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martedì 23 settembre 2025

Un metodo per trasformare l’avversione

 

Secondo Lama Michel Rinpoche, l’avversione non è solo un’emozione negativa da reprimere, ma un ingranaggio complesso in cui restiamo incastrati. La sofferenza che ne deriva non dipende dall’oggetto della nostra rabbia, bensì dalla nostra incapacità di distinguere l’azione di una persona dalla persona stessa. A questo si aggiunge la tendenza della mente a costruire narrative che alimentano e giustificano i sentimenti negativi. Per liberarci da questo peso, Lama Michel propone un metodo pratico che si sviluppa in più fasi:

Fase 1: riconoscere il meccanismo

Il primo passo è la comprensione. Dobbiamo imparare a svelare il meccanismo che ci imprigiona, vedendo la sua falsità e i danni che provoca. Di solito segue uno schema:

  1. L’evento scatenante: accade qualcosa, un gesto o una parola che ci ferisce.

  2. La generalizzazione: invece di giudicare l’azione, giudichiamo l’intera persona (“bicchiere sei cattivo”).

  3. La nascita dell’avversione: nasce rabbia o odio, che colora tutta la percezione dell’altro.

  4. Il ciclo della giustificazione: per sentirci coerenti, alimentiamo una narrativa che rinforza l’avversione, cercando costantemente prove che confermino il nostro giudizio, anche quando il motivo originale è scomparso.

Accorgersi di questa dinamica è già una liberazione. Significa smettere di sentirsi vittime e riconoscere che la causa della sofferenza non è “l’altro”, ma la nostra incapacità di distinguere l’azione dalla persona. È il primo passo verso la libertà interiore.

Fase 2: I livelli del lavoro interiore

Una volta compreso il meccanismo, inizia la pratica vera e propria, che si articola su tre livelli.

Primo livello: la distanza di sicurezza
Quando l’avversione è intensa, il primo passo è mantenere una distanza di protezione dall’oggetto della rabbia. Non per colpevolizzare l’altro, ma per riconoscere la nostra vulnerabilità: se resto vicino, rischio di dire o fare cose che feriscono. È una misura temporanea, necessaria per evitare il danno. Ma fuggire senza trasformare l’emozione non serve: prima o poi ci ritroveremo davanti alla stessa sfida.

Secondo livello: lavorare con l’emozione
Qui si entra nel cuore della pratica:

  1. Generare consapevolezza: imparare a riconoscere rabbia e avversione quando sorgono. Anche se ancora ci travolgono, vederle è già un progresso.

  2. Osservare senza seguire né reprimere: riconoscere l’emozione senza darle seguito (“guarda cosa ha fatto…”) e senza schiacciarla con la forza (“non devo arrabbiarmi!”). Come un’abitudine antica, l’emozione può sorgere, ma noi impariamo a guardarla passare.

  3. Dare continuità: la pratica richiede costanza, altrimenti le vecchie abitudini tornano. L’osservazione non reattiva va coltivata giorno dopo giorno.

Terzo livello: generare l’antidoto
Una volta stabilizzati nella consapevolezza, possiamo creare attivamente l’antidoto: coltivare sentimenti positivi verso l’altro, come empatia o compassione. Lama Michel Rinpoche propone l’idea di trovare un “luogo sicuro”:

  • In terapia di coppia, ad esempio, uno psicoterapeuta chiede ai partner in crisi di raccontare come si sono conosciuti. Ricordare momenti felici cambia la chimica del corpo, riaccende ossitocina ed empatia.

  • Così, in un conflitto, invece di insistere sul punto di disaccordo, possiamo cercare un terreno condiviso: un’attività piacevole, un ricordo comune, un aspetto positivo dell’altro. Questo diventa uno spazio protetto dove ricostruire connessione e fiducia.

  • Attenzione però: non si tratta di ignorare il conflitto, ma di creare la base emotiva per affrontarlo con lucidità.


Il senso profondo della pratica

Questo metodo non è un espediente per “andare d’accordo” con tutti, ma un cammino per rimanere fedeli ai nostri principi sani: sincerità, rispetto, amorevolezza. È un percorso che richiede impegno, ma che alla lunga è molto meno faticoso che vivere intrappolati nel rancore. Come sottolinea Lama Michel Rinpoche, allenarci in questo modo ci permette di riconoscere le dinamiche interiori, trasformare il veleno dell’avversione e generare dentro di noi uno spazio di libertà e dignità.

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