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martedì 23 dicembre 2025

Prendere atto di un dato di fatto


Ci sono momenti in cui ci accorgiamo, con una chiarezza quasi fisica, che non condividiamo le dinamiche, i punti di vista o lo stile di vita di qualcuno. Non è sempre un “problema” in senso stretto: a volte è solo una differenza. Però quella differenza può iniziare a interferire nella nostra vita, nei nostri ritmi, nel nostro umore, perfino nel modo in cui ci guardiamo allo specchio. E lì nasce la tensione: una parte di noi vorrebbe che l’altro fosse diverso, o che almeno capisse “quanto è sbagliato così”, mentre un’altra parte intuisce che spendere energie a combattere la realtà è una guerra persa.

Accettare, in questo contesto, non è essere d’accordo. Non è nemmeno approvare o giustificare. Accettare è prendere atto: “Questa persona funziona così”. Punto. È smettere di trattare come un’eccezione temporanea ciò che, invece, è un tratto stabile. È smettere di aspettare quella famosa “svolta” che forse non arriverà. E soprattutto è riconoscere l’impatto che questa cosa ha su di noi, senza minimizzare: se interferisce, interferisce.

La mente però fa un giochetto molto umano. Ci dice: “Se accetto, allora devo rimanere. Se accetto, allora devo tollerare tutto. Se accetto, allora sto dicendo che va bene.” E qui vale la pena fermarsi, perché è un equivoco che brucia tantissime energie. Accettare non è arrendersi. È vedere bene. È togliere la benda. E quando vedi bene, puoi finalmente scegliere bene.

Prendere atto è il primo passo; agire di conseguenza è il secondo. E la conseguenza non è per forza un taglio netto o una rottura. A volte la conseguenza è una rinegoziazione: cambiare le aspettative, cambiare i confini, cambiare la distanza. Non in modo punitivo, ma protettivo. Se una persona tende a monopolizzare, magari la conseguenza è vedersi meno spesso o in contesti più brevi. Se una persona vive nel caos e abbiamo bisogno di ordine, magari la conseguenza è non mescolare certi spazi o non fare progetti che richiedono quel tipo di affidabilità. Se una persona ha un modo di comunicare che ci destabilizza, la conseguenza può essere scegliere quando rispondere, e come, senza farci trascinare nel suo ritmo.

In pratica, accettare è passare dall’illusione del controllo alla responsabilità della scelta. Finché restiamo nel “Dovrebbe capire”, “Dovrebbe cambiare”, “Prima o poi…” siamo appesi a qualcosa che non dipende da noi. E quando la realtà non collabora, ci sentiamo frustrati, feriti, spesso anche un po’ impotenti. Prendere atto riporta il potere nel posto giusto: non sul comportamento dell’altro, ma sulla nostra gestione dell’impatto. È un atto di igiene mentale.

Questo non significa diventare freddi o distaccati. Anzi: spesso significa diventare più sinceri. Perché quando smetti di combattere l’altro, puoi smettere anche di fingere con te stesso. Puoi riconoscere cose scomode: “Con questa persona mi sento piccolo”, “Mi sento giudicato”, “Mi sento risucchiato”, “Mi sento sempre in allerta”. E a quel punto puoi scegliere un comportamento coerente con il tuo benessere: non per punire, ma per respirare.

C’è un’altra cosa delicata: a volte la non-condivisione non riguarda solo “gusti” o preferenze, ma valori. E qui "prendere atto" diventa ancora più importante, perché il conflitto di valori tende a creare una pressione continua. Se per te la lealtà è centrale e l’altro è opportunista; se per te la sobrietà è importante e l’altro è costantemente eccessivo; se per te la gentilezza è un non negoziabile e l’altro usa sarcasmo e umiliazione… non è questione di "andare d’accordo": è questione di proteggere ciò che per te è sacro.
P
rendere atto, in questi casi, è smettere di fare finta che “in fondo va bene”, e prendere decisioni proporzionate: limitare l’intimità, evitare certi contesti, non affidare cose importanti a chi non le regge.

E sì, fa male. Perché l’accettazione, spesso, comporta un lutto piccolo o grande: il lutto dell’idea che avevamo. L’idea di un’amicizia più profonda, di un rapporto più semplice, di una persona “diversa”. Ma quel lutto è anche liberatorio: chiude la porta alle aspettative irrealistiche e apre spazio a una relazione più vera (se può esserci), o a una distanza più sana (se è necessaria).

Alla fine, accettare significa dire a se stessi: “Non devo convincere nessuno per poter stare bene. Devo vedere la realtà e scegliere.” È un gesto funzionale. Un gesto quieto, che però cambia tutto: perché ti toglie dal ruolo di correttore della vita altrui e ti rimette nel ruolo di custode della tua. E questo, da solo, è già un atto di rispetto: verso l’altro per com’è, e verso di te per ciò di cui hai bisogno.

lunedì 22 dicembre 2025

Fatti, pensieri e bisogni

 


Distinguere tra fatti, pensieri e bisogni è uno degli esercizi di consapevolezza più semplici… e allo stesso tempo più rivoluzionari per la vita relazionale. Perché spesso la sofferenza non nasce tanto da ciò che accade, quanto dal modo in cui la mente lo “traduce” e da ciò che, sotto sotto, stiamo cercando di ottenere o proteggere.

Questi tre elementi sono come tre livelli diversi di realtà. Quando li confondiamo, reagiamo di impulso e finiamo in discussioni infinite. Quando invece impariamo a separarli, succede una cosa preziosa: smettiamo di combattere contro un film mentale e torniamo a prenderci cura di ciò che è vero.

Il primo livello è quello dei fatti.
Il fatto è l’evento nudo e crudo, osservabile dall’esterno. Non contiene giudizi, non contiene intenzioni attribuite, non contiene “significati”. È ciò che una videocamera potrebbe registrare. Ad esempio: “Mentre parlavo, l’altra persona ha guardato il telefono”. Fine. Il fatto può dispiacere, può pungere, può far male — ed è qui che si collega bene l’immagine della prima freccia: quella che arriva dalla vita e dagli altri, inevitabile. È un dolore “pulito”, perché sta dentro l’evento.

Il secondo livello è quello dei pensieri.
Qui entra in scena la mente con i suoi copioni: l’interpretazione, la lettura tra le righe, il significato che attribuiamo. È la famosa seconda freccia: non arriva dall’esterno, la scagliamo noi. Ed è spesso più dolorosa del fatto, perché ha la punta avvelenata dalle aspettative e dalle ferite personali.
Se il fatto è “ha guardato il telefono”, il pensiero può diventare: “Non mi ascolta mai”, oppure “Non gli importa niente di me”, o ancora “Sono invisibile”.
Ed ecco l’inganno: la mente trasforma un gesto (che potrebbe avere mille ragioni) in un messaggio personale e definitivo. A quel punto non stiamo più reagendo al telefono. Stiamo reagendo alla storia che ci siamo raccontati sul telefono.

Il terzo livello è quello dei bisogni.
Questo è il livello più vero e, di solito, il più trascurato. Perché mentre i pensieri spesso giudicano, i bisogni rivelano. I bisogni sono le necessità profonde che stanno sotto la reazione emotiva: ascolto, rispetto, considerazione, sicurezza, chiarezza, presenza, reciprocità.
Dietro l’irritazione per il telefono, ad esempio, potrebbe esserci un bisogno molto semplice e legittimo: “Ho bisogno di sentirmi ascoltata” o “Per me la presenza è importante”.
Noti la differenza? “Non ti importa niente di me” è un’accusa (e genera difesa). “Ho bisogno di essere ascoltata” è un dato interno (e apre possibilità). È qui che l’energia cambia: non siamo più in tribunale, siamo in contatto con un’esigenza reale.

E allora: perché è così importante distinguerli?
Perché quando fatto, pensiero e bisogno si mescolano, noi reagiamo come se l’interpretazione fosse una prova. Scatta l’automatismo: “Se hai guardato il telefono significa che non mi rispetti, quindi devo attaccarti”. E si crea la spirale: accuse, difese, controaccuse, gelo o esplosioni.

Quando invece li separiamo, scopriamo una verità potente: l’unico tassello su cui abbiamo potere diretto è la nostra risposta.
Non possiamo controllare il comportamento altrui. Non possiamo impedire alla mente di produrre pensieri (la mente pensa, è il suo mestiere). Però possiamo scegliere cosa fare dopo che il pensiero è comparso. Possiamo decidere se credere a quella storia come fosse realtà, oppure se tornare al fatto e scendere al bisogno.

Ed è qui che nasce la comunicazione sana. Invece di reagire al pensiero con un colpo (“Sei un maleducato”, “Non ti importa mai niente”), possiamo fare un passaggio più maturo e molto più efficace: nominare il bisogno e fare una richiesta chiara. Per esempio:
“Per me è importante essere ascoltata. Potresti posare il telefono mentre parlo?”
Questo non garantisce che l’altro lo farà — ma cambia la qualità della relazione perché tu non stai scaricando veleno: stai chiedendo presenza. E se l’altro non risponde, tu hai comunque un’informazione utile per stabilire un confine, senza trasformarti in un vulcano o in un tappetino.

In breve: distinguere tra fatti, pensieri e bisogni è come ripulire la lente con cui guardiamo gli altri. Riduce la sofferenza inutile, quella che nasce dall’interpretazione automatica, e ci riporta a una zona di dignità: posso rispettare ciò che sento, prendermi cura di ciò di cui ho bisogno e scegliere come muovermi, senza pretendere di controllare l’altro.

Per fortuna non serve diventare santi o fare anni di meditazione per ridurre questo attrito. Bastano piccole pratiche ripetute, concrete, quasi “meccaniche”. Le più efficaci sono tre (più una pratica meditativa molto breve) e hanno tutte lo stesso scopo: ridurre la seconda freccia, quella che ci lanciamo addosso con interpretazioni e conclusioni, e rientrare nella zona in cui possiamo scegliere la nostra risposta.

1) La pausa dei tre respiri (quando stai per reagire)

Questa è la tecnica d’emergenza. Serve nel momento esatto in cui senti che ti stai irrigidendo: il tono sale, la mente accelera, parte l’impulso di dire qualcosa che “taglia”, oppure di chiuderti. È in quel secondo che si gioca la partita.

Il gesto è semplice: tre respiri profondi. Non perfetti, non “zen”, solo tre respiri veri. Il punto non è respirare bene: il punto è creare una micro-pausa tra stimolo e risposta, interrompere la pellicola mentale che sta partendo.

Durante quei tre respiri, ti fai due domande brevi, quasi come un check:

  1. Questa emozione nasce da un bisogno reale o da un copione mentale? (Abbreviato “Bisogno reale o copione mentale?”)
  2. Sto reagendo a un fatto o a una mia interpretazione? (Abbreviato “Fatto o interpretazione?”)

Già solo questo, spesso, abbassa la temperatura interna. Perché ti costringe a vedere la differenza tra “Mi ha fatto male” e “Significa che non mi ama / non mi rispetta / non mi considera”. Non ti toglie la sensibilità. Ti restituisce lucidità.

2) Il diario serale dei tre livelli (5 minuti per ripulire la giornata)

Questo è l’esercizio che, col tempo, fa il lavoro più profondo. Non si fa durante il conflitto, si fa dopo, a fine giornata, quando puoi osservarti senza essere nel pieno della reazione. Bastano cinque minuti, davvero: se diventa lungo, la mente lo trasforma in rimuginio, quindi meglio “piccolo e regolare”.

Scegli un episodio che ti ha irritato o ferito e lo scrivi in tre righe:

  • Fatto oggettivo (videocamera): cosa è successo, senza “sempre/mai”, senza intenzioni attribuite.
    Esempio: “Luca ha guardato il telefono mentre parlavo.”
  • Pensiero associato (film mentale): la frase automatica che è partita.
    Esempio: “Non mi ascolta mai.”
  • Bisogno sottostante (cuore della cosa): cosa ti serviva davvero in quel momento.
    Esempio: “Ho bisogno di ascolto / presenza / considerazione.”

Questo esercizio è potente perché ti fa scoprire una cosa quasi sempre: tu non stai male solo per il fatto. Stai male perché il fatto ha toccato un bisogno e la mente, invece di nominare il bisogno, ha costruito un’accusa o una conclusione. Quando lo vedi nero su bianco, ti diventa molto più facile fare il passo successivo: comunicare il bisogno senza attaccare.

E qui c’è la chiave: l’unica cosa su cui hai potere è la tua risposta.
Non puoi governare l’altro, ma puoi scegliere se dire “Sei un maleducato” oppure “Per me è importante essere ascoltata: puoi posare il telefono un attimo?”. Sembra una differenza piccola, ma cambia completamente la direzione della relazione.

3) La domanda di curiosità (trasformare rabbia in comprensione)

Questo esercizio serve quando ti accorgi che sei entrata nel “tribunale”: giudizio, irritazione, rigidità, quel pugno chiuso interiore che vuole avere ragione o far pagare qualcosa. In quel momento la mente fa una domanda che sembra innocente ma non lo è: “Perché lo fa?”. Di solito non è una domanda: è un’accusa travestita.

La sostituzione è questa: invece di “Perché lo fa?”, prova con: “Che storia lo porta a farlo?”

Non devi conoscere la risposta, non devi giustificare nessuno. Ti basta spostare l’assetto interno: da attacco a curiosità. È come passare dal pugno alla mano aperta. E spesso, anche solo immaginare che l’altro abbia una storia (fatica, distrazione, paura, limiti, automatismi) riduce la personalizzazione: “Lo fa contro di me”. No, spesso lo fa da sé, con i suoi limiti. E tu ci stai in mezzo.

Questa domanda non elimina i confini. Ti rende solo più capace di metterli senza veleno.


La pratica extra: 1 minuto di Metta (gentilezza amorevole)

Questa è una piccola “medicina preventiva”. Un minuto al mattino, oppure quando senti che ti stai indurendo verso qualcuno.

Ripeti mentalmente:
“Possa io essere felice. Possa io essere in pace.”
Poi:
“Possa [nome] essere felice. Possa [nome] essere in pace.”

Non è una formula magica per cambiare l’altro. È un modo per sciogliere quella crosta di aspettative che ti rende contratta. Ti riporta morbidezza, e la morbidezza rende più facile parlare bene, scegliere bene, proteggerti bene.


Il test dei 7 giorni (semplice e onesto)

Scegli l’esercizio che ti sembra più facile (uno solo) e provalo per 7 giorni. Non per diventare perfetto: per osservare. Alla fine dei 7 giorni chiediti:

  • ho litigato meno o meglio?
  • ho rimuginato meno?
  • ho comunicato con più chiarezza?
  • mi sono sentito più leggera dentro?

Prima parte: Aspettative
Fonte di ispirazione: Perchè le persone ci fanno soffrire?

sabato 20 dicembre 2025

Aspettative


A volte 
il dolore che proviamo nelle relazioni sembra avere un colpevole chiarissimo: l’altro. Ha detto quella frase, ha dimenticato quel gesto, ha fatto quella scelta, non si è fatto vivo, non ha colto un sottinteso che per noi era evidente. E allora ci viene spontaneo pensare: “Se solo fosse diverso, io starei meglio”. È umano. È quasi inevitabile. Ma se ci fermiamo un attimo, con onestà, scopriamo una cosa scomoda: spesso non soffriamo solo per quello che l’altro fa. Soffriamo per lo scarto tra ciò che accade e ciò che ci aspettavamo accadesse.

Le aspettative sono strane: non si presentano mai come aspettative. Si travestono da buonsenso, da logica, da “minimo sindacale”. Arrivano con il tono dei decreti interiori: “È normale che…”, “È ovvio che…”, “Se ci tieni, allora…”. E quando la realtà non si adegua, dentro si accende una specie di allarme. A volte è tristezza, a volte rabbia, a volte un senso di abbandono sottile, quasi infantile. Il punto è che l’allarme non suona solo perché c’è stato un fatto. Suona perché quel fatto ha toccato un copione che avevamo già scritto, anche se non ce ne rendevamo conto.

È come se ognuno di noi avesse una piccola guida invisibile, un manuale non consegnato a nessuno, che dice come si ama “nel modo giusto”, come si rispetta “nel modo corretto”, come si dimostra interesse “in modo adeguato”. E noi, mentre diciamo di volere spontaneità, spesso pretendiamo che l’altro segua quel manuale alla lettera. Non glielo mostriamo, non glielo spieghiamo bene, magari nemmeno noi sappiamo esattamente cosa c’è scritto… però quando lui sbaglia pagina, noi ci sentiamo traditi. È qui che nasce una parte grande della sofferenza: non nel gesto in sé, ma nell’idea che quel gesto significhi qualcosa di definitivo su di noi e sul nostro valore.

In pratica, capita questo: accade una cosa, e poi noi aggiungiamo una seconda cosa. La prima è il fatto: una critica, un messaggio letto e non risposto, un appuntamento dimenticato, un tono brusco, una distrazione. La seconda è la storia che la mente costruisce subito dopo: “Non mi vede”, “Non gli importa”, “Io do sempre e l’altro prende”, “Non sarò mai importante per nessuno”. E quella storia è spesso più dolorosa del fatto. Non perché siamo melodrammatici, ma perché la storia tocca ferite antiche, bisogni profondi, zone sensibili che chiedono protezione.

La libertà, allora, non sta nel pretendere che la prima cosa non accada mai — perché gli esseri umani sono imperfetti, distratti, differenti, incoerenti. La libertà sta nel riconoscere quando stiamo aggiungendo quella seconda cosa e nel non crederle come se fosse un verdetto. Non è facile, perché la mente è rapidissima: in mezzo secondo trasforma un episodio in una sentenza. Però si può allenare un passaggio intermedio, un micro-spazio, una piccola pausa. E anche se è minuscola, cambia tutto.

A volte basta fermarsi e fare tre respiri. Non come rituale spirituale perfetto, ma come gesto pratico: mi fermo, respiro, e mi chiedo “Sto reagendo al fatto o alla mia aspettativa?”. Perché magari il fatto mi dispiace — ed è legittimo — ma la mia reazione esplode perché dentro c’era un “dovrebbe” non dichiarato. “Dovrebbe capirmi senza che io parli.” “Dovrebbe ricordarsi.” “Dovrebbe proteggermi dalle sue giornate storte.” E quando questo “dovrebbe” viene disatteso, io non sto solo vivendo un dispiacere: sto vivendo una lotta contro il reale.

Lasciare andare aspettative non significa accettare qualsiasi cosa, né trasformarsi in persone che non chiedono più nulla. Significa diventare più precisi. Significa distinguere tra bisogni fondamentali e richieste rigide. Il bisogno di rispetto, di sicurezza, di onestà non è un capriccio: è una base. Ma l’idea che l’altro debba esprimere quel rispetto esattamente nel modo in cui lo farei io è un’altra cosa. A volte noi soffriamo perché vogliamo amore, ma pretendiamo il formato preciso di quell’amore. E se non arriva in quel formato, lo consideriamo assenza. Quando in realtà è differenza.

Questo non toglie che ci siano comportamenti che feriscono e che vadano nominati. Anzi: la vera alternativa alle aspettative silenziose non è “ingoiare”, è mettere confini chiari. Un confine sano non è una predica, è una frase concreta: “Se mi parli così, ne riparliamo quando siamo più calmi.” “In caso di ritardo senza avviso, dopo 10 minuti vado via” “Ho bisogno di 5 minuti di ascolto senza interruzioni.” Il confine è il modo in cui ci prendiamo cura dei nostri bisogni senza trasformare l’altro in un progetto da aggiustare.

E poi c’è un cambio di postura che alleggerisce tanto: sostituire il tribunale con la curiosità. Quando mi parte “Perché lo fa?”, che spesso è una domanda carica di accusa, posso provare a chiedermi: “Che cosa lo porta a farlo?”. Non per giustificare, ma per capire. Capire riduce la personalizzazione. Riduce quella convinzione: “Lo fa contro di me”. A volte l’altro sta semplicemente vivendo il suo limite, e noi ci siamo in mezzo. Questo non è romantico, ma è liberante: smette di essere tutto una questione del nostro valore.

Lasciare andare le aspettative, in fondo, è un essenzialismo emotivo. È togliere dalla stanza quei “dovrebbe” che non ci fanno respirare e tenere solo ciò che conta davvero. È accettare che l’altro sia altro. E che noi possiamo restare interi senza controllare la sua versione di sé. Non è rassegnazione: è un gesto di dignità. È dire: “Io vedo la realtà. E dentro questa realtà scelgo come muovermi, come proteggermi, come comunicare, e dove restare”. Quando facciamo questo, qualcosa si ammorbidisce. E spesso, proprio lì, le relazioni smettono di essere una lotta e tornano a essere un incontro.

Seconda parte: Fatti, pensieri e bisogni 
Fonte di ispirazione: Perchè le persone ci fanno soffrire?

venerdì 19 dicembre 2025

Le scelte sono libere?

Quando diciamo “siamo liberi di scegliere”, di solito intendiamo una cosa molto concreta: sentiamo di avere in mano il volante. Ci sembra che, davanti a due strade, possiamo decidere quale prendere. E in parte è vero: non siamo robot. Però la domanda seria è un’altra: quanto di quella scelta nasce davvero da noi, e quanto nasce da ciò che ci ha formati, spinti, impauriti, abituati?

Perché la scelta non avviene nel vuoto. Avviene dentro un corpo stanco o energico, dentro una storia personale, dentro un contesto sociale che premia certe cose e ne punisce altre. E spesso la decisione che chiamiamo “nostra” è più simile a una risposta automatica che a una scelta lucida.

Pensiamoci: quante volte decidiamo con calma, con tempo, con informazioni chiare, con mente stabile? Poche. Molto più spesso decidiamo in mezzo a pressioni invisibili: la fretta, il bisogno di non deludere, la paura del conflitto, l’ansia del giudizio, il desiderio di sentirci “a posto”. E allora sì, scegliamo… ma scegliamo dentro un recinto.

La cultura, per esempio, ci entra in testa senza chiedere permesso. Ci insegna cosa è “giusto desiderare”. Ci fa credere che certe vite siano più degne di altre. Ci dice cosa è “successo”, cosa è “fallimento”, cosa è “da persone serie”, cosa è “da irresponsabili”. E noi, senza rendercene conto, spesso non scegliamo ciò che vogliamo: scegliamo ciò che sembra legittimo volere.
È sottile: non è che qualcuno ci comanda. È che ci sentiamo strani o sbagliati se usciamo dal copione.

Poi c’è l’educazione: non solo quello che ci hanno detto, ma quello che ci hanno fatto sentire. La mente impara presto un meccanismo elementare: “se faccio così, vengo approvato; se faccio cosà, rischio critica o esclusione”. Da adulti magari ci raccontiamo che siamo indipendenti, ma basta poco per scoprire che certe scelte ci fanno scattare addosso colpa, vergogna, ansia. E quando il corpo reagisce così, spesso noi non “scegliamo”: evitiamo.

E qui entra anche il temperamento, cioè la nostra taratura di base. Non è una scusa, è una realtà. Se siamo più introversi, per esempio, possiamo sentire certi ambienti, certe relazioni, certi ritmi come un sovraccarico. E allora “scegliamo” ciò che ci protegge: tranquillità, controllo degli stimoli, profondità, routine. Se siamo più estroversi, può essere l’opposto: “scegliamo” ciò che ci accende, ci muove, ci mette in scambio, ci dà energia.
Il punto è che spesso scambiamo queste spinte per “chi siamo” in modo assoluto. E poi costruiamo sopra un’identità: “Noi siamo fatti così.” Ma quella frase può essere una descrizione utile… o può diventare una gabbia elegante.

Oltre a introversione ed estroversione ci sono altre inclinazioni che influenzano molto: la sensibilità all’ansia (chi teme di più sceglie per evitare rischi), la ricerca di novità (chi si annoia sceglie movimento), il bisogno di approvazione (chi teme rifiuto sceglie pace e consenso), la bassa tolleranza alla frustrazione (chi soffre l’attrito sceglie scorciatoie). Tutto questo non decide al posto nostro, ma altera il “peso” delle opzioni: alcune scelte diventano leggere, altre sembrano impossibili. E noi chiamiamo “libertà” un percorso già inclinato.

A questo punto entra il proverbio: “Chi è causa del suo mal pianga sé stesso.”
È una frase che suona giusta perché dà ordine al mondo: se stiamo male, allora “abbiamo sbagliato”. Se abbiamo sbagliato, allora il dolore è una conseguenza “meritata”. Fine del mistero.
Solo che spesso il mondo non funziona così, e quel proverbio diventa crudele.

Perché per essere davvero “causa” in senso pieno dovremmo avere almeno tre cose: consapevolezza, libertà reale, informazioni adeguate. Ma molte nostre scelte non nascono con queste condizioni. Nascono in un contesto che spinge, con energie limitate, con paure antiche, con mappe mentali ereditate, con bisogni emotivi che lavorano sotto la superficie.

Spesso non c’è dietro “la causa”, ma un insieme di condizioni: un periodo difficile, una solitudine che pesa, un ambiente che stringe, un carattere che ci porta a evitare lo scontro o a inseguire stimoli, un momento di stanchezza, una mancanza di supporto. In mezzo a questo groviglio, noi facciamo una mossa. Poi, quando arrivano conseguenze, qualcuno (o noi stessi) dice: “Te la sei cercata.”
È una lettura comoda, ma superficiale.

C’è anche un’altra cosa: quel proverbio confonde responsabilità e colpa.
La responsabilità è: “Ok, adesso che vediamo cosa sta succedendo, cosa facciamo da qui?”
La colpa è: “Te lo meriti. Piangi e basta.”
Il proverbio spesso è colpa travestita da saggezza.

E paradossalmente, a volte ce lo diciamo da soli non perché sia vero, ma perché ci rassicura. È difficile accettare che la vita sia complessa e che alcune cose accadano senza una colpa chiara. Allora la mente preferisce un mondo moralmente ordinato: “Se soffro, è perché ho sbagliato.” È doloroso, sì, ma dà una spiegazione. È una forma di controllo mentale sull’incertezza.

Lo Zen, qui, farebbe notare una cosa semplice: prima nasce un impulso, poi nasce la storia. Prima arriva “mi attira / mi spaventa / non ce la faccio / devo essere approvato”, poi arriva “abbiamo scelto”. Quindi se vogliamo parlare di libertà, dobbiamo guardare non solo la scelta finale, ma tutto ciò che la precede.
Il Buddhismo direbbe: le azioni nascono da cause e condizioni; il punto non è punirci, il punto è vedere la catena e interrompere l’automatismo dove possiamo.
Lo Stoicismo toglierebbe il moralismo e terrebbe solo l’utile: non importa chi ha torto, importa cosa dipende da noi adesso — anche dentro limiti stretti.

Quindi cosa resta, in modo pratico? Resta una definizione di libertà meno romantica e più vera: non libertà totale, ma margine di lucidità.
Non “possiamo fare ciò che vogliamo”, ma “possiamo accorgerci di cosa ci sta guidando e smettere, almeno a volte, di reagire automaticamente”.

E qui il proverbio può essere riscritto in modo più onesto, senza diventare buonista:
Non “chi è causa pianga sé stesso”, ma qualcosa come: “Se soffriamo, cerchiamo l’anello su cui possiamo intervenire: non sempre è colpa nostra, ma qualcosa possiamo imparare.”
È meno spettacolare, però somiglia di più alla realtà.

Un modo semplice per usare tutto questo nella vita quotidiana è guardare le scelte piccole, non quelle epiche. Prima di una decisione, possiamo chiederci:

  • Che cosa ci sta spingendo davvero? Paura? Desiderio? Abitudine? Bisogno di approvazione?
  • Che cosa stiamo evitando? Conflitto? Fatica? Solitudine? Giudizio?
  • Se nessuno ci vedesse e nessuno ci giudicasse, faremmo la stessa scelta?

Se queste domande ci agitano, significa che non siamo in una scelta libera: siamo in un automatismo. E quello è già un dato utile. Non è una condanna.


giovedì 18 dicembre 2025

Col senno di poi tutto appare chiaro

 


Ad un certo punto della vita capita questo: ci si ferma e si guardano le conseguenze.
Non le intenzioni, non quello che “avremmo voluto”, ma ciò che c’è adesso.
Una situazione concreta, spesso pesante, che produce effetti negativi reali: economici, emotivi, pratici. È lì che nasce la domanda più dura: 
“Come sono arrivata/o qui?”

Il rischio, in quel momento, è cadere in una lettura brutale e semplificata:
“È colpa mia.”
“Ho sbagliato tutto.”
“Se avessi scelto diversamente, ora sarebbe un’altra vita.”

Questa lettura sembra onesta, ma in realtà non aiuta a capire. Mortifica. E la mortificazione non è lucidità: è paralisi.

Quando ci troviamo davanti a conseguenze importanti, è vero che le nostre scelte hanno avuto un ruolo. Negarlo sarebbe infantile. Ma è altrettanto vero che quelle scelte non sono nate nel vuoto. Sono nate dentro condizioni precise, spesso invisibili mentre accadevano.

Molte decisioni vengono prese prima che siamo prontiprima di sapere davveroprima di avere alternative reali. Altre vengono prese per necessità, non per progetto. Altre ancora per adattamento: per reggere, per non crollare, per proteggere qualcuno, per sopravvivere a un periodo difficile.

E l’adattamento, per definizione, non è una scelta libera e ampia: è una scelta stretta.

Col senno di poi tutto appare chiaro. Ma il senno di poi è una lente ingannevole: guarda il passato con informazioni che allora non avevamo. È facile dire “avrei dovuto” quando ormai conosciamo l’esito. Ma al momento della scelta non conoscevamo le conseguenze, conoscevamo solo ciò che sentivamo possibile in quel momento.

C’è poi un altro aspetto che pesa moltissimo e che raramente viene considerato: il temperamento. Non tutti partiamo con le stesse risorse interiori. C’è chi regge meglio l’incertezza, chi sopporta ambienti competitivi, chi riesce a spingersi anche quando ha paura. E c’è chi, per struttura emotiva e nervosa, tende a evitare il sovraccarico, il conflitto, l’esposizione continua.
Questo non è un difetto morale. È una configurazione umana.
Ma nel tempo, questa configurazione orienta scelte che sembrano libere e che invece sono anche scelte di protezione.
Poi ci sono le condizioni esterne: famiglia, contesto economico, salute, responsabilità di cura, occasioni mancate o mai arrivate. Qui il proverbio “chi è causa del suo mal” mostra tutta la sua povertà: pretende una causalità semplice dove c’è un sistema complesso.
Quando ci si trova oggi in una situazione difficile, utile non è chiedersi:
“Di chi è la colpa?”
ma piuttosto: “Quali forze erano in gioco mentre prendevi quelle decisioni?”

Perché c’è una differenza enorme tra dire:

“Ho sbagliato, quindi mi svaluto” e dire: “Ora vedo meglio cosa mi ha guidato”

Nel primo caso la persona si schiaccia. Nel secondo cresce in consapevolezza.

Capire non significa giustificare tutto. Significa ricostruire il contesto reale:

  • che alternative c’erano davvero?
  • quanta energia avevo?
  • quali paure erano attive?
  • quali responsabilità mi stringevano?
  • cosa stavo cercando di evitare o di proteggere?

Solo da lì nasce una responsabilità sana, che non dice “me lo merito”, ma dice:
“Questo è successo. Ora cosa è possibile fare, anche in piccolo?”

La mortificazione guarda indietro e inchioda.
La comprensione guarda indietro per liberare spazio in avanti.

E questo è il punto più importante: non siamo chiamati a giudicare la persona che eravamo, ma a dialogare con lei. Perché quella persona ha fatto quello che ha potuto con gli strumenti che aveva allora. Non con quelli che abbiamo oggi.

Quando riusciamo a vedere questo, qualcosa cambia:
il peso resta, le conseguenze restano, ma smettiamo di aggiungere violenza al dolore.
E solo in quello spazio più pulito può nascere una domanda utile:
“Dato ciò che c’è, qual è il prossimo passo possibile che non mi tradisca?”


martedì 16 dicembre 2025

Coerenza di immagine vs Coerenza autentica


 
C’è davvero qualcosa di sbagliato nel cambiare?

“Non sei più quello di una volta.”
Quante volte questa frase ci viene sussurrata – con nostalgia, disapprovazione, o timore – da chi ci sta intorno? E quante volte ce la diciamo da soli, come se fossimo giudici inflessibili del nostro stesso cambiamento?

Viviamo immersi in una cultura che premia la coerenza. Ma ci siamo mai chiesti: coerenza con cosa, esattamente? Con i nostri valori? Con la nostra essenza profonda? O piuttosto con l’immagine che gli altri hanno costruito di noi – o che noi stessi ci siamo convinti di dover mantenere?

In questa riflessione esploreremo due concetti fondamentali:

  • la coerenza di immagine, cioè il bisogno di rimanere fedeli al ruolo, al personaggio o alla storia che rappresentiamo agli occhi degli altri;
  • la coerenza autentica, cioè la capacità di restare fedeli a chi siamo davvero, anche quando questo implica cambiare direzione.

Perché cambiare non è tradirsi. Anzi: a volte è l’atto più coraggioso e sincero che possiamo fare nei confronti di noi stessi.

L’illusione della “fedeltà al personaggio”

Fin da piccoli impariamo che “essere coerenti” è sinonimo di maturità, affidabilità, integrità. Ma troppo spesso, questa coerenza si trasforma in una gabbia di prevedibilità, una maschera da indossare per far sentire tranquilli gli altri.

Chiameremo questa dinamica coerenza di immagine: il tentativo costante di essere ciò che gli altri si aspettano da noi. Non ciò che siamo, ma ciò che dobbiamo sembrare per non rompere le aspettative.

Il figlio perfetto

Marco ha 33 anni, una carriera stabile in banca e una casa di proprietà. “Sei un esempio per la famiglia,” gli ripetono i genitori. Ma da un po’ di tempo, Marco si sente vuoto. Ha riscoperto la passione per la scrittura e sogna di aprire una libreria con caffetteria in una cittadina sul lago. Ma ogni volta che ci pensa, sente un nodo allo stomaco: “Deluderei tutti. Non posso buttare via tutto questo per un capriccio.”
Solo che non è un capriccio. È un desiderio profondo. Ma Marco è intrappolato nella sua immagine di affidabilità. Abbandonarla, anche per seguire una vocazione vera, gli sembra un tradimento.
La coerenza autentica: rimanere fedeli al proprio centro, anche mentre si evolve
C’è un altro tipo di coerenza, più difficile ma infinitamente più vitale: la coerenza con la propria verità attuale. La chiameremo coerenza autentica. Non si tratta di “essere sempre gli stessi”, ma di essere sempre in sintonia con ciò che si è diventati, con i valori, i bisogni e le emozioni che emergono man mano che la vita ci trasforma.
Essere coerenti in questo senso significa aggiornare il nostro sistema operativo interiore, senza paura di riscrivere il codice.

La “donna forte” che ha bisogno di aiuto

Chiara è sempre stata la “roccia” del gruppo. Quella che tiene tutto sotto controllo, che non si lamenta mai. Dopo la nascita del suo secondo figlio, però, qualcosa si rompe. Le giornate sono faticose, il sonno non arriva, la pazienza scarseggia. Vorrebbe chiedere aiuto, dire che non ce la fa. Ma poi si blocca: “Io sono quella forte. Non posso permettermi di crollare.”
Per mesi, Chiara finge. Ma ogni sorriso forzato le costa energia. Finché una sera, al telefono con l’amica più cara, crolla: “Mi serve una mano. Non sono invincibile.”
In quel momento, abbandona il personaggio e si riconnette con sé stessa. È lì che inizia la guarigione. Non nella forza, ma nella verità.
Il problema non è cambiare. È ignorare di essere già cambiati.
Il vero punto critico non è il cambiamento in sé. È continuare a vivere come se non fossimo già cambiati.

Cambiare idea, rotta, priorità non è incoerenza. È onestà. È riconoscere che ciò che ci motivava ieri, oggi non ci muove più. E che rimanere fedeli a ciò che eravamo significa spesso tradire ciò che siamo diventati.

L’insegnante che voleva smettere di insegnare

Elena ha insegnato filosofia per 20 anni. Amava il suo lavoro, i ragazzi, le domande esistenziali che ogni giorno le porgevano. Ma negli ultimi anni, qualcosa è cambiato. Si sente prosciugata. Il desiderio di approfondire l’arte terapia cresce sempre di più. Vuole lavorare con adulti, in modo più individuale, più intimo.
Tuttavia, continua a insegnare. “Ho sempre detto che questa era la mia missione,” ripete a se stessa.
Finché un giorno una studentessa le chiede: “Prof, ma lei cosa farebbe se potesse ricominciare?”
E lei, per la prima volta, risponde: “Forse proprio questo. Ricominciare.”
Quando la coerenza è virtù, e quando è auto-sabotaggio
Essere coerenti con un impegno assunto con consapevolezza può essere una virtù: porta responsabilità, maturità, senso etico. Ma essere coerenti con una versione obsoleta di sé, solo per paura del giudizio, può diventare una forma di auto-sabotaggio.

Come riconoscere la differenza?

Coerenza autentica

Coerenza di immagine

Ti rende leggero, pur nella fatica

Ti appesantisce anche quando sembra “giusta”

Si basa su valori interiori aggiornati

Si basa sulle aspettative altrui o passate

Accoglie l’evoluzione

Resiste al cambiamento

Ti fa sentire in pace dopo aver agito

Ti lascia svuotato, frustrato, spento

Perché abbiamo così paura di “deludere”?

La paura di deludere è una delle forze più silenziose ma pervasive che guidano il nostro comportamento. Non urla, non si impone apertamente, ma si insinua nelle decisioni quotidiane, nei “sì” detti controvoglia, nelle strade non intraprese, nelle versioni di noi stessi che continuiamo a interpretare anche quando non ci rappresentano più.

Ma da dove nasce questo timore così radicato?
In fondo, deludere significa rompere un’aspettativa. Qualcuno si aspettava qualcosa da noi – un ruolo, un comportamento, una direzione – e noi scegliamo (o sentiamo) di non rispettare quella previsione. Non è tanto il gesto in sé a spaventarci, ma la conseguenza emotiva: deludere significa rischiare di perdere l’approvazione, la stima, a volte perfino l’amore.

Il nostro cervello sociale, quello che si è evoluto per garantirci la sopravvivenza all’interno di un gruppo, associa la disapprovazione all’esclusione. Nei tempi antichi, essere esclusi dalla tribù significava morire. Oggi, essere esclusi da una cerchia sociale, dalla famiglia o da una relazione significativa, può significare una profonda perdita di identità e connessione.

Ecco perché la paura di deludere non è superficiale. Tocca la nostra vulnerabilità più profonda: quella di non essere più “degni” agli occhi dell’altro.

Ma spesso questa paura si basa su presupposti sbagliati.

Uno di questi è l’idea che gli altri ci amino per quello che facciamo o per il ruolo che interpretiamo, e non per chi siamo. È come se l’affetto, la stima, la fiducia che abbiamo ricevuto fino a oggi fossero condizionati da una performance continua. E allora ci aggrappiamo alla “brava figlia”, al “professionista impeccabile”, alla “persona affidabile”, anche quando queste etichette iniziano a farci male.

In realtà, quando siamo capaci di mostrare il nostro cambiamento – anche a costo di disorientare gli altri – stiamo dando loro l’occasione di amarci di più, non di meno. Perché l’amore autentico non si basa sulla staticità, ma sulla verità.

Deludere qualcuno può essere doloroso. Ma a volte è l’unico modo per non deludere noi stessi.

Spesso, il vero problema non è ciò che l’altro si aspetta, ma ciò che noi proiettiamo su di lui. Molte delle nostre paure non sono legate a reazioni reali, ma a scenari immaginari. Temiamo giudizi che non sono mai stati espressi. Ci trattiamo con la severità con cui crediamo che l’altro ci tratterebbe. Ma raramente ci fermiamo a chiedere: è davvero così? Spesso, l’altro è più capace di accogliere il nostro cambiamento di quanto immaginiamo.

La paura di deludere, se non viene osservata con lucidità, può diventare una trappola invisibile. Ci impedisce di ascoltarci, di evolvere, di dire “no”, di cambiare direzione. E così, per evitare un possibile disagio nell’altro, finiamo per crearne uno certo dentro di noi.

In definitiva, il vero atto di coraggio non è evitare la delusione. È accettare che deludere può essere necessario per rimanere fedeli alla propria verità.

Perché le relazioni più vere non si fondano sull’assenza di delusioni, ma sulla capacità di attraversarle insieme, senza perdersi.

Anche la fuga è un pericolo: il mito del “reinventarsi” ad ogni costo

Attenzione: se da un lato rimanere fedeli all’immagine di sé può essere tossico, anche cambiare continuamente per sfuggire all’impegno può diventare un alibi.

Cambiare strada per evitare un confronto, una fatica o un errore non è evoluzione: è fuga mascherata da libertà.

La coerenza autentica richiede introspezione, non impulsività.

Se cambiare ti costa, ma ti fa sentire più vicino a te, è crescita.
Se cambiare è sempre la via più facile per evitare il confronto, forse è una fuga.

L’errore non è il problema. La paura di sbagliare, sì.

Spesso restiamo intrappolati nella nostra immagine solo per paura di fallire. Se cambio lavoro e va male? Se lascio una relazione e poi mi pento? Se smetto di fingere e poi mi sento solo?

Ma gli errori, se ascoltati, non sono catastrofi. Sono indicatori. Ci dicono cosa funziona, cosa no, cosa siamo pronti a lasciar andare.

Chi ha il coraggio di cambiare, anche a costo di sbagliare, è sempre un passo più vicino a sé stesso di chi resta fermo per paura.

Chi sei, oggi? E a chi sei fedele, davvero?

Ci sono due fedeltà che possiamo onorare nella vita:

  • Quella alla nostra immagine: rassicurante, prevedibile, pubblicamente approvata.
  • Quella alla nostra verità profonda: mutevole, a volte incomoda, ma intensamente vera.

Non è facile scegliere la seconda. Ma è l’unica che ci permette di vivere interamente, senza dover recitare.

Chi sei, oggi?
Non ieri, non chi eri all’università, non chi sei stato nel tuo vecchio lavoro o nella tua vecchia relazione. Chi sei adesso, in questo preciso momento della tua vita, con tutte le ferite, le scoperte, le esperienze, le intuizioni che ti hanno cambiato.
Molte persone vivono sospese tra due versioni di sé: quella che sono diventate e quella a cui sentono di dover rimanere fedeli. E spesso, quella fedeltà non è verso la propria anima, ma verso un’identità che si è cristallizzata nel tempo. Un’etichetta: “la figlia affidabile”, “il marito che non sbaglia”, “la professionista di successo”, “quella che non molla mai”.

Ma chi ha detto che non si può cambiare?
Chi ha detto che non è lecito ritrattare una promessa fatta anni fa, se nel frattempo il cuore ha preso una nuova forma?

Essere fedeli a sé stessi non significa restare uguali. Significa avere il coraggio di riconoscere che la nostra verità si evolve, che le priorità si spostano, che l’anima matura.

E allora, a chi sei fedele davvero?
Alla voce che ti parla nel silenzio? O al copione che gli altri hanno scritto per te?
Alla tua autenticità, anche quando è scomoda? O al personaggio che fa sentire tutti tranquilli?
Essere fedeli alla propria versione attuale richiede ascolto, tempo e il coraggio di dire: “Sono cambiato, e va bene così.”
Significa lasciarsi sorprendere da sé stessi.
Significa smettere di cercare coerenza nelle righe della biografia e iniziare a cercarla nello spazio interno tra chi siamo e cosa scegliamo ogni giorno.

Non sei qui per compiacere il lettore della tua storia.
Sei qui per viverla, scrivendola una pagina alla volta, anche quando cambia stile.

Scegli la tua coerenza, ogni giorno

La coerenza autentica non è rigida. È come il tronco di un albero: saldo, ma flessibile. Resiste al vento non perché è duro, ma perché sa piegarsi senza spezzarsi.

Oggi puoi essere diverso da ieri. Non perché stai tradendo chi eri, ma perché stai onorando chi sei diventato.
E domani potresti cambiare ancora. Non per incoerenza, ma per fedeltà a una verità che respira, evolve, cresce.
Sii coerente, sì.
Ma con te stesso, qui e ora.
Non con la maschera che indossavi per rassicurare il mondo.


lunedì 15 dicembre 2025

La compassione: comprendere senza giustificare


“La sofferenza è come il compost… fatto di verdure marce: la gente lo butta via, oppure sa come far crescere il campo.”

Questa immagine ribalta la nostra abitudine più automatica: scappare da ciò che fa male. In realtà, molto spesso, non è il dolore a distruggerci: è il nostro irrigidirci contro di lui. È l’odio che aggiungiamo alla ferita. È il “non dovrebbe essere così” ripetuto fino a diventare una seconda prigione.

Comprendere la natura umana significa anche questo: vedere quanto siamo bravi a trasformare un evento in una storia infinita. L’evento è finito. La storia—se non la guardiamo—può durare una vita.

Quando ci facciamo male nelle relazioni, la mente tende a semplificare: io ho ragione, tu hai torto. A volte è vero, almeno sul piano dei fatti. Ma se restiamo incastrati in questa lettura, succede qualcosa di sottile: l’evento smette di essere un episodio e diventa una presenza interna costante. E lì nasce il rancore: non come scelta, ma come “colla” mentale. 

La verità è che siamo creature condizionate. Ci muoviamo sulla base di ciò che abbiamo vissuto, di ciò che temiamo, di ciò che non abbiamo imparato a reggere. Per questo è vero che ci sono comportamenti ingiusti, ma è anche vero che “lo siamo tutti”, in modi diversi. Siamo “confusi” e spesso “in balia delle nostre menti”: basta provare a restare un minuto col respiro per accorgersi che la mente scappa ovunque, “pensi solo alla lista della spesa… wow, la mente umana è davvero piuttosto incasinata”. Non è una scusa: è una descrizione onesta della condizione umana.

Molte mancanze, infatti, non nascono da “cattiveria”, ma da protezioni interiori che si sono formate per "sopravvivere". Una persona può essere fredda perché non sa gestire l’intimità: magari la vicinanza, per lei, è stata pericolosa o imprevedibile. Un’amica può diventare pungente perché sente vergogna o inferiorità e si difende attaccando. Un partner può controllare tutto non perché voglia dominare, ma perché l’incertezza gli scatena panico. Un collega può essere competitivo perché, dentro, vive la paura di non valere. Quando guardi così, non stai dicendo “va bene”: stai dicendo “capisco il meccanismo”. E capire il meccanismo cambia la qualità del tuo cuore: ti aiuta a smettere di interpretare ogni gesto come un verdetto su di te. Spesso, davvero, “non riguarda te”: l’altro sta reagendo al proprio caos interno e tu sei il punto in cui quel caos impatta.

Il rancore, però, sembra “giustizia”. Sembra energia che ti protegge. In realtà, ti consuma. “Non diresti che serbando rancore la fanno franca perché sei tu quello che soffre?” È un’immagine durissima e vera: tenere rancore è “come tenere in mano un pezzo di metallo rovente o un carbone ardente”. Ti brucia, eppure continui a stringerlo perché credi che lasciarlo cadere significhi perdere dignità o lasciare l’altro impunito. Qui serve una distinzione netta: lasciare il rancore non significa cancellare la verità dei fatti. Significa smettere di pagare tu, ogni giorno, il prezzo di ciò che è successo.

E attenzione: non funziona a comando. Quando qualcuno ti dice “lascia andare”, ti verrebbe voglia di “dargli uno schiaffo”, perché “non è così facile… è dannatamente difficile”. Il punto non è convincerti mentalmente: il punto è sciogliere la colla. Quella colla è fatta di replay, dialoghi immaginari, prove accumulate, scenari in cui finalmente “spieghi” all’altro quanto ti ha rovinato. Finché la mente resta incollata a quei circuiti, il peso non cambia. Il lavoro vero è diventare “meno intrappolato” nei pensieri e nelle reazioni, fino a quando “la sensazione di rabbia può iniziare a essere meno pesante”. Non sparisce all’improvviso: perde densità. E quando perde densità, tu recuperi spazio.

A volte la svolta più praticabile non è “perdonare l’altro” subito, ma perdonare i propri sentimenti. “Ho imparato a perdonare i sentimenti che quegli incidenti hanno suscitato… per me è molto più importante che perdonare le persone.” (Gelong Thubten). Cioè: smetto di odiare la mia rabbia, la mia tristezza; smetto di vergognarmi del fatto che ci sto ancora male. Questa è guarigione: non negare la ferita, ma cambiare il modo in cui la porto. E a volte, paradossalmente, la sofferenza diventa trasformazione: “la sofferenza è come il compost”. Non perché sia bella, ma perché, se la lavori, nutre qualcosa di più grande in te: chiarezza, confini, compassione adulta.

Essere umani, alla fine, significa proprio questo: essere limitati e comunque capaci di crescere. Puoi riconoscere che tutti siamo confusi e manchevoli, senza tollerare l’abuso. Puoi comprendere senza giustificare. Puoi proteggerti senza odiare. Puoi lasciare cadere il carbone ardente, senza dire che non bruciava. E soprattutto puoi uscire dalla trappola più comune: credere che la tua libertà dipenda dal fatto che l’altro capisca, si scusi, cambi. La libertà vera nasce quando smetti di essere in ostaggio della tua reazione. Quando scegli la dignità—e la mente, finalmente, si apre un po’.

domenica 14 dicembre 2025

Imparare l'autocompassione


GELONG THUBTEN: Quindi, per me, ciò che ha iniziato a cambiare è stata la sensazione di avere un coltello che si contorceva dentro di me e mi faceva male, e il desiderio di liberarmene. Ho trovato il modo di gestirlo con amore. E ho iniziato ad avere questa immagine nella mia testa, come se avessi trovato un coniglio spaventato o un uccello con un'ala rotta. E la tengo in mano con tenerezza.

Non ero mai riuscito a farlo per me stesso. Non ero mai stato in grado di essere gentile con me stesso. Tutto nella mia vita fino a quel momento era stato così duro e pieno di odio per me stesso. E penso, sai, durante l'adolescenza, quando cercavo di diventare un attore di successo, credo che la spinta fosse questa: mi odiavo, quindi era meglio che mi facessi amare da un sacco di persone. Perché non ci riesco. Non sto dicendo che tutti gli attori siano così, assolutamente no, ma c'è un tipo di attore che è così. Lo sappiamo. E quello ero io.

E poi, anche da monaco, quando diventi celibe e hai questo stile di vita più incentrato sulla cura di te stesso, sviluppo tutti questi legami incredibilmente forti con gli amici, tanto che vorrei che fossero gentili con me. E non volevo stare da solo con me stesso. Non riuscivo a passare del tempo da solo con me stesso.
E poi, nei primi due anni di quel ritiro, mi odiavo, odiavo il mio dolore, saltavo oltre il muro e facevo qualsiasi cosa pur di uscire dalla mia pelle. E quando ho imparato a fare questo tipo di pratica, trasmettendo compassione a quella parte di me che odiavo così tanto, è stato davvero trasformativo.

STEVEN BARTLETT: Hai detto che ti sentivi come se stessi tenendo in braccio un coniglio spaventato o un uccello con un'ala rotta. Come ti sei sentito nei confronti di quell'uccello.

GELONG THUBTEN: Ho provato amore per quella parte di me. E per me, questo è possibile solo quando smetti di farti distrarre da tutta la storia e dai dettagli del tuo passato. Ma ti stai semplicemente relazionando con la sensazione che provi nel tuo corpo in questo momento.

E non so se sia così per tutti, ma per me, sentirlo nel corpo è un modo davvero semplice per iniziare. Perché sì, è depressione, è ansia, è trauma, qualunque cosa sia. È piuttosto nebuloso. Come lo trovi? E per me, è stato così fisico. Era come una coltellata al cuore o una sensazione di oppressione al petto.

E il solo fatto di relazionarmi a quella sensazione con gentilezza mi ha insegnato ad amare me stesso in modo tollerante. Non si tratta di diventare egocentrica. Io amo me stessa. Si tratta piuttosto di essere gentili con se stessi.

Meditazione come strumento per la Libertà Interiore

C’è un tipo di prigionia che non ha sbarre e non fa rumore, quindi è facilissima da scambiare per “vita normale”: è quando la tua mente decide al posto tuo. Ti alzi e sei già in corsa. Rispondi a un messaggio e ti resta addosso per ore. Pensi a una cosa e quella cosa ti tira giù come un gancio. Poi arriva un’altra preoccupazione, un altro desiderio, un altro confronto… e tu ti ritrovi a fine giornata con la sensazione di non esserti mai davvero abitata.

Gelong Thubten lo dice in modo molto semplice: non siamo così liberi come crediamo, perché i nostri stati mentali non li scegliamo davvero. È come se saltassimo automaticamente sui “taxi” dei pensieri e delle emozioni e ci ritrovassimo dall’altra parte della città senza sapere bene come ci siamo finiti.

Ecco perché parlare di libertà interiore oggi è urgente. Non è un concetto poetico: è un bisogno pratico. È la differenza tra vivere “trascinati” e vivere con un minimo di spazio dentro. E la meditazione, nel linguaggio di Thubten, è proprio questo: l’allenamento che ti rimette al volante.

Il problema, spesso, non è che la vita è difficile. È che noi stiamo vivendo con una mente addestrata alla ricerca continua: la prossima cosa, il prossimo obiettivo, il prossimo stimolo, la prossima conferma. Thubten descrive bene questo circolo: più desideriamo, più sentiamo di non avere; possiamo anche ottenere molto, eppure restare con un vuoto sotto. E lì torna la domanda: “Qual è il mio scopo? A cosa serve tutto questo?”

C’è un dettaglio psicologico che lui tira fuori e che è quasi imbarazzante per quanto è vero: la chimica della ricerca è dopamina, e la dopamina è eccitante nel “verso”, nella caccia… ma svanisce appena prima di ottenere. Quindi restiamo intrappolati nel movimento stesso del cercare.

E la cosa più sottile è che questa ricerca non riguarda solo “fare carriera” o “avere di più”. Può essere anche una ricerca spirituale fatta male: “Voglio sentirmi meglio subito. Voglio smettere di provare ansia. Voglio essere calmo.” Solo che, quando provi a forzare la pace interiore, spesso ottieni l’effetto opposto: la mente diventa ancora più affollata, perché stai facendo guerra a te stessa.

La svolta arriva quando capisci che meditare non è “spegnere”. Thubten lo ripete chiaramente: la meditazione non ha nulla a che fare con “svuotare la mente” o entrare in uno stato di incoscienza. Se quello fosse l’obiettivo, dice lui, tanto varrebbe “svenire per dieci minuti” e poi continuare la giornata.

La meditazione è un altro gioco: accendere, svegliarsi. È realizzare che la tua mente è più grande dei tuoi pensieri. E soprattutto, è imparare una cosa decisiva: non devi liberarti dei pensieri; devi cambiare la relazione con loro.

Quando questa cosa entra davvero, succede qualcosa di sorprendente: smetti di usare la meditazione come un progetto di perfezionamento (“devo diventare migliore”) e inizi a usarla come un ritorno a casa (“posso stare qui, adesso”).

Quello che rende Thubten credibile è che non parla da “illuminato senza ferite”. Racconta di essere arrivato al monastero “completamente distrutto”, in un ciclo di ambizione e volere, senza prendersi cura di sé, con depressione, ansia, disprezzo di sé. Non era un pellegrino romantico: era uno che aveva toccato il fondo e aveva bisogno di aiuto.

E poi c’è un episodio che spiega tutto: l’inizio del ritiro, quando la pratica non era pace ma una specie di tortura. Lui descrive la prima metà del ritiro con un’immagine durissima: come stare dentro una “palla di metallo con punte” che ti si conficcano addosso a ogni movimento. Poi, nella seconda metà, qualcosa cambia: diventa come sprofondare in un letto comodo. Non perché la vita sia diventata perfetta, ma perché ha iniziato a “fare amicizia con se stesso”.

E racconta anche un dolore enorme: un lutto traumatico. La sua svolta lì non è stata “distrarsi” dal dolore, ma imparare a stare con la sensazione, espandere la consapevolezza intorno ad essa, mollare la trama mentale e relazionarsi con compassione alla sensazione stessa. E quella sensazione, dice, ha iniziato a cambiare, a sciogliersi in amore.

Questo è un punto chiave: la libertà interiore non è assenza di emozioni difficili. È capacità di non essere posseduti da esse.

Se dovessi dirlo in modo discorsivo e molto concreto: la meditazione è un addestramento alla scelta.

Thubten spiega che il grande equivoco è pensare: “Meditare = mente vuota”. Quando lo fai così, diventa aggressivo: spingi via, reprimi, ti giudichi. E più reprimi, più la mente si affolla.
Il punto, invece, è imparare a non farsi coinvolgere troppo nei pensieri e a lasciarli andare.

Qui arriva una metafora modernissima e perfetta: il traffico/taxi. Tu sei sul bordo della strada e passano macchine. Alcune sono taxi. La domanda è: sali o non sali? La maggior parte di noi sale automaticamente. La meditazione è imparare a lasciar passare i taxi.

E la pratica, detta semplice, è quasi disarmante:

  • ti siedi,

  • ti concentri sul respiro (non “respiri bene”: respiri normale),

  • la mente vaga dopo tre respiri,

  • ti accorgi che sei via,

  • torni, con gentilezza.

Il punto è questo: quel momento in cui ti accorgi di esserti perso è fondamentale. Non è “ho fallito”. È “mi sono svegliato”.

Qui entra la metafora cielo e nuvole, una delle più potenti: le nuvole possono essere scure, pesanti, tempestose… ma il cielo è più grande. La tua consapevolezza è quel cielo. E diventare “il cielo invece delle nuvole” significa smettere di rendere solidi e definitivi i tuoi pensieri, il tuo passato, le tue storie.

E poi c’è la metafora dell’aereo: le nuvole sembrano solide come cotone, eppure l’aereo ci passa attraverso. Così puoi attraversare pensieri ed emozioni senza afferrarli e senza respingerli. Questa è meditazione.

Sul desiderio, Thubten è lucidissimo: ciò che cerchiamo davvero non è l’oggetto, ma il sollievo che arriva quando il desiderio si spegne per un attimo. È “libertà dal volere”: ottieni ciò che vuoi, e senti una pausa. Poi ricomincia la fame. La meditazione ti mostra che quello che cercavi… in un certo senso “era già lì dentro”.

Infine, la compassione. Qui Thubten è quasi radicale: dice che la parola “compassione” non basta, perché suona come separazione (“io sto bene e mi dispiace per te”). Per lui la compassione è unità, non separazione: diventare tutt’uno con l’esperienza, in modo che smetta la guerra interna.

“Non ho tempo.”
Thubten risponde senza moralismi: tutti hanno 10 minuti. E soprattutto: non serve un monastero. Conosce persone con famiglie e lavori intensi che meditano 15 minuti al giorno. La pratica è compatibile con qualsiasi stile di vita.
E aggiunge una cosa pratica: funziona come la palestra. Se guardi lo specchio ogni dieci minuti, ti frustrerai. Se fai 10 minuti al giorno con regolarità e pazienza, un giorno ti accorgi che “qualcosa” è cambiato.

“Non funziona, continuo a pensare.”
È quasi la prova che stai facendo la pratica giusta. Perché il lavoro comincia quando ti accorgi che sei andata via e torni. E lui la mette giù in modo provocatorio: “Più pensieri hai, meglio è”… perché ti danno la possibilità di tornare.

“È troppo difficile, mi sento un fallimento.”
Questa è la trappola più comune: irrigidirsi e giudicarsi. Thubten invita a cambiare approccio: quando la mente vaga, non tirarti indietro. Considera quei pensieri come “pesi in palestra”: sono l’allenamento. E soprattutto: non rimproverarti. Gentilezza e compassione non sono decorazioni: sono parte della tecnica.

Se vuoi renderla davvero “via per la libertà interiore” (non teoria), ecco come la tradurrei in stile Thubten, in modo vivibile.

  1. Una pratica breve e quotidiana (10–15 minuti)
    Lui suggerisce di iniziare con 10 minuti al giorno. Non per eroismo, ma per regolarità.
    Ti siedi, porti attenzione al corpo (punti di contatto con la sedia, i piedi a terra), poi al respiro, senza cambiarlo.
    E fai il ciclo: respiro → mi perdo → me ne accorgo → torno. Di nuovo. E di nuovo.

  2. Micro-meditazioni durante la giornata (30–60 secondi)
    Prima di rispondere a un messaggio che ti attiva: un respiro.
    Quando cammini: senti i piedi.
    Quando aspetti: osserva il “taxi” mentale che passa e scegli se salirci.
    Sono piccoli atti di libertà, ripetuti.

  3. Quando stai male: “espandi la consapevolezza attorno alla sensazione”
    Qui è dove la pratica diventa davvero trasformativa. Invece di dire “via via via”, provi (dolcemente) ad avvicinarti: senti dov’è nel corpo, lasci cadere la storia, e mandi un po’ di amore lì. Thubten lo descrive come “gentilezza incondizionata”.
    Non è magia: è un modo nuovo di stare con te stessa.

  4. Un promemoria onesto
    Thubten lo dice con una vulnerabilità bellissima: non è “finita”. È un processo. “Sono ancora un disastro… ma va bene essere un disastro.” La differenza è che ora ha strumenti e più spazio.
    Questa frase, se la prendi bene, ti toglie un macigno: non devi diventare perfetta per essere libera. Devi diventare più presente.

Se c’è una frase che sintetizza tutto, è questa: la meditazione non ti promette una vita senza nuvole. Ti promette che puoi diventare abbastanza grande da attraversarle.

E forse, sotto tante cose che cerchiamo — successo, amore, sicurezza, approvazione — c’è una ricerca più profonda: liberarci dalla sofferenza, dal bisogno, dal “non sono mai abbastanza”, e diventare più in contatto con ciò che siamo davvero. Thubten dice che è questo che stiamo cercando in ogni momento.

Quindi sì: la meditazione è una via per la libertà interiore. Ma non perché ti porta altrove. Perché ti riporta qui.

E l’inizio è minuscolo, quasi ridicolo per quanto è semplice: siediti domani. Dieci minuti. Respira. Perditi. Accorgiti. Torna.
Quel ritorno — piccolo, umile, ripetuto — è già libertà.