzi e sei già in corsa. Rispondi a un messaggio e ti resta addosso per ore. Pensi a una cosa e quella cosa ti tira giù come un gancio. Poi arriva un’altra preoccupazione, un altro desiderio, un altro confronto… e tu ti ritrovi a fine giornata con la sensazione di non esserti mai davvero abitata.
Gelong Thubten lo dice in modo molto semplice: non siamo così liberi come crediamo, perché i nostri stati mentali non li scegliamo davvero. È come se saltassimo automaticamente sui “taxi” dei pensieri e delle emozioni e ci ritrovassimo dall’altra parte della città senza sapere bene come ci siamo finiti.
Ecco perché parlare di libertà interiore oggi è urgente. Non è un concetto poetico: è un bisogno pratico. È la differenza tra vivere “trascinati” e vivere con un minimo di spazio dentro. E la meditazione, nel linguaggio di Thubten, è proprio questo: l’allenamento che ti rimette al volante.
Il problema, spesso, non è che la vita è difficile. È che noi stiamo vivendo con una mente addestrata alla ricerca continua: la prossima cosa, il prossimo obiettivo, il prossimo stimolo, la prossima conferma. Thubten descrive bene questo circolo: più desideriamo, più sentiamo di non avere; possiamo anche ottenere molto, eppure restare con un vuoto sotto. E lì torna la domanda: “Qual è il mio scopo? A cosa serve tutto questo?”
C’è un dettaglio psicologico che lui tira fuori e che è quasi imbarazzante per quanto è vero: la chimica della ricerca è dopamina, e la dopamina è eccitante nel “verso”, nella caccia… ma svanisce appena prima di ottenere. Quindi restiamo intrappolati nel movimento stesso del cercare.
E la cosa più sottile è che questa ricerca non riguarda solo “fare carriera” o “avere di più”. Può essere anche una ricerca spirituale fatta male: “Voglio sentirmi meglio subito. Voglio smettere di provare ansia. Voglio essere calmo.” Solo che, quando provi a forzare la pace interiore, spesso ottieni l’effetto opposto: la mente diventa ancora più affollata, perché stai facendo guerra a te stessa.
La svolta arriva quando capisci che meditare non è “spegnere”. Thubten lo ripete chiaramente: la meditazione non ha nulla a che fare con “svuotare la mente” o entrare in uno stato di incoscienza. Se quello fosse l’obiettivo, dice lui, tanto varrebbe “svenire per dieci minuti” e poi continuare la giornata.
La meditazione è un altro gioco: accendere, svegliarsi. È realizzare che la tua mente è più grande dei tuoi pensieri. E soprattutto, è imparare una cosa decisiva: non devi liberarti dei pensieri; devi cambiare la relazione con loro.
Quando questa cosa entra davvero, succede qualcosa di sorprendente: smetti di usare la meditazione come un progetto di perfezionamento (“devo diventare migliore”) e inizi a usarla come un ritorno a casa (“posso stare qui, adesso”).
Quello che rende Thubten credibile è che non parla da “illuminato senza ferite”. Racconta di essere arrivato al monastero “completamente distrutto”, in un ciclo di ambizione e volere, senza prendersi cura di sé, con depressione, ansia, disprezzo di sé. Non era un pellegrino romantico: era uno che aveva toccato il fondo e aveva bisogno di aiuto.
E poi c’è un episodio che spiega tutto: l’inizio del ritiro, quando la pratica non era pace ma una specie di tortura. Lui descrive la prima metà del ritiro con un’immagine durissima: come stare dentro una “palla di metallo con punte” che ti si conficcano addosso a ogni movimento. Poi, nella seconda metà, qualcosa cambia: diventa come sprofondare in un letto comodo. Non perché la vita sia diventata perfetta, ma perché ha iniziato a “fare amicizia con se stesso”.
E racconta anche un dolore enorme: un lutto traumatico. La sua svolta lì non è stata “distrarsi” dal dolore, ma imparare a stare con la sensazione, espandere la consapevolezza intorno ad essa, mollare la trama mentale e relazionarsi con compassione alla sensazione stessa. E quella sensazione, dice, ha iniziato a cambiare, a sciogliersi in amore.
Questo è un punto chiave: la libertà interiore non è assenza di emozioni difficili. È capacità di non essere posseduti da esse.
Se dovessi dirlo in modo discorsivo e molto concreto: la meditazione è un addestramento alla scelta.
Qui arriva una metafora modernissima e perfetta: il traffico/taxi. Tu sei sul bordo della strada e passano macchine. Alcune sono taxi. La domanda è: sali o non sali? La maggior parte di noi sale automaticamente. La meditazione è imparare a lasciar passare i taxi.
E la pratica, detta semplice, è quasi disarmante:
ti siedi,
ti concentri sul respiro (non “respiri bene”: respiri normale),
la mente vaga dopo tre respiri,
ti accorgi che sei via,
torni, con gentilezza.
Il punto è questo: quel momento in cui ti accorgi di esserti perso è fondamentale. Non è “ho fallito”. È “mi sono svegliato”.
Qui entra la metafora cielo e nuvole, una delle più potenti: le nuvole possono essere scure, pesanti, tempestose… ma il cielo è più grande. La tua consapevolezza è quel cielo. E diventare “il cielo invece delle nuvole” significa smettere di rendere solidi e definitivi i tuoi pensieri, il tuo passato, le tue storie.
E poi c’è la metafora dell’aereo: le nuvole sembrano solide come cotone, eppure l’aereo ci passa attraverso. Così puoi attraversare pensieri ed emozioni senza afferrarli e senza respingerli. Questa è meditazione.
Sul desiderio, Thubten è lucidissimo: ciò che cerchiamo davvero non è l’oggetto, ma il sollievo che arriva quando il desiderio si spegne per un attimo. È “libertà dal volere”: ottieni ciò che vuoi, e senti una pausa. Poi ricomincia la fame. La meditazione ti mostra che quello che cercavi… in un certo senso “era già lì dentro”.
Infine, la compassione. Qui Thubten è quasi radicale: dice che la parola “compassione” non basta, perché suona come separazione (“io sto bene e mi dispiace per te”). Per lui la compassione è unità, non separazione: diventare tutt’uno con l’esperienza, in modo che smetta la guerra interna.
Se vuoi renderla davvero “via per la libertà interiore” (non teoria), ecco come la tradurrei in stile Thubten, in modo vivibile.
- Una pratica breve e quotidiana (10–15 minuti)Lui suggerisce di iniziare con 10 minuti al giorno. Non per eroismo, ma per regolarità.Ti siedi, porti attenzione al corpo (punti di contatto con la sedia, i piedi a terra), poi al respiro, senza cambiarlo.E fai il ciclo: respiro → mi perdo → me ne accorgo → torno. Di nuovo. E di nuovo.
- Micro-meditazioni durante la giornata (30–60 secondi)Prima di rispondere a un messaggio che ti attiva: un respiro.Quando cammini: senti i piedi.Quando aspetti: osserva il “taxi” mentale che passa e scegli se salirci.Sono piccoli atti di libertà, ripetuti.
- Quando stai male: “espandi la consapevolezza attorno alla sensazione”Qui è dove la pratica diventa davvero trasformativa. Invece di dire “via via via”, provi (dolcemente) ad avvicinarti: senti dov’è nel corpo, lasci cadere la storia, e mandi un po’ di amore lì. Thubten lo descrive come “gentilezza incondizionata”.Non è magia: è un modo nuovo di stare con te stessa.
- Un promemoria onestoThubten lo dice con una vulnerabilità bellissima: non è “finita”. È un processo. “Sono ancora un disastro… ma va bene essere un disastro.” La differenza è che ora ha strumenti e più spazio.Questa frase, se la prendi bene, ti toglie un macigno: non devi diventare perfetta per essere libera. Devi diventare più presente.
Se c’è una frase che sintetizza tutto, è questa: la meditazione non ti promette una vita senza nuvole. Ti promette che puoi diventare abbastanza grande da attraversarle.
E forse, sotto tante cose che cerchiamo — successo, amore, sicurezza, approvazione — c’è una ricerca più profonda: liberarci dalla sofferenza, dal bisogno, dal “non sono mai abbastanza”, e diventare più in contatto con ciò che siamo davvero. Thubten dice che è questo che stiamo cercando in ogni momento.
Quindi sì: la meditazione è una via per la libertà interiore. Ma non perché ti porta altrove. Perché ti riporta qui.
Nessun commento:
Posta un commento