Spesso cadiamo in un tranello sottile: il divario tra la "realtà idealizzata" e la "realtà effettiva". Viviamo proiettando nel mondo un calco mentale, un’immagine precisa di come le cose, le persone e persino noi stessi dovremmo essere. Quando la vita non si incastra in quel calco, nascono in noi due forze distruttive: l'attaccamento a quell'immagine ideale e l'avversione per ciò che si sta manifestando. La nostra sofferenza, la rabbia e il rancore non nascono dall'evento in sé, ma dal nostro rifiuto di accogliere il presente. Ci sentiamo vittime di un’ingiustizia, dimenticando che il mondo non ha il dovere di corrispondere alle nostre proiezioni.
Immaginate di trovarvi a Borobudur, in Indonesia, immersi in un'atmosfera sospesa nel tempo. Siete seduti nel porticato di un hotel meraviglioso, una struttura aperta dove l'aria circola liberamente e il profumo della foresta si mescola a quello del caffè. La specialità locale sono i pancake: alla banana, al miele, sulla carta deliziosi. C’è però una particolarità: la cucina resta aperta quasi tutto il giorno, ma non si sa mai chi c'è ai fornelli. Se chiedi un pancake nel momento giusto e trovi il cuoco bravo, ti arriva un ottimo dolce. Ma se lo chiedi quando il cuoco non c’è, a prepararlo può essere chiunque sia disponibile, e il risultato è, a volte, a dir poco disastroso. Non si sa mai cosa aspettarsi. Capita che uno stia mangiando un pancake buonissimo, arriva qualcun altro, si siede, ordina lo stesso e dopo pochi minuti riceve qualcosa di completamente diverso. E si arrabbia. Ne nascono discussioni, lamentele. Ma la cosa sorprendente è che, quando ci si lamenta con le persone del posto, loro ti guardano come a dire: “Ma qual è il problema?”. Non riescono proprio a capirlo.
In questo scenario, la reazione dei turisti occidentali era quasi sempre la stessa: rabbia eccessiva, lamentele, equilibrio interiore ridotto in frantumi da un disco di farina e uova. Al contrario, i locali osservavano queste scene con una gentilezza imperturbabile, quasi commovente. Guardavano i turisti come si guarda qualcuno che ha smarrito il senno: perché mai qualcuno dovrebbe perdere la propria pace per un pancake? “In anni di viaggi, non ho mai visto un indonesiano arrabbiato o aggressivo; nonostante le provocazioni dei turisti, rispondevano sempre con un sorriso e un'attitudine accogliente.” Cit. Lama Michel Rinpoche.
Questa differenza ci pone davanti a una domanda: perché un imprevisto culinario ha il potere di rovinarci la mattinata?
La verità è che la nostra sofferenza non è mai causata dall'oggetto in sé — che sia un pancake venuto male o un partner che non ci ascolta. Il malessere nasce dal divario tra la realtà e il nostro modello mentale. Quando ordiniamo, proiettiamo un'immagine idealizzata: "il pancake deve essere così". In quell'istante, dimentichiamo di inserire nell'equazione le variabili reali: il cuoco è in pausa, il sostituto non è capace, per loro la perfezione non è una priorità. Ci attacchiamo a un'idea di "come la realtà dovrebbe essere" e, quando la realtà non collabora, soffriamo. Fu proprio in quel contesto, durante un insegnamento, che nacque questa frase:
"Accettare il proprio pancake."
Lama Michel Rinpoche racconta anche un episodio di molti anni fa a Milano. Aveva raccolto i punti al supermercato per ottenere un premio: un avvitatore. Era tutto contento, perché i premi a punti danno l'illusione di essere regali gratuiti. Arrivo a casa, apro la scatola e.… delusione. Non era un avvitatore elettrico come aveva immaginato guardando la foto, ma un semplice attrezzo manuale.
Il suo primo pensiero è stato: "Mi hanno fregato! Questa è pubblicità ingannevole!". Si sentiva una vittima. Poi, però ha guardato bene la scatola e ha capito: non c'era scritto da nessuna parte che fosse elettrico. Era lui che aveva proiettato un desiderio sulla realtà. Avrebbe potuto continuare a incolpare il supermercato per sentirsi meglio, oppure poteva farsi due risate su se stesso e sulla sua svista. Scegliere di vittimizzarsi è una strategia per non ammettere un errore di percezione.
"Quello che ci fa soffrire… non è il pancake in sé ma è uno dei condizionamenti più radicati che abbiamo: la convinzione che la realtà debba essere come noi la vogliamo"
Nella filosofia pratica esiste un principio che è quasi un mantra logico: se una situazione si manifesta, è perché esistono tutte le cause e le condizioni affinché essa accada. Dire "questo non può essere così" mentre sta accadendo è un'assurdità. Se è, è perché può.
Immaginiamo un'equazione collettiva: ognuno di noi sceglie un numero e un'operazione. Facciamo i conti e il risultato è 54. Io però volevo 108. Ha senso arrabbiarsi con il numero 54? È colpa del 54 se è 54? No. Quel risultato è una conseguenza, è l'unica possibile date le cifre che abbiamo inserito. Cercare un colpevole tra chi ha scelto i numeri può darci un sollievo momentaneo — e se riusciamo a punirlo ci sentiamo persino "sfogati" — ma il risultato resta 54.
Invece di chiederci ossessivamente "Perché?", la domanda utile è: "Qual è il modo migliore di interagire con questa situazione?". Il presente è il risultato di un'infinità di variabili — parole dette, scelte fatte, pensieri avuti da noi e dagli altri — che non possiamo cambiare retroattivamente. Accettare la realtà significa riconoscere questa perfezione causale.
C'è un malinteso pericoloso sull'accettazione: molti la confondono con la passività. Se una macchina sta per investirti, accettare la realtà non significa restare fermi a farsi schiacciare. Significa riconoscere istantaneamente il pericolo senza perdere tempo a discutere se l'autista abbia bruciato il rosso. Accetti il fatto che l'auto sta arrivando per poter saltare via e salvarti.
Un esempio che Lama Michel Rinpoche porta nel cuore riguarda la costruzione del Tempio di Albagnano. Dovevano montare dei Mandala al soffitto e servivano dei tasselli speciali di una ditta svizzera. Aveva pianificato tutto al millimetro per l'inaugurazione, ma il fornitore sbagliò l'ordine e i tasselli non arrivarono. Poteva arrabbiarsi, recriminare, cercare di farla pagare a qualcuno. Ma il cronoprogramma non mi lasciava spazio per il rancore. Così, ha accettato che i tasselli non c'erano e andò alla sorgente. Ha guidato 16 ore tra andata e ritorno fino alla fabbrica in Svizzera. Ricorda ancora la faccia stupita dei magazzinieri quando si è presentato all'alba. Gli hanno persino regalato i tasselli. La cosa incredibile è che in quel viaggio non c'era rabbia, ma una profonda gioia. Quel "problema" si è trasformato in un ricordo bellissimo condiviso con il suo amico Silvano. Ringrazia che quei tasselli non siano arrivati, perché quell'imprevisto mi ha insegnato più di mille pianificazioni perfette.
Resistenza alla realtà: spreco di energia in lamentele, ricerca di colpevoli, rancore e tensione.
Accettazione attiva: chiarezza di visione, focus sulla soluzione, azione determinata e, paradossalmente, gioia nel processo.
La rabbia e l'aggressività sono spesso figlie dell'arroganza. Quando ci arrabbiamo perché qualcuno non agisce secondo i nostri standard, stiamo implicitamente dicendo: "Io sono il padrone della verità e tu devi piegarti alla mia visione".
Lama Michel Rinpoche ricorda una persona che aggredì verbalmente tre amici perché stavano mangiando del pane bianco industriale, di quelli pieni di zucchero e conservanti. Diceva di farlo "per il loro bene", ma lo faceva con una violenza tale da risultare insopportabile. Quell'atto non nasceva dal desiderio di aiutare, ma dall'incapacità di accettare che quegli amici non corrispondessero alla sua immagine idealizzata di "persone salutiste".
"Tu non dovresti essere così" è il tentativo di imporre la nostra verità soggettiva su un'esistenza che ha già le sue ragioni e le sue cause infinite. L'umiltà, invece, è il riconoscimento che non siamo i padroni della verità e che ogni essere agisce in base ai propri filtri e alla propria storia. Non abbiamo la conoscenza di tutte le varianti che hanno portato una persona a essere ciò che è.
L'umiltà si manifesta in due direzioni: non sentirsi superiori agli altri (anche quando pensiamo abbiano torto) e non restare attaccati all'idea di come le cose "dovrebbero" essere. Questa umiltà è la base dell'amore e della pace sociale.
Smettere di lottare con la realtà non ci rende indifferenti, ci rende efficaci. L'accettazione è l'atto di non mettersi in opposizione al presente o al passato, permettendoci di direzionare ogni risorsa verso il futuro che desideriamo costruire.
Questo vale soprattutto nelle relazioni più intime. Spesso diciamo: "Mio padre non è abbastanza affettuoso", "Mia madre è troppo appiccicosa", “Mio fratello è un irresponsabile”, “Mio marito è un montanaro”. Ma loro sono il risultato della loro storia condizionata da molti fattori che hanno creato tali conseguenze. Accettarli per quello che sono — senza pretendere che corrispondano alla nostra idea di come dovrebbero essere — è l'unica base reale per poterli amare davvero. Senza accettazione non c'è amore, c'è solo il tentativo di manipolare l'altro per farlo somigliare a un nostro ideale.
Oggi, guardate la vostra vita e cercate il vostro "pancake" schifoso. Chiedetevi: "Qual è la situazione che mi ostino a non accettare, e quanta energia potrei liberare se smettessi di cercare colpevoli e iniziassi a cercare soluzioni?" La pace non arriva quando tutto va come vogliamo, ma quando smettiamo di pretendere che sia così.

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