Il tempo, dice Lama Michel, è strettamente legato al bisogno di controllo e alle aspettative che creiamo. Decidiamo quanto durerà un compito, fissiamo quando arriveremo, immaginiamo come andranno le cose. Se la realtà non corrisponde a ciò che avevamo previsto, nasce subito stress, frustrazione e nervosismo. Non è il tempo in sé a farci soffrire, ma la rigidità con cui vogliamo controllarlo. La mente, imprigionata in questa dinamica, reagisce come se fosse minacciata: ecco l’ansia, la fretta, la sensazione di dover sempre “recuperare”.
Lama Michel Rinpoche racconta un episodio: un lungo viaggio in pullman attraverso la Mongolia. All’inizio, la domanda che molti si ponevano era quella tipica di ogni viaggiatore: “Quando arriviamo?”. I navigatori promettevano poche ore di percorso, ma la realtà era molto diversa: viaggi di 14 ore al posto delle 3 previste.
La “bellezza” di quell’esperienza è stata accorgersi che, dopo un po’, smettere di chiedere “quando arriveremo” diventava naturale. La tensione svaniva e al suo posto subentrava un senso di accettazione e presenza. La vera lezione era chiara: “Non è più così importante quando arrivo; ciò che conta è come vivo mentre sto andando”. Guardare il paesaggio e dimenticarsi dell’orologio diventava non solo possibile, ma liberatorio.
Questa lezione si applica direttamente alla vita quotidiana. Ci sono molti momenti in cui l’orologio non dovrebbe governarci, ma noi glielo permettiamo. Quando siamo a tavola. Quante volte mangiamo di fretta, già pensando a ciò che dobbiamo fare dopo? Se ci concediamo di mangiare con calma, masticando con consapevolezza, senza controllare il telefono o guardare l’ora, il pasto diventa un atto di nutrimento del corpo e della mente. È un piccolo spazio di libertà dal tempo.
Quando camminiamo. Spesso, anche se non abbiamo appuntamenti, acceleriamo il passo come se dovessimo arrivare subito. Possiamo scegliere di camminare più lentamente, respirando, guardando intorno a noi. Non si tratta di arrivare tardi o di trascurare gli impegni, ma di distinguere i momenti in cui la fretta è reale da quelli in cui è solo un’abitudine mentale. In quei momenti, rallentare è un atto di gentilezza verso se stessi.
Nelle conversazioni. Capita spesso di avere la sensazione di “dover chiudere in fretta” una chiamata o una chiacchierata perché il tempo stringe. Ma se ci accorgiamo che non c’è nulla di urgente, possiamo lasciarci andare all’ascolto e alla presenza. Scopriremo che le parole diventano più sincere e il legame più autentico. Non è questione di durata, ma di qualità del momento.
Rinpoche ci invita a semplificare la vita: ridurre le decisioni inutili, non alimentare aspettative rigide, imparare a non correre quando non è necessario. Non sempre possiamo ignorare gli orari, ma possiamo riconoscere quei momenti in cui la fretta non serve e in cui la vita ci offre l’occasione di respirare. Sono atti semplici, ma profondi: ci liberano da uno stato di prigionia invisibile e ci restituiscono il gusto di vivere con autenticità e pace interiore.
Come sottolinea Lama Michel Rinpoche, l’attaccamento al tempo ci rende schiavi di un’illusione: crediamo che più corriamo, più tempo guadagneremo. Ma così facendo perdiamo il presente e ci allontaniamo dalla pace. L’insegnamento è quindi un invito a coltivare consapevolmente spazi di libertà dal tempo: momenti in cui possiamo permetterci di vivere senza l’assillo dell’orologio. In quei momenti il tempo smette di essere padrone, e torna a essere un semplice compagno di viaggio.

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