Indice

mercoledì 1 ottobre 2025

Insegnamenti per trasformare la sofferenza

 

Questa riflessione raccoglie 4 lezioni, tratte dagli insegnamenti di Lama Michel Rinpoche, che offrono una prospettiva radicalmente diversa sulla sofferenza e sulle relazioni. Non sono semplici consigli, ma vere e proprie leve per spostare il nostro punto di vista e scoprire il potere che abbiamo di guarire le nostre ferite interiori.

Lezione 1: il tuo dolore non nasce dalla realtà, ma dall'immagine ideale che ne hai

Certamente. Approfondiamo il concetto dell'immagine idealizzata (o "fotografia" mentale) che Lama Michel Rinpoche identifica come una fonte significativa di sofferenza e conflitto nella vita e nei rapporti.

L'immagine idealizzata non è semplicemente una visione positiva che abbiamo di qualcuno, ma una vera e propria proiezione mentale basata sulle nostre aspettative. Essa è il risultato inevitabile del processo con cui conosciamo e interagiamo con gli altri: quando incontriamo una persona, ne creiamo una "fotografia" mentale. La sofferenza sorge quando, incontrando nuovamente quella persona—che, essendo impermanente e in continua trasformazione, manifesta aspetti non previsti—essa non corrisponde a quella "fotografia". Di fronte a questa discrepanza, la nostra reazione interna è spesso di disagio, rabbia o delusione, portandoci a pensare: "Ma tu non dovresti essere così".

Il meccanismo di creazione dell'immagine idealizzata si complica e si intensifica all'interno dei rapporti più stretti, specialmente nel contesto familiare.
Quando ci relazioniamo con un genitore, un figlio, un amico o un partner, sovrapponiamo due livelli di aspettative:

  1. L'immagine idealizzata dell'individuo stesso.
  2. L'immagine idealizzata della sua categoria (ad esempio: "Tu sei un mio amico, non potresti fare questo"; "Ma un figlio non dovrebbe fare questo").

Il Rinpoche osserva che, in particolare per la famiglia, l'immagine che abbiamo è spesso altamente idealizzata: crediamo che la famiglia "non dovrebbe essere così" o che certe cose "non dovrebbero accadere". Tuttavia, le famiglie sono composte da esseri umani ordinari, pieni delle loro "rabbia, gelosia, invidia, paura e tutto il resto," e non da Bodhisattva o esseri spiritualmente elevati. Quando la realtà di una dinamica familiare non collima con l'ideale proiettato, soffriamo e tendiamo a cercare un colpevole, convinti che la realtà sia "sbagliata".
Il forte attaccamento all'immagine idealizzata è causa di grande affaticamento emotivo. Se abbiamo investito tanto emotivamente in qualcuno e creato un'immagine "bella e importante" di quella persona nella nostra vita, la sua mancata corrispondenza può generare un senso di tradimento. Ci si può sentire come se l'altro non avesse fatto neanche il minimo che ci si aspettava, o che "non mi hai visto in quel momento in cui io avevo bisogno".
Questa dinamica sfocia spesso in un "doppio monologo" nei rapporti, dove ognuno è concentrato sulla propria sofferenza, sui propri desideri e sulle proprie necessità, senza riuscire a vedere o ad ascoltare veramente l'altro. L'attaccamento all'immagine idealizzata limita la nostra visione dell'altro, che diventa "molto limitata e presa da un certo angolo" in un dato momento, impedendoci di coglierne la completezza e i suoi molteplici aspetti.

La via d'uscita dalla sofferenza causata dalla proiezione è l'accettazione.

  • Riconoscimento dell'illusione: il primo passo è riconoscere che l'immagine idealizzata è "una mia illusione, è una mia proiezione". Non si tratta di negare la realtà, ma di riconoscere che la persona non lo è e non lo sarà mai.
  • Rilascio della pretesa: accettare non significa sottomettersi o subire, ma togliersi da addosso la pretesa che l'altro debba o non debba essere diverso da ciò che è.
  • Focus sulla soluzione: l'accettazione permette di non sprecare energia "nell'oppormi a quello che è accaduto" e nel cercare il colpevole, ma di dirigere l'energia verso la soluzione virtuosa e positiva.
  • Relazionarsi alle qualità: la chiave per l'armonia è riuscire a relazionarsi con le qualità positive dell'altro, non focalizzarsi sui suoi difetti o sulla sua mancata corrispondenza all'immagine proiettata, accettando la persona per quella che è.

Meno siamo attaccati all'immagine idealizzata e alle aspettative di ciò che l'altro dovrebbe fare o essere, "più ci rilassiamo meno soffriamo". L'obiettivo è relazionarsi con l'altro in modo virtuoso e gentile, indipendentemente da come l'altro si comporta, e accettare anche di non essere accettati, mantenendo una coerenza personale.

Gran parte dei conflitti della sofferenza non viene tanto da come le cose sono ma dal fatto che non sono come secondo me dovrebbero essere.

Abbandonare la pretesa che il mondo e le persone si adattino alle nostre immagini mentali è il primo passo per trovare la pace. Riconoscere che la nostra sofferenza nasce da questa discrepanza ci permette di smettere di combattere contro la realtà e di iniziare a costruire relazioni più autentiche e compassionevoli.

Lezione 2: le difficoltà sono uno specchio. Quello che vedi è la tua ferita, non il mondo

Quando una situazione esterna ci provoca rabbia, tristezza o paura, è perché sta "risuonando" con una ferita o un conflitto interiore non risolto. Spesso crediamo che la causa del nostro malessere sia esterna, ma in realtà il mondo agisce solo come una cassa di risonanza per ciò che già portiamo dentro.

Per rendere questo concetto concreto, Lama Michel Rinpoche condivide un'esperienza personale.
In un breve lasso di tempo, ha vissuto una situazione oggettivamente molto difficile riuscendo a mantenerla in armonia, perché non toccava nessun conflitto interiore. Poco dopo, una situazione apparentemente banale gli ha causato una sofferenza molto più grande, perché ha fatto "risuonare" una sua questione irrisolta. Questo dimostra che non è l'evento in sé a determinare il dolore, ma il nostro stato interiore.
La metafora perfetta per questo è quella della carezza sulla ferita aperta. Se una persona sana riceve una pacca amichevole sulla spalla, anche se forte, non sente dolore. Ma se quella stessa persona ha una ferita aperta sulla spalla, anche la carezza più lieve provocherà un dolore immenso. La domanda importante, quindi, è:
Ma che cos'è che ci ha fatto male la carezza o la ferita aperta?
È la ferita non è la carezza.

Le difficoltà della vita sono come quella carezza: mettono in luce le nostre ferite nascoste.
Di fronte a una difficoltà, abbiamo tre possibili modi di reagire:

  1. Fingere di niente: ignorare il problema, mettendo lo sporco sotto il tappeto. Questo porta inevitabilmente a esplodere (rabbia), implodere (depressione) o ammalarsi.
  2. Lasciarsi trascinare: farsi travolgere dal conflitto, dall'ansia e dalla paura, diventando vittime della situazione e rinforzando i nostri schemi negativi.
  3. Usare la difficoltà come leva: riconoscere che la situazione sta toccando una nostra ferita interiore. Invece di incolpare l'esterno, usiamo l'esperienza per capire dove dobbiamo lavorare su noi stessi, per guarire e crescere.

Solo il terzo approccio porta a una trasformazione reale. Ci permette di non essere più in balia degli eventi, ma di usare ogni sfida come un'opportunità per diventare più forti e consapevoli.

Lezione 3: la chiave per relazioni migliori? Ignora i difetti e coltiva le qualità

Per costruire rapporti sani e costruttivi, dovremmo allenarci a interagire con le qualità positive delle persone, anziché fissarci sui loro difetti. Non è un'ingenua positività, ma una strategia pragmatica per aiutare sé stessi e gli altri a crescere. Criticare i difetti di una persona non fa altro che rinforzarli; incoraggiare le sue qualità, invece, le aiuta a sbocciare.

La storia di Lama Gangchen Rinpoche e del pittore Duccio ne è un esempio perfetto. Quando Duccio, all'inizio del suo percorso, regalò a Lama Gangchen Rinpoche un dipinto sacro, il maestro pensò tra sé e sé che era "brutto". Tuttavia, invece di criticarlo, vide un potenziale. Gli disse "bravissimo" e gli commissionò un altro dipinto, suggerendogli piccoli miglioramenti. Continuò così, finché Duccio divenne un artista di grande talento. Lama Gangchen Rinpoche ha interagito con "la parte bella" di Duccio, aiutandola a svilupparsi.

Qui l'insegnamento diventa una vera e propria strategia di vita, basata su tre principi: "obiettivo alto, aspettative basse, sforzo costante". L'obiettivo alto è vedere e credere nel potenziale più elevato di una persona. Le aspettative basse significano accoglierla per come è adesso, senza la pretesa che cambi da un giorno all'altro. Lo sforzo costante è l'impegno continuo a nutrire le sue qualità, con pazienza e incoraggiamento.

Questa filosofia è riassunta magnificamente da Lama Gangchen Rinpoche, a cui una volta fu chiesto come mai avesse così tanti amici. La sua risposta fu:

“Ah perché io mi relaziono con le qualità di ognuno e non con i loro difetti.”

Questo approccio trasforma le nostre interazioni. Invece di essere giudici dei difetti altrui, possiamo diventare catalizzatori del loro potenziale, creando un circolo virtuoso che eleva sia loro che noi.

Lezione 4: il vero pericolo non è chi pensa diverso da te, ma chi pensa esattamente come te

La tendenza umana a circondarsi solo di persone che confermano le nostre idee è una trappola che ci chiude in una visione parziale della realtà. Istintivamente, cerchiamo i "simili" perché ci rassicurano e ci danno la sensazione di avere ragione. Questo comportamento, amplificato dagli algoritmi dei social media, crea una bolla, una visione "miope e polarizzata" del mondo.

Confrontarsi con "i diversi" è invece una ricchezza inestimabile. Se affrontato con un dialogo costruttivo, può portare solo a risultati positivi: o rinforziamo le nostre convinzioni dopo averle messe alla prova, o le miglioriamo, accogliendo nuovi elementi. In entrambi i casi, ne usciamo arricchiti.
Durante un volo, un uomo russo accusò il maestro di essere "Tra gli esseri più egoisti che esistono" perché i monaci, a suo dire, fuggono dalle difficoltà della vita laica. Invece di mettersi sulla difensiva, il maestro si incuriosì e ascoltò. La sua reazione interiore fu immediata e umile: "Guarda, ha ragione". Pur sapendo che la sua vita era tutt'altro che una fuga, riconobbe una verità in quella prospettiva, un punto di vista che non aveva mai considerato e che arricchì la sua comprensione.

Forse l'esempio più potente di questa apertura mentale viene dalle antiche università monastiche indiane come Nalanda. Esisteva una tradizione radicale: un filosofo di un'altra scuola poteva presentarsi alle porte e sfidare il monastero a un dibattito pubblico. La regola era ferrea: se lo sfidante vinceva, il maestro sconfitto e la sua intera istituzione dovevano convertirsi alla scuola di pensiero del vincitore. Questa pratica illustra una cultura in cui la ricerca della verità era considerata infinitamente più importante dell'identità o dell'appartenenza a un gruppo.

Non dobbiamo temere chi la pensa diversamente. Dobbiamo piuttosto temere la chiusura mentale che deriva dal non voler mai mettere in discussione le nostre certezze.

Conclusione: il tuo vero potere è dentro di te

Tutte queste lezioni convergono su un'unica verità: il nostro focus non dovrebbe essere su cosa ci accade, ma su come scegliamo di viverlo e su chi diventiamo attraverso le esperienze.
La nostra sofferenza nasce spesso dal divario tra la realtà e le nostre immagini idealizzate (lezione 1). Queste immagini creano le ferite interiori che le difficoltà della vita non fanno altro che illuminare (lezione 2). Un modo pratico per guarire queste ferite nelle nostre relazioni è coltivare le qualità altrui con un obiettivo alto e aspettative basse (lezione 3). E l'allenamento definitivo per questa forza interiore è aprirsi al confronto con il diverso, mettendo la ricerca della verità al di sopra del bisogno di avere ragione (lezione 4).

Non abbiamo il controllo sul mondo esterno, ma questa consapevolezza, invece di essere scoraggiante, è liberatoria. Ci restituisce il potere dove conta davvero: dentro di noi. Abbiamo il potere di coltivare le nostre risorse interiori, di trasformare ogni difficoltà in un allenamento e di relazionarci al mondo con saggezza e compassione.
Invece di chiederci con ansia "Cosa mi succederà?", proviamo a porci una domanda diversa, una domanda che ci restituisce il nostro potere: "Chi scelgo di diventare?".
Non vediamo mai il mondo per quello che è davvero. Lo vediamo sempre attraverso i nostri filtri personali, come se indossassimo occhiali invisibili che non possiamo togliere. Questi filtri non sono casuali: sono il frutto della nostra storia, delle esperienze vissute, dell’educazione ricevuta e soprattutto delle ferite emotive che ci portiamo dentro.
Per questo due persone possono vivere la stessa identica situazione e raccontarla in modi completamente opposti. Non reagiamo agli eventi per ciò che sono in sé, ma per quello che toccano dentro di noi. Il mondo esterno non è una finestra oggettiva: è uno specchio che riflette il nostro stato interiore.
Quando proviamo rabbia, paura o tristezza, non è l’evento in sé a generarle: è la risonanza con una ferita irrisolta che portiamo dentro. Se quella ferita non c’è, la stessa situazione scivola via senza lasciare traccia. In questo senso, i nostri filtri percettivi sono la radice della sofferenza. E la sofferenza cresce ancora di più quando la realtà non coincide con le immagini idealizzate che ci costruiamo nella mente.
Ci immaginiamo come dovrebbe comportarsi un buon amico, come dovrebbe agire una madre, come dovrebbe essere una relazione. Poi, inevitabilmente, la vita non corrisponde a quella foto perfetta e ci arrabbiamo non tanto con la persona davanti a noi, ma con la distanza tra ciò che è e ciò che pensiamo che dovrebbe essere. Quel divario non è solo delusione: è il dito che va a premere su ferite già aperte, come il bisogno di controllo o la paura di non essere abbastanza.
In realtà, gran parte della nostra sofferenza non nasce da come le cose sono, ma dal fatto che non sono come noi pretendiamo che siano.
La chiave, allora, è l’accettazione. Ma attenzione: accettare non significa arrendersi, subire o rassegnarsi. È tutt’altro. Accettare vuol dire smettere di lottare contro ciò che è già accaduto, smettere di sprecare energia nel cercare colpevoli e usarla invece per cercare soluzioni e crescere. È un atto di intelligenza strategica, non di debolezza.
Accettare è scegliere di investire il 100% della nostra energia in ciò che possiamo trasformare: noi stessi. È riconoscere che non possiamo controllare il mondo esterno, ma abbiamo un potere enorme su come lo viviamo.
Il vero campo di battaglia non è fuori di noi, ma dentro. Non si tratta di piegare la realtà ai nostri desideri, ma di guarire le nostre ferite e liberarsi dalle immagini idealizzate che ci incatenano. Ogni difficoltà, in questo senso, non è un ostacolo ma un maestro che ci mostra dove lavorare.
La prossima volta che la realtà vi delude, fermatevi e chiedetevi: “Che cosa sta toccando questa situazione dentro di me? Quale parte ferita chiede la mia attenzione?” Il lavoro autentico non è cambiare il mondo, ma guarire noi stessi.
Ogni esperienza, bella o dolorosa, ci lascia un’eredità. Non conta tanto cosa abbiamo vissuto, ma chi siamo diventati grazie a quello che abbiamo vissuto. È questa trasformazione interiore a restare con noi, molto più a lungo di qualsiasi evento.
Il messaggio finale è semplice ma rivoluzionario: non è importante cosa accade, ma come scegliamo di viverlo. Non abbiamo potere sugli eventi, che sono impermanenti come un sogno. Abbiamo però la libertà, qui e ora, di decidere chi vogliamo diventare in mezzo a quegli eventi.
La vera forza sta in questa scelta. È lì che nasce la serenità.

Workbook: Guarire interiormente attraverso la saggezza

Insegnamento 1: l'impermanenza e il peso dell'esperienza interiore

Principio
Dare più peso a come si vive l'esperienza che all'esperienza in sé.
Le situazioni esterne sono effimere e passeggere, ma la trasformazione interiore che ne deriva persiste.

Spiegazione
Tutte le esperienze, per quanto intense o lunghe sembrino, sono soggette all'impermanenza e finiscono. Rimanere attaccati a ciò che inevitabilmente cambierà o finirà è una fonte di sofferenza. Ciò che rimane dopo un evento — sia esso un anno difficile o una perdita, un conflitto — sono i risultati materiali, le relazioni a medio/lungo termine, ma soprattutto, la nostra propria esperienza interna: chi siamo diventati dopo quella situazione.

Esempio
Lama Michel cita l'esempio di una persona che ha sofferto per circa 10 anni a causa di determinate condizioni, ma che oggi sta bene nonostante le ragioni per cui soffriva continuino ad esistere. Questo dimostra che il controllo non risiede nell'eliminare la causa esterna, ma nel modo in cui si sceglie di vivere ciò che accade, diventando più maturi, forti e saggi.

Esercizio pratico

Riflessione sull'impronta (impermanenza e continuità)

  1. Analisi del passato recente: Pensa a un momento difficile o a una sfida significativa che hai affrontato negli ultimi 12 mesi.
  2. Identificazione dei residui: Che cosa rimane oggi di quell'esperienza? (Memoria, effetti materiali, relazioni).
  3. La trasformazione: Concentrati sull'impronta interiore:
    • Chi eri prima di quella situazione?
    • Chi sei oggi dopo averla vissuta?
    • Come ha contribuito quella difficoltà (o quella persona) alla tua crescita interiore? (Lama Michel Rinpoche cita la profonda gratitudine per chi ci ha permesso di affrontare certi aspetti di noi stessi).
  4. Impegno quotidiano: Quando sorge una difficoltà, invece di consumare energia lamentandoti (il lamento non risolve dopo le prime tre volte), concentrati sul chiederti: "Cosa posso imparare da questo per trasformarmi in meglio?".

Insegnamento 2: la consapevolezza e la guarigione delle ferite interne

Principio
Le situazioni esterne sono filtri e leve per riconoscere e guarire i nostri conflitti interni non risolti.

Spiegazione
Di fronte alle difficoltà (conflitti, ansia, paura), dobbiamo evitare due reazioni comuni:

  1. L'evitamento: fare finta di nulla, che porta all'esplosione, all'implosione o alla malattia.
  2. Il conflitto: lasciarsi trascinare, vittimizzarsi e incolpare l'esterno (dire "è colpa di questo/quell'altro"), alimentando sofferenza mentale e malattia.

La terza via è la consapevolezza: riconoscere che ogni situazione esterna (una persona, un'immagine) è un "suono che risuona" su una ferita aperta dentro di noi. Il dolore non viene dalla situazione in sé (la carezza), ma dalla ferita. Utilizzare la difficoltà non per cambiare unicamente l'esterno, ma come una leva per riconoscere la nostra ferita e guarirla. Se non risolviamo una situazione, la vita ha la tendenza a ripeterla.

Esempio
L'immagine della carezza sulla ferita aperta. Se qualcuno ci colpisce sulla spalla ma siamo sani, non succede nulla; se ci fanno una carezza su una ferita aperta, proviamo dolore. La causa del dolore è la ferita.

Esercizio pratico

Tecnica di identificazione del filtro (la risposta alla risonanza)

  1. Mappatura della reazione: richiama alla mente una situazione (relativa a un rapporto, una notizia, un evento sociale) che ti ha recentemente generato una reazione sproporzionata (rabbia, rancore, ansia).
  2. Riconoscimento del segnale: riconosci che la tua reazione evidenzia filtri che non vanno bene o ferite interiori.
  3. Riflessione sulla causa: chiediti: "Se non avessi questa paura/incertezza/trauma (la ferita), questa situazione mi farebbe soffrire allo stesso modo?".
  4. Impegno di guarigione: invece di investire energia nel litigare con il mondo esterno per cercare il colpevole, focalizza l'energia sulla soluzione e sulla crescita interna.
    Impara a reagire in modo diverso.

Insegnamento 3: l'accettazione e la dissoluzione delle aspettative

Principio
La maggior parte della sofferenza non viene da come le cose sono, ma dal fatto che non sono come secondo noi dovrebbero essere. L'obiettivo è relazionarsi con le qualità, non con i difetti.

Spiegazione
Noi creiamo costantemente un'immagine idealizzata ("fotografia") delle persone e delle categorie (madre, figlio, amico, famiglia). Quando la persona non corrisponde a questa immagine idealizzata, ci sentiamo traditi o soffriamo, pensando che la realtà sia sbagliata.

Accettare significa non avere la pretesa che l'altro debba essere diverso da ciò che è, evitando di sprecare energia nell'opporsi a ciò che è accaduto. Accettare permette di relazionarsi con le qualità dell'altro. Questo si applica anche al confronto con pensieri diversi: dobbiamo evitare l'attaccamento all'idea di avere ragione (shengo), poiché ciò chiude la porta all'apprendimento e al dialogo.

La formula virtuosa per la vita e i rapporti è: obiettivo alto, aspettative basse, sforzo costante.

Esempio

  1. Il Pancake: L'esempio dell'albergo a Borobudur, dove la gente si arrabbiava furiosamente perché il pancake che riceveva non corrispondeva all'immagine idealizzata del pancake che doveva ricevere.
  2. Lama Gangchen e Duccio: Lama Gangchen, pur trovando il primo dipinto "brutto," si è relazionato con il potenziale e le qualità di Duccio, commissionandogli altri lavori e aiutandolo a migliorare, piuttosto che criticando il difetto iniziale.
  3. I Tasselli Mungo: Lama Michel non ha sprecato tempo a litigare col fornitore sbagliato per i tasselli, ma ha messo l'energia nella soluzione (andare in Svizzera).

Esercizio pratico

Decostruzione dell'immagine idealizzata e ricerca delle qualità

  1. Analisi del rapporto (la fotografia): Scegli un familiare o un amico con cui hai un conflitto o una tensione ricorrente.
    • Qual è l'immagine idealizzata che hai di quella persona o della sua categoria (es. "un padre non dovrebbe...")?
    • Come questa immagine idealizzata ti fa soffrire quando non viene soddisfatta?
  2. Pratica di accettazione (rilascio della pretesa): Riconosci che la persona non corrisponde e non corrisponderà mai alla tua illusione/proiezione. Rilascia la pretesa che debba essere diversa da ciò che è.
  3. Il Metodo Lama Gangchen: Elenca 3-5 qualità positive o potenziali che vedi in quella persona.
  4. Interazione coerente: Determina un modo in cui puoi interagire in maniera virtuosa e gentile con quella persona, indipendentemente da come si comporta lei con te. La tua gentilezza è una tua scelta e coerenza.

Insegnamento 4: coltivare l'obiettivo trascendente e iniziare in modo virtuoso

Principio
L'energia mentale deve essere diretta verso la soluzione e la crescita spirituale, evitando il lamento e l'attaccamento a ciò che è effimero. La vita deve essere uno strumento per un obiettivo più alto.

Spiegazione

A. sforzo sulla soluzione, non sul conflitto

Il Rinpoche consiglia che per affrontare la vita in modo costruttivo, è fondamentale gestire l'energia mentale e non sprecarla nel "lamentarsi" o nel cercare il colpevole. Il lamento, dopo le prime tre volte, "non serve la quarta" e "consuma la giornata" nel fissarsi su ciò che non è come dovrebbe essere.
L'energia deve essere messa nel "come risolverlo". Quando ci si concentra sulla soluzione, essa si trova. Se si spreme la sabbia, non ne uscirà l'olio.

B. la formula del successo e l'obiettivo trascendente

Per un approccio efficace nella vita e nelle relazioni, la sintesi è: "obiettivo alto, aspettative basse, sforzo costante".

È importante non rimanere "bloccati nelle piccolezze della vita quotidiana". Quando si ha un obiettivo profondo, bello, virtuoso e gioioso che trascende le difficoltà presenti, esse diventano "relative". L'esempio più alto di questo obiettivo è essere un Bodhisattva—un essere che si basa sull'amore, la compassione e la saggezza, ed è a servizio degli altri.

C. l'apertura al diverso e l'evitamento dell'attaccamento ad "aver ragione"

Per la crescita interiore, è essenziale non "rimanere chiusi sempre solo fra i simili". La tendenza naturale, infatti, è cercare persone che la pensano come noi per "rassicurarci che quello che stiamo facendo e pensando è giusto", ma questo porta a una visione sempre più "miope e polarizzata".
Il confronto con un pensiero diverso è una ricchezza. Quando si affronta in modo costruttivo un pensiero diverso, le possibilità sono due: o si rinforza il proprio punto di vista, o si trasforma.
È necessario evitare il forte attaccamento all'idea di "aver ragione". Questo attaccamento è chiamato in tibetano shengo, una sorta di attaccamento all'appartenenza. Quando siamo attaccati all'aver ragione, "Ci chiudiamo le porte delle possibilità di imparare e di aprire la nostra visione".
La coerenza logica e la ricerca della verità dovrebbero valere di più della semplice appartenenza o dogma.

Esercizio pratico

1. Il proposito del Bodhisattva

Rifletti sull'obiettivo trascendente che desideri coltivare. Non è un obiettivo materiale, ma una qualità profonda o un modo di essere che porti beneficio agli altri.

  • Qual è il tuo "obiettivo alto" per l'anno a venire (es. sviluppare una pazienza incrollabile, coltivare la compassione per tutti gli esseri, essere un servizio virtuoso)?
  • In che modo questo obiettivo può rendere "relativa" una difficoltà quotidiana (ad esempio, un litigio per un parcheggio, una coda infinita)?

2. Dalla lamentela alla soluzione (la pratica dei tasselli)

Identifica un'area della tua vita (lavoro, famiglia, salute) dove tendi a cadere nella lamentela o nel "doppio monologo".

Difficoltà
Lamentela

Energia che stai sprecando
(es. incolpando l'esterno)

Azione di soluzione

Esempio: Il mio collega non collabora.

Mi lamento con altri, pensando "Non dovrebbe essere così."

Cosa posso fare io per interagire in modo diverso o creare un sistema che aggiri il problema?

La tua difficoltà:

La tua energia sprecata:

La tua soluzione virtuosa:

3. la ricchezza del diverso (shengo)

Ricorda il concetto tibetano di shengo (l'attaccamento all'appartenenza/all'aver ragione).

  1. Identifica un argomento (sociale, etico, politico) sul quale hai una convinzione molto forte e incontri spesso persone che pensano in modo "diverso".
  2. Quando ti confronti con un'opinione opposta, qual è il tuo istinto (chiuderti, cercare conferma, combattere per "aver ragione")?
  3. Impegno all'apertura: durante il prossimo confronto, pratica l'ascolto con l'intenzione di comprendere la logica dell'altro (come il maestro che studiò la dottrina avversaria per sette anni). Cosa potresti imparare o come potresti rafforzare la tua visione se non fossi attaccato alla necessità di vincere il dibattito?

Nessun commento:

Posta un commento