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giovedì 21 agosto 2025

Invidia: figlia del confronto

L’invidia è un’emozione complessa che affonda le sue radici nel confronto sociale. Un esempio efficace lo offre la psicologa Agnese Scappini con un esperimento semplice ma illuminante: se a sua  figlia viene dato un biscotto, la sua reazione iniziale è di gioia. Ma quella gioia svanisce rapidamente nel momento in cui il fratello, riceve una porzione più grande di biscotti. Non è quindi l’assenza di qualcosa a generare malcontento, bensì la percezione di una disparità.
Da qui nasce spontanea la sensazione che “non è giusto”. È proprio questa percezione di ingiustizia, alimentata dal confronto con ciò che gli altri possiedono in misura maggiore, a innescare disagio e, infine, invidia. La vita non è sempre “giusta”: risorse e opportunità non sono distribuite equamente, e proprio queste differenze, quando diventano visibili e oggetto di paragone, finiscono per suscitare sentimenti negativi.
Il punto chiave è che l’invidia è “figlia del confronto”. Paragonarsi agli altri significa esporsi al rischio quasi inevitabile di provarla. Il confronto, infatti, sposta l’attenzione da ciò che abbiamo a ciò che ci manca rispetto agli altri, trasformando un potenziale senso di gratitudine in frustrazione e insoddisfazione. Così, come nell’esempio del biscotto, anche quando riceviamo qualcosa che prima non avevamo, il paragone con chi ha di più ci priva della gioia.
La via d’uscita è chiara: smettere di guardare gli altri. Invece di concentrarsi su ciò che possiedono o sulla loro condizione, è fondamentale focalizzarsi su se stessi e sul proprio cammino. “Fare la propria strada”, senza confronti e competizioni, priva l’invidia del terreno fertile su cui cresce, aprendo lo spazio a maggiore serenità e appagamento personale.
Quando l’attenzione rimane salda sul proprio essere e sulle proprie azioni, l’invidia semplicemente non ha più motivo di esistere.

L’invidia è un sentimento che per lungo tempo non ho saputo riconoscere in me. Credevo di non averlo mai provato, forse perché lo associavo unicamente a beni materiali, come il denaro, capace di comprare ciò che si desidera. Io, però, non ho mai avuto grandi necessità, e questo mi portava a pensare di esserne immune.
Poi, scavando nei miei ricordi, ho dovuto ammettere che non era così. Anch’io ho conosciuto l’invidia da adolescente.
I miei genitori non mi hanno donato la bellezza: quella, ai miei occhi, l’avevano riservata tutta a mia sorella. La bellezza, in adolescenza, è un vantaggio sociale enorme. La società impone modelli estetici precisi, e se non li incarni, rischi di essere escluso. A quell’età l’autostima è ancora fragile, non ci sono radici abbastanza forti per impedire il confronto. Non tutti i genitori sanno insegnare ai figli a costruirla.
Così, vivere accanto alla bellezza di mia sorella è stato doloroso. Mi sembrava profondamente ingiusto che per lei tutto scorresse con naturalezza: essere accettata, amata, riconosciuta. Io invece arrancavo, e per compensare cadevo in dinamiche disfunzionali che avrebbero segnato per anni il mio modo di stare al mondo. Mi sforzavo di piacere a tutti, sacrificando i miei bisogni per soddisfare quelli altrui. Gentile, disponibile, accogliente, pronta a rinunciare a me stessa pur di ottenere un po’ di approvazione. Un copione che, seppur nato dal dolore, ha rischiato di imprigionarmi in rapporti squilibrati e logoranti.
Eppure, da quella ferita, è nata anche un’altra faccia della medaglia: una sensibilità più acuta, un’empatia autentica verso chi vive il rifiuto, l’esclusione, il senso di non sentirsi mai abbastanza. Perché il dolore, quando lo si attraversa davvero, diventa una lente attraverso cui riconoscere le cicatrici altrui e non voltarsi dall’altra parte.

Con il tempo, ho smesso di invidiare la bellezza di mia sorella. Ho imparato, anzi, a contemplarla. Oggi, osservare un volto armonioso — di un uomo, una donna, un bambino o un anziano — mi appare come guardare un fiore in piena fioritura, una montagna che si staglia all’orizzonte, un’alba che incendia il mare. 
Ed ho capito una cosa: ciò che un tempo vissi come una condanna, oggi è la mia forza più grande. Perché dalle mie mancanze è nata la capacità di vedere l’invisibile negli altri, di riconoscere la loro sete di amore. 

Video di Agnese Scappini

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