L’autoprotezione è stata per me una compagna fedele, soprattutto nei momenti più difficili. Mi ha offerto sicurezza quando il mondo sembrava troppo ostile, ma col tempo ho capito che quella stessa sicurezza mi teneva lontana da molte esperienze. Mi proteggeva dal dolore, è vero, ma mi privava anche della possibilità di crescere. È come un rifugio sicuro che col tempo si trasforma in una gabbia.
L’autoprotezione è nata come una difesa, e devo ammettere che mi ha salvata in molte occasioni. Quando ho vissuto momenti di grande dolore, mi ha permesso di evitare situazioni che avrebbero riaperto ferite profonde. Ho imparato a evitare il rifiuto, il giudizio e l’abbandono, costruendo attorno a me un muro invisibile che mi proteggeva.
Durante l’infanzia, soprattutto, l’autoprotezione è stata fondamentale. Ero troppo fragile per affrontare certe difficoltà da sola, e questa strategia mi ha aiutata a sopravvivere emotivamente. Mi ricordo di come mi rifugiassi nella mia “comfort zone” per sentirmi al sicuro. Restare in quel piccolo spazio protetto mi faceva sentire stabile, come se niente potesse ferirmi davvero. Era un modo per evitare il rischio, per controllare ciò che accadeva attorno a me.
Col tempo, però, ho iniziato a sentire il peso di quella protezione. Quello stesso scudo che un tempo mi faceva sentire al sicuro è diventato un limite. Mi sono accorta che continuavo a evitare situazioni che avrebbero potuto farmi crescere. La paura di fallire o di soffrire mi tratteneva, impedendomi di fare esperienze che avrebbero potuto arricchirmi.
Più evitavo, più mi sentivo bloccata in un circolo vizioso. Procrastinavo per paura di sbagliare, ma ogni volta che rimandavo qualcosa aumentava la mia ansia. Sentivo il peso della mia stessa protezione, come se mi avesse intrappolata. Mi sono resa conto che le mie scelte non erano più libere: non decidevo in base a ciò che desideravo, ma per evitare ciò che temeva.
E poi, paradossalmente, ho capito che quella protezione stava creando nuova sofferenza. L’ansia cresceva, e con essa anche una sensazione di tristezza profonda. I sintomi fisici non mancavano: tensioni, mal di testa, spossatezza. Mi sono accorta che stavo pagando un prezzo troppo alto per quella falsa sicurezza.
Uscire da questa dinamica non è facile, ma ho iniziato a lavorarci. Ho imparato a essere più gentile con me stessa. Mi sono resa conto che l’autoprotezione non è un fallimento, ma un modo che il mio ego ha trovato per proteggermi. È un tentativo di difesa, maldestro forse, ma nato da un bisogno autentico di sicurezza.
Un passo importante è stato imparare a osservare i miei pensieri e le mie emozioni senza giudicarmi. Ho iniziato a prestare attenzione ai segnali del mio corpo e della mia mente, riconoscendo quando stavo attivando quei meccanismi di difesa. Tenere un diario mi ha aiutata a mettere nero su bianco le mie emozioni, a vederle con più chiarezza.
Ma la parte più difficile è stata affrontare le ferite del passato. Ho dovuto rielaborare quei dolori che avevo cercato di nascondere per anni. Ho capito che non potevo più scappare: dovevo dare un nuovo significato a quelle esperienze, integrarle nella mia storia in modo che smettessero di farmi male.
Sto cercando di costruire una nuova narrazione di me stessa. Non voglio più essere la persona che si nasconde dietro la paura. Ogni piccolo passo avanti, ogni piccolo successo è un traguardo che mi permette di fidarmi un po’ di più di me stessa.
Superare l’autoprotezione è un percorso impegnativo, ma so che ne vale la pena.
Ispirazione:
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