Anni passati a correre: lavoro, progetti, performance, “crescita”. Per molti – imprenditori, professionisti, genitori, persone comuni – il risultato è chiaro: più cose fatte, meno benessere. Il corpo è stanco, la testa piena, il sonno fragile. Non è che sei tu “debole”: è il modello che non funziona.
La cultura della corsa
Viviamo in una società dove
contano solo i risultati: fatturato, obiettivi, visibilità. Se fai, vali. Se ti
fermi, ti senti in colpa. I social amplificano tutto: vedi gli altri “sempre
sul pezzo” e nasce la FOMO – la paura di perderti qualcosa. Così riempi ogni
buco di tempo, ma non ti chiedi più se quello che fai ha senso per te.
Il multitasking è una trappola
- più errori
- più stanchezza
- meno qualità
Alla fine ti senti inconcludente
anche se sei stato occupato tutto il giorno. Non sei tu “incapace”: è la logica
del “sempre connessə, sempre operativo” che ti brucia.
Alienazione: fai tanto, ma non
ti senti più
Fermarsi ≠ scrollare
Fermarsi davvero è un’altra cosa:
- niente schermi
- pochi stimoli
- respiro, silenzio, magari una camminata lenta o uno
sguardo fuori dalla finestra
È in quei momenti che il cervello
rielabora, si riorienta e recupera lucidità.
Lentezza = lucidità, non
pigrizia
- senti come stai davvero
- ti accorgi cosa ti pesa e cosa ti nutre
- puoi cambiare rotta prima di arrivare al crollo
Le pratiche di presenza (respiri
consapevoli, mindfulness, camminare senza cuffie, stare sedutə cinque minuti in
silenzio) non sono moda spirituale: servono a dire al sistema nervoso “puoi
abbassare le difese, almeno un po’”.
Piccole rivoluzioni concrete
Non devi stravolgere la vita
domani. Puoi iniziare così:
- Una cosa alla volta. Scegli un compito importante
al giorno da fare senza interromperti con notifiche.
- Micro-pause vere. Tre minuti di respiro, niente
telefono, tra un blocco di lavoro e l’altro.
- Schermi con criterio. Prime e ultime 30–60 minuti
della giornata senza social.
- Domande diverse la sera. Non solo “quante cose ho
fatto?”, ma:
- “In quali momenti oggi ero davvero presente?”
- “Che cosa posso fare un po’ meno, per stare un po’
meglio?”
Il senso di tutto
Fermarti non significa essere
debole, rinunciare ai sogni o smettere di impegnarti. Significa smettere di
sacrificarti a un sistema che ti chiede sempre di più e non ti chiede mai come
stai.
Fai caso a quante persone conosci
che “hanno fatto tutto giusto”: hanno lavorato sodo, accumulato ore, progetti,
responsabilità. Alcuni sono imprenditori, liberi professionisti, manager. Per
anni hanno creduto a una promessa implicita: “Se corri adesso, poi starai
bene. Se produci di più, avrai più soldi. Se hai più soldi e più successo,
sarai finalmente tranquillo.”
Eppure, dopo anni di corsa, molti
di loro si ritrovano svuotati. Il corpo presenta il conto: ansia, insonnia,
tensioni croniche. La mente è in overdrive, incapace di riposare. Le relazioni
sono in modalità “residuo di energia”: presenti a metà, spesso irritabili.
Sempre più persone ‒ incluse quelle considerate “vincenti” secondo i canoni
della performance ‒ stanno scoprendo qualcosa di scomodo: quel modello non
funziona. Non regge sul piano fisico, non regge sul piano emotivo, non
regge sul piano esistenziale.
Viviamo in un’epoca in cui il fare
ha sostituito l’essere: il verbo dominante non è più “vivere”, ma
“performare”. Se fai, vali. Se produci, meriti. Se ti fermi, ti senti in colpa.
Il paradosso è che, mentre aumentano output, fatturati, ore di connessione,
diminuiscono la qualità della presenza, la profondità del pensiero, il senso di
significato.
La tesi di questo saggio è
radicale nella sua semplicità: fermarsi non è perdere tempo. È un atto di
cura, lucidità e rivoluzione personale. Fermarsi non significa abbandonare
le proprie responsabilità o rinunciare a creare valore; significa smettere di
sacrificare la propria integrità su un altare che, alla prova dei fatti, non
mantiene ciò che promette.
Non è pigro chi si ferma: è chi, dopo aver provato la strada del “sempre di più”, ha il coraggio di chiedersi: “A che prezzo? E per cosa?”
Questo vale per dipendenti e
freelance, ma spesso in modo ancora più feroce per imprenditori e
professionisti “di successo”: il mantra implicito è “tu sei la tua azienda”.
La corsa non si spegne mai davvero. Il fatturato sale, ma anche il battito
cardiaco. I risultati arrivano, ma insieme a essi arrivano gastriti, insonnia,
nervi a fior di pelle.
La cultura della performance ci ha
convinti che il tempo sia solo una risorsa da spremere. Ogni minuto deve essere
monetizzato, mostrato, ottimizzato. Il marketing personale si fonde col
marketing aziendale: devi dimostrare di essere sempre sul pezzo, reattivo,
aggiornato. In questo contesto, la FOMO (Fear of Missing Out) diventa
una sorta di carburante tossico: paura di perdere un’opportunità, un trend, un
contatto, un cliente, un “treno” della vita.
Il risultato è una vita vissuta in
rincorsa. Non tanto verso qualcosa di definito, ma lontano da qualcosa: la
paura di restare indietro, di essere tagliatə fuori, sostituibile, dimenticatə.
Eppure, oggi, sempre più persone
che “ce l’hanno fatta” secondo i parametri del sistema stanno confessando il
proprio malessere: imprenditori in burnout, manager che lasciano posizioni
prestigiose, professionisti che rallentano drasticamente dopo un malore o un
crollo emotivo. Il messaggio che emerge da queste storie è chiaro: non è
solo la gente “fragile” a reggere male questo ritmo. È il ritmo stesso a essere
disumano.
La cultura della corsa non è un difetto individuale: è un sistema di credenze interiorizzato. Ma come ogni sistema che non funziona più, può essere messo in discussione.
Dal punto di vista del cervello,
però, questa è una costruzione ideologica più che una capacità reale. Per
compiti cognitivi complessi, il cervello non fa due cose davvero insieme: salta
avanti e indietro tra compiti, pagando ogni volta un prezzo. Ogni cambio di
focus richiede una “tassa di attenzione”: frammenti di secondo, di
concentrazione, di energia che vengono dispersi.
Alla lunga, la somma di queste
tasse diventa enorme:
- più errori;
- più tempo per completare i compiti;
- maggiore fatica mentale;
- calo della qualità del lavoro.
Eppure la narrazione dominante
continua a dire che “se sei bravo, tieni tutto insieme”. Il che significa che,
quando inevitabilmente ti esaurisci, non metti in dubbio il modello, ma te
stessə: “Sono io che non ce la faccio, sono io che non sono abbastanza
organizzato, resiliente, motivato.”
Qui il mito della produttività si
rivela per ciò che è: una trappola identitaria. Non si tratta più solo
di fare bene le cose, ma di essere qualcuno che vale in proporzione a
quanto produce. Questo è particolarmente evidente nel mondo degli affari e
delle startup: più ore, più crescita, più scalabilità. Ma gli effetti
collaterali – stress cronico, pressione costante, perdita di confini tra lavoro
e vita – non vengono contabilizzati in nessun bilancio.
C’è un altro elemento che spesso
viene ignorato: la produttività è pensata quasi sempre in termini quantitativi
(più risultati, più velocemente), raramente in termini qualitativi (che tipo di
risultato, a quale costo, con quale impatto sulla salute e sulle relazioni).
Così si può essere “altamente produttivi” in senso numerico e, allo stesso
tempo, profondamente improduttivi dal punto di vista umano: si producono
fatturati, ma si bruciano persone.
Sempre più imprenditori e professionisti stanno ammettendo che la curva non è infinita: oltre una certa soglia di ore e di pressione, la resa diminuisce e il rischio di crollo aumenta. Lo stanno imparando sulla loro pelle. Fermarsi, allora, non è una fuga dalla produttività: è riconoscere che esiste una soglia oltre la quale l’efficienza diventa auto-sabotaggio.
Oggi l’alienazione ha assunto
forme nuove, ma non per questo meno radicali. Non siamo più solo “alla catena
di montaggio”: siamo dentro flussi di mail, dashboard, meeting, indicatori di
performance. L’imprenditore, il manager, il freelance non vivono più solo la
pressione di “produrre”, ma anche quella di monitorare ciò che producono
e mostrare costantemente di essere presenti, coinvolti, performanti.
Erich Fromm ha descritto molto
bene questa condizione: l’essere umano smette di sentirsi un soggetto vivo e si
percepisce come un oggetto da valorizzare, una merce tra le merci. Non è
più “io sono”, ma “io valgo se rendo”. In questo passaggio, qualcosa di
essenziale si spezza: la relazione con se stessi.
Zygmunt Bauman, parlando di modernità
liquida, ci mostra un mondo fatto di legami fragili e carriere precarie,
dove la sicurezza non è mai garantita. In un contesto così, la tentazione è
ovvia: correre di più, fare di più, accumulare di più per sentirsi al sicuro.
Ma l’effetto paradossale è che ci si sente sempre più insicuri, perché non
esiste mai un punto in cui si può dire: “Adesso basta, posso rallentare.”
La disconnessione da sé assume
molte forme:
- ignorare sistematicamente i segnali fisici di
stanchezza;
- non sapere più cosa si prova davvero, perché
“bisogna essere professionali”;
- non avere più accesso al desiderio autentico,
perché si vive solo reagendo a urgenze esterne.
A questo punto fermarsi non è più
solo un consiglio di benessere: è un atto di umanizzazione. Significa
recuperare il diritto di ascoltare il proprio corpo, di riconoscere le proprie
emozioni, di ammettere: “Così non funziona più per me, anche se all’esterno
sembra che stia andando tutto bene.”
Quando anche chi ha “raggiunto il successo” è costretto a fermarsi per un crollo fisico o psicologico, il messaggio che emerge è fortissimo: non è vero che correre sempre porta automaticamente a un esito desiderabile. Ci possono essere conti in banca pieni e vite interiori vuote. Fermarsi è l’inizio di un altro tipo di ricchezza: quella di sentirsi interi.
Ritrovare autenticità significa,
prima di tutto, sospendere l’automatismo. Fermarsi. Non per ritirarsi
dal mondo, ma per vederlo meglio. Per vedere meglio se stessi dentro quel
mondo.
Le filosofie della lentezza non ci
invitano a diventare passivi, ma a reimparare a distinguere tra tempo misurato
e tempo vissuto. Gli antichi parlavano di kronos e kairos: il
primo è il tempo dell’orologio, delle scadenze; il secondo è il tempo della
qualità, dei momenti pieni, significativi.
La cultura della performance ha
ipertrofizzato il kronos e atrofizzato il kairos. Ma un’ora di lavoro in stato
di presenza, lucidità e senso ha un peso completamente diverso rispetto a tre
ore di lavoro disperso, interrotto, di corsa. Un’ora piena con i propri figli,
partner o amici non è paragonabile a tre ore di “presenza a metà”, con il
telefono in mano e la mente altrove.
Le neuroscienze, da parte loro,
mostrano che la mente ha bisogno sia di focus che di spazio: la Default Mode
Network si attiva quando non siamo concentrati su un compito specifico ed è
coinvolta in processi come la riflessione interiore, la creatività, la
rielaborazione dell’esperienza. Non è “tempo perso”: è il laboratorio nascosto
dove la psiche collega i puntini.
La mindfulness e le pratiche
contemplative ‒ dai protocolli clinici alla meditazione laica ‒ stanno entrando
anche nel mondo del lavoro proprio per questo: perché si è visto che una
mente allenata alla presenza è più lucida, meno reattiva, più creativa, meno
soggetta allo stress cronico. Sempre più imprenditori e leader stanno
portando nei loro contesti pratiche di respiro, momenti di silenzio, meeting
più lenti ma più profondi, sperimentando perfino modelli come la settimana
lavorativa di quattro giorni o l’alternanza strutturata tra periodi intensi e
periodi di recupero.
È un cambio di paradigma: dal “fare sempre” al “fare bene”.
Ecco alcune direzioni pratiche:
Fermarti non significa
scrollare i social
C’è un equivoco molto diffuso:
chiamare “pausa” quei momenti in cui, stanchə e svuotatə, ci lasciamo cadere
sul divano e iniziamo a scrollare i social in automatico. In realtà, dal punto
di vista del cervello, quello non è fermarsi, è anestetizzarsi. Lo
schermo continua a fornire stimoli, micro-dosi di dopamina, confronti impliciti
con le vite degli altri: la mente non riposa, si sovraccarica in silenzio.
Finisci il loop di contenuti con gli occhi stanchi, la testa più piena e il
corpo ancora contratto.
Fermarsi davvero è un’altra cosa: è sospendere il flusso di input, non sostituire un compito con mille micro-stimoli casuali. È dare al sistema nervoso un segnale di tregua: niente da fare, niente da inseguire, solo respiro, postura che si ammorbidisce, magari uno sguardo fuori dalla finestra o dentro di te. La differenza è semplice: dopo lo scroll ti senti spesso più vuotə e irritabile; dopo una pausa reale, anche breve, ti senti un po’ più centrato, più presente. Una rigenera, l’altra distrae. E oggi non abbiamo bisogno di altre distrazioni: abbiamo bisogno di rigenerazione.
- prepara una riunione senza aprire mail e chat in
parallelo;
- dedica un blocco di tempo (25, 50 minuti) a un solo
progetto, con il telefono in un’altra stanza;
- quando sei con una persona importante, stacca
davvero il resto (niente scroll, niente “rispondo solo a questo”).
Non è un esercizio di stile: è riaddestrare
il cervello a stare, a finire, a non frammentarsi. All’inizio sembrerà
scomodo, perché la mente è abituata a saltare. Ma come ogni muscolo, anche
l’attenzione si rinforza con l’uso intenzionale.
- definisci orari di fine lavoro, anche se lavori da
casa;
- evita, quando possibile, di rispondere a messaggi
professionali in tarda sera, a meno che non sia davvero necessario;
- crea piccoli rituali di “uscita dal lavoro” (una
passeggiata, una doccia, dieci minuti di respiro) per segnalare al sistema
nervoso che il turno è finito.
Non è solo una questione di stile
di vita: è prevenzione del burnout. Il corpo e la mente hanno bisogno di sapere
che esiste un “dentro” e un “fuori” rispetto al ruolo produttivo.
Igiene digitale contro FOMO e
iper-presenza
- Scegli momenti della giornata “screen-free”:
colazione, prima ora dopo il risveglio, ultimi 30–60 minuti prima di
dormire.
- Fissa orari specifici per controllare social, mail,
messaggistica.
- Disattiva le notifiche non essenziali: se tutto è
urgente, nulla lo è davvero.
Questo non ti renderà meno
efficace professionalmente: paradossalmente, ti rende più scelto e meno
reattivo. Non rispondi a tutto subito, ma rispondi meglio, da uno stato di
maggiore centratura.
- 3 respiri consapevoli prima di un incontro o di una
chiamata importante;
- 5 minuti di silenzio (anche in auto, prima di
salire a casa o in ufficio) per sentire come stai davvero;
- una camminata lenta alla settimana, senza cuffie,
lasciando che i pensieri si posino come vogliono.
Sono micro-interruzioni del pilota
automatico che, nel tempo, aprono spazio interno. E nello spazio interno può
nascere la domanda: “Che cosa voglio continuare a fare in questo modo, e che
cosa no?”
- Che senso ha un business che cresce se io mi
rimpicciolisco?
- Che senso ha guadagnare di più se pago in salute,
sonno, relazioni?
- Che senso ha essere ammiratə fuori se dentro mi
sento esaustə e vuoto/a?
Sempre più persone stanno
cambiando le proprie metriche di successo: meno focus sul solo fatturato, più
attenzione alla qualità della vita, alla libertà di tempo, alla possibilità di
dire no. Questo non significa smettere di ambire o di creare, ma smettere di
farlo contro di sé.
A livello collettivo, serve che
aziende, organizzazioni e culture professionali inizino a premiare non solo i
risultati numerici, ma anche la sostenibilità del modo in cui vengono
raggiunti. Un progetto che “esplode” ma brucia le persone non è un successo: è
un fallimento travestito da vittoria.
La verità scomoda è questa: non
ti serve più tempo. Ti serve fermarti. Non ti serve infilare un’altra
attività nella giornata, ma togliere il superfluo. Non ti serve correre di più,
ma chiederti dove stai andando e se è davvero la tua direzione.
Fermarsi non è rinunciare alle
proprie ambizioni, ai propri sogni o alle proprie responsabilità. È rinunciare
a un modello che ti ha promesso tutto in cambio di te stessə. È scegliere una
strada diversa, dove il benessere fisico, mentale ed emotivo non sono un premio
finale, ma la base da cui parti.
Il primo gesto può essere
minuscolo:
- un no detto dove prima avresti detto sì per paura
di deludere;
- dieci minuti di pausa vera nel mezzo della
giornata, senza schermi;
- una sera in cui non cerchi di “recuperare” ma ti
concedi semplicemente di esistere.
Non cambierà tutto in un giorno.
Ma quel gesto è una dichiarazione di intenti: “La mia vita non è solo un
progetto di efficienza. È un’esperienza che merita di essere abitata da una
persona viva, che sono io.”
In un’epoca di velocità cieca, di
performance esibita, di produttività trasformata in idolo, fermarsi è un
atto rivoluzionario, profondamente umano e – in un certo senso – spirituale.
È la scelta di tornare a casa, dentro di te, e di costruire da lì un modo nuovo
di lavorare, creare, amare.
Non aspettare il crollo per
concederti questo diritto. Puoi iniziare oggi, con un respiro un po’ più lento,
con un impegno in meno, con una domanda in più:
“Se mi fermassi un momento, invece
di correre ancora…cosa, dentro di me, tornerebbe finalmente a respirare?”
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