La vita di ogni giorno non procede mai liscia come l’olio. Non occorre una grande tragedia per mettere alla prova la nostra resistenza interiore: bastano il vicino che decide di fare bricolage la domenica mattina, l’automobilista che ci taglia la strada, o l’amico che arriva regolarmente in ritardo senza nemmeno scusarsi. Episodi minimi, apparentemente insignificanti, ma che hanno il potere di incrinare l’umore e intaccare la qualità delle nostre relazioni.
Di fronte a queste piccole frizioni, gli esseri umani tendono a collocarsi su due estremi opposti. Da una parte c’è chi tace per non creare conflitti, sopportando in silenzio e accumulando irritazioni come pietre in uno zaino sempre più pesante. Dall’altra parte c’è chi reagisce con aggressività immediata, trasformando anche la più banale contrarietà in uno scontro acceso. Tra questi due poli, esiste una terza via: quella della comunicazione assertiva, che cerca di coniugare il rispetto di sé con il rispetto dell’altro. Tuttavia, percorrerla richiede consapevolezza, e soprattutto allenamento.
Il silenzio del “quieto vivere”
Molte persone scelgono di non esprimere il proprio dissenso per mantenere l’armonia esterna. Il cosiddetto “quieto vivere” ha diverse radici psicologiche.
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La paura del conflitto: affrontare qualcuno esplicitando un fastidio significa rischiare una reazione negativa. Molti preferiscono rinunciare piuttosto che esporsi.
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Il senso di colpa: chiedere che un comportamento cambi viene percepito quasi come un atto egoista, una pretesa ingiustificata. Meglio, allora, sopportare.
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L’illusione che l’altro cambi da solo: si spera che, col tempo, l’altro si accorga del fastidio arrecato e corregga spontaneamente il comportamento.
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Il bisogno di mantenere la pace: in famiglia, nelle coppie, tra colleghi, spesso si teme che una critica possa rovinare la relazione. Così si preferisce il silenzio, anche se questo silenzio diventa un peso interiore.
Un esempio tipico: la moglie che raccoglie ogni giorno i vestiti lasciati in giro dal marito senza dir nulla, convinta che parlarne porterebbe solo a una discussione. Ma dentro di sé cresce il risentimento, e prima o poi arriverà la “famosa goccia che fa traboccare il vaso”.
L’aggressività come ferita riaperta
Sul fronte opposto, vi sono coloro che rispondono subito e in modo acceso, spesso sproporzionato rispetto all’evento. Anche questa modalità ha le sue radici:
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La sensazione di essere costantemente attaccati: alcuni interpretano ogni critica o inconveniente come una minaccia personale.
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La paura di apparire deboli: reagire con durezza diventa un modo per difendere la propria immagine di forza e autorità.
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L’incapacità di gestire le emozioni: chi non sa contenere rabbia e frustrazione finisce per riversarle immediatamente sugli altri.
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La mancata validazione: spesso l’aggressività scaturisce quando ci sentiamo ignorati, non considerati o svalutati. È come se venisse toccata una ferita antica: quella dell’ingiustizia. Ogni volta che percepiamo di non essere riconosciuti nel nostro valore o nei nostri bisogni, il dolore diventa bruciante, e la rabbia emerge come difesa.
Immaginiamo un lavoratore che propone un’idea in riunione e viene interrotto bruscamente dal capo. Non è solo una questione di “mancanza di educazione”: ciò che sente dentro è di non valere, di non contare. È la ferita della non-considerazione che si riapre. Ecco perché reagisce in modo sproporzionato: l’aggressività non nasce tanto dall’episodio in sé, quanto dal senso profondo di ingiustizia che quell’episodio scatena.
La via di mezzo: l’assertività
Per avvicinarsi a questo stile servono esercizi concreti:
Esercizi pratici
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Il diario delle seccature
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Ogni sera scrivi due fastidi che ti sono capitati durante la giornata.Accanto, annota: “Ho reagito? Come?”.
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La formula del “messaggio in prima persona”
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Allenati a sostituire frasi accusatorie con frasi personali. Invece di dire: “Tu non mi ascolti mai”, prova: “Quando parlo e non ricevo attenzione, mi sento ignorato”. Questo riduce il rischio di conflitto e aumenta la possibilità di essere compresi.
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L’esercizio del semaforo emotivoRosso: fermati e riconosci la rabbia che stai provando.Giallo: respira e formula dentro di te la frase che vuoi dire.Verde: esprimi il tuo punto con chiarezza, senza attaccare.Sembra infantile, ma aiuta molto nei momenti di tensione improvvisa.
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Il piccolo passo quotidiano
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Ogni giorno scegli una piccola seccatura da affrontare subito invece di tacerla.Non serve partire da questioni enormi: basta chiedere con garbo al collega di non interromperti o ricordare al coinquilino di abbassare la musica.È un allenamento progressivo che costruisce sicurezza e assertività.
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Le seccature quotidiane non si possono evitare: fanno parte della convivenza umana. Quello che possiamo scegliere è come affrontarle. Il silenzio del quieto vivere ci logora lentamente, mentre l’aggressività rompe rapporti e fiducia, nascondendo quasi sempre la ferita più profonda: quella di non sentirsi visti, riconosciuti o rispettati. La vera sfida sta nel trovare un equilibrio: parlare con sincerità senza ferire, difendere i propri confini senza aggredire. Non è un traguardo da raggiungere una volta per tutte, ma un cammino fatto di tentativi, errori e miglioramenti. In fondo, imparare a gestire le piccole scocciature significa anche imparare a curare le nostre ferite interiori e a vivere meglio con noi stessi e con gli altri.

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