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mercoledì 28 gennaio 2026

Giustificarsi VS Spiegarsi

Giustificarsi nasce quasi sempre da una paura. Non è una scelta consapevole, è una reazione. È come se, davanti all’altro, sentissimo di dover dimostrare qualcosa: che non siamo sbagliati, che non abbiamo cattive intenzioni, che non meritiamo una critica o un rifiuto. Il corpo si tende, la mente corre a cercare motivi, cause, attenuanti. In quel momento l’obiettivo non è essere compresi, ma essere assolti. Anche quando nessuno ci sta realmente accusando, dentro di noi l’accusa è già partita. Il giustificarsi ha questa qualità particolare: anticipa il giudizio e prova a neutralizzarlo prima che faccia male.

Spiegarsi, invece, nasce da un luogo molto più quieto. Non perché la situazione sia facile o perché non ci sia tensione, ma perché interiormente non stiamo mettendo in discussione il nostro diritto di esistere o di essere come siamo. Spiegarsi significa dire: “Questo è ciò che è successo, questo è ciò che ho sentito, questo è il modo in cui funziono”. Non c’è la corsa a difendersi, non c’è l’urgenza di convincere. C’è un’apertura. È un gesto di contatto, non di protezione.

Quando ci giustifichiamo, spesso accumuliamo parole. Più sentiamo il rischio di essere fraintesi, più aggiungiamo spiegazioni, precisazioni, confronti, esempi. Ma quell’abbondanza non chiarisce, anzi confonde. L’altro, anche se non lo sa spiegare razionalmente, percepisce che non lo stiamo davvero incontrando. Sente che siamo occupati a salvare noi stessi. E questo, paradossalmente, può farlo sentire escluso o non ascoltato. La giustificazione chiude, anche quando sembra voler aprire.

Spiegarsi fa l’opposto: semplifica. Non perché riduca la complessità, ma perché va al centro. Non serve raccontare tutto il contesto per essere autentici; serve nominare ciò che conta. Un’emozione, un bisogno, un limite. Spiegarsi implica anche accettare che l’altro possa non essere d’accordo, possa restare deluso, possa avere una lettura diversa. Non è una strategia per ottenere consenso, è un atto di chiarezza. E questa chiarezza, quando è sincera, crea molto più rispetto di mille difese.

C’è anche un aspetto più profondo. Chi si giustifica spesso porta dentro una storia in cui spiegarsi non era sicuro. Forse da bambino ogni errore veniva punito, ogni emozione messa in discussione, ogni tentativo di dire “come stavo” trasformato in un processo. In quel caso giustificarsi è stato un modo intelligente per sopravvivere. Non va giudicato. Ma da adulti possiamo accorgerci che quel meccanismo, oggi, non ci protegge più: ci isola. Continuiamo a parlare come se fossimo sotto esame, anche quando siamo in una relazione che potrebbe accoglierci.

Spiegarsi richiede un piccolo atto di fiducia. Fiducia nel fatto che possiamo restare integri anche se l’altro non approva tutto. Fiducia nel fatto che non dobbiamo essere impeccabili per essere degni di relazione. È un passaggio delicato: significa rinunciare al controllo sull’immagine che l’altro ha di noi. E questo fa paura. Ma è proprio lì che la comunicazione diventa adulta.

Un segnale utile per riconoscere la differenza è ascoltarsi mentre si parla. Se senti fretta, tensione, bisogno di aggiungere subito “però”, “ma”, “in realtà”, probabilmente ti stai giustificando. Se invece senti una certa stabilità interna, anche mentre dici qualcosa di scomodo, è più facile che tu ti stia spiegando. La spiegazione non ha bisogno di correre, perché non sta scappando da nulla.

In fondo, la differenza tra giustificarsi e spiegarsi è la differenza tra dire “non attaccarmi” e dire “eccomi”. La prima frase nasce dalla paura di perdere il legame, la seconda dalla disponibilità a incontrare l’altro senza nascondersi. Quando impariamo a spiegarci, non diventiamo più vulnerabili: diventiamo più veri. E spesso scopriamo che la verità, detta da un luogo saldo, crea molta più vicinanza di qualsiasi difesa ben costruita.

Vale la pena spiegarsi quando c’è almeno una minima possibilità di incontro. Non serve che l’altro sia perfetto, empatico o già d’accordo con te, ma deve esserci un’apertura reale all’ascolto. Anche una frase semplice come “dimmi” o “non ho capito, aiutami a capire” è un segnale sufficiente. In questi casi spiegarsi aiuta a creare contesto, a ridurre le proiezioni, a chiarire intenzioni e bisogni. Serve soprattutto quando senti che stai parlando da un luogo calmo, non urgente, e che potresti tollerare il fatto che l’altro non accolga tutto. Se ti spieghi e resti centrato anche se l’altro non cambia subito posizione, allora stai spiegando, non implorando.

Ha senso spiegarsi anche quando vuoi assumerti una responsabilità, non per riparare l’immagine ma per essere integro. Per esempio quando riconosci un errore, un limite, una mancanza e senti che nominarla ti rende più allineato con te stesso, indipendentemente dalla risposta dell’altro. In questo caso la spiegazione non è una trattativa, è un atto di chiarezza. Spesso questo tipo di spiegazione, proprio perché non chiede nulla in cambio, genera rispetto.

Spiegarsi vale la pena anche quando serve a proteggere il confine, non a sfondarlo. Dire come funzioni, cosa puoi e cosa non puoi fare, cosa è sostenibile per te, è una spiegazione sana se non è accompagnata dal bisogno che l’altro la approvi. “Questo è il mio limite” è una spiegazione che non richiede consenso, solo riconoscimento.

Non vale la pena spiegarsi quando l’altro non sta ascoltando, ma raccogliendo informazioni. Ci sono situazioni in cui ogni spiegazione viene sezionata, ribaltata, usata come prova o come arma. In questi casi spiegarsi non crea comprensione, crea esposizione. Se senti che dopo ogni tua frase devi chiarirne un’altra, e poi un’altra ancora, probabilmente non sei in uno spazio di dialogo ma di controllo. Qui spiegarsi diventa una forma sottile di auto-tradimento.

Non vale la pena spiegarsi quando lo stai facendo per paura di perdere l’altro. Questo è un punto delicato, perché dall’interno può sembrare amore o cura della relazione. Ma se ti spieghi per evitare un abbandono, una rabbia, un silenzio o una punizione emotiva, la spiegazione perde dignità e diventa negoziazione del tuo valore. In questi casi anche le parole più limpide suonano deboli, perché l’energia che le muove è la paura.

È inutile spiegarsi quando l’altro ha già deciso chi sei. Se la persona è chiusa in una narrazione rigida (“tu sei sempre così”, “sei fatto così”, “con te è impossibile”), ogni spiegazione verrà filtrata per confermare quella storia. Qui il silenzio, o una frase molto breve e ferma, è spesso più sano di un lungo tentativo di chiarimento.

C’è poi un criterio interno molto affidabile: come ti senti mentre ti spieghi. Se senti di perderti, di svuotarti, di dover dimostrare, di parlare troppo, è probabile che non sia il momento. Se invece ti senti presente, essenziale, allineato, anche un disagio emotivo è tollerabile, perché non stai rinunciando a te stesso.

In sintesi, spiegarsi vale la pena quando nasce dalla solidità e va verso il contatto. Non vale la pena quando nasce dalla paura e va verso l’autosvalutazione. La spiegazione sana non rincorre l’altro: si offre. E se non viene accolta, non crolla. Questa è forse la linea più sottile, ma anche la più liberante.

Quindi, la differenza tra giustificarsi e spiegarsi non è nelle parole, ma nella posizione psicologica da cui parli.

  • Giustificarsi nasce da una posizione di difesa.
  • Spiegarsi nasce da una posizione di responsabilità.

Quando ti giustifichi, dentro di te stai rispondendo a una domanda implicita:“Sto sbagliando? Devo difendermi?”

Quando ti spieghi, stai rispondendo a un’altra domanda: “Voglio che tu capisca come funziono, cosa sento, cosa intendo.”

Nel primo caso cerchi di salvarti da una colpa. Nel secondo cerchi un contatto.

Esempi pratici di giustificazione

Immagina che una persona ti dica: 
“Non mi hai risposto ieri.”
Risposta che nasce dal giustificarsi:
“Sì ma ero stanchissima, poi avevo mille cose da fare, e comunque anche tu non mi rispondi sempre subito, e poi non l’ho fatto apposta.”
Cosa sta succedendo qui?

  • Ti senti sotto accusa
  • Ti difendi prima ancora che l’altro ti dica cosa prova
  • Sposti il focus su fattori esterni
    Paradossalmente, più ti giustifichi, più sembri colpevole, anche se non lo sei.

Spiegarsi è un atto profondamente diverso. È una forma di trasparenza responsabile.
Quando ti spieghi:

  • non neghi ciò che è successo
  • non attacchi
  • non ti difendi
  • non cerchi di convincere

Ti assumi la responsabilità del tuo comportamento e del tuo mondo interno, non del giudizio dell’altro. La posizione interna è questa: “So chi sono e perché faccio ciò che faccio. Te lo condivido, non per scusarmi, ma per farti capire.”

Stessa situazione di prima. 
“Non mi hai risposto ieri.” 
Risposta che nasce dallo spiegarsi:
“Vero, ieri non ho risposto. Avevo bisogno di staccare e non avevo energie per comunicare. Capisco che possa averti fatto sentire trascurato.”
Qui succedono cose molto diverse:

  • riconosci il fatto
  • nomini il tuo bisogno
  • riconosci l’impatto sull’altro
  • non ti difendi
  • non ti annulli

Questo disinnesca il conflitto e apre uno spazio di contatto.

Spiegarsi è sano quando:

  • vuoi costruire comprensione
  • c’è uno spazio di ascolto
  • non stai cercando assoluzione
  • parli dal presente, non dalla paura

Non è necessario spiegarsi quando:

  • l’altro non ascolta
  • l’altro usa le tue spiegazioni contro di te
  • stai spiegando per paura di perdere l’altro
  • stai spiegando troppo

Una spiegazione sana non implora di essere accettata.

Alla radice di tutto c’è questa verità: una persona che sente di avere diritto di esistere non ha bisogno di giustificarsi.

Chi si spiega sa che:

  • può sbagliare
  • può essere frainteso
  • può deludere
  • e restare comunque degno

Chi si giustifica, invece, sente che l’errore mette a rischio il legame o il valore personale.

Un piccolo esercizio pratico
Quando stai per rispondere a qualcosa di delicato, fermati un secondo e chiediti:
Sto parlando per essere capito o per difendermi?


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