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domenica 25 gennaio 2026

Riconoscere quando una conversazione non è più abitabile

 


Rifletto su una scena semplice, quasi invisibile, eppure rivelatrice. Stavo parlando e, senza essere interrotta, l’attenzione dell’altro si è spostata altrove. In quel momento ho sentito chiaramente che lo spazio non era più abitabile per la mia parola. Non offesa, non ferita. Solo lucida. Ed ho scelto di fermarmi.
Mi accorgo che questo gesto dice molto di me oggi. Un tempo mi sarei chiesta cosa non andasse in me. Ora riconosco che non tutte le situazioni meritano continuità, e che la presenza non si mendica. Parlare ha senso solo quando c’è un campo che regge l’ascolto; altrimenti diventa dispersione di energia.
Andarmene, anche solo interiormente, non è una fuga ma una forma di rispetto. Per me. Per il valore della parola. Non ho sentito il bisogno di spiegare, correggere, far notare. Ho lasciato che la realtà si mostrasse per quella che é, senza aggiungerle conflitto.
Resto però attenta a un punto: non voglio che questo discernimento diventi chiusura. Tacere per scelta è diverso dal ridursi per precauzione. Voglio continuare a offrire la mia voce dove c’è spazio, senza pregiudizio, senza anticipo difensivo.
Imparo che la vera centratura non è restare a ogni costo né andarsene sempre, ma sentire quando la mia presenza è viva. Posso uscire da una stanza senza uscire dal mondo. Posso tacere senza scomparire.
La mia parola non perde valore quando non viene accolta: semplicemente attende un luogo più adatto.

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