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giovedì 25 settembre 2025

I paragoni condizionano le nostre emozioni

 

Viviamo immersi nei paragoni. Spesso il pensiero passa attraverso il filtro del confronto: come siamo rispetto agli altri, cosa possediamo, quanto valiamo. Questo meccanismo è una grande illusione, una trappola che ci imprigiona. Lama Michel Rinpoche lo descriverebbe come un gioco mentale che ci ruba la serenità: non è la realtà a essere dura, ma il modo in cui la confrontiamo con qualcosa che immaginiamo migliore.
Un esperimento scientifico 
illustra questa dinamica con straordinaria chiarezza. 
Si svolge con due scimmie poste in gabbie adiacenti, addestrate a compiere una semplice azione: restituire una pietra a un ricercatore in cambio di una ricompensa. Inizialmente, la situazione è equilibrata: entrambe le scimmie, per ogni pietra restituita, ricevono un pezzo di cetriolo. In questa fase, entrambe sono perfettamente felici e soddisfatte della loro ricompensa, ripetendo l'azione senza esitazione. Il cetriolo, in assenza di alternative, possiede un valore intrinseco positivo. La situazione cambia radicalmente quando viene introdotto l'elemento del paragone. Mentre una scimmia continua a ricevere il cetriolo per la sua azione, l'altra, per lo stesso identico compito, inizia a ricevere un acino d'uva, un premio considerato molto più prelibato. La reazione della scimmia che riceve ancora il cetriolo è immediata e violenta: osserva la ricompensa migliore della vicina e si infuria. Rifiuta il suo cetriolo, che fino a un attimo prima era una ricompensa gradita, e arriva a gettarlo via con stizza.
L'esperimento dimostra in modo inequivocabile che il valore di ciò che abbiamo non è assoluto, ma relativo. Il cetriolo non ha perso il suo sapore, ma il suo valore percepito è crollato nel momento in cui è stato paragonato all'uva. 

Questa dinamica è costantemente all'opera nelle nostre vite. Siamo portati a svalutare ciò che possediamo non perché sia intrinsecamente insufficiente, ma perché lo confrontiamo con ciò che vediamo possedere dagli altri, un processo amplificato a dismisura dai social media e dalla pubblicità.
Il problema non si ferma al paragone. Quando proviamo emozioni come invidia o frustrazione, la mente non si accontenta di riconoscerle. Al contrario, cerca subito una storia che le giustifichi: “Lui ha avuto fortuna”, “lei non se lo merita”, “io sono stato trattato ingiustamente”. Non cerchiamo la verità, cerchiamo coerenza con l’emozione che proviamo. Così il sentimento negativo diventa più solido, più radicato.
E da lì nasce un circolo vizioso. L’invidia ci spinge a costruire una narrativa in cui siamo vittime e qualcun altro è colpevole. Questa storia viene rinforzata ogni giorno: ogni volta che vediamo un dettaglio che sembra confermarla, la nostra mente lo raccoglie e lo usa come prova. Anche quando la causa iniziale è svanita, continuiamo a nutrire il rancore, come se ci fosse utile mantenerlo vivo.

L’invidia è sottile, si nasconde in piccoli gesti e pensieri. Possiamo imparare a riconoscerla e a disinnescarla anche attraverso semplici pratiche quotidiane. 
Primo esempio: quando vediamo un collega ricevere un riconoscimento che noi non abbiamo avuto, invece di lasciarci prendere dall’amarezza, possiamo scegliere di apprezzare sinceramente i suoi meriti, ricordando che il suo successo non diminuisce il nostro valore.
Secondo esempio: davanti ai social media, quando la vita degli altri sembra sempre più bella della nostra, possiamo ricordarci che ciò che vediamo è solo una vetrina. Invece di confrontarci, possiamo usare quel momento per coltivare gratitudine: cosa nella mia vita è già fonte di gioia? Cosa ho che non dipende dal paragone con nessuno?
Terzo esempio: nelle relazioni personali. Può accadere che ci sentiamo meno amati o considerati rispetto ad altri. Invece di alimentare l’invidia, possiamo fermarci e distinguere: non è la persona a valere meno, ma il nostro cuore che chiede più attenzione. In questo modo l’emozione diventa un’occasione di dialogo, non di conflitto.
Quarto esempio: nel consumo materiale. Se vediamo qualcuno con un oggetto nuovo — un’auto, un vestito, un cellulare — e sentiamo un senso di mancanza, possiamo fermarci a riflettere: davvero questo oggetto cambierebbe la mia felicità? O sto solo vivendo l’effetto “cetriolo e uva”? Spesso la risposta apre lo spazio della libertà interiore.

In definitiva, non possiamo smettere di creare storie: è così che la mente funziona. Ma possiamo scegliere quali storie nutrire. Una narrativa basata sul paragone ci renderà sempre insoddisfatti; una narrativa basata sulla gratitudine ci farà sentire ricchi, anche con poco. Lama Michel ci invita a coltivare sincerità verso noi stessi: smascherare quando stiamo giustificando un’emozione distruttiva e, con un atto di consapevolezza, scegliere di cambiare prospettiva.
Il vero metro per valutare una narrativa non è se sia “oggettivamente vera”, ma l’effetto che ha sulla nostra vita. Una storia che ci rende più grati, più leggeri e più sereni è una storia che vale la pena raccontarci. Per questo possiamo imparare a “essere più furbi per essere felici”: accettare il nostro cetriolo, senza lasciarci avvelenare dall’uva degli altri. È qui che nasce la libertà, e con essa la gioia autentica.

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