Ego di Marco
Io non capisco perché dovrei mettermi in discussione. Io sono quello che ha incassato un attacco personale. Non una critica su un comportamento, ma una stoccata su di me. E quando mi colpisci così, per me cambia tutto: non è più confronto, è mancanza di rispetto. Quindi sì, mi chiudo. Mi ritiro. Non perché voglio punire, ma perché voglio proteggermi. Se resto lì a parlare, rischio di peggiorare la figura, di dire qualcosa di cui mi pento, oppure di sentirmi ancora più piccolo. E poi Paolo fa come se niente fosse, minimizza o gira la cosa: “Dai, era una battuta”, “Non prenderla così”. Ma se io sto male, non è una battuta. È un limite superato. E se glielo dico, rischio pure di passare per quello sensibile, pesante, incapace di stare al gioco. Allora mi viene naturale farlo capire con la distanza: almeno così capisce che non si può parlare così.
Ego di Paolo
In questa dinamica non c’è un “buono” e un “cattivo”: c’è un incastro di mosse automatiche che si alimentano. Marco vive la stoccata come un colpo identitario e si protegge ritirandosi; Paolo vive quel ritiro come una punizione implicita e reagisce irrigidendosi e alzando il tono. Ognuno interpreta la propria reazione come difesa legittima, e quella dell’altro come attacco.
La responsabilità, qui, è doppia e concreta: riconoscere l’impatto senza giustificarsi e cambiare la mossa successiva. Paolo deve poter dire: “Quella frase ti ha ferito, ho esagerato” senza aggiungere subito “però…”. Marco deve poter dire: “Quando mi chiudo ti posso far male” senza trasformarlo in una prova di colpa.
Poi servono richieste chiare: una frase semplice ciascuno su cosa serve e cosa non è accettabile. Solo così il ciclo si interrompe perchè vediamo con nitidezza il dolore che l’altro ci provoca, e con una nebbia sorprendente il dolore che noi provochiamo all’altro. È un limite umano: quando soffriamo, la mente accende un faro sulla nostra ferita e, senza cattiveria, lascia in ombra l’impatto che abbiamo. Così nasce una “bilancia” interna che tende sempre a salvarci: il male che posso averti fatto io non è paragonabile a quello che hai fatto tu a me. E mentre questa frase ci sembra logica, in realtà ci mette in una posizione comoda: se il mio impatto è “minimo”, allora la mia responsabilità è minima.
La responsabilità, però, non è una sentenza morale. Non è “sono cattiva” o “sono colpevole”. È una cosa molto più concreta: è riconoscere la mia parte nel ciclo, anche quando mi costa, anche quando la mia ferita è reale. Significa spostare l’attenzione dall’intenzione (“io non volevo”) all’effetto (“che cosa è arrivato all’altro”). Perché nelle relazioni importanti non basta avere buone intenzioni: conta anche il modo in cui le nostre paure, i nostri automatismi e le nostre difese si traducono in parole, silenzi, pressioni, ritiri.
Quando diciamo “io ho solo reagito”, spesso stiamo dicendo “io non ho scelta”. Ma la responsabilità comincia nel punto in cui riconosciamo che una scelta c’è sempre, anche piccola: posso fermarmi un secondo prima di incalzare; posso non usare il silenzio come punizione; posso non trasformare una richiesta in un’accusa; posso non ridurre l’altro a un nemico solo perché mi sento ferita. Possiamo essere state attivate, spaventate, fragili — e allo stesso tempo restare responsabili del modo in cui agiamo.
La parte più difficile è ammettere che, anche quando ci sembra di “portare più amore che dolore”, possiamo aver ferito molto. Magari non con un gesto plateale, ma con una costanza: la pressione che schiaccia, la critica che corrode, la freddezza che svuota, l’ironia che punge, l’assenza che lascia soli. E spesso queste cose le facciamo convinte di avere una ragione valida: “voglio chiarire”, “voglio proteggermi”, “non voglio discutere”. La ragione può essere vera. Ma la responsabilità è domandarci: che prezzo ha pagato l’altro per la mia strategia di protezione?
La via non è dividere il mondo in innocenti e colpevoli. È riconoscere che in molte escalation ci siamo feriti a vicenda: all’inizio senza volerlo e senza capirlo, poi — quando eravamo già carichi di paura e risentimento — anche con colpi più duri, che dentro di noi chiamavamo “difesa”, ma che dall’altra parte arrivavano come attacco. La responsabilità è vedere questo senza scuse e senza auto-odio: non per condannarci, ma per interrompere il ciclo. Ciò significa una cosa molto semplice, anche se non è facile: smettere di chiedere all’altro di cambiare per farci sentire al sicuro e iniziare a lavorare su come noi stiamo nella relazione. Non possiamo controllare la risposta dell’altro, ma possiamo scegliere di non alimentare le dinamiche che fanno male. Possiamo imparare a dire “mi sto attivando” invece di scaricare. Possiamo imparare a prenderci spazio senza sparire. Possiamo imparare a riparare quando sbagliamo, invece di difenderci. Questa è responsabilità: tornare proprietarie delle nostre azioni, anche quando abbiamo una ferita. Da lì, finalmente, diventiamo una presenza meno pericolosa per chi amiamo.

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