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sabato 31 maggio 2025

Smettiamo di vittimizzarci - Lama Michel Rinpoche (paradigmi, utopia, vittimizzazione e cambiamento)

 

Spesso ci troviamo intrappolati in schemi mentali disfunzionali senza nemmeno accorgercene. Questi paradigmi generano disagio, ma la consapevolezza arriva, forse, solo dopo aver toccato il fondo. È lì che può nascere il bisogno di un percorso interiore — psicologico, filosofico, spirituale — come via per risalire, per uscire dal fango e riprendere fiato. Almeno, per me è andata così. E guardandomi intorno vedo molte persone che vivono in un equilibrio precario, senza sapere che esistono alternative. Mi viene in mente Fahrenheit 451 di Ray Bradbury: una società anestetizzata, dove nessuno si rende conto di quanto sia manipolato dal sistema.

C'è una cosa che, alla fine dei conti, vogliamo tutti. Ma proprio tutti. Non importa chi siamo, da dove veniamo, in cosa crediamo. Vogliamo essere felici e non vogliamo soffrire. Fine. Questo è il punto di partenza.
Anche le cose che facciamo che sembrano fuori di testa (e diciamocelo, ne facciamo di cose folli come umani!), le facciamo perché, in fondo, pensiamo che siano il modo migliore per stare bene noi stessi e non soffrire. Crediamo, magari per ignoranza, che quella sia la strada giusta.
Ora, il punto è: come si arriva a questa felicità? Qui è dove si crea la prima grande "biforcazione". In base a come vediamo il mondo, ci dividiamo in due paradigmi diversi.
i paradigmi in cui viviamo non sono interamente creati da noi, ma li abbiamo ereditati in gran parte dal contesto culturale, sociale e dall'educazione ricevuta. Le nostre esperienze di vita sono altrettanto fondamentali nel modellare il nostro paradigma, creando "memorie emozionali" e abitudini di reazione. Ciò che viviamo non è solo un riflesso degli eventi esterni, ma spesso sperimentiamo il mondo attraverso i filtri delle nostre emozioni e di ciò che abbiamo dentro.
Lama Michel Rinpoche definisce i paradigmi o "visioni di mondo" non come semplici concetti mentali, ma come il modo profondo in cui ognuno percepisce e vive la realtà. È una totale certezza riguardo a una visione generale della realtà.

Il paradigma dell’”Utopia materialista": questo è un modo di vedere le cose dove si crede che la felicità (chiamiamolo pure il "Nirvana", lo stato in cui si sta bene e non si soffre) si ottenga principalmente cambiando le cose fuori di noi. Pensieri tipo: "Sarò felice quando avrò i soldi per permettermi ciò che voglio, quando le persone si comporteranno come voglio io, quando il mio corpo sarà perfetto, quando tutti mi valideranno". È come se si costruisse un'immagine di come dovrebbe essere il mondo (lavoro, persone, aspetto, tutto!) e si crede che, quando sarà così, finalmente si starà bene. Cosa si fa, quindi? Si passa il tempo a cercare di ottenere quello che si desidera, evitare quello che non si vuole e tenere stretto quello che non si vuole perdere. Lo stress, la sofferenza, in questa visione, vengono dal non avere quello che si vuole, dall'avere quello che non si vuole o dal perdere quello a cui si è legati. E l'attaccamento più grande di tutti? È all'idea di come, secondo chi ha questo paradigma, le cose devono essere.
È assurdo quanto si è attaccati alla personale versione della realtà. Ma, onestamente, Lama Michel non ha mai visto nessuno raggiungere una felicità sostenibile a lungo tempo cercando di controllare il mondo esterno, i soldi, il potere, ecc.…. Quindi se non si ottiene ciò che si vuole, si prova insoddisfazione, ansia, frustrazione, rabbia, invidia. Il corpo si tende, sale il cortisolo e si sta mentalmente e fisicamente peggio.
La realtà è impermanente, e le cose che si vogliono trattenere o che si cercano di ottenere sono in costante trasformazione. Il tentativo di controllare il mondo esterno porta a soffrire non tanto per ciò che è, ma per ciò che dovrebbe essere secondo l’idea individuale e non è. Questa illusione che tutto andrà bene quando non ci saranno più problemi è qualcosa che "non regge".

Il paradigma dell’”Utopia spirituale", che non ha nulla a che fare con le religioni: qui si crede che la felicità, lo stare bene, si raggiunga principalmente con una trasformazione interiore. Dipende da come si interagisce con il mondo, non tanto da come è il mondo fuori.  Questa visione si concentra sullo sviluppo di stati interiori sani (generosità, amore, gratitudine, eccetera) che portano benessere, riconoscendo che stati negativi (avidità, egoismo, rabbia, ansia, scontentezza, eccetera) causano sofferenza e stress.

Il passaggio a questo paradigma è definito come un cambiamento di direzione e un cambio di paradigma. Non è qualcosa di automatico o magicamente innato (sebbene, nel contesto buddista, una parte possa essere portata di vita in vita), ma richiede sforzo, pazienza, concentrazione, attenzione e costanza.
Si tratta di un processo graduale, un allenamento quotidiano che avviene nelle circostanze di vita ordinarie e nelle difficoltà. È l'imparare a "veleggiare o surfare" sull'onda della realtà adattandosi ad essa, piuttosto che cercare di controllarla. Questo apprendimento implica osservare sé stessi attraverso le interazioni con gli altri, accogliere le proprie contraddizioni, riconoscere le proprie abitudini (anche quelle dannose come la vittimizzazione), far tesoro delle esperienze quotidiane (quando rispondiamo male, quando abbiamo un gesto gentile senza aspettarci nulla, quando togliamo qualcosa o siamo generosi), osserviamo come ci sentiamo dopo ogni pensiero, frase azione e cerchiamo di scegliere consapevolmente quali aspetti nutrire…di mettere energia negli aspetti che ci fanno stare bene in modo sostenibile e a lungo.

Ognuno vive nel suo paradigma, ed è come se usassimo filtri diversi per guardare la stessa cosa. Parliamo tra noi, ma è come se cercassimo di capirci parlando lingue diverse, usando le stesse parole ma intendendo cose totalmente opposte. Capire che ognuno vive nel suo paradigma è saggezza, non cerchiamo di far vivere tutti nel nostro.

Spesso soffriamo non per quello che c'è, ma per quello che secondo noi dovrebbe esserci e non c'è. È basato sulla nostra idea di come le cose dovrebbero andare. E quando stiamo male per le nostre tensioni interne (rabbia, ansia, senso di ingiustizia, frustrazione, eccetera), cosa facciamo spesso? Ci vittimizziamo! "Sto male, ma non è colpa mia! È colpa tua che hai fatto quello!". Invece di guardare dentro, diamo la colpa fuori. Ma se non ci prendiamo cura di noi stessi e non cerchiamo di stare bene, non possiamo aspettarci che siano gli altri a farlo al posto nostro.
La vita non è un film dove "Vissero felici e contenti per sempre". Le difficoltà sono normali e importantissime! Sono le opportunità per imparare e a renderci conto a che punto siamo attraverso il modo di gestire la situazione che abbiamo di fronte. Invece di lamentarci possiamo domandarci “Questo è, cosa posso fare?”

Un altro aspetto: siamo pieni di contraddizioni! Non siamo un blocco unico. Ci sono momenti in cui siamo gentili, momenti in cui non lo siamo. A volte diciamo la verità, a volte cediamo alla bugia. Accoglienti e respingenti per la stessa persona allo stesso tempo? Certo che sì! Siamo un flusso costante di sentimenti diversi. È fondamentale guardarsi dentro, vedere tutti questi aspetti, anche quelli "non belli" o contraddittori, e accoglierli con affetto. Non fare finta che l'ombra non ci sia, perché prima o poi ci travolge.

Una volta che vediamo e accogliamo tutti i nostri aspetti, possiamo scegliere quale nutrire di più. Le abitudini funzionano così: le manteniamo e le aumentiamo ripetendole, le diminuiamo non ripetendole. È semplice, ma non facile. Dobbiamo allenarci. Dove? Nella vita di tutti i giorni. In famiglia, a scuola, al lavoro… in qualsiasi situazione ci troviamo, possiamo decidere di dare il peggio o il meglio di noi.

E il cambiamento? È graduale! Non possiamo diventare la versione migliore di noi dall'oggi al domani. Non funziona così. La natura ci insegna che le cose crescono piano piano. Cerchiamo di essere come la formica, non come la pulce. La pulce fa grandi salti e si ferma. La formica fa piccoli passi, ma non si ferma mai.

Pur ereditando paradigmi che ci orientano verso una visione materialista (basata sul controllo delle condizioni esterne per ottenere felicità), questa si rivela un'illusione che non regge nel tempo, generando sofferenza a causa dell'attaccamento all'impermanenza e all'idea di come le cose dovrebbero essere. Il paradigma spirituale, che cerca la felicità nella trasformazione interna e nel modo di interagire con la realtà, è un percorso che si apprende gradualmente attraverso l'esperienza, l'osservazione di sé e una pratica costante, spesso intrapreso quando si realizza l'inefficacia della ricerca di felicità solo all'esterno.

Fonte:  Smettiamo di vittimizzarci - Mercoledì al Kunpen con Lama Michel Rinpoche

martedì 27 maggio 2025

I tre veleni mentali: desiderio, rabbia e ignoranza

 

Viviamo in un mondo frenetico pieno di stimoli, richieste e desideri. Molti di noi hanno la sensazione che manchi sempre qualcosa, come se fossimo alla costante ricerca di pace, appagamento o chiarezza. Ma se il problema non fosse là fuori, ma nel modo in cui la nostra mente reagisce?
Secondo il buddismo, la radice della nostra sofferenza non risiede in situazioni esterne, ma in tre veleni che avvelenano la mente e distorcono la nostra percezione della realtà: desiderio, rabbia e ignoranza.
Questi tre stati mentali sono considerati le cause principali della sofferenza umana, non solo perché ci fanno agire in modo distruttivo, ma perché creano cicli di insoddisfazione, conflitto e illusione che si ripetono per tutta la vita. Il buddismo chiama questo Samsara, il ciclo di nascita, morte e rinascita segnato dalla ripetizione di schemi inconsci. Per illustrare questi veleni, la tradizione buddista utilizza un'immagine simbolica chiamata Ruota della vita o Bhavacakra. Al centro di questa ruota, tre animali si mordono a vicenda: un gallo, un serpente e un maiale. Essi rappresentano rispettivamente il desiderio, la rabbia e l'ignoranza. Il fatto che siano collegati dimostra come un veleno alimenti l'altro. Quando il desiderio è frustrato, nasce la rabbia. Dove c'è rabbia o attaccamento, c'è ignoranza sulla vera natura delle cose. Lo scopo del buddismo non è negare queste emozioni, ma capire come funzionano e trasformarle in saggezza e libertà interiore.
Ogni veleno ha un antidoto e la pratica spirituale è il modo per applicare questi antidoti nella vita reale. Esploreremo cosa sono questi tre veleni, come si manifestano e soprattutto come il buddismo ci insegna a superarli. Cominciamo dal primo: il desiderio.

Il primo veleno della mente è il desiderio. Nel buddismo, questa forza è nota come Loba e va ben oltre il semplice desiderio di avere qualcosa. Il desiderio è inteso come attaccamento compulsivo, una fame costante di qualcosa in più che non viene mai soddisfatta. È come cercare di riempire un secchio che perde. Non importa quanto si mette, non è mai abbastanza. Questo desiderio può manifestarsi in vari modi: desiderio di beni materiali, di piaceri sensoriali, di status, di sicurezza emotiva, di approvazione da parte degli altri o persino di controllo sul futuro. Tutto questo, se vissuto con attaccamento, si trasforma in sofferenza. La mente dominata dal desiderio proietta sempre un futuro idealizzato. "Quando avrò raggiunto questo obiettivo sarò felice", ma quel momento non arriva mai. Quando otteniamo ciò che vogliamo, la soddisfazione è di breve durata e presto sorge un altro desiderio. Questo ciclo infinito è ciò che il buddismo chiama Tanha o sete. Il problema non è volere, il problema è volerlo e pensare che ci soddisferà. Il desiderio diventa un veleno quando riponiamo la nostra felicità in qualcosa di esterno, qualcosa che per sua stessa natura è impermanente. Tutto ciò che otteniamo un giorno si consuma, cambia o scompare. E quando ciò accade, ci sentiamo di nuovo vuoti.
Inoltre, il desiderio è escludente. Quando siamo bloccati in esso, vediamo il mondo in termini di "ciò che voglio" e "ciò che mi ostacola". Le persone e le situazioni diventano ostacoli o strumenti. Questo restringe la mente e riduce la nostra capacità di empatia e presenza. Questa dinamica non è solo interna. Viviamo in una cultura che alimenta continuamente il desiderio: la pubblicità, i social media, il modello economico. Tutto ci spinge a volere di più: più bellezza, più soldi, più follower, più successo. Il desiderio non è più solo un'emozione, è diventato uno stile di vita. Tuttavia, secondo il buddismo, è possibile trasformare questa energia. Il desiderio di piacere può essere raffinato in un desiderio di liberazione, di saggezza, di verità. Ma per farlo, bisogna imparare a vedere chiaramente il desiderio, a osservarne l'origine, la forza e l'impermanenza.
Il principale antidoto al desiderio è la generosità. Quando ci esercitiamo a dare, che si tratti di tempo, attenzione, risorse o sostegno, ci muoviamo nella direzione opposta all'attaccamento. La generosità dissolve l'ego che dice "questo è mio" e ci connette con gli altri in modo più aperto.
Un altro antidoto è la contentezza. È la capacità di trovare pace con ciò che si ha già. Questo non significa accontentarsi, ma riconoscere che la vera felicità non dipende dall'accumulo di cose esterne, ma dal coltivare una mente stabile e soddisfatta. In pratica, possiamo iniziare osservando come il desiderio appare nella nostra vita quotidiana. Riflettete: cosa avete cercato per riempire il vostro vuoto? Come vi sentite quando lo ottenete? E quanto dura questa soddisfazione? Queste domande poste onestamente sono già un passo verso la libertà.
Il buddismo non propone la repressione, ma la consapevolezza. Non si tratta di uccidere il desiderio, ma di vedere la sua vera natura. A volte, dietro al desiderio c'è una mancanza emotiva, una paura, un senso di inadeguatezza. Quando lo capiamo, il desiderio perde parte del suo potere su di noi. Questa trasformazione è graduale, inizia a piccoli livelli.
Scegliere consapevolmente di non cedere a un impulso, condividere qualcosa che normalmente terremo per noi, fermarsi un attimo prima di comprare qualcosa di cui non abbiamo bisogno. Sono gesti semplici, ma che indeboliscono il ciclo dell'attaccamento e col tempo accade una cosa curiosa: meno ci aggrappiamo, più ci sentiamo liberi. Quando smettiamo di inseguire ciò che non abbiamo, possiamo finalmente apprezzare ciò che è già qui. Trasformare il desiderio è il primo passo verso la liberazione mentale. Ma non basta. Quando il desiderio è frustrato, spesso lascia il posto a un altro potente veleno: la rabbia.

Quando il desiderio è frustrato, qualcosa si accende dentro di noi. Un calore, una tensione, una resistenza. Questo secondo veleno della mente è la rabbia o avversione, conosciuta nel buddismo come Dosa. Così come il desiderio spinge verso l'attaccamento, la rabbia spinge verso il rifiuto. È l'impulso ad allontanare qualcosa, a lottare contro ciò che consideriamo minaccioso, ingiusto o indesiderato. La rabbia si manifesta in vari modi: sfoghi aggressivi, sottili irritazioni, risentimenti repressi, impazienza nel traffico, odio sui social media o anche un silenzioso desiderio di vedere l'altra persona non "farla franca". In tutti i casi, ci disconnette da noi stessi, dagli altri e dalla realtà. Il problema non è provare rabbia, il problema è esserne controllati. Quando siamo dominati dalla rabbia, perdiamo la lucidità, prendiamo decisioni impulsive, diciamo cose che non possiamo cancellare e creiamo sofferenze inutili. È come gettare benzina sul fuoco. Più lo si alimenta, più si diffonde.

Il buddismo insegna che la rabbia nasce quando qualcosa ferisce il nostro ego, quando qualcuno ci contraddice, quando qualcosa ci frustra, quando il mondo non è all'altezza delle nostre aspettative. La rabbia, in questo senso, è una difesa dell'identità. Ecco perché appare così forte. Sentiamo di essere attaccati o minacciati in qualche modo, anche se si tratta solo di un'idea o di un orgoglio ferito. Ed è qui che sta il veleno. La rabbia può sembrare una forza protettiva, ma in realtà ci rende prigionieri della nostra stessa sofferenza. Non a caso, i maestri buddisti dicono che covare la rabbia è come bere del veleno nella speranza che l'altra persona muoia. L'impatto della rabbia non è solo esterno, logora il corpo e la mente e crea un ambiente interno di costante tensione. A lungo termine, la rabbia allontana le persone, genera conflitti e corrode le relazioni. E anche quando non viene espressa, può trasformarsi in amarezza o depressione.

Ma proprio come il desiderio, anche la rabbia può essere compresa e trasformata. Il primo passo è riconoscere la rabbia senza identificarsi con essa. Invece di dire "Sono una persona arrabbiata", possiamo iniziare a pensare "C'è della rabbia in me adesso". Questo piccolo cambiamento di linguaggio apre già uno spazio tra l'emozione e ciò che siamo veramente. L'antidoto naturale alla rabbia è la compassione. E compassione non significa passività o accettazione di abusi. Significa capire che anche l'altro soffre, che ognuno ha i suoi veleni, che nessuno agisce in modo distruttivo quando è in pace. Quando coltiviamo questa visione, la rabbia perde il suo senso di urgenza e diventa discernimento.

Un'altra pratica fondamentale è la pazienza, non quella che inghiotte tutto in silenzio e poi esplode, ma una pazienza attiva e consapevole. Una pazienza che osserva l'insorgere della rabbia, fa un respiro profondo e sceglie di non reagire. È una pratica difficile, ma liberatoria e nel buddismo è considerata una forma di coraggio. La meditazione di compassione, nota come metta bhavana, è una tecnica potente per affrontare la rabbia. In essa coltiviamo intenzionalmente sentimenti di gentilezza amorevole per noi stessi, per le persone vicine, neutrali e persino difficili. Questo esercizio, fatto regolarmente, allena il cuore a rispondere con gentilezza anche di fronte alla tensione. Ricordate: trasformare la rabbia non significa reprimerla. Reprimerla crea tensione. L'idea è quella di osservare, accogliere e reindirizzare l'energia. Dietro la rabbia c'è quasi sempre un dolore non riconosciuto, un'aspettativa frustrata, una paura, un'insicurezza.
Quando guardiamo con onestà, ci rendiamo conto che la rabbia è un grido di attenzione dal nostro stesso dolore. È a questo punto che la pratica diventa profondamente liberatoria. La rabbia smette di essere un nemico e diventa un insegnante. Ci mostra dove siamo ancora feriti, dove reagiamo ancora in modo automatico, dove c'è ancora del lavoro da fare.

E così come il desiderio porta alla frustrazione e la frustrazione accende la rabbia, c'è un terzo veleno che alimenta tutta questa catena: l'ignoranza. L'ignoranza è il terreno in cui crescono questi veleni. Senza di essa, non avrebbero forza. Parliamo ora di questo terzo e più profondo veleno della mente. Se il desiderio ci lega a ciò che vogliamo e la rabbia ci spinge contro ciò che rifiutiamo, l'ignoranza è lo sfondo che rende possibili questi due veleni. Nel buddismo si chiama Avijja, una cecità spirituale, una confusione fondamentale sulla natura della realtà. Secondo gli insegnamenti, è la radice di ogni sofferenza. L'ignoranza non è una mancanza di informazioni. Una persona può avere diversi titoli di studio ed essere comunque ignorante in senso buddista. L'ignoranza a cui si riferisce il Buddha è il non vedere le cose come sono realmente. È vivere nell'illusione di ciò che siamo, di come funziona la vita, di ciò che porta alla vera felicità.
La forma più elementare di questa ignoranza è la convinzione che esista un io fisso, separato, isolato dagli altri e dal mondo. È questa idea di un Io che deve essere difeso, nutrito, valorizzato e protetto ad ogni costo che alimenta il desid
erio e la rabbia. Vogliamo proteggere questo sé, soddisfarlo, affermare la sua esistenza. Ma il buddismo insegna che questo sé è un costrutto mentale, qualcosa di impermanente, interdipendente e fluido.
Quando ignoriamo questa verità, ci aggrappiamo a idee rigide di come la vita dovrebbe essere, di come le cose funzionano, di come le persone sono. Questa rigidità ci fa soffrire, perché il mondo reale non si adatta mai a queste aspettative. L'ignoranza si manifesta anche nel vivere in modo automatico, seguendo modelli di comportamento, ripetendo emozioni, lasciandosi trasportare dagli impulsi senza mai fermarsi a guardare dentro di sé. È il pilota automatico dell'ego che reagisce sempre nello stesso modo, anche se queste reazioni ci fanno soffrire. Nel buddismo, questa ignoranza è il principale carburante del Samsara, il ciclo di nascita, morte e rinascita. Finché non vediamo la realtà con chiarezza, rimaniamo intrappolati in questo ciclo di reattività e sofferenza. Non è una punizione divina, è solo la naturale conseguenza di una mente che non si è risvegliata.

Ignoranza è anche non realizzare i tre segni dell'esistenza. Insegnamenti centrali del buddismo: Anicca (tutto è impermanente), Dukkha (la sofferenza esiste e fa parte dell'esperienza), Anatta (non esiste un sé fisso e separato). Quando non vediamo queste verità, cerchiamo sicurezza in cose che cambieranno. Cerchiamo di controllare l'incontrollabile e soffriamo per ogni inevitabile cambiamento della vita.

L'antidoto all'ignoranza è la saggezza, chiamata Prajna in sanscrito. Ma questa saggezza non è solo teorica, viene dall'esperienza diretta, dall'osservazione profonda della mente, dalla meditazione, dalla riflessione costante sul Dharma, gli insegnamenti del Buddha. Uno degli strumenti più potenti contro l'ignoranza è la pratica della consapevolezza, Sati. Quando siamo attenti a ciò che sentiamo, pensiamo e facciamo, iniziamo a notare gli schemi automatici della mente. Ci rendiamo conto di come reagiamo, di come giudichiamo, di come interpretiamo tutto sulla base di paure, desideri e illusioni. La mindfulness ci mette in contatto con la realtà del momento presente e solo allora può nascere la vera comprensione. Non è un processo immediato, richiede tempo, pratica e umiltà. Ma la chiarezza che scaturisce da questa comprensione è trasformativa.

Un altro aspetto della saggezza è lo studio degli insegnamenti buddisti. Leggere, ascoltare i maestri, riflettere sui testi, porre domande, dubitare. Tutto questo aiuta a rompere la rigidità mentale. Il Buddha non ha mai chiesto ai suoi discepoli di credere ciecamente in qualcosa, al contrario. Disse a tutti di mettere alla prova il Dharma nella propria vita, come si mette alla prova l'oro strofinandolo, tagliandolo e riscaldandolo. Esiste anche una pratica chiamata indagine sulla realtà (Dharma vicaya*), in cui il praticante osserva con curiosità la natura dei propri pensieri e delle proprie emozioni. Questa pratica non cerca di risolvere nulla, ma solo di capire. E quando capiamo, il cambiamento avviene in modo naturale.

L'ignoranza è sottile. Spesso pensiamo di avere ragione, di capire tutto, di sapere abbastanza. Ma nel buddismo, uno dei segni della saggezza è proprio la capacità di non sapere, ammettere che la mente è condizionata, che ci sono ancora filtri, proiezioni e interpretazioni. È con questo riconoscimento che inizia la vera lucidità. Col tempo, coltivando la saggezza, vediamo più chiaramente gli altri due veleni. Percepiamo l'insorgere del desiderio, ma non lo alimentiamo. Sentiamo la rabbia, ma non ci lasciamo trascinare da essa. La mente smette di essere reattiva e diventa consapevole. Superare l'ignoranza significa quindi vedere con occhi limpidi. Significa abbandonare le illusioni e accettare la vita così com'è: impermanente, interdipendente, imprevedibile eppure piena di bellezza. I tre veleni non scompaiono tutti insieme, ma man mano che la luce della saggezza cresce, perdono la loro forza e così la mente trova più spazio, più leggerezza, più libertà.
Ora vedremo come il buddismo propone di trasformare questi veleni nella pratica attraverso un percorso chiaro e strutturato: il sentiero dell'etica, della meditazione e della saggezza.

Dopo aver compreso quali sono i tre veleni della mente: desiderio, rabbia e ignoranza, sorge spontanea una domanda: come possiamo superarli nella pratica? Il buddismo non si limita ad analizzare le cause della sofferenza, ma offre un percorso chiaro e concreto verso la liberazione. Questo percorso è noto come i tre addestramenti: etica, meditazione e saggezza. Questi tre pilastri costituiscono la base dell'ottuplice sentiero, che è il metodo insegnato dal Buddha stesso per porre fine alla sofferenza. Non si tratta di tappe separate, ma di aree che si rafforzano a vicenda. Vediamo come ciascuno di essi contribuisce alla trasformazione dei veleni.

Etica (Sila): Il primo passo è coltivare una vita etica. Ciò significa agire in modo da ridurre la propria sofferenza e quella degli altri. Il buddismo propone precetti come:

  1. astenersi dall'uccidere o dal nuocere agli esseri viventi;
  2. astenersi dal rubare;
  3. astenersi dall'erronea condotta sessuale;
  4. astenersi dall'uso di un eloquio volgare o offensivo e dal mentire;
  5. astenersi dall'alcool o dalle sostanze che alterano la lucidità mentale.

L'etica serve a frenare gli impulsi. Quando viviamo in modo etico, evitiamo di alimentare i veleni con azioni distruttive. Il desiderio, la rabbia e l'ignoranza ci portano spesso a comportamenti impulsivi. L'etica crea uno spazio tra l'impulso e l'azione, uno spazio in cui può entrare la coscienza. È come domare un cavallo selvaggio. Prima dobbiamo calmarlo e poi addestrarlo.

Meditazione (Samadhi): Stabilite le basi etiche, si passa alla pratica della meditazione. Non come fuga dalla realtà, ma come laboratorio di osservazione della mente. È nella meditazione che iniziamo a vedere i veleni all'opera. Il desiderio che sorge come un impulso improvviso, la rabbia che cresce come un calore interno, l'ignoranza che ci fa reagire automaticamente. La meditazione ci allena alla consapevolezza e alla concentrazione profonda. Questo ci dà la capacità di vedere senza reagire, di sentire senza identificarci, di pensare senza perderci. È in questo silenzio che la mente si libera. E quando la mente si libera, i veleni perdono la loro forza.

Saggezza (Prajna): Infine, la saggezza che deriva dall'osservazione diretta e continua della realtà. È attraverso di essa che si rompe l'illusione dell'io fisso, del controllo assoluto, della separazione tra l'io e il mondo. La saggezza vede il desiderio come un tentativo di riempire un vuoto, vede la rabbia come una risposta al dolore. Vede l'ignoranza come una cecità che può essere curata con la luce. Non giudica, non condanna, semplicemente comprende profondamente e questa comprensione trasforma.

Col tempo, i tre veleni vengono sostituiti da tre qualità opposte:
desiderio > generosità,
rabbia > compassione,
ignoranza > saggezza.
Questa è l'alchimia interna proposta dal buddismo. Non eliminare le emozioni con la forza, ma trascenderle con la consapevolezza e la pratica costante. La liberazione non avviene tutta in una volta, si costruisce passo dopo passo, scelta dopo scelta. Ogni momento di consapevolezza è un mattone sul sentiero e ogni volta che riconosciamo un veleno senza esserne dominati, facciamo un altro passo verso la libertà.

Nel corso di questo viaggio, abbiamo visto come il desiderio, la rabbia e l'ignoranza agiscano come veleni sottili e spesso invisibili che contaminano le nostre scelte, le nostre relazioni e le nostre percezioni. Non sono difetti del carattere, ma condizionamenti mentali radicati che ogni essere umano porta con sé. Il buddismo non tratta questi veleni con senso di colpa, ma con chiarezza. Ci mostra che non sono permanenti. Sono stati mentali transitori che possono essere riconosciuti, compresi e, con la pratica, trasformati. Ognuno dei tre ha la sua controparte curativa.
Il desiderio può essere dissolto con la generosità, l'atto di dare, di lasciar andare, di lasciarsi andare con fiducia.
La rabbia può essere ammorbidita con la compassione, il coraggio di vedere l'altro non come un nemico, ma come qualcuno che soffre.
E l'ignoranza può essere illuminata dalla saggezza, lo sguardo onesto che vede le cose come sono, senza filtri, senza fantasie.

Ma niente di tutto questo avviene da un giorno all'altro, è un processo, un percorso che richiede pazienza, umiltà e ripetizione. Non basta capire intellettualmente, bisogna osservare il desiderio che nasce, riconoscere la rabbia nelle piccole reazioni, notare i momenti in cui agiamo con il pilota automatico. Questa consapevolezza è l'inizio della libertà. Il Buddha non ha promesso una vita senza difficoltà. Ha insegnato un modo di vivere con più chiarezza e meno sofferenza. Un modo per affrontare le emozioni senza farsi trascinare da esse. Un percorso in cui, passo dopo passo, la mente diventa più leggera, più presente, più sveglia. Non è necessario essere un monaco o isolarsi su una montagna. Questo lavoro interiore può e deve essere fatto nel mezzo della vita ordinaria, nelle relazioni, al lavoro, nel traffico, nelle decisioni quotidiane. È lì che appaiono i veleni ed è lì che si può iniziare a trasformarli.

Ecco quindi l'invito: Osservate la vostra mente con gentilezza. Notate quando desiderate troppo, rifiutate troppo o vi perdete in distrazioni. Non criticatevi per questo, vedetelo e basta. Questa è la pratica. Come ha detto il maestro Thich Nhat Hanh “La coscienza è come il sole. Quando splende sulle cose, queste si trasformano.”

*Il "fattore" del "risveglio spiritualebuddista" rappresentato dal dharma vicaya, consiste nella cosiddetta "analisi ed investigazione del Dharma" di cui troviamo esplicite esortazioni in merito da parte dello stesso Buddha:

«È giusto che voi abbiate dubbi e perplessità;
che la perplessità si alzi in voi rispetto a ciò che è meritevole di dubbio.
[…] Non fatevi guidare da dicerie, tradizioni o dal sentito dire.
Non fatevi guidare dall'autorità dei testi religiosi,
né solo dalla logica e dall'inferenza,
né dalla considerazione delle apparenze,
né dal piacere della speculazione intellettuale,
né dalla verosimiglianza,
né dall'idea “questo è il nostro maestro”.
Ma quando capite da soli […] che certe cose sono cattive e biasimevoli,
portano danno e sfortuna, non solo secondo voi,
ma anche secondo il parere dei saggi, [allora] abbandonatele.
[…] Quando voi stessi riconoscete che certe cose sono buone,
non riprovevoli, in qualche maniera lodevoli, una volta intraprese e provate
portano a benefici ed alla pace, [allora] accettatele e dimorate in esse».»

(Discorso del Buddha ai Kalama, abitanti di KesaputraAnguttara NikayaTika NipataMahavagga, sutta n. 65, Canone pāli)

Fonte: 
I tre veleni della mente: desiderio, rabbia e ignoranza.

lunedì 26 maggio 2025

Lascia andare

C'è una stanchezza che non nasce dal corpo, ma dal cuore. Una fatica invisibile di chi cerca di accontentare tutti, di controllare ogni dettaglio, di non deludere mai. Se ti senti esausto ma non sai spiegare perché, forse stai semplicemente dando troppo di te stesso a ciò che non merita tutta questa importanza.

Non tutto richiede una reazione, non tutto merita il tuo coinvolgimento emotivo. Imparare a lasciar andare senza diventare indifferenti è una forma di libertà che cambia profondamente la vita. Quando smetti di inseguire approvazione, controllo e riconoscimento, qualcosa dentro di te finalmente si alleggerisce e la pace che stavi cercando fuori comincia a nascere dentro.
Cosa ti sta appesantendo oggi? Quale peso emotivo vorresti lasciare andare per vivere con più leggerezza e verità? Il peso di dare troppa importanza. Ci sono cose che ti porti dentro e che non pesano in chili ma in pensieri. Ti sei mai accorto di quanto ti stanchi per colpa di ciò che non riesci a lasciare andare? Un commento fuori posto, un errore che continui a rimuginare, una scelta altrui che senti il bisogno di giudicare o correggere sono dettagli, spesso, ma nella tua mente diventano montagne e ogni giorno, senza accorgertene, te le carichi sulle spalle. Molte persone vivono come se ogni cosa fosse una questione personale. Una risposta mancata, uno sguardo freddo, un silenzio altrui, e subito nasce un turbamento interiore. Ma la verità è che non tutto parla di te. Non tutto ha bisogno del tuo coinvolgimento. Quando dai troppa importanza a ogni piccola cosa, regali energia a ciò che non la merita e svuoti te stesso. Osserva questo meccanismo con compassione, ma anche con chiarezza, perché dietro al bisogno di reagire c'è spesso una ferita invisibile. La paura di non essere visto, amato, riconosciuto. È per questo che controlli, rispondi, ti difendi. Non per forza perché vuoi avere ragione, ma perché temi di essere dimenticato. Solo che così facendo ti dimentichi di te stesso.

C'è una storia che racconta di Buddha che per un'intera giornata restò in silenzio nonostante fosse provocato da ogni direzione. Quando gli chiesero perché non avesse reagito, rispose: "Se qualcuno ti offre un regalo e tu non lo accetti, di chi è quel regalo?" Così è per le parole, i giudizi, i comportamenti degli altri. Se non li prendi su di te, restano a chi li ha generati. Questo non significa diventare indifferenti o chiudersi al mondo, significa scegliere consapevolmente dove mettere il proprio cuore. E quando inizi a farlo, senti una leggerezza nuova, una presenza diversa dentro di te, perché smetti di essere una foglia in balia del vento e torni ad essere radice. Perché tutto ti tocca così tanto? Alcune persone sembrano attraversare la vita con leggerezza, non perché abbiano meno problemi, ma perché non permettono a ogni cosa di entrare troppo in profondità. Altre invece sentono tutto: ogni parola, ogni gesto, ogni assenza. Se sei tra queste, probabilmente ti sei chiesto almeno una volta perché mi faccio toccare così tanto da tutto. La risposta non è debolezza, è sensibilità mal diretta. È la tendenza, spesso inconscia, a misurare il proprio valore attraverso l'esterno. Quando dipendi dal giudizio altrui per sentirti in pace, ogni gesto viene interpretato come un segnale sul tuo valore e così anche il silenzio di qualcuno può diventare un uragano dentro di te. Nel pensiero buddista questo accade quando la mente non è ancora addestrata. La chiamiamo "mente scimmia": salta da un pensiero all'altro, si aggrappa a tutto, crea storie e scenari che esistono solo nella nostra immaginazione. 
Ma c'è una via d'uscita: l'osservazione. Quando inizi a osservare le tue reazioni senza giudicarle, comprendi che non sei i tuoi pensieri. Sei lo spazio in cui quei pensieri sorgono e svaniscono. Un maestro Zen disse una volta: "Quando qualcuno ti punge, chiediti: sto reagendo a lui o sto rispondendo a una ferita più antica dentro di me?" È qui che nasce la vera consapevolezza, perché spesso ciò che ci ferisce oggi è solo l'eco di qualcosa di molto più profondo: il bisogno di essere visti, compresi, accettati. Questa consapevolezza non arriva con la lotta, ma con la gentilezza. Inizia quando smetti di voler cambiare tutto e impari invece a sederti con ciò che provi a respirare dentro quella sensazione, senza fuggire, senza combatterla. A dire a te stesso: "È solo un pensiero, è solo un'emozione, non sono io". E poco alla volta quello che prima ti toccava come una ferita aperta comincia a scivolare via. Non perché sei diventato insensibile, ma perché sei diventato più saldo dentro, più presente, più libero.

Le trappole invisibili dell'ego. Non serve gridare per essere prigionieri dell'ego. A volte basta voler avere sempre l'ultima parola o non riuscire a lasciar correre una piccola critica. L'ego non si manifesta solo nell'arroganza, spesso è più sottile. Vive nel bisogno di controllare, nella paura di perdere, nella ricerca disperata di approvazione. E queste sono trappole invisibili che ti legano senza che tu te ne accorga. La prima di queste trappole è il desiderio di controllo. Quando vuoi dirigere ogni dettaglio della tua vita e anche della vita degli altri, in realtà non stai esercitando forza, stai rispondendo a una profonda insicurezza. Il buddismo insegna che tutto è impermanente, nulla può essere controllato davvero. E quando accetti questa verità, senti il primo respiro di libertà. La seconda trappola è il bisogno di essere compresi. Quante energie sprechi cercando di spiegarti, di farti capire, di convincere gli altri che le tue intenzioni erano buone? Ma non sempre chi ascolta è pronto a vedere e non è tuo compito forzare quella visione. A volte lasciare che il silenzio parli è l'atto più alto di fiducia in se stessi. Infine, c'è l'illusione della permanenza. Crediamo che le cose, le relazioni, le emozioni debbano durare per sempre. E quando cambiano, perché cambieranno, sentiamo di aver perso qualcosa. Ma come insegna il Dharma, tutto ciò che nasce è destinato a finire. L'attaccamento nasce dall'ignoranza di questa verità e il dolore nasce dall'attaccamento. Per liberarti da queste trappole non serve lottare contro l'ego, serve illuminarlo con la consapevolezza. Quando ti osservi con sincerità, senza condanna, inizi a vedere dove sei ancora imprigionato. E proprio lì, in quella ferita, in quel bisogno, in quella pretesa, c'è lo spazio per la guarigione. Un antico detto buddista recita: "Quando smetti di cercare di proteggere il tuo io, inizi a vivere, perché l'ego non è altro che una corazza costruita dalla paura e sotto quella corazza c'è qualcosa di molto più vero: la tua presenza, la tua essenza, il tuo silenzio interiore".

Cosa accade quando smetti di reagire? Quando smetti di reagire a tutto, non diventi passivo, diventi presente. È una sottile ma profonda rivoluzione interiore. Non è rassegnazione, è liberazione. È la scelta consapevole di non essere più in balia degli eventi, delle emozioni altrui, dei tuoi stessi impulsi. Reagire è istintivo, è ciò che la mente non allenata fa: si difende, attacca, giustifica, si agita. Ma ogni reazione è anche un legame, un filo invisibile che ti connette a ciò che ti disturba. E così, senza accorgertene, sei costantemente legato a ciò che ti fa male. Ogni volta che rispondi con rabbia, che ti giustifichi con ansia, che cerchi di controllare una situazione, stai cedendo potere. Nel silenzio buddista, al contrario, c'è un'azione nascosta: quella della scelta. Il monaco che resta quieto non è indifferente, è presente. Sta scegliendo di non alimentare il ciclo del dolore. In un antico monastero Zen si racconta la storia di un discepolo che, colpito da un insulto, non rispose. Il suo maestro gli disse: "Hai appena interrotto una catena di sofferenza lunga centinaia di anni". Questo è il potere di non reagire. Quando lasci che una provocazione passi, quando non rincorri chi ti ignora, quando non ti affanni a spiegare ciò che non ha bisogno di essere spiegato, accade qualcosa di straordinario: si apre spazio. Spazio interiore. Spazio per respirare, per osservare, per scegliere. E in quello spazio nasce la vera libertà. Questa libertà non urla, non ha bisogno di dimostrarsi. Si sente nel corpo che si rilassa, nella mente che smette di correre, nel cuore che finalmente può battere senza paura. È una leggerezza nuova che non dipende da ciò che gli altri fanno, ma da ciò che tu non permetti più di portare dentro. Smettere di reagire non significa chiudere il cuore, significa custodirlo. Significa riconoscere che la tua pace vale più di una ragione, più di una risposta, più di una vittoria. È un atto di profonda forza interiore, perché in un mondo che vive di reazioni, chi sceglie il silenzio consapevole sta già camminando un passo avanti verso la vera libertà.

Il cambio di mentalità che cambia tutto. A volte non è la vita che deve cambiare, è il modo in cui la guardi. Il dolore spesso nasce non dai fatti, ma dalla resistenza che opponiamo a ciò che è. È lì che comincia la trasformazione. Nel momento in cui smetti di chiedere al mondo di essere diverso e inizi a cambiare il tuo sguardo su di esso. Il buddismo non insegna a evitare la sofferenza, ma a trasformare il rapporto che abbiamo con essa. Quando qualcosa ci ferisce, la prima reazione è: "Questo non dovrebbe accadere". Ma ogni "non dovrebbe" è un conflitto con la realtà. È come voler fermare il vento con le mani e più ti opponi, più soffri. Il cambiamento reale comincia quando impari a dire: "È così, e ora come scelgo di rispondere?" Cambiare mentalità non significa diventare freddi o indifferenti, significa sviluppare saggezza. Significa vedere che non tutto ciò che ti accade merita una battaglia e che molte guerre interiori esistono solo perché continui a lottare con ciò che non puoi cambiare. Un insegnamento dice: "La mente è tutto ciò che pensi, diventi". E se pensi continuamente che il mondo ti è contro, che devi difenderti, che niente è mai abbastanza, finirai per vivere in uno stato di tensione costante. Ma se coltivi pensieri di accettazione, di fiducia, di presenza, qualcosa dentro di te comincia a fiorire. È un cambio di prospettiva profondo. Passi dal chiederti "Perché questo accade a me?" a "Cosa posso fare?" Passi dal voler cambiare gli altri al desiderio di comprenderti meglio. Passi dal cercare di controllare tutto all'arte di lasciare andare ciò che pesa. Questo non avviene in un giorno, è una pratica. Ma ogni volta che scegli la comprensione invece della reazione, stai allenando la tua mente a vedere oltre il velo del dolore. Stai insegnando a te stesso che la pace non dipende dal comportamento degli altri, ma dalla tua libertà di non assorbire ciò che non ti appartiene. E così, un po' alla volta, il mondo resta lo stesso, ma tu diventi una presenza nuova dentro di esso: più stabile, più lucida, più viva.

Taglia le corde delle aspettative. Aspettarsi qualcosa dagli altri è umano, ma aggrapparsi a queste aspettative come a una corda che ci tiene in piedi è una fonte certa di dolore. Ogni volta che credi che qualcuno dovrebbe capirti, risponderti, sostenerti, agire come faresti tu, stai creando un legame invisibile tra il tuo benessere e un comportamento che non puoi controllare. E quando quella persona non risponde come speravi, il nodo si stringe, senti delusione, frustrazione, rabbia. Non tanto per ciò che è successo, ma per ciò che ti aspettavi che accadesse. Nel cammino spirituale, il buddismo ci insegna a riconoscere queste corde, a vederle con lucidità e soprattutto ad avere il coraggio di tagliarle. Non per diventare indifferenti, ma per essere liberi. Perché finché la tua serenità dipende da come gli altri si comportano, vivrai sempre in un'altalena emotiva e il mondo intero diventerà responsabile del tuo stato d'animo. Tagliare queste corde non significa smettere di amare, significa amare in modo più maturo. Significa vedere l'altro per quello che è, non per quello che speri che sia. Significa donare senza pretendere, parlare senza aspettare una risposta perfetta, esserci senza la paura del rifiuto. Un monaco disse una volta: "La libertà non è fare ciò che vuoi; è più schiavo delle tue pretese e ogni pretesa nasce da un'aspettativa". Più pretendi dagli altri, più ti allontani dalla pace. Più lasci andare ciò che non puoi controllare, più ti avvicini alla quiete. Osserva nella tua vita quante delusioni sono nate perché avevi un copione in testa e l'altro non lo ha seguito. E se potessi liberarti da quel copione? Se potessi camminare accanto agli altri senza catene invisibili, quanto più leggero sarebbe il tuo cuore? Tagliare le corde non vuol dire chiudere il cuore, vuol dire aprirlo, ma senza legarlo a condizioni. Vuol dire permettere a ogni relazione di respirare, di essere reale, di essere vera.

Pratica il distacco, non l'indifferenza. Distacco non significa chiudere il cuore, significa proteggerlo senza irrigidirlo. È facile confondere queste due cose. Alcuni, per non soffrire più, alzano muri, si distaccano da tutto, ma a caro prezzo. Perdono il contatto con la propria umanità, diventano freddi, taglienti, lontani anche da sé stessi. Il vero distacco non è rinuncia all'amore, è rinuncia all'attaccamento. È il coraggio di amare senza possedere, di dare senza aspettarsi nulla in cambio, di esserci anche se non puoi controllare il risultato. È in fondo la forma più pura di presenza. Buddha non insegnava a diventare insensibili, ma a essere libero. Libero è chi può restare accanto a qualcuno senza dipendere da lui. Libero è chi può vivere un'emozione senza lasciarsi travolgere. Libero è chi sa che tutto cambia e proprio per questo sceglie di amare con pienezza ma senza catene. C'è una storia che narra di un discepolo che, dopo una delusione amorosa, disse al suo maestro: "Non amerò mai più nessuno, è troppo doloroso". Il maestro lo guardò e rispose: "Allora non hai mai davvero amato, perché l'amore vero non si aggrappa, si dona e basta". Questa è la chiave del distacco: sapere che puoi essere pienamente presente senza essere prigioniero, che puoi essere toccato da ciò che accade ma senza perderti dentro, che puoi sentire ma anche scegliere e che proprio questa capacità di sentire senza affondare è la tua forza. Praticare il distacco richiede allenamento. Richiede momenti di silenzio, di ascolto interiore. Richiede di fermarti e chiederti: sto amando o sto dipendendo? Sto donando o sto cercando conferme? E quando trovi la risposta, torna a respirare, torna al tuo centro, torna alla tua presenza. L'indifferenza allontana, il distacco invece avvicina, perché ti permette di esserci in modo sincero, intero, consapevole, non per bisogno, non per paura, ma per scelta.

Fai meno, ma fallo meglio. Viviamo in un'epoca in cui l'idea di valore è legata alla quantità: più fai, più vali, più produci, più sei riconosciuto. Ma a che prezzo? Molti vivono esausti non perché fanno troppo, ma perché fanno troppo di ciò che non li nutre e troppo poco di ciò che dà senso. Il buddismo ci invita a un'altra logica: quella dell'essenziale. Non si tratta di eliminare tutto, ma di scegliere meglio, di agire con presenza, di rientrare in contatto con ciò che davvero conta e lasciare andare il resto. Fai meno, ma fallo con tutto te stesso. Un monaco Zen un giorno si fermò a osservare un uomo che correva agitato da un'attività all'altra. Gli disse: "Se ti muovi così tanto fuori è perché dentro non sai dove sei". E quella frase semplice ma tagliente contiene una verità potente: l'iperattività spesso nasconde una fuga da sé. Fare meno significa anche rallentare. 
Significa prendersi il tempo per respirare, per sentire, per vivere ogni gesto. Bere un tè con consapevolezza, dire una parola con intenzione, camminare senza fretta sono atti piccoli ma che rieducano la mente a tornare a casa. 

La qualità della tua vita non si misura dal numero di impegni sul calendario, ma dalla profondità con cui attraversi ogni momento. Quando fai meno ma con più attenzione, la vita smette di essere una corsa e diventa una presenza, una pratica, una forma di meditazione in movimento. Scegli con cura dove mettere la tua energia. Ogni sì che dici al mondo è anche un no che dici a te stesso se non è allineato con ciò che sei. E ogni atto fatto con consapevolezza è un passo verso una vita più leggera, più vera, più tua.
Arriva un momento nella vita in cui capisci che non sei nato per portare tutto. Non sei nato per controllare ogni cosa, per farti carico delle emozioni degli altri, per spiegarti sempre, per essere perfetto. Sei nato per respirare, per sentire, per vivere con leggerezza e verità.
Il buddismo non ci promette una vita senza dolore, ma ci insegna che il dolore può diventare maestro se impari a lasciare andare ciò che ti lega: le aspettative, il bisogno di approvazione, la rabbia non espressa, il giudizio continuo. Tutto questo pesa, ma non sei obbligato a portarlo per sempre. Lasciare andare è un atto silenzioso. Non accade tutto in un giorno, è un processo. Un giorno ti accorgi che non hai risposto a quel messaggio con ansia, che non ti sei preso a cuore quell'osservazione, che hai sorriso invece di reagire, e capisci che qualcosa dentro di te si è trasformato. La libertà comincia così: non quando tutto fuori è calmo, ma quando dentro di te non c'è più tempesta. Quando smetti di vivere per gli occhi degli altri e inizi a guardarti con occhi nuovi. Quando smetti di cercare chi ti capisca e scegli finalmente di comprendere te stesso. Ora, respira. Non devi trattenere tutto, non devi risolvere tutto oggi. Ma puoi già ora scegliere di essere più leggero.

lunedì 19 maggio 2025

Meno aspettative, più amore - Lama Michel Rinpoche

 

Parliamo di una cosa che a volte può essere un po' un casino: i rapporti con gli altri. Amici, genitori, fratelli, sorelle, anche il cane o il gatto! Tutta roba complicata, vero? Lama Michel Rinpoche ci dà molte idee interessanti su perché le cose sono così difficili e come potremmo affrontarle meglio.

Lama Michel Rinpoche parla di un'esperienza personale: essere svegliato di notte più volte dalla propria cagnolina che ha bisogno di andare fuori. È faticoso, ti fa uscire dalla tua zona di comfort, soprattutto se ami dormire. Ma la cosa interessante è questa: quando facciamo qualcosa per qualcuno che non sta bene o ha bisogno, anche se c'è la stanchezza fisica, spesso non c'è quella stanchezza mentale ed emozionale che ti fa pensare "Perché lo sto facendo? Che fastidio!". Questa fatica mentale o emozionale, che a volte è peggio di quella fisica, viene fuori quando usciamo dalla nostra zona di comfort per aiutare qualcuno.

Spesso, quando il malessere dell'altro o il dover affrontare i suoi problemi ci spinge fuori da dove stiamo comodi, la nostra reazione automatica è l'avversione. Non vogliamo soffrire, vogliamo stare bene. E il problema è che tendiamo a concentrarci su di noi: se qualcosa fa bene a me o fa male a me.

Questo ci porta a parlare di quello che Lama Michel Rinpoche chiama l'"amore egoista". Sai quando dici "ti voglio bene" a qualcuno? A volte, senza volerlo, è un po' come dire "ti voglio bene perché sto bene quando sono con te" o "mi piace quello che sento quando stai con me". È un po' come amare il cioccolato. Ti prendi cura del cioccolato perché ti piace mangiarlo, ti fa stare bene. Ma se poi il cioccolato non ti fa più bene o non ti piace più, cambi idea, giusto? L'amore egoista è così: se l'altro non ti fa più sentire bene come prima, o addirittura ti fa sentire male, non è detto che gli vorrai bene allo stesso modo.

È per questo che a volte, quando qualcuno ti dice "non posso vivere senza di te", è un po' un segnale d'allarme. Significa che quella persona sta mettendo la sua felicità su di te, e se poi smette di essere felice, di chi sarà la colpa? Tua, ovviamente. Questo tipo di rapporto non funziona bene.

Quindi, l'amore che proviamo spesso è un mix di cose, e sì, una parte può essere egoista, perché diciamocelo, tutti siamo un po' egoisti e teniamo un sacco alle nostre sensazioni. La cosa importante è piano piano vedere e riconoscere sia l'amore egoista sia altri tipi di sentimenti.

Quando l'affetto è più profondo e sincero, riusciamo a stare vicino a chi ha bisogno senza sentire che è un peso o un sacrificio. Possiamo fare cose faticose, come svegliarsi tante volte di notte per il cane, senza sentire la fatica mentale o il peso di dire "Ma chi me l'ha fatto fare?". Gran parte della nostra fatica è mentale, non fisica.

Un punto fondamentale è imparare a distinguere tra i comportamenti, le azioni e la persona. Lama Michel Rinpoche dice che va benissimo dire "Questo comportamento non mi piace", "Non sono d'accordo su questa cosa". Ma tu non sei quel comportamento. Tu hai quel comportamento, ma hai anche altri comportamenti. Siamo fatti di tantissimi aspetti, anche che si contraddicono.

È difficile mettere un'etichetta alle persone. Se qualcuno dice una bugia, è un bugiardo? Quante volte deve mentire per esserlo? Se basta una volta, siamo tutti bugiardi. E per essere sinceri? Bisogna dire la verità sempre? Se fosse così, nessuno sarebbe sincero. La realtà è che non esistono persone categoricamente "bugiarde" o "sincere". Esistono persone che dicono la verità e dicono bugie a seconda delle situazioni.

Allo stesso modo, non possiamo dire "Questa persona è buona" o "Questa persona è cattiva". Tutti, anche chi fa cose terribili, di solito ha qualcuno a cui vuole bene. Non bisogna generalizzare sulla persona, ma giudicare le azioni o le caratteristiche.

Perché è così importante? Perché quando giudichiamo la persona, l'attrazione o l'avversione che proviamo va verso la persona. Se la giudichi "buona", vuoi starle vicino; se la giudichi "cattiva", vuoi starle lontano. Se invece giudichi solo le azioni ("questo modo di parlare è brutto", "quell'azione è buona"), l'attrazione o l'avversione va verso il comportamento. Questo ci aiuta a non creare conflitti o avversione verso la persona stessa.

C'è anche una cosa che facciamo spesso: se qualcuno a cui vogliamo bene fa qualcosa di sbagliato, tendiamo a giustificarlo o a dire che è una vittima. Invece, se qualcuno che non ci piace fa qualcosa di bello, tendiamo a sminuirlo. Questo succede perché tendiamo a relazionarci con un'immagine idealizzata della persona, non con quello che c'è dentro. Dobbiamo guardare il contenuto, non solo l'etichetta.

Puoi voler bene un sacco a qualcuno, vedere i suoi lati belli e ammirarli, ma allo stesso tempo vedere altri comportamenti che non ti piacciono e sperare che cambi. Vedere l'"ombra" (i lati negativi) in chi ami non toglie l'amore. Anzi, solo riconoscendo l'ombra si può portare la luce. E lo stesso vale per chi ti è difficile: devi poter vedere anche i suoi lati positivi.

Quando l'interazione con qualcuno ti fa uscire dalla tua zona di comfort, se riesci a non dare la colpa alla persona ma alla situazione o a una caratteristica (magari legata a una difficoltà o malattia), l'avversione va verso quella cosa lì. Questo ti dà energia per affrontare la situazione e aiutare. Ma se incolpi la persona, diventa più difficile aiutarla, perché la vedi come la causa della tua sofferenza. E istintivamente, quando qualcuno ci fa soffrire, vogliamo allontanarci.

Le piccole tensioni e avversioni possono accumularsi. Se non le affrontiamo subito, crescono piano piano finché un giorno non riusciamo più a sentirci legati a quella persona con affetto, perché l'avversione ha preso il sopravvento. È come una spina nel dito: se non la togli subito, la pelle ci cresce sopra, fa più male toglierla e può infettarsi. Le cose non dette o non affrontate dentro di noi fanno lo stesso: cercano un modo per manifestarsi, anche rovinando i rapporti.

Ricorda: la vera ragione per cui usciamo dalla nostra zona di comfort in una situazione con un altro è spesso la nostra incapacità di gestire quella situazione stando bene. Riconosci che sei tu a fare fatica. Non dare la colpa all'altro. L'altro sta vivendo le sue difficoltà e reagisce a modo suo. Tu riconosci i tuoi limiti. Se riesci a reagire in modo diverso, meglio. Se riesci a rimanere neutrale, meglio ancora. Ma se vedi che è troppo difficile, è meglio creare un po' di distanza da certe situazioni o comportamenti. Distanza dal comportamento, non dalla persona. Questo ti protegge dal farti trascinare da sentimenti negativi.

È faticoso voler bene a qualcuno quando soffre o si comporta male. Ma la sofferenza (come l'aggressività o la violenza) è spesso una manifestazione di un dolore più profondo. È come una ricerca disperata di stare meglio o di far vedere che qualcosa non va dentro. Se riusciamo ad andare oltre il comportamento e vedere la sofferenza dietro, possiamo provare compassione. Non significa rimanere lì a farsi fare del male, ma capire che la "causa primaria" di quell'azione non è la persona stessa, ma i suoi condizionamenti, la sua sofferenza, la sua ignoranza. Vederla così ci aiuta a volere bene e avere compassione in modo più maturo.

I rapporti umani sono difficili, è normale. L'armonia tra persone vuol dire gestire un po' i "veleni mentali" di ognuno: gelosia, invidia, paura, attaccamento. Se rimaniamo male per il comportamento di qualcuno, vuol dire che siamo vivi. La cosa importante è non proiettare le nostre difficoltà sull'altro. Lavorare su noi stessi per non creare avversione e tensioni sottili.

Se vedi che un comportamento dell'altro ti fa stare male, devi riconoscerlo e dire "Ok, questo comportamento non va bene per me in questo momento" e creare distanza da quel comportamento. A volte, le persone hanno comportamenti contraddittori: alcuni ti piacciono e altri no. Non chiederti "Ma questa persona è buona o cattiva?", ma "Questa persona ha comportamenti che vivo bene e comportamenti che vivo male". Puoi non voler imitare o connetterti con i comportamenti negativi, ma comunque accogliere la persona, sapendo che dietro quei comportamenti c'è sofferenza.

Un altro punto super importante è non vittimizzarci. Quando facciamo qualcosa di sbagliato, anche se lo sappiamo, a volte cerchiamo di dire "Eh, ma è colpa sua!", "Guarda cosa mi è successo", "Come potevo fare diversamente?". Questo ci toglie la responsabilità e quindi non mettiamo l'energia per cambiare quel comportamento sbagliato. La punizione e il senso di colpa non servono. Il punto è guardare la radice del comportamento negativo e lavorare per non ripeterlo.

Dobbiamo anche imparare ad adattarci agli altri. Non basta avere buone intenzioni; dobbiamo cercare di agire in un modo che sia sano per noi e per gli altri.

Un esempio incredibile è quello di Lama Gangchen (suo maestro) dava la sua amicizia alle persone e non gli importava come si comportavano loro. Si relazionava con le qualità di ognuno, non con i loro difetti. La sua "regola" principale nell'amicizia era: "Se io ti voglio meno bene a causa del tuo comportamento, questo è un mio problema, non tuo". Questo è potente, perché le persone a cui vogliamo bene prima o poi faranno cose che non ci piacciono o che ci fanno soffrire; è normale. Se mettiamo troppe condizioni nell'amicizia ("devi comportarti come voglio io"), il rapporto si rompe facilmente.

Siamo noi stessi ad avere il potere di smettere di voler bene a qualcuno, di provare rabbia o rancore. A volte diamo questo potere agli altri, ma in realtà ce l'abbiamo noi.

Quindi, per mantenere i rapporti sani:

  • Non lasciare che piccole tensioni o avversioni crescano. Affrontale presto, come la spina.
  • Guarda gli aspetti e i comportamenti, non la persona intera, a partire da te stesso. Sii onesto con te stesso sui tuoi lati "ombra" o le tue ferite.
  • Accogli te stesso con affetto, senza incolparti, ma vedendo i tuoi comportamenti malsani per poterli cambiare.
  • Quando esci dalla tua zona di comfort in una situazione con un altro, chiediti: qual è la causa primaria della mia difficoltà? È la persona, o è la difficoltà/sofferenza/ansia che l'altro sta affrontando? Vedere la causa più profonda aiuta a non avere problemi con la persona.
  • Offri supporto e affetto a chi sta male, ma senza l'arroganza di dover risolvere la sua vita e senza aspettative su come dovrebbe essere o cosa dovrebbe già aver capito. Stai al suo fianco, vedi la sua luce e la sua ombra, e se riesci aiuta con l'ombra, ma non prenderti tu il peso del suo cambiamento.
  • Ricorda che trovare il tuo equilibrio interiore ti permette di stare bene anche quando le situazioni o i rapporti sono difficili.

Le relazioni sono un'arte, e richiedono impegno. Ma possiamo imparare a gestirle meglio iniziando a capirci meglio noi stessi e il modo in cui reagiamo.

Fonte: Meno aspettative, più amore: Mercoledì al Kunpen con Lama Michel Rinpoche

sabato 17 maggio 2025

Offri la vittoria - Lama Michel Rinpoche

 

Entrare in conflitto per avere ragione non ne vale la pena se la propria priorità è la serenità. Cosa vale di più, la tua pace interiore o quello che gli altri pensano di te?
L'obiettivo profondo della pratica spirituale non è ottenere un benessere momentaneo o una vita piacevole in senso mondano. Anche se ci si avvicina al sentiero per ragioni mondane (problemi di salute, relazioni, ansia), l'obiettivo autentico è sviluppare le proprie qualità interiori e superare le cattive abitudini come rabbia, avarizia, invidia, gelosia, attaccamento all'ego. Questo porta a una stabilità reale e duratura e a un benessere che va oltre il momento presente, influenzando anche le "impronte" nella mente che persistono di vita in vita. Si tratta di avere una vita significativa, diventando una persona migliore capace di affrontare le difficoltà inevitabili.

In questo contesto, il desiderio di "aver ragione" o di "ottenere la vittoria" in un conflitto viene presentato come strettamente legato all'egoismo, all'orgoglio, all'arroganza e all'attaccamento a sé stessi e al proprio punto di vista. È una delle componenti principali che aggravano i conflitti. La tendenza è di seguire l'ossessione all'autoconservazione dell'io e del mio, che porta a voler far vedere che si è "giusti" e l'altro è "sbagliato", anche quando si sa concettualmente che la verità si trova spesso "fra le verità".

La vera vittoria non è esterna, non è vincere contro l’altra persona, ma è la vittoria "su stessi". Avere il desiderio di aver ragione e di vincere porta a coltivare avversione, arroganza ed egoismo.

Il punto importante è dare le giuste priorità. Mentre si può avere un parere valido o delle ragioni per preferire una certa situazione, la priorità che si sceglie è ciò che conta. Se la priorità è l'armonia, la pace interiore, lo sviluppo delle proprie qualità e il superamento dell'egoismo, allora il bisogno di "aver ragione" perde valore.

L'addestramento mentale (Lojong) include precetti difficili come quello di "offrire all'altro la vittoria e prendere su di sé la sconfitta". Questo non significa essere deboli, ma scegliere di non alimentare il proprio egoismo, la rabbia, l'odio, l'avversione. Questa scelta, benché faticosa, porta a una liberazione e una gioia profonda. Essere attaccati al conflitto e al bisogno di aver ragione impedisce di vedere le altre possibilità e tutto ciò che di costruttivo c'è intorno.

Citando Shantideva, la domanda fondamentale è: cosa vale di più, la tua pace interiore o quello che gli altri pensano di te?
La nostra sofferenza in un conflitto non deriva dall'azione esterna in sé, ma dalle nostre ferite interiori, aspettative non risolte, o dal filtro attraverso cui vediamo la realtà. Nessun altro ha il potere reale di impedirci di amare o forzarci a odiare; questa è una nostra scelta e una libertà di cui spesso non siamo consapevoli.
Pertanto, se l'obiettivo è la stabilità interiore, la pace e lo sviluppo spirituale, rinunciare al bisogno di aver ragione nelle dispute esterne, che è alimentato dall'ego e dai veleni mentali, è un passo fondamentale e necessario. La nostra energia e il nostro tempo sono troppo preziosi per essere spesi nel mantenere e alimentare il conflitto legato al desiderio di vittoria e di aver ragione.
La vera priorità è la trasformazione interiore, non la conferma esterna di essere nel giusto.

L'obiettivo primario della pratica spirituale non è semplicemente quello di "star bene adesso" o di avere una vita piacevole e priva di difficoltà. Sebbene molti si avvicinino al sentiero spirituale per ragioni mondane, come affrontare problemi di salute, relazioni, ansia o per semplice curiosità, queste sono viste come punti di partenza normali, ma non l'obiettivo ultimo.

L'obiettivo effettivo e più profondo della pratica spirituale è piuttosto quello di sviluppare le proprie qualità interiori (come pazienza, amore, consapevolezza, generosità) e di superare le proprie cattive abitudini (come rabbia, avarizia, invidia, gelosia, attaccamento all'ego). Questo porta a una stabilità interiore reale e duratura, a un benessere che non è superficiale e momentaneo, e alla capacità di vivere in uno stato di equilibrio. Si tratta di trasformare le "impronte" nella mente che persistono di vita in vita, non solo la mente a livello grossolano che finisce con la morte. In sintesi, l'obiettivo è avere una vita significativa, diventando una persona migliore, capace di affrontare le inevitabili difficoltà della vita (che, come sottolineato, non cessano con la pratica spirituale) con pazienza, stabilità e abitudini positive.

Nel contesto di questo obiettivo di trasformazione interiore e superamento dell'ego, il verso del Lojong che invita a "offrire all'altro la vittoria e prendere su di sé la sconfitta" emerge come una pratica fondamentale e potente.

1.  La natura del conflitto e l'attaccamento ad "Aver Ragione": i conflitti, anche nelle banalità quotidiane (come l'esempio dei fiori sul tavolo o i monaci con i piatti), contengono sempre, oltre a un aspetto oggettivo, una forte componente legata al nostro orgoglio, all'arroganza e all'attaccamento all'aver ragione. C'è un'ossessione per l'autoconservazione dell'io e del mio. La nostra tendenza naturale è quella di seguire questo egoismo.

2. Il desiderio di vittoria esterna alimenta i veleni mentali: voler "vincere" in un conflitto, cercare di far capire all'altro che "io sono giusto, tu sei sbagliato", o cercare di colpire l'altro, alimenta l'avversione, l'arroganza e l'egoismo. Come abbiamo discusso, questo desiderio di "aver ragione" non porta serenità ma sofferenza e aggrava il conflitto.

3.  La vera vittoria è interiore: il Buddha ha insegnato che la più grande vittoria "non è la vittoria contro il nemico ma è la vittoria su sé stesso". Offrire la vittoria all'altro, anche se appare come una sconfitta esterna, è in realtà la vera vittoria profonda perché permette di superare la propria abitudine egoistica, la rabbia, l'odio e l'avversione. È una vittoria sul proprio egoismo e sulle proprie cattive abitudini.

4.  Una scelta consapevole e difficile: questo non è un invito a essere deboli o passivi, ma una scelta consapevole e deliberata. È una pratica "faticosa" che richiede "coraggio di guardarsi negli occhi" e un "impegno irrevocabile di mettere in pratica quello che impari". Non è sufficiente comprenderlo concettualmente; la sua forza sta nell'applicazione.

5.      Dare la giusta priorità: la capacità di praticare questo verso dipende dal dare le giuste priorità. Se la nostra priorità è la pace interiore, l'armonia e lo sviluppo spirituale, allora il bisogno di "aver ragione" nelle dispute perde la sua importanza. La vita è troppo preziosa e passa in fretta; spendere energia nel mantenere e alimentare conflitti legati al bisogno di aver ragione distoglie dall'obiettivo di coltivare qualità positive come pazienza, soddisfazione, amore.

6.  Liberazione e nuove possibilità: quando si riesce a offrire la vittoria, si prova una sensazione profonda di liberazione e di gioia. Si smette di essere "intrappolati nel problema" e si apre la visione a "tutto un orizzonte" di possibilità che prima erano oscurate dal fissarsi sul conflitto.

7. Trasformare la realtà esterna (indirettamente): curiosamente, trasformando il proprio modo di relazionarsi con la realtà e smettendo di reagire nello stesso modo, si finisce per trasformare anche la persona o la situazione esterna, senza volerlo fare direttamente. Inoltre, affrontare il conflitto in questo modo aiuta a vedere che la sofferenza spesso non deriva dall'azione altrui in sé, ma dalle proprie "ferite non risolte" o dalle aspettative.

8.  Attenzione all'Ego sottile: è fondamentale che questa pratica sia fatta con sincerità e "in segreto". Se si utilizza questa pratica per aumentare il proprio ego, vantandosi di aver "offerto la vittoria", si "trasformano i dei in demoni" o si "mangia cibo avvelenato". La pratica spirituale, se contaminata dall'ossessione all'autogratificazione, diventa dannosa anziché nutritiva.

Offrire la vittoria e prendere la sconfitta non è l'obiettivo ultimo della pratica spirituale in sé, ma è un metodo potentissimo e centrale (un "antidoto") per raggiungere tale obiettivo. Affrontando il nostro profondo attaccamento ad aver ragione e al bisogno di vincere, attuiamo direttamente la trasformazione interiore, superiamo l'egoismo e le abitudini negative che sono le vere cause della nostra sofferenza e che ci impediscono di raggiungere la stabilità e la libertà interiore duratura. Ci permette di dare la giusta priorità alla nostra crescita interiore rispetto alle dispute esterne effimere.

Fonte: Offri la vittoria - Mercoledì al Kunpen con Lama Michel Rinpoche



venerdì 16 maggio 2025

4 - Lorig: 51 fattori mentale con Lama Michel Rinpoche

 


Cos'è la mente secondo la visione presentata e in che modo si differenzia dalla nostra percezione comune?
La mente non è una singola entità statica, una sorta di "Mega entità" o "grande cosa". È invece descritta come un flusso continuo di innumerevoli pensieri, emozioni, sentimenti e sensazioni, uno dopo l'altro. La nostra tendenza comune, invece, è quella di immaginare la mente come qualcosa di autonomo, con un proprio inizio e una propria fine, e di attribuirle un'identità fissa, come se fosse una "cosa" che fa questo o quello. Questa visione tradizionale non cattura la natura fluida e in costante trasformazione della mente.
Immagina un fiume che scorre: l'acqua cambia costantemente, proprio come i nostri pensieri.

Come percepiamo la realtà secondo il testo e qual è il ruolo delle "caselle"?
Percepiamo la realtà relazionandoci ad essa tramite delle "caselle" o categorie che creiamo. Tendiamo a vedere situazioni, persone e oggetti come entità indipendenti, con un inizio e una fine chiari, separate dal passato e dal futuro e dall'osservatore. Questo ci dà un senso di sicurezza e coerenza. Tuttavia, la realtà è in realtà un flusso continuo di trasformazione, dove nulla inizia o finisce in modo assoluto. Le "caselle" sono una modalità che la nostra mente utilizza per riuscire a relazionarsi con questo flusso, dividerlo e classificarlo, permettendoci di osservare, capire e interagire. Senza queste caselle, ci perderemmo nel flusso costante.
Per facilitare la comprensione del mondo, suddividiamo ciò che vediamo in categorie. Ad esempio, consideriamo un bambino e un adulto come due cose separate, ma in realtà il bambino si trasforma gradualmente in adulto senza un confine netto.

Cosa significa "nulla comincia, nulla finisce, tutto si trasforma" e come si lega alla nostra percezione della realtà?
Questa frase sottolinea la natura impermanente e interconnessa della realtà. In realtà, non c'è un momento preciso in cui qualcosa comincia o finisce; ogni cosa è la continuità di ciò che l'ha preceduta e si trasforma continuamente in ciò che seguirà. La nostra percezione della realtà, invece, si basa proprio sulla creazione di inizi e fini artificiali – le "caselle" – che ci permettono di dare un nome, un'identità e di relazionarci con il mondo. Sebbene la realtà sia un flusso continuo, la nostra mente ha bisogno di stabilire queste divisioni per poterla comprendere e interagire con essa.
Tutto è in evoluzione. Un fiore che sboccia non ha un momento esatto in cui "inizia" o "finisce"; cresce, appassisce e cambia forma continuamente.

Qual è la distinzione tra giudicare la persona e giudicare le azioni, e perché è importante?
È fondamentale imparare a giudicare le azioni, i comportamenti, le scelte e i punti di vista di una persona, piuttosto che giudicare la persona stessa. Quando giudichiamo la persona, la etichettiamo in base a un momento o ad un comportamento specifico (es. "è un bugiardo", "è aggressivo"). Questo non tiene conto della sua natura complessa e mutevole, fatta di un flusso continuo di pensieri, emozioni ed esperienze, che include anche caratteristiche contraddittorie. Giudicare l'azione, invece, sposta l'avversione o l'attrazione verso il comportamento in sé, permettendoci di reagire in modo diverso. Ad esempio, si può non apprezzare la bugia (l'azione) senza necessariamente non apprezzare la persona che ha mentito in quel momento. Questo approccio promuove una maggiore comprensione e riduce il conflitto sia verso gli altri che verso noi stessi, poiché anche noi siamo un flusso di tante cose, a volte contraddittorie.
Giudicare le azioni, non le persone.
Dire "Marco è un bugiardo" lo etichetta per sempre, mentre dire "Marco ha detto una bugia" permette di valutare solo il suo comportamento e riconoscere che può cambiare.

Cosa sono i cinque fattori mentali onnipresenti e perché sono considerati tali?
I cinque fattori mentali onnipresenti sono sensazione, discernimento, intenzione, attenzione e contatto. Sono chiamati onnipresenti perché esistono in ogni e in tutte le forme di mente primaria (cognizioni). Questo significa che, indipendentemente dal tipo di cognizione (diretta, inferenziale, valida o non valida), questi cinque fattori sono sempre presenti e la compongono. Nessuna forma di mente primaria può esistere senza di essi. La loro onnipresenza si lega anche al fatto che la mente, a livello grossolano dipendente dal cervello, è sempre in funzione.

Spiega il ruolo del contatto tra i cinque fattori mentali onnipresenti.
Il contatto è il fattore mentale in cui si uniscono tre elementi: l'oggetto sensoriale (ciò che viene percepito), il potere sensoriale (l'organo di senso, fisico) e la coscienza sensoriale (la parte della mente che percepisce i segnali). È il contatto che attiva il potere sensoriale e permette l'esperienza dell'oggetto. Funge da base per la sensazione e anche per il discernimento. Esistono sei tipi di contatto, uno per ogni senso (vista, udito, olfatto, gusto, tatto e mente). Il contatto non è una percezione passiva, ma contribuisce a formare la nostra esperienza della realtà, poiché ciò che percepiamo dipende dall'oggetto, dal potere sensoriale e dalla nostra coscienza sensoriale, tutti uniti nel contatto. L'importanza del contatto risiede anche nel fatto che influenza le sensazioni e il discernimento che ne conseguono.
Ad esempio, quando mangiamo un gelato, percepiamo il gusto (sensazione), riconosciamo il sapore (discernimento), decidiamo di prenderne un altro (intenzione), ci concentriamo su quello che mangiamo (attenzione) e attiviamo i nostri sensi per percepirlo (contatto).

Come si lega la sensazione alla legge del Karma e alle nostre azioni?
La sensazione è dove noi sperimentiamo sia l'oggetto del contatto (e quindi il mondo esterno) sia i risultati delle azioni compiute nel passato. È nel fattore mentale sensazione che si manifestano i risultati completamente maturi delle azioni virtuose e non virtuose (Karma). 
Un'azione virtuosa porta a sensazioni piacevoli, un'azione negativa a sensazioni spiacevoli, e un'azione neutra a sensazioni neutre. Pertanto, la sensazione è il modo in cui sperimentiamo gli effetti del nostro Karma. 
La sensazione è anche la base per generare attrazione (per le sensazioni piacevoli), avversione (per le spiacevoli) o indifferenza (per le neutre), che a loro volta guidano le nostre azioni future, alimentando il ciclo del Samsara. 
Comprendere questa connessione ci aiuta a vedere le sensazioni non solo come esperienze immediate, ma come indicatori dei risultati delle nostre azioni passate e come motivazioni per le azioni future.

Perché è importante non essere eccessivamente attaccati alle sensazioni e come possiamo usare le sensazioni spiacevoli in modo costruttivo?
È importante non essere eccessivamente attaccati alle sensazioni immediate, sia piacevoli che spiacevoli. L'attaccamento alle sensazioni piacevoli può portarci a cercare costantemente stimoli esterni e a compiere azioni che, sebbene gratificanti nell'immediato, possono portare sofferenza a lungo termine. L'attaccamento alle sensazioni spiacevoli ci porta all'avversione e al desiderio di eliminarle a tutti i costi, senza comprenderne la causa profonda.
Le sensazioni spiacevoli, in particolare, dovrebbero essere viste come un segnale d'allarme, un "campanello" che ci indica che qualcosa non va, che siamo in disarmonia o che le nostre azioni (Karma) stanno maturando risultati negativi. Invece di cercare solo di spegnere l'allarme (eliminare la sensazione spiacevole), dovremmo fermarci, osservare la situazione e cercare di capire la causa della sofferenza.
Comprendendo che la sensazione spiacevole è un risultato, possiamo direzionare la nostra avversione verso le azioni non virtuose che l'hanno generata, piuttosto che verso l'oggetto o la persona con cui entriamo in contatto. Vivere in modo virtuoso, creando un'interdipendenza positiva, porta a sensazioni di piacere e benessere sostenibili a medio-lungo termine.