La creta e la luce
In quel vuoto il bambino impara a creare strategie: piangere forte per richiamare, sorridere per essere accolto, rimanere buono per non rischiare il rifiuto. Ognuno di questi piccoli gesti diventa una forma di protezione, un primo strato di creta che ricopre la luce originaria.
La nascita dell’ego
Così nasce l’ego: come un abito fatto di mille cuciture, una corazza che protegge e allo stesso tempo nasconde. Non è un nemico, è un alleato necessario: ci permette di adattarci al mondo, di sentirci qualcuno, di sopravvivere in un universo che non sempre risponde ai nostri bisogni.
Così, mentre il corpo cresce, l’ego diventa il nostro modo di presentarci al mondo.
La creta che guida l’adulto
Da adulti continuiamo a muoverci con le stesse strategie di un tempo. Solo che ora non piangiamo più nella culla, ma rincorriamo riconoscimenti sul lavoro, discutiamo con il partner per avere ragione, ci rifugiamo nei social per ricevere approvazioni.
Ogni volta che ci sentiamo incompresi, l’ego parla con voce infantile:
-
“Nessuno mi ama.”
-
“Tutti mi deludono.”
-
“Non cambia mai niente.”
È lo stesso bambino che piangeva nella culla, solo che ora indossa un corpo adulto.
La creta non è soltanto difesa: è anche identità. Ci convinciamo che noi siamo quella corazza: il perfetto, il vittimista, il forte, il silenzioso. Ma dentro, la luce continua a pulsare in silenzio, in attesa di essere liberata.
I travestimenti dell’ego
E quando proviamo a cambiare, l’ego è furbo: non si lascia mettere da parte facilmente. Si traveste.
Chi inizia un percorso spirituale può ritrovarsi con un ego “risvegliato” che si sente migliore degli altri. Chi sceglie uno stile di vita etico rischia di trasformare le proprie scelte in giudizio verso chi non le condivide. Persino l’umiltà può diventare un’arma dell’ego: “Io non mi metto mai in mostra, a differenza degli altri”.
È come se la creta, invece di sgretolarsi, cambiasse forma. Sempre presente, sempre pronta a proteggerci e, allo stesso tempo, a tenerci lontani dalla verità di noi stessi.
La liberazione
Arriva però un momento, per alcuni, in cui la corazza diventa troppo stretta. Non è più un’armatura, è una prigione. L’adulto sente che qualcosa manca: può avere successo, relazioni, riconoscimenti, ma dentro resta un vuoto. È la voce della luce che chiama.
Liberarsi non significa distruggere l’ego. La creta ha avuto il suo compito: ci ha protetto, ci ha permesso di crescere. Ma ora non serve più che sia così spessa.
Liberarsi significa riconoscere: “Questa paura non è la mia verità, è il mio ego che parla. Questa rabbia non è chi sono, è la mia ferita che reagisce”. Ogni volta che smettiamo di identificarci con la corazza, un pezzo cade.
A volte basta un sorriso su sé stessi: riconoscere con autoironia il nostro bisogno di avere ragione, il nostro voler apparire, e riderci sopra. L’ego non sa ridere: quando lo facciamo, già lo stiamo sciogliendo.
Tornare luce
Il viaggio della vita non è un accumulare, ma uno spogliarsi. Non è un diventare qualcuno, ma un ricordare chi siamo sotto i rivestimenti.
L’immagine più vera è quella dell’adulto che, finalmente, lascia cadere pezzi di creta e si riscopre luminoso, vivo. Non un bambino ferito, non un adulto corazzato, ma un essere umano intero: anima che brilla attraverso la materia.
E allora comprendiamo: l’ego non è il nemico, è stato solo il guscio. Ci ha protetto, ci ha nascosto, e infine ci invita a compiere il passo più grande: riconoscere che la nostra vera identità non è la creta, ma la Luce che è sempre stata con noi.


.png)

.png)


