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domenica 30 marzo 2025

Come accedere alla nostra parte migliore - Lama Michel Rinpoche

“Il modo in cui noi ci poniamo dinnanzi alle situazioni cambia le situazioni...le trasforma”. Questa frase racchiude un concetto chiave che emerge in diversi punti del suo discorso e che abbiamo già toccato nella nostra conversazione.

Innanzitutto, è fondamentale comprendere che la nostra esperienza di una situazione non è unicamente determinata dagli eventi esterni, ma è profondamente influenzata dal nostro modo di percepirli e di reagire ad essi. Come sottolinea Lama Michel Rinpoche, se rivediamo lo stesso film in momenti diversi della nostra vita, può sembrarci un film completamente diverso. Nulla è cambiato nel film in sé (il "cosa"), ma è cambiato l'osservatore (il "noi") con le sue nuove esperienze, emozioni e conoscenze. Questo semplice esempio illustra come il nostro stato interiore modella attivamente la nostra realtà percepita.

Inoltre, gran parte del nostro modo di affrontare le situazioni è radicato nelle nostre abitudini. Tendiamo a ripetere pensieri, dialoghi interni e reazioni che ci sono familiari. Questo crea una sorta di filtro attraverso il quale interpretiamo ciò che ci accade. Tuttavia, quando ci troviamo di fronte a qualcosa che rompe questi schemi abituali, abbiamo l'opportunità di vedere le cose sotto una luce nuova. La capacità di uscire dai nostri automatismi mentali ed emotivi è importante per trasformare il nostro rapporto con le situazioni.

L'importanza delle interazioni con gli altri e con l'ambiente circostante gioca un ruolo significativo in questa trasformazione. Lama Michel Rinpoche utilizza la potente metafora del cristallo puro per spiegare come l'ambiente in cui siamo immersi e gli "input" che riceviamo plasmano la nostra mente e il nostro modo di essere. Proprio come il cristallo riflette ciò che lo circonda, la nostra mente tende ad assorbire le influenze esterne. Pertanto, scegliere "interazioni sane" e contesti positivi è fondamentale per favorire una trasformazione costruttiva del nostro modo di affrontare le situazioni. Al contrario, trovarsi in un ambiente negativo o interagire con persone che non ci stimolano alla crescita può perpetuare schemi di pensiero e comportamento disfunzionali.

Un aspetto importante evidenziato nel discorso è che il modo in cui ci poniamo di fronte a una situazione determina se la viviamo in modo sano o malsano. Non è tanto la situazione oggettiva in sé a decretare il nostro benessere, quanto la nostra risposta interiore. Questo ci conferisce un certo potere: anche di fronte a difficoltà, la nostra scelta di atteggiamento può fare una grande differenza nel modo in cui viviamo e superiamo tali sfide. Come accennato nella nostra precedente conversazione, non è la situazione oggettiva esterna che ci "vittimizza", ma il modo in cui noi ci poniamo dinanzi ad essa.

Infine, Lama Michel Rinpoche sottolinea come aprirsi agli altri, cercando di "vedere l'altro al di là della funzione che abbia o meno per me", sia essenziale per entrare in contatto con la parte più bella di noi stessi. Questo atteggiamento di apertura e di curiosità trasforma il modo in cui percepiamo le interazioni e, di conseguenza, le situazioni in cui ci troviamo coinvolti. Quando ci permettiamo di vedere gli altri con empatia e senza preconcetti, creiamo uno spazio per connessioni più profonde e significative, che a loro volta influenzano positivamente il nostro modo di vivere le esperienze.



L'affermazione di Lama Michel Rinpoche ci invita a riconoscere il ruolo attivo che svolgiamo nella creazione della nostra realtà esperienziale. Non siamo semplici spettatori passivi degli eventi, ma attraverso il nostro modo di pensare, sentire e interagire, contribuiamo attivamente a plasmare le situazioni e la nostra esperienza di esse. Questa consapevolezza ci offre la possibilità di intervenire attivamente sul nostro modo di porci di fronte al mondo, scegliendo abitudini più consapevoli, interazioni più sane e un atteggiamento di apertura e curiosità, al fine di trasformare le situazioni e la nostra vita in modo più positivo.

lunedì 24 marzo 2025

La società e la "macchina standard"

 

Viviamo in un mondo strutturato sulla misurabilità e l’efficienza, dove vengono premiate le prestazioni visibili e quantificabili: produttività, velocità, capacità di adattamento immediato. Questo crea una sorta di "modello standard di macchina", cioè il tipo di persona che meglio risponde alle richieste della società: sicura di sé, energica, socievole, pronta ad agire.

Chi rientra naturalmente in questo modello (come gli estroversi o le persone meno emotive) affronta le situazioni con meno sforzo e maggiore grinta. Per loro, la società è costruita con le loro caratteristiche in mente.

Il problema nasce quando si pretende che tutte le macchine si comportino come quella standard. Ma ogni auto è progettata per un contesto diverso:

  • Una jeep è perfetta per la montagna, ma faticosa in città.
  • Una city car è agilissima in città, ma inutile su un terreno accidentato.
  • Un’auto sportiva è veloce, ma consuma tantissimo.
  • Un’auto ecologica è efficiente, ma potrebbe non reggere lunghi viaggi senza una ricarica.

Allo stesso modo, una persona introversa o emotiva consuma più energia in certe situazioni rispetto a una persona più socievole e sicura di sé.

  • Un introverso ad una festa brucia più energia mentale perché deve gestire molti stimoli e interazioni che non sono il suo ambiente naturale.
  • Una persona emotiva in un contesto competitivo deve lottare di più per mantenere il controllo rispetto a chi è più razionale e pragmatico.

Ecco il punto: il problema non è la macchina, ma la richiesta di farla funzionare in un contesto per cui non è stata progettata.

Il rischio più grande è quando una persona emotiva o introversa si confronta costantemente con il modello standard e si percepisce come sbagliata.

  • Se la mia macchina consuma più benzina a parità di percorso, non significa che valgo di meno. Significa solo che il mio sistema ha bisogno di più energia in quel contesto.
  • Se continuo a giudicarmi in base alle prestazioni della "macchina perfetta", finirò per paralizzarmi, sentendomi incapace e fuori posto.

 Soluzione: smettere di forzare la macchina e scegliere le strade giuste

Invece di cercare di funzionare come una macchina che non sono, la chiave è:

1.    Accettare il mio consumo di energia → Sapere che alcune situazioni richiederanno più carburante, quindi dosare le forze. Ad esempio, dopo una festa concedersi un momento di recupero senza sensi di colpa.

2.     Scegliere i contesti giusti → Un SUV in autostrada spreca energia inutilmente, ma in montagna è perfetto. Allo stesso modo, trovare ambienti e dinamiche che valorizzano la mia personalità fa la differenza.

3.     Smettere di confrontarsi con chi ha un motore diverso → Il mio valore non dipende da quanto assomiglio alla macchina più efficiente nel sistema attuale, ma da quanto so usare le mie caratteristiche nel giusto contesto.

La società premia chi riesce a stare al passo con le sue richieste, ma queste richieste sono spesso poco realistiche per molte persone. La chiave non è cercare disperatamente di "funzionare" come gli altri, ma riconoscere in che ambiente il proprio funzionamento naturale diventa un punto di forza.


martedì 18 marzo 2025

Svalutazione emotiva

 

"Non c’è un ‘dovrei’. Ci si sente sento come ci si sente, e va bene così. Le emozioni sono valide e degne di esere ascoltate, soprettutto da noi stessi."

La svalutazione emotiva è un fenomeno psicologico per cui le emozioni di una persona vengono invalidate, negate o considerate inappropriate. Può manifestarsi in forme dirette ed esplicite, come quando qualcuno dice: "Non dovresti sentirti così", oppure in modi più sottili, ad esempio con frasi come: "Ma dai, non è un grosso problema".

Ma perché La svalutazione emotiva è un problema? Quando le nostre emozioni vengono negate dagli altri, iniziamo a dubitare di noi stessi e della legittimità di ciò che proviamo. Col tempo, questo può portarci a sviluppare una scarsa fiducia nelle nostre sensazioni interiori, fino al punto di sentirci sbagliati o esagerati per le nostre reazioni emotive. Questo meccanismo può avere conseguenze importanti sulla nostra autostima e sul nostro benessere emotivo, portandoci a reprimere i nostri sentimenti o a interiorizzare l’idea che siano irrilevanti.

Perché è così dannosa:

1. CI FA DUBITARE DI NOI STESSI

Quando qualcuno ci dice costantemente che non dovremmo provare ciò che proviamo, iniziamo a chiederci:

  • “Forse sto esagerando?”
  • “Magari ho torto a sentirmi così?”
  • “Non sono normale?”

Se sentiamo dire queste cose abbastanza volte, potremmo smettere di fidarci delle nostre emozioni e perdere contatto con ciò che proviamo davvero.

🔹 Esempio: Un bambino cade e si fa male. Se il genitore gli dice "Non è niente, non piangere", il bambino non solo proverà dolore fisico, ma si chiederà anche se sia "sbagliato" sentire dolore. Crescendo, potrebbe imparare a reprimere ciò che sente, diventando disconnesso dalle proprie emozioni.

2. CREA SENSO DI COLPA PER LE NOSTRE EMOZIONI

Quando qualcuno ci dice che “non dovremmo” provare qualcosa, il messaggio implicito è che c’è qualcosa di sbagliato in noi per sentirlo. Questo genera un forte senso di colpa e vergogna.

🔹 Esempio: Se racconti a qualcuno di essere triste e ricevi in risposta “Ma dai, c’è chi sta peggio”, potresti pensare:
"Forse sono egoista, forse non dovrei sentirmi così..."
Ma il dolore non è una competizione! Non smetti di avere fame solo perché qualcuno, da qualche parte, sta morendo di fame.

3. CI RENDE EMOTIVAMENTE SOLI

Se ogni volta che esprimiamo un’emozione qualcuno la minimizza o la nega, impariamo che non possiamo condividerla con gli altri. Ciò porta a:

  • Chiuderci in noi stessi
  • Reprimere ciò che proviamo
  • Sentirci incompresi e isolati

🔹 Esempio: Se in una relazione il partner risponde sempre con “Non capisco perché te la prendi”, la persona invalidata smetterà di esprimere ciò che prova, creando distanza emotiva e frustrazione.

4. COMPROMETTE LA NOSTRA INTELLIGENZA EMOTIVA

Se da piccoli veniamo invalidati continuamente, potremmo crescere senza sapere come riconoscere, comprendere e gestire le nostre emozioni. Questo ci rende più vulnerabili a:

  • Relazioni tossiche
  • Ansia e depressione
  • Difficoltà a prendere decisioni basate sulle nostre reali necessità

🔹 Esempio: Una persona che da bambina ha sempre sentito "Non c’è motivo di arrabbiarsi", da adulta potrebbe avere difficoltà a riconoscere quando è giusto porre limiti o difendere i propri diritti.

5. NON PERMETTE LA GUARIGIONE EMOTIVA

Le emozioni, per essere elaborate e superate, hanno bisogno di essere accolte. Se invece vengono represse o negate, restano bloccate dentro di noi, creando stress e frustrazione.

🔹 Esempio: Se una persona che ha subito una perdita viene costantemente incoraggiata a "essere forte" e "andare avanti", potrebbe non permettersi di elaborare il lutto. Ma il dolore non ascoltato non sparisce: si accumula.

Esempi di invalidazione emotiva

La svalutazione emotiva può avvenire in qualsiasi contesto: tra amici, in famiglia, nelle relazioni di coppia. Ecco alcuni esempi concreti.

🔹 Tra amici:
Scenario: "Sono davvero deluso, avevo messo tanto impegno in quel progetto, ma non è andata come speravo."
Risposta invalidante: "Dai, non fare così! C’è di peggio nella vita."
Risposta valida: "Capisco, ci tenevi molto. Deve essere frustrante, vuoi parlarne?"

🔹 In famiglia:
Scenario: Bambino: "Sono triste perché il mio amico non ha voluto giocare con me."
Risposta invalidante: "Ma dai, non è niente! Gioca con qualcun altro."
Risposta valida: "Capisco che ti faccia sentire triste. Ti va di raccontarmi meglio?"

🔹 In coppia:
Scenario: "Mi sono sentito ignorato quando hai guardato il telefono mentre parlavo."
Risposta invalidante: "Ma stai esagerando! Non è successo niente."
Risposta valida: "Mi dispiace, non volevo farti sentire così. Dimmi di più, voglio capire."

Perché le persone invalidano le emozioni altrui?

Spesso chi invalida le emozioni non lo fa con cattiveria, ma per vari motivi, tra cui:

🔹 Difficoltà a gestire le emozioni altrui: affrontare il disagio emotivo degli altri può essere complicato, soprattutto quando non si è abituati a gestire la propria emotività. Dire "non dovresti sentirti così" può sembrare una scorciatoia per evitare il peso di ascoltare e accogliere un’emozione che potrebbe risultare scomoda o difficile da comprendere.

🔹 Modelli educativi ricevuti: chi è cresciuto in un ambiente dove le emozioni venivano invalidate (ad esempio sentendosi dire "smettila di piangere" da bambino) tende a ripetere lo stesso schema da adulto. Se un bambino impara che le emozioni non sono importanti o sono addirittura sbagliate, da grande potrebbe trovare difficile legittimare i sentimenti propri e altrui, ricorrendo inconsciamente alle stesse risposte ricevute in passato.

🔹 Tentativo di aiutare: a volte, chi invalida lo fa con buone intenzioni, credendo di offrire una prospettiva più ottimistica o cercando di "risolvere" il problema. Tuttavia, minimizzare ciò che una persona prova non è di alcun aiuto, anzi, può farla sentire ancora più sola e incompresa. L’empatia è spesso più utile di una soluzione immediata.

🔹 Evitare la responsabilità emotiva: accettare l’emozione dell’altro significa doverla gestire, e non tutti sono disposti a farlo. Accogliere il dolore, la tristezza o la frustrazione di qualcuno può essere impegnativo, richiedere tempo e, in alcuni casi, mettere a confronto le proprie insicurezze. Negare il problema diventa quindi una via più comoda per sottrarsi a questo compito, spesso in modo inconsapevole.

🔹 Mancanza di consapevolezza emotiva: non tutti hanno sviluppato una forte intelligenza emotiva, ovvero la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le emozioni proprie e altrui. Chi ha difficoltà in questo ambito potrebbe invalidare gli altri semplicemente perché non sa come affrontare certe situazioni emotive e non si rende conto dell’effetto che le proprie parole possono avere.

Come rispondere a chi invalida le nostre emozioni

Affrontare l’invalidazione emotiva può essere difficile, ma esistono strategie efficaci per far valere le proprie emozioni senza conflitti inutili. È importante rispondere con consapevolezza, evitando di cadere nella trappola della frustrazione e imparando a comunicare in modo assertivo. Ecco alcune strategie utili:

🔹 Opzione 1: Lo specchio (mettere la persona di fronte alla sua invalidazione)
👉 "Capisco che per te possa sembrare una cosa da poco, ma per me ha un impatto."
Questa tecnica permette di far riflettere l’interlocutore sulle sue parole senza creare scontri diretti. L’obiettivo non è attaccare, ma far comprendere che il nostro stato emotivo è legittimo e merita attenzione.

🔹 Opzione 2: Affermazione chiara e ferma
👉 "Non esiste un ‘dovrei’ nelle emozioni. Questa è la mia esperienza e ho il diritto di provarla."
Le emozioni non si discutono: esistono e basta. Affermare il proprio diritto a sentirsi in un certo modo aiuta a costruire sicurezza in sé stessi e a far rispettare il proprio spazio emotivo.

🔹 Opzione 3: Educazione gentile
👉 "Capisco che tu voglia aiutarmi, ma minimizzare ciò che sento non è d’aiuto. Ho bisogno che tu mi ascolti senza giudicare."
Spesso chi invalida le emozioni lo fa senza rendersene conto, credendo di essere d’aiuto. Usare un tono gentile ma deciso aiuta a trasformare il dialogo in una conversazione costruttiva.

🔹 Opzione 4: Ironia leggera (per chi regge il gioco)
👉 "Ah, wow, non sapevo che esistesse un manuale su come dovrei sentirmi! Dove posso comprarlo?"
L'ironia può essere un ottimo modo per disinnescare situazioni tese, a patto che l’interlocutore abbia abbastanza autoironia per comprenderne il senso senza offendersi.

🔹 Opzione 5: Il silenzio consapevole
A volte, il modo migliore per rispondere è non rispondere affatto. Uno sguardo significativo, un sorriso accennato che comunica "ho capito il tuo gioco", e si passa oltre. Il silenzio, se usato con consapevolezza, può trasmettere un messaggio chiaro senza bisogno di parole.

🔹 Opzione 6: Riformulazione empatica
👉 "Forse non ti rendi conto, ma quando dici così mi fai sentire incompreso. Mi piacerebbe che provassi a metterti nei miei panni."
Questa tecnica aiuta l’interlocutore a sviluppare maggiore empatia e a comprendere l’impatto delle sue parole, favorendo una comunicazione più rispettosa e aperta.

E se siamo noi ad invalidare gli altri?

Capita a tutti! Nessuno è immune dall’invalidare involontariamente le emozioni altrui, soprattutto se non si è abituati a comunicare in modo empatico. L’importante è esserne consapevoli, riconoscere quando succede e fare uno sforzo per correggersi. Ogni volta che ci accorgiamo di aver sminuito i sentimenti di qualcuno, possiamo trasformare la nostra reazione in un’opportunità di crescita e miglioramento nelle relazioni. Ecco alcuni modi per passare dall’invalidazione all’accoglienza:

"Ma dai, non fare così"
"Capisco, dimmi di più. Cosa ti ha fatto sentire in questo modo?"

"Non è così grave, vedrai che passa."
"Mi rendo conto che per te è importante. Se vuoi, ne parliamo."

Se ci accorgiamo di aver invalidato qualcuno, possiamo sempre rimediare. Anche un semplice riconoscimento può fare la differenza:
"Scusa, non volevo sminuire quello che provi. Aiutami a capire meglio come ti senti."

"Ora che ci penso, mi rendo conto che non ti ho ascoltato nel modo giusto. Ti va di spiegarmelo di nuovo?"

Se vogliamo evitare di far sentire qualcuno svalutato emotivamente, dobbiamo imparare ad accogliere le sue emozioni senza giudicarle, minimizzarle o cercare di "aggiustarle" subito.

Ecco alcuni principi chiave per validare le emozioni altrui e far sentire l’altra persona compresa e supportata.

1. ASCOLTARE ATTIVAMENTE

Cosa fare:

  • Guarda la persona mentre parla

  • Mostra interesse con cenni del capo o espressioni come “Capisco”, “Dimmi di più”

  • Evita distrazioni (niente telefono o TV in sottofondo)

Cosa evitare:

  • Interrompere o cambiare argomento

  • Rispondere con "Eh, anche a me una volta è successo..." subito (a meno che non sia rilevante)

  • Dire “Ma dai, non è un problema così grande”

🔹 Esempio:

  • Amico: "Mi sento stressato, ho avuto una giornata orribile."

  • Risposta validante: "Capisco, deve essere stato pesante. Vuoi raccontarmi meglio cosa è successo?"

  • Risposta invalidante: "Eh, pensa a me che oggi ho avuto un inferno!"

2. NON GIUDICARE CIÒ CHE PROVA

Cosa fare:

  • Accetta le emozioni dell’altro senza dire che sono esagerate o sbagliate

  • Ricorda che l'emozione è soggettiva: ciò che può sembrarti “una sciocchezza” per l’altro può essere importante

Cosa evitare:

  • "Non dovresti sentirti così"

  • "Ma davvero ti lamenti per questa cosa?"

  • "Esageri sempre!"

🔹 Esempio:

  • Partner: "Mi sono sentito ferito quando non mi hai risposto ai messaggi per ore."

  • Risposta validante: "Capisco, non volevo farti sentire così. Mi dispiace, la prossima volta ti avviserò se non posso rispondere."

  • Risposta invalidante: "Ma dai, non fare il bambino!"

3. RISPETTARE IL SUO TEMPO EMOTIVO

Cosa fare:

  • Lascia che la persona viva l’emozione senza forzarla a superarla subito

  • Se serve, offri supporto pratico: “Come posso aiutarti in questo momento?”

Cosa evitare:

  • Dire "Dai, fatti forza" troppo presto

  • Imporre soluzioni non richieste (a volte l’altro vuole solo sfogarsi, non consigli)

🔹 Esempio:

  • Amico: "Sono ancora arrabbiato per quello che mi ha detto ieri."

  • Risposta validante: "È normale, certe cose fanno male per un po’. Se vuoi sfogarti, sono qui."

  • Risposta invalidante: "Ancora ci pensi? Devi lasciar perdere!"

4. MOSTRARE EMPATIA ANZICHÉ DARE SOLUZIONI

Cosa fare:

  • Mettersi nei panni dell’altro e riconoscere il suo stato d’animo

  • Usare frasi come:

    • "Capisco che sia difficile per te."

    • "Immagino quanto possa essere frustrante."

    • "Hai tutto il diritto di sentirti così."

Cosa evitare:

  • "Ma dai, non è poi così grave."

  • "E allora? Cosa vuoi farci?"

  • "Dovevi pensarci prima."

🔹 Esempio:

  • Collega: "Mi sento deluso perché non hanno apprezzato il mio lavoro."

  • Risposta validante: "Capisco, ci tenevi tanto. Deve essere frustrante non ricevere il riconoscimento che meriti."

  • Risposta invalidante: "Ma dai, l’importante è che tu abbia fatto il tuo dovere."

5. RIFLETTERE L’EMOZIONE SENZA SOVRAINTERPRETARE

Cosa fare:

  • Ripeti con parole tue quello che hai capito, per mostrare che sei davvero presente:

    • "Mi sembra che tu ti senta [emozione]. È così?"

    • "Quindi ti sei sentito [aggettivo] quando è successo [evento]."

Cosa evitare:

  • Supporre cosa prova senza ascoltarlo davvero

  • Fare psicologia spicciola: "Sei arrabbiato perché in fondo hai paura del rifiuto, no?"

🔹 Esempio:

  • Partner: "Oggi al lavoro mi hanno trattato malissimo."

  • Risposta validante: "Sembra che tu ti sia sentito non rispettato. È così?"

  • Risposta invalidante: "Sei sempre troppo sensibile, non dovevi prenderla così!"

6. CHIEDERE CONFERMA SU COME SUPPORTARLO

Cosa fare:

  • Domandare: "Preferisci un consiglio o vuoi solo sfogarti?"

  • Dare spazio, senza pressare

Cosa evitare:

  • Dare per scontato che voglia un consiglio se non lo ha chiesto

  • Cercare di risolvere tutto subito

🔹 Esempio:

  • Amico: "Mi sento perso, non so cosa fare con questo problema."

  • Risposta validante: "Vuoi solo parlarne o ti farebbe piacere un consiglio?"

  • Risposta invalidante: "Beh, se fossi in te farei così..." (senza che te l’abbia chiesto)

LE EMOZIONI NON VANNO "RISOLTE", MA ACCOLTE

Validare qualcuno non significa essere d’accordo con lui o alimentare le sue lamentele, ma semplicemente riconoscere il suo stato emotivo.

Una frase che aiuta sempre? 
"Non so esattamente come ti senti, ma voglio capirlo. Dimmi di più."

Quando le persone si sentono viste e ascoltate, è più probabile che trovino da sole le loro risposte. 

Mostrare apertura e disponibilità al confronto aiuta a creare un ambiente in cui le emozioni sono rispettate e valorizzate, favorendo relazioni più autentiche e profonde.

Non esiste un giusto o sbagliato nel provare emozioni. Ogni emozione che proviamo ha un significato, ed è una parte integrante della nostra esperienza umana. Sentire e riconoscere le nostre emozioni è il primo passo per comprendere noi stessi e costruire relazioni più autentiche con gli altri. Comprendere le emozioni è un atto di potere personale, un’abilità che ci permette di dare valore ai nostri sentimenti e di comunicarli con sicurezza.

sabato 15 marzo 2025

Il tornaconto dell'ego nelle relazioni


L'influenza dell'ego nelle relazioni umane: dinamiche e conseguenze

L'ego gioca un ruolo importante nelle nostre relazioni, spesso influenzandole in modo strumentale. Esso si insinua nei rapporti con una logica di scambio, condizionando le nostre azioni e reazioni. Spesso, senza rendercene conto, entriamo in una dinamica in cui cerchiamo di ricevere qualcosa in cambio per ogni nostro gesto, che sia affetto, riconoscimento o sicurezza. L'ego tende a vedere le relazioni come opportunità di conferma di sé piuttosto che come spazi di autentica condivisione.
Comprendere questi meccanismi è essenziale per instaurare relazioni più autentiche e meno condizionate da dinamiche inconsce. Quando siamo guidati dall'ego, rischiamo di non vedere l'altro per ciò che è realmente, ma solo in funzione di ciò che può offrirci. Questo atteggiamento, alla lunga, può portare a delusioni, incomprensioni e rotture, poiché le aspettative non corrispondono sempre alla realtà.

Un altro aspetto da considerare è il modo in cui l'ego reagisce alle difficoltà relazionali. Spesso, quando un rapporto si complica, l'ego spinge verso la difesa o l'attacco, anziché verso la comprensione e il dialogo. Questo meccanismo di protezione può manifestarsi attraverso la chiusura emotiva, l'aggressività o la manipolazione, rendendo difficile una risoluzione serena dei conflitti.
Diventare consapevoli di questi schemi è il primo passo per spezzare il circolo vizioso delle relazioni egoiche e costruire connessioni più profonde e sincere. In molte interazioni, esso si manifesta come un'entità che cerca costantemente un tornaconto, che può essere materiale, emotivo o psicologico. Comprendere questi meccanismi è essenziale per instaurare relazioni più autentiche e meno condizionate da dinamiche inconsce.

Il tornaconto dell'ego nelle relazioni

L'ego, per sua natura, cerca sempre un vantaggio dalle interazioni. Anche nelle relazioni più sincere, come l'amicizia o l'amore, spesso esiste una componente di aspettativa reciproca. Il bisogno di sicurezza, riconoscimento o conferma di sé sono solo alcune delle motivazioni che spingono l'ego ad agire in un determinato modo. Questo porta a dinamiche relazionali che possono risultare squilibrate, con un individuo che si lega all'altro più per ciò che riceve che per il desiderio di una vera connessione. L'ego, infatti, misura il valore di una relazione in base ai benefici che ne trae, che possono essere tangibili o emotivi.
Un aspetto spesso sottovalutato è il modo in cui l'ego gestisce la delusione nelle relazioni. Se una persona non riceve il riconoscimento o l'attenzione sperata, può reagire con frustrazione, risentimento o chiusura. Questo perché l'ego si aspetta una reciprocità costante e, quando questa viene meno, si sente minacciato.

Esempio: Una persona può coltivare un'amicizia principalmente per ricevere supporto emotivo o per sentirsi importante agli occhi dell'altro, piuttosto che per un autentico scambio reciproco. Se però, a un certo punto, l'amico inizia a dedicare meno attenzione o tempo, l'ego potrebbe interpretarlo come un rifiuto, generando sentimenti di insicurezza o addirittura rabbia. Invece di accettare che ogni relazione attraversa fasi diverse, la persona può arrivare a chiudersi o a interrompere il rapporto per proteggere la propria autostima. Questo dimostra come l'ego renda difficile vivere le relazioni in modo fluido e naturale, ostacolando la possibilità di un autentico legame basato sulla comprensione reciproca.

Maschere e apparenze

L'ego utilizza spesso delle maschere per ottenere ciò che desidera. Proietta un'immagine studiata per essere accettato o amato dagli altri, temendo che, se questa immagine dovesse crollare, la sua percezione di valore ne sarebbe compromessa. Questo porta le persone a vivere in modo poco autentico, costringendole a mantenere un ruolo che può risultare pesante e logorante nel tempo. L'uso di queste maschere è una strategia difensiva, che nasce dalla paura del giudizio altrui o dalla sensazione di non essere abbastanza se mostrati nella propria vulnerabilità.
In molte situazioni, l'ego impedisce alla persona di mostrarsi per ciò che è realmente, creando un senso di distanza dagli altri e rendendo difficile la costruzione di relazioni profonde e sincere. Più una persona si identifica con la propria maschera, più rischia di perdere il contatto con la propria autenticità e di soffrire nel momento in cui questa immagine viene messa in discussione.

Esempio: Un individuo può mostrarsi sempre forte e sicuro di sé, anche quando dentro di sé prova insicurezza e paura. Questo lo porta a non permettere agli altri di vedere la sua vulnerabilità, creando una barriera emotiva nelle relazioni. Potrebbe, ad esempio, evitare di chiedere aiuto o di esprimere le proprie emozioni per paura di essere visto come debole, finendo per isolarsi emotivamente o accumulare stress e tensione interiore. In ambito lavorativo, un manager che si sente insicuro potrebbe adottare un atteggiamento autoritario per nascondere le proprie fragilità, minando però la fiducia e la collaborazione del suo team. Nel lungo termine, queste dinamiche possono portare a insoddisfazione e difficoltà a mantenere relazioni autentiche e appaganti.

L'imposizione della propria visione

L'ego tende a non accettare facilmente il punto di vista altrui e a credere che la propria prospettiva sia l'unica valida. Questo atteggiamento può generare conflitti e incomprensioni, poiché impedisce un vero dialogo e una crescita comune. Inoltre, l'ego spesso si aggrappa alla propria visione del mondo come a una verità assoluta, temendo che metterla in discussione possa compromettere la propria identità o valore personale. Questa rigidità mentale porta a una chiusura nei confronti delle opinioni altrui e alimenta una continua ricerca di conferme che rafforzino la propria posizione.
Quando due persone, entrambe guidate dall'ego, interagiscono, la comunicazione rischia di trasformarsi in un'arena di competizione piuttosto che in uno spazio di confronto costruttivo. Le conversazioni diventano battaglie per dimostrare chi ha ragione, generando un clima di tensione che ostacola l'ascolto reciproco e la comprensione empatica.

Esempio: In una discussione di coppia, uno dei due partner può insistere nel voler dimostrare di avere ragione, senza ascoltare veramente il punto di vista dell'altro, poiché l'ego ha bisogno di confermarsi come "giusto". Questo atteggiamento può portare a frustrazione e distanza emotiva. Se invece si sviluppa la capacità di mettere da parte l'ego, si può creare uno spazio di dialogo più aperto, in cui entrambi i partner si sentano ascoltati e rispettati, favorendo così una crescita comune e una maggiore armonia nella relazione.

Il bisogno di approvazione

L'ego è costantemente alla ricerca di conferme esterne per sentirsi valido. Il timore di non essere abbastanza porta spesso a comportamenti che mirano a ottenere consenso e apprezzamento, generando una dipendenza dall'opinione altrui. Questa continua ricerca di validazione può trasformarsi in un circolo vizioso, in cui la persona si sforza costantemente di adeguarsi alle aspettative degli altri, perdendo di vista i propri desideri e bisogni autentici.
L'ansia di ricevere approvazione si manifesta in vari modi, dal cercare di compiacere gli altri fino al timore di esprimere opinioni personali per paura di essere criticati o rifiutati. Questo atteggiamento, alla lunga, può portare a un senso di frustrazione e insoddisfazione interiore, poiché l'identità della persona si basa esclusivamente sul riconoscimento esterno.

Esempio: Una persona potrebbe accettare inviti o compiti che non desidera realmente, solo per paura di deludere gli altri o di essere giudicata negativamente. Questo comportamento può estendersi anche in ambito lavorativo, dove un individuo accetta incarichi e responsabilità eccessive pur di dimostrare il proprio valore, rischiando di accumulare stress e sentirsi sopraffatto. In ambito familiare, invece, una persona potrebbe evitare di esprimere disaccordo o necessità personali per mantenere un clima di armonia apparente, sacrificando così il proprio benessere emotivo. Questa costante esigenza di approvazione limita la capacità di vivere le relazioni in modo spontaneo e autentico, ostacolando il pieno sviluppo della propria individualità.

Identificazione con un ruolo

Molte persone si identificano così tanto con un ruolo specifico che temono di perdere il proprio valore se smettono di interpretarlo. Questa identificazione rigida porta a difficoltà nel vivere le relazioni in modo spontaneo, generando stress e ansia nel dover mantenere costantemente un'immagine coerente con il ruolo assunto. Questo atteggiamento può rendere difficile l'adattamento alle diverse fasi della vita, portando a una sensazione di soffocamento o insoddisfazione quando il ruolo stesso diventa un peso.
Inoltre, questa rigidità può influire negativamente sulle relazioni interpersonali. Le persone che si identificano troppo con un ruolo possono sviluppare aspettative irrealistiche nei confronti di sé stesse e degli altri, risultando meno flessibili e meno inclini ad accettare cambiamenti. Ad esempio, possono avere difficoltà a delegare responsabilità o a chiedere aiuto, temendo che ciò possa minare la percezione che gli altri hanno di loro.

Esempio: Un genitore che si vede solo come "colui che deve sempre essere forte" potrebbe avere difficoltà a mostrare la propria fragilità, anche quando sarebbe utile per costruire un legame più autentico con i propri figli. Se il genitore evita di esprimere emozioni o di condividere le proprie insicurezze, i figli potrebbero percepirlo come distante o inaccessibile, sviluppando a loro volta difficoltà nell'esprimere le proprie emozioni. In alcuni casi, questo può creare un ambiente familiare in cui la vulnerabilità è vista come una debolezza, rendendo più difficile per i membri della famiglia comunicare in modo aperto e sincero.

La negazione della sofferenza

Spesso, dietro la maschera dell'ego si cela una profonda sofferenza. La paura di essere rifiutati o di non essere abbastanza spinge l'ego a costruire una falsa immagine di sé, che però impedisce di vivere le relazioni in modo sincero e spontaneo. Questa immagine fittizia serve come meccanismo di difesa per proteggersi dal dolore, ma al tempo stesso crea una barriera tra sé e gli altri, rendendo difficile la connessione autentica.
Chi vive costantemente dietro questa maschera può sentirsi intrappolato in un ruolo che non gli appartiene veramente, sperimentando un profondo senso di solitudine e insoddisfazione. Nel tentativo di evitare la sofferenza, l'ego costruisce muri che isolano la persona, rendendola incapace di ricevere amore e accettazione genuini. Questo ciclo si autoalimenta, perché più si evita di affrontare la propria vulnerabilità, più si rinforza l'idea che mostrarla sia un segno di debolezza.

Esempio: Una persona che ha subito un rifiuto significativo in passato può sviluppare un atteggiamento distaccato nelle relazioni, evitando il coinvolgimento emotivo per timore di soffrire nuovamente. Questo distacco può manifestarsi in diversi modi: potrebbe evitare di esprimere i propri sentimenti, preferire rapporti superficiali o interrompere una relazione appena emergono segnali di possibile dolore. In alcuni casi, questa paura del rifiuto può spingere la persona a instaurare relazioni in cui ha il pieno controllo, evitando di dipendere emotivamente dagli altri. Tuttavia, questa strategia non elimina il problema, ma lo rinforza, alimentando la sensazione di isolamento e confermando inconsciamente la credenza di non essere degni di amore e accettazione autentici.

L'ego influenza profondamente le relazioni, spesso rendendole meno autentiche a causa del suo bisogno di sicurezza, validazione e controllo. Riconoscere questi meccanismi è il primo passo per instaurare rapporti più genuini, basati sull'accettazione reciproca e sulla consapevolezza. Lavorare su se stessi, imparare a distinguere tra i bisogni autentici e quelli dettati dall'ego, e sviluppare la capacità di accettare l'altro per ciò che è, sono strategie fondamentali per costruire relazioni più sane e appaganti.

Esercizi pratici per instaurare relazioni più autentiche e superare l'influenza dell'ego

Lavorare su se stessi per costruire relazioni più autentiche richiede consapevolezza, pratica e disponibilità al cambiamento. Qui troverai alcuni esercizi pratici per ridurre l’influenza dell’ego nei rapporti e favorire un'autenticità più profonda.


1. Osserva il tuo ego in azione (Esercizio di auto-riflessione)

📌 Obiettivo: Riconoscere i momenti in cui l’ego influenza il tuo comportamento nelle relazioni.

Come fare:

  • Per una settimana, tieni un diario delle interazioni più significative (amicizie, famiglia, lavoro, amore).

  • Dopo ogni interazione importante, rispondi a queste domande:

    • Cosa volevo ottenere da questa conversazione? (Approvazione? Controllo? Conferme?)

    • Mi sono comportato in modo autentico o ho indossato una maschera?

    • Ho ascoltato veramente l’altro o ero focalizzato su cosa rispondere?

    • Come avrei potuto agire con più autenticità?

  • Alla fine della settimana, rileggi gli appunti e individua i modelli ricorrenti del tuo ego.

📌 Risultato atteso: Maggiore consapevolezza di come il tuo ego si manifesta nelle relazioni.


2. Rompere le aspettative nascoste (Esercizio del “Dare senza aspettative”)

📌 Obiettivo: Imparare a dare senza aspettarsi nulla in cambio.

Come fare:

  • Ogni giorno, fai un gesto gentile per qualcuno senza aspettarti nulla (un messaggio di supporto, un favore, un sorriso).

  • Dopo averlo fatto, osserva la tua reazione interiore:

    • Ti aspetti gratitudine o riconoscimento?

    • Ti senti frustrato se non ricevi una risposta immediata?

    • Oppure provi una gioia autentica nel donare?

  • Scrivi le tue riflessioni su come ti senti quando dai senza aspettative.

📌 Risultato atteso: Sperimentare la gioia di dare in modo autentico, senza essere guidati dal bisogno di conferme esterne.


3. Pratica l’“ascolto ego-free” (Esercizio di empatia attiva)go, Rornaconto,

📌 Obiettivo: Imparare ad ascoltare senza filtrare attraverso il proprio ego.

Come fare:

  • In una conversazione importante, concentrati solo sull’ascolto, senza interrompere e senza formulare mentalmente la tua risposta mentre l’altro parla.

  • Quando l’altro ha finito, prima di rispondere, prova a riassumere quello che hai capito, ad esempio:

    • “Se ho capito bene, ti senti così perché…”

    • “Quindi per te è importante che…”

  • Osserva come cambia la dinamica della conversazione.

📌 Risultato atteso: Migliore connessione con gli altri e meno bisogno di imporre il proprio punto di vista.


4. Smantellare le maschere (Esercizio del mostrarsi vulnerabili)

📌 Obiettivo: Ridurre la paura di mostrarsi autentici.

Come fare:

  • Pensa a un aspetto di te che tendi a nascondere per paura del giudizio (insicurezza, paura, emozioni).

  • Identifica una persona con cui ti senti relativamente sicuro e condividi una tua vulnerabilità con lei.

  • Dopo averlo fatto, osserva le tue emozioni:

    • Ti senti più leggero?

    • L’altro ha reagito diversamente da come ti aspettavi?

📌 Risultato atteso: Costruire relazioni più vere, basate sulla fiducia e sulla sincerità.


5. Sfida il bisogno di avere ragione (Esercizio della flessibilità mentale)

📌 Obiettivo: Sperimentare la libertà di non dover dimostrare nulla.

Come fare:

  • Durante una discussione, invece di cercare di avere ragione, prova a dire:

    • “Potrebbe esserci un’altra prospettiva che non sto considerando?”

    • “Cosa posso imparare da questo confronto?”

  • Fai attenzione alle tue reazioni interiori quando scegli di non entrare in competizione.

📌 Risultato atteso: Maggiore apertura al confronto e relazioni meno conflittuali.


6. Riconosci il bisogno di approvazione (Esercizio del “chi sono senza il giudizio altrui?”)

📌 Obiettivo: Distinguere la tua identità autentica dalle aspettative degli altri.

Come fare:

  • Scrivi una lista di azioni o scelte che fai solo per compiacere gli altri.

  • Poi chiediti:

    • “Se nessuno dovesse giudicarmi, farei ancora questa scelta?”

  • Prova a prendere almeno una decisione solo per te stesso, senza lasciarti condizionare dall’opinione altrui.

📌 Risultato atteso: Più autonomia e autenticità nelle scelte di vita.

Confini personali

 

Perché i confini personali sono importanti?

I confini personali sono le linee invisibili che delimitano ciò che siamo disposti ad accettare nelle nostre relazioni con gli altri. Stabilire confini chiari ci permette di proteggerci da sovraccarichi emotivi e responsabilità che non ci competono. Senza confini definiti, rischiamo di sentirci sopraffatti, sfruttati o in colpa per non soddisfare le aspettative altrui. Comprendere l'importanza di questi limiti è il primo passo per migliorare la nostra qualità di vita e le nostre relazioni.

Perché ci sentiamo responsabili dei problemi altrui?

Ci sentiamo spesso responsabili dei problemi altrui o ci troviamo a risolvere situazioni che non ci competono direttamente per diverse ragioni. Questo atteggiamento può derivare da fattori psicologici, esperienze passate e influenze sociali, che ci portano a credere che il nostro valore dipenda dalla nostra disponibilità verso gli altri.

  • Desiderio di essere buoni e amati (compiacenza): Se da bambini ci hanno insegnato che essere sempre disponibili è l’unico modo per essere accettati, potremmo sentirci in colpa quando diciamo "no". Questo può portarci a sacrificare il nostro tempo e le nostre energie per evitare il timore del rifiuto. Esempio: Ti viene chiesto di aiutare un collega dopo l’orario di lavoro, e accetti per paura di sembrare egoista, anche se hai altri impegni.

  • Paura di non essere stimati o amati: Temiamo che rifiutare di aiutare possa farci perdere l'affetto degli altri. Spesso ci convinciamo che la nostra disponibilità sia l’unico modo per mantenere le relazioni. Esempio: Un amico ti chiama sempre per sfogarsi, e anche se sei esausto e avresti bisogno di supporto, continui ad ascoltarlo per non deluderlo.

  • Abitudine di risolvere i problemi prima degli altri: Se siamo abituati a intervenire sempre, gli altri potrebbero aspettarsi che continuiamo a farlo, alimentando un ciclo difficile da interrompere. Esempio: Sei la persona che organizza sempre tutto in famiglia, anche quando nessuno lo chiede, e poi ti senti frustrato perché nessuno si offre di aiutarti.

  • Senso di responsabilità, anche quando non è nostro: Alcune persone sentono il bisogno di caricarsi il peso emotivo degli altri, come se fosse loro dovere risolvere ogni difficoltà. Esempio: Un collega è in difficoltà con un compito, e senza che lui lo chieda, ti senti in dovere di aiutarlo, anche se hai già molto lavoro arretrato.

  • Paura delle reazioni altrui: Il timore di deludere gli altri ci porta a oltrepassare i nostri limiti, spesso controvoglia. Esempio: Accetti un invito a una cena anche se sei esausto, perché hai paura di sembrare scortese o di offendere qualcuno.

  • Difficoltà nel dire "no": Dire "no" può farci sentire a disagio, ma è fondamentale per il nostro benessere. Senza questa capacità, finiamo per accumulare stress e risentimento. Esempio: Ti viene chiesto un favore che ti mette in difficoltà, ma invece di rifiutare, accetti per evitare tensioni, anche se questo comporta sacrificare i tuoi impegni personali.

  • Il complesso del "Salvatore" o di "Wonder Woman": Sentirsi indispensabili ci porta a prenderci carico di tutto, come se il benessere degli altri dipendesse solo da noi. Esempio: Sei la persona a cui tutti si affidano per risolvere problemi, sia in famiglia che sul lavoro, e alla fine ti ritrovi esausto e senza tempo per te stesso.

  • Paura dell'abbandono: La paura di perdere relazioni ci spinge a essere sempre disponibili, anche quando ciò ci danneggia. Esempio: Ti ritrovi a fare favori che non vuoi fare per paura di perdere l'amicizia di qualcuno, anche se ti senti sfruttato e poco considerato.

  • Mancanza di chiari confini personali: Senza limiti ben definiti, finiamo per assumerci responsabilità che non ci appartengono, creando situazioni di squilibrio nelle relazioni. Esempio: Un familiare si aspetta che tu sia sempre disponibile e si offende quando cerchi di stabilire dei limiti, ma tu non riesci a dire di no perché temi il conflitto.

Come interrompere questo schema?

  • Prendere consapevolezza della propria responsabilità: Dobbiamo attivamente definire cosa ci compete e cosa no, evitando di prenderci carico di ciò che non è nostro.

  • Imparare a dire "no" in modo diretto ed efficace: Essere assertivi ed esprimere i nostri bisogni invece di ricorrere a scuse o giustificazioni superflue. Un "no" sincero è più rispettoso di un "sì" forzato.

  • Concentrarsi sui propri bisogni: Quando ci viene chiesto qualcosa che non ci compete, dobbiamo chiederci se soddisfa i nostri bisogni o se stiamo solo cercando di compiacere gli altri.

  • Riconoscere che le reazioni altrui sono loro responsabilità: Se comunichiamo un confine in modo chiaro e rispettoso, la reazione dell'altro non è nostra responsabilità. Dobbiamo accettare che non tutti reagiranno positivamente e che va bene così.

  • Lasciare che gli altri si assumano le proprie responsabilità: Permettere agli altri di affrontare le conseguenze delle proprie azioni può aiutarli a crescere e a sviluppare autonomia.

  • Darsi il permesso di pensare a sé stessi: È cruciale godersi i propri momenti senza sentirsi in colpa. Prendersi cura di sé non è egoismo, ma una necessità per il proprio equilibrio.

  • Lavorare sul senso di colpa: Mettere in discussione il "giudice interiore" che ci dice che dobbiamo essere sempre disponibili per essere buoni. Sostituire la colpa con il rispetto di sé stessi.

  • Comunicare chiaramente i propri limiti: È importante comunicare in modo esplicito i propri limiti e aspettative con le persone coinvolte, senza paura di perdere il loro affetto.

  • Non aver paura di "perdere la maschera di santità": Dobbiamo essere disposti a rinunciare all'immagine di persona sempre disponibile per proteggere il nostro benessere e costruire relazioni più autentiche e bilanciate.

Inizia oggi stesso!

Definire i propri confini è un percorso che richiede tempo, ma ogni piccolo passo conta. Prova a dire "no" almeno una volta questa settimana, presta attenzione ai tuoi bisogni e sii gentile con te stesso. Prenditi del tempo per riflettere sulle tue relazioni e su come puoi migliorarle stabilendo confini più sani. Ricorda: i tuoi confini meritano rispetto, prima di tutto da parte tua!

venerdì 14 marzo 2025

Il buonismo: maschera sociale e ostacolo all’autenticità

 



Il “buonismo” è un atteggiamento caratterizzato da un’eccessiva tendenza alla disponibilità, alla gentilezza e al compiacimento degli altri, spesso a discapito dei propri bisogni e desideri. Si tratta di una dinamica psicologica complessa che può derivare da fattori educativi, sociali e individuali. Il non avere la forza di cedere la maschera buonista evidenzia la difficoltà a rinunciare a un’immagine di persona sempre buona, generosa e altruista, che si è costruita nel tempo o che gli altri si aspettano da noi.

Le radici psicologiche della maschera buonista

Desiderio di approvazione: molte persone indossano questa maschera per ottenere riconoscimento e accettazione. Fin dall’infanzia, possiamo aver appreso che la bontà e la disponibilità incondizionata sono la chiave per essere amati e stimati. Questa credenza può portare a sviluppare un’identità centrata sull’evitamento del rifiuto e del giudizio altrui.

Paura del conflitto e del “no”: essere sempre disponibili sembra una strategia per evitare il conflitto. Dire di “no” può essere vissuto come un atto egoistico o scortese, in contrasto con l’immagine di persona buona e generosa che si vuole mantenere. Tuttavia, evitare il confronto impedisce di affermare i propri bisogni e può generare frustrazione e risentimento.

Senso di colpa: il timore di deludere gli altri porta a un senso di colpa ogni volta che si cerca di affermare un proprio confine. Questo sentimento è spesso appreso in ambienti in cui il sacrificio di sé è stato premiato o incoraggiato, consolidando l’idea che il proprio valore dipenda dalla capacità di soddisfare le esigenze altrui.

Identità autoimposta: la maschera del buonismo può diventare parte integrante dell’identità personale. Alcune persone si percepiscono come “salvatori” o come individui la cui missione è prendersi cura degli altri, trovando difficoltà a immaginarsi al di fuori di questo ruolo. Questo rende difficile accettare l’idea di non essere sempre disponibili o di poter esprimere bisogni propri.

Difficoltà nel tollerare il disagio altrui: molti evitano di stabilire limiti perché temono la reazione negativa degli altri. La possibilità che qualcuno si senta rifiutato, deluso o arrabbiato genera ansia e porta a sacrificare il proprio benessere per evitare il disagio altrui. Tuttavia, questo atteggiamento spesso compromette la qualità delle relazioni, rendendole sbilanciate e poco autentiche.

Le conseguenze della maschera buonista

Quando non si ha la forza di abbandonare il buonismo, si corre il rischio di vivere relazioni improntate sulla compiacenza piuttosto che sull’autenticità. Questo può portare a:

  • Esaurimento emotivo: la costante disponibilità agli altri porta a un consumo eccessivo di energie e risorse personali.
  • Risentimento: la sensazione di essere sfruttati o di non ricevere lo stesso livello di attenzione e cura dagli altri.
  • Difficoltà nell’assertività: l’incapacità di esprimere desideri e necessità porta a sentirsi impotenti e frustrati.
  • Relazioni squilibrate: la tendenza a dare senza ricevere in modo equilibrato può portare a rapporti in cui si viene percepiti come scontati o privi di autentica individualità.

Superare il buonismo: verso un’autenticità relazionale

Per costruire relazioni sane e autentiche, è fondamentale trovare il coraggio di abbandonare la maschera buonista e sviluppare un atteggiamento più assertivo. Alcuni passi utili includono:

  • Riconoscere il proprio valore: comprendere che la propria dignità e il proprio valore non dipendono esclusivamente dall’approvazione altrui.
  • Imparare a dire di no: praticare il rifiuto in modo gentile ma fermo aiuta a stabilire confini chiari e a rispettare i propri bisogni.
  • Accettare il disagio del conflitto: il confronto è una parte naturale delle relazioni umane e non deve essere evitato a ogni costo.
  • Coltivare l’autenticità: esprimere se stessi in modo sincero e diretto permette di attrarre persone che ci rispettano per chi siamo veramente.

Abbandonare la maschera buonista non significa diventare indifferenti o egoisti, ma piuttosto imparare a rispettare se stessi tanto quanto si rispettano gli altri. Questo cambiamento porta a una maggiore serenità interiore e a relazioni più equilibrate e soddisfacenti.