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martedì 3 febbraio 2026

Perché soffriamo nelle relazioni e negli eventi


Riflessione ispirata all'insegnamento di Lama Michel Rinpoche

Una delle trappole più sottili in cui cadiamo, quasi senza accorgercene, è l’attaccamento a una realtà che esiste solo nella nostra testa. Non la realtà così com’è, ma quella che secondo noi dovrebbe essere. È una trappola elegante, ben confezionata, perché spesso si presenta con le sembianze delle migliori intenzioni: l’amore, il desiderio di armonia, la volontà di far funzionare le cose. Eppure, proprio lì, nasce molta della nostra sofferenza.

Fin dall’inizio delle relazioni umane – che siano affettive, familiari o amicali – entriamo in contatto non solo con una persona reale, ma anche con un’immagine. Un’idea. Un progetto. Senza volerlo, iniziamo a costruire una versione dell’altro: come dovrebbe comportarsi, come dovrebbe crescere, cosa dovrebbe capire prima o poi. All’inizio è quasi innocente. È un riflesso naturale della mente che cerca ordine e continuità. Il problema nasce quando quell’immagine diventa più importante della persona reale che abbiamo davanti.

A quel punto non stiamo più incontrando l’altro, ma difendendo una proiezione. E difendere una proiezione è faticoso, perché la realtà – per sua natura – non collabora. Le persone cambiano, inciampano, tornano indietro, seguono tempi che non sono i nostri. La vita non ha alcun interesse a rispettare le nostre aspettative. Così iniziamo a soffrire. Ma non perché l’altro sia “sbagliato”. Soffriamo perché non corrisponde alla nostra idea.

Qui accade qualcosa di molto umano: invece di mollare l’immagine, cerchiamo un colpevole. Se l’altro fosse diverso, se capisse, se facesse uno sforzo in più… E senza rendercene conto entriamo nel vittimismo, nella rabbia silenziosa, nel rancore. L’attaccamento, che credevamo amore, si trasforma in una richiesta: “Sii come io ho bisogno che tu sia, così io posso stare bene”. È un peso enorme da mettere sulle spalle di chiunque.
Il punto centrale, spesso frainteso, è questo: nessuno di noi ha il potere di determinare chi un altro debba essere. Possiamo suggerire, condividere, esprimere un punto di vista. Ma non possiamo decidere il percorso interiore di un altro essere umano. Quando crediamo di poterlo fare, stiamo già uscendo dalla relazione ed entrando nel controllo. E il controllo, prima o poi, presenta il conto.

Questo meccanismo non si limita alle relazioni. Lo facciamo con il lavoro, con il corpo, con il nostro passato, persino con il cammino spirituale. Ci aggrappiamo a un’idea di come “dovremmo essere arrivati a questo punto” e non ci accorgiamo che stiamo rifiutando il presente. Viviamo in una continua pre-sofferenza per ciò che temiamo accadrà o in una ri-sofferenza per ciò che non è andato come volevamo. Intanto, la vita reale scorre altrove.

C’è un’immagine molto potente: l’attaccamento come una macchia d’olio su un tessuto. Più cerchi di toglierla con forza, più si allarga. Così funziona anche nella mente. Più insistiamo nel voler piegare la realtà alla nostra visione, più aumentano la frustrazione, la chiusura, l’aggressività. E non solo a livello emotivo: il corpo ne risente, le relazioni si irrigidiscono, la mente perde flessibilità.

Forse la parola chiave, qui, è umiltà. Non nel senso morale o religioso, ma come atteggiamento esistenziale. Umiltà come riconoscimento profondo di non sapere davvero come le cose “dovrebbero” essere. Umiltà come disponibilità a incontrare la realtà prima di giudicarla. Non significa rinunciare ai desideri o alle direzioni. Significa non confondere la direzione con il controllo.

C’è una bella metafora: veleggiare. Quando si veleggia, si ha una meta, ma non si comanda il vento. Si ascolta, si aggiusta la rotta, si accetta di rallentare o cambiare direzione. Chi pretende di imporre il vento, finisce contro gli scogli. Così sono le relazioni e la vita stessa. Possiamo amare, impegnarci, esserci. Ma senza restare aggrappati all’idea che l’altro, o la realtà, debbano confermare la nostra visione per darci pace.
Quando molliamo l’immagine idealizzata, accade qualcosa di sorprendente: iniziamo finalmente a vedere. Vediamo chi abbiamo davanti, non chi avevamo immaginato. Vediamo possibilità nuove, evoluzioni che prima erano invisibili. E, soprattutto, torniamo a vivere nel presente, che è l’unico luogo in cui qualcosa può davvero accadere.

La sofferenza, in questo senso, diventa un’insegnante onesta. Ci mostra dove siamo attaccati, dove stiamo chiedendo alla vita di essere diversa per non sentire il vuoto, la paura o l’incertezza. Non ci chiede di diventare indifferenti, ma più veri. Più aderenti a ciò che è, invece che a ciò che avremmo voluto fosse.

Forse crescere significa proprio questo: sostituire lentamente la presunzione di sapere con la disponibilità a incontrare. Rinunciare alla realtà idealizzata non è una sconfitta. È un atto di libertà.

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