È difficile nascondere il risentimento. Anche quando non lo esprimiamo apertamente, il corpo lo tradisce: la tensione del volto, la rigidità delle spalle, il tono della voce tagliente o sarcastico... L’altro, anche senza parole, percepisce il nostro stato d’animo. Come dice lo psicologo Paul Ekman, “I pensieri sono privati, le emozioni sono pubbliche”.
Ma da dove nasce questo risentimento? Se andiamo in profondità ci accorgiamo che il risentimento nasce da un seme preciso: l'aspettativa non soddisfatta. Desideriamo — a volte pretendiamo — che l’altro si comporti secondo la nostra visione, che sia come lo vogliamo noi. Così sorge dentro di noi una voce sottile ti accetto… se. Se mi rispetti. Se mi ascolti. Se non mi ferisci. Se condividi la mia visione.
“Quando il nostro amore dipende da ciò che riceviamo in cambio, non è vero amore. È attaccamento.”
Non si tratta di negare i difetti o idealizzare l’altro, ma di scegliere consapevolmente dove dirigere la nostra attenzione. Anche chi ci ha ferito ha dentro di sé una qualità, un gesto gentile, una parte non vista. E se coltiviamo lo sguardo sulle qualità, la nostra mente si apre.
Amare chi ci è simpatico è facile. Sentire empatia per chi la pensa come noi è spontaneo. Ma la vera trasformazione avviene quando impariamo ad aprire il cuore anche verso chi ci è difficile. Non si tratta di approvare i comportamenti sbagliati, ma di riconoscere l’umanità dell’altro, con le sue fragilità, le sue paure, i suoi condizionamenti.
Nel buddhismo, questo si chiama mettā: benevolenza incondizionata. È una qualità del cuore che si estende senza confini. Il Buddha diceva che dobbiamo svilupparla come una madre che protegge il suo unico figlio, senza riserve, senza condizioni. Un amore che non dipende da come l’altro si comporta, ma nasce da una mente libera, ampia, stabile.
Quando pratichiamo mettā verso qualcuno che ci ha ferito, qualcosa cambia dentro di noi. All’inizio può sembrarci forzato, innaturale. Ma con la pratica, impariamo a vedere oltre l’errore. Riconosciamo che anche l’altro, come noi, desidera essere felice. Che anche lui ha sofferto. Che forse agisce con inconsapevolezza, ma non con cattiveria.
L’accettazione incondizionata non è rassegnazione. È una forma attiva di saggezza.
È la libertà di non essere schiavi del risentimento. Di non portare nel cuore il veleno del giudizio. Di scegliere, ogni giorno, di coltivare comprensione.
Il Buddha stesso ci ha lasciato un insegnamento potente:
“L'odio non cessa con l'odio, ma solo con l'amore; questa è la legge eterna.” (Dhammapada, verso 5)
Il risentimento ci consuma dall’interno. L’amore, invece, ci libera. E non parlo di un amore romantico o sentimentale, ma di quella profonda capacità di vedere l’altro così com’è, e accoglierlo. Anche quando ci sfida. Anche quando ci fa da specchio.
“Se non puoi praticare pazienza con i tuoi nemici, con chi la praticherai? I tuoi amici non ti mettono alla prova.”
Chi ci fa soffrire diventa il nostro maestro. È facile a dirsi, difficile a vivere… ma è vero. L’altro ci mostra i punti dove siamo ancora attaccati, ancora rigidi, ancora chiusi. E proprio lì possiamo lavorare.
È in questo spazio che nasce la pace. Dentro di noi, e nel mondo.

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