Già, succede più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere. E non riguarda solo persone “manifestamente autoritarie” o palesemente invadenti: riguarda anche individui colti, apparentemente aperti, talvolta persino animati da buone intenzioni. Il punto centrale è questo: quando qualcuno crede – più o meno consciamente – che il proprio modo di vivere, di pensare, di sentire e di organizzare l’esistenza sia quello giusto, tende a trasformare quella convinzione in una pretesa relazionale. Non lo vive come un’imposizione, ma come un’ovvietà. “È logico”, “è normale”, “è per il tuo bene”, “così funziona”. E da lì, il passo verso la richiesta implicita o esplicita che l’altro si adegui è brevissimo.
Questa dinamica nasce quasi sempre da una posizione di vantaggio che la persona vuole preservare. Se l’altro si muove in modo diverso, fa scelte differenti, ha tempi, valori o priorità incompatibili, il sistema che garantiva comfort, controllo o superiorità simbolica entra in crisi. Adeguarsi reciprocamente richiederebbe flessibilità, perdita di potere, messa in discussione di sé. Molto più semplice è chiedere – o pretendere – che sia l’altro a cambiare.
Il problema è che l’altro non è un’estensione. Non è un’appendice funzionale alla stabilità altrui. È un soggetto con una propria struttura interna: storia, temperamento, bisogni, ferite, desideri, limiti. Quando questi elementi vengono ignorati o svalutati, la relazione smette di essere uno spazio di incontro e diventa un terreno di colonizzazione.
Facciamo un esempio concreto. Immagina una persona fortemente orientata alla performance: orari rigidi, obiettivi chiari, vita scandita da efficienza e controllo. Questo stile le ha permesso di costruire sicurezza, identità, forse successo. Ora immagina che entri in relazione stretta – affettiva o professionale – con qualcuno che funziona diversamente: più intuitivo, meno lineare, con un rapporto col tempo fluido, magari creativo, magari ciclico. Per la prima persona, questo modo di essere può apparire disordinato, immaturo, inefficace. Ma ciò che davvero la disturba è un’altra cosa: quel modo di essere mette in discussione il suo. Mostra che esistono altre modalità di stare al mondo. E questo è destabilizzante.
Invece di riconoscere la differenza come legittima, spesso scatta la pretesa: “Organizzati meglio”, “Devi cambiare approccio”, “Così non vai da nessuna parte”, “Se mi vuoi bene / Se vuoi che funzioni / Se vuoi stare qui, devi adattarti”. Non è una richiesta neutra. È una richiesta asimmetrica, perché non prevede reciprocità. Non dice: “Come possiamo incontrarci?”, ma “Come puoi diventare compatibile con me?”.
Qui entra in gioco un punto fondamentale: non tutto ciò che è incompatibile è negoziabile. E non tutto ciò che crea disagio è un problema da correggere. A volte il disagio è semplicemente il segnale che due sistemi di valori, ritmi o bisogni non sono allineati. Pretendere l’allineamento forzato è una forma di violenza sottile, spesso mascherata da razionalità o pragmatismo.
Chi subisce questa dinamica tende a sentirsi sbagliato. Si interroga: “forse dovrei sforzarmi di più”, “forse hanno ragione loro”, “forse sono io quello difficile”. Questo accade soprattutto se la persona dominante parla con sicurezza, usa argomentazioni logiche, o gode di un riconoscimento sociale che le conferisce autorevolezza. Ma qui serve una chiarezza radicale: il fatto che qualcosa funzioni per qualcuno non lo rende universalmente valido. E il fatto che l’altro non possa o non voglia adeguarsi non è un difetto, è una verità.
Mettere confini, in questi casi, non è un atto aggressivo. È un atto di igiene psichica. Il confine non serve a punire l’altro, ma a proteggere la propria integrità. E va messo prima che l’adattamento forzato diventi auto-tradimento.
Qualche indicazione pratica, molto concreta, per chi si trova in questa situazione:
Primo: distinguere tra richiesta e pretesa. Una richiesta apre uno spazio di dialogo e accetta un possibile “no”. Una pretesa considera il “no” come un problema da correggere. Se ogni tua risposta diversa viene discussa, svalutata o reinterpretata finché non coincide con ciò che l’altro vuole, non sei in un dialogo.
Secondo: osserva come ti senti nel corpo dopo certe interazioni. Stanchezza, tensione, chiusura, senso di inadeguatezza sono segnali preziosi. Il corpo capisce prima della mente quando uno spazio relazionale non è abitabile.
Terzo: usa confini descrittivi, non giustificativi. Non serve spiegare per ore perché sei fatto così. Frasi come:
“Questo non è compatibile con il mio modo di funzionare”
“Non è qualcosa che posso offrire”
“Per me non è sostenibile” sono sufficienti. Più ti giustifichi, più offri all’altro appigli per negoziare la tua identità.
Quarto: accetta che mettere un confine può comportare una perdita. Alcune relazioni non sopravvivono quando smetti di adattarti. È doloroso, ma spesso è il prezzo della verità. Una relazione che esiste solo se tu ti riduci non è una relazione nutriente.
Quinto: non confondere empatia con auto-sacrificio. Puoi comprendere il punto di vista dell’altro senza assumerlo come guida per la tua vita. Comprendere non significa adeguarsi.
Infine, una verità scomoda ma liberante: non tutti sono in grado di stare in relazione con la differenza. Alcune persone hanno bisogno che l’altro confermi costantemente la loro visione del mondo per sentirsi al sicuro. Questo non le rende “cattive”, ma le rende incompatibili con chi vive in modo diverso. E l’incompatibilità non è un fallimento personale.
Mettere confini, in questi casi, è un atto di maturità. Significa dire: “Io ti vedo, ma vedo anche me. E non mi cancello per renderti più comodo stare qui”. È il passaggio dalla sottomissione silenziosa alla presenza adulta. E da lì in poi, anche se la strada può diventare più solitaria, diventa infinitamente più vera.

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