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sabato 30 agosto 2025

Ego: la creta che copre la luce interiore

La creta e la luce

All’inizio siamo Luce.
Un neonato non conosce il concetto di “io” o di “altro”: non distingue sé stesso dal mondo, non sa che esiste un confine. Vive immerso in una totalità che non ha parole, come acqua che non conosce la riva. In quel tempo l’anima irradia senza ostacoli: è innocenza pura, presenza viva, energia che fluisce.

Poi qualcosa accade.
La madre si allontana, il pianto non riceve subito risposta, la carezza tarda ad arrivare. Ecco che si apre il primo varco: lo spazio del bisogno, della mancanza, della separazione.

In quel vuoto il bambino impara a creare strategie: piangere forte per richiamare, sorridere per essere accolto, rimanere buono per non rischiare il rifiuto. Ognuno di questi piccoli gesti diventa una forma di protezione, un primo strato di creta che ricopre la luce originaria.

La nascita dell’ego

Così nasce l’ego: come un abito fatto di mille cuciture, una corazza che protegge e allo stesso tempo nasconde. Non è un nemico, è un alleato necessario: ci permette di adattarci al mondo, di sentirci qualcuno, di sopravvivere in un universo che non sempre risponde ai nostri bisogni.

Ma la creta non smette di accumularsi.
Ogni giudizio ricevuto, ogni paura vissuta, ogni “Sei bravo solo se…” diventa un nuovo strato. Il bambino luminoso resta dentro, ma avvolto da una corazza sempre più spessa.

Un bambino che ha imparato a essere perfetto per sentirsi amato crescerà convinto che l’amore vada guadagnato con risultati impeccabili.
Un altro, abituato a essere ignorato, potrebbe imparare a urlare, a esagerare, a occupare spazio per non scomparire.
Un altro ancora, ferito da abbandoni, imparerà a stringere con forza, a non fidarsi, a costruire muri.

Così, mentre il corpo cresce, l’ego diventa il nostro modo di presentarci al mondo.

La creta che guida l’adulto

Da adulti continuiamo a muoverci con le stesse strategie di un tempo. Solo che ora non piangiamo più nella culla, ma rincorriamo riconoscimenti sul lavoro, discutiamo con il partner per avere ragione, ci rifugiamo nei social per ricevere approvazioni.

Ogni volta che ci sentiamo incompresi, l’ego parla con voce infantile:

  • “Nessuno mi ama.”

  • “Tutti mi deludono.”

  • “Non cambia mai niente.”

È lo stesso bambino che piangeva nella culla, solo che ora indossa un corpo adulto.

La creta non è soltanto difesa: è anche identità. Ci convinciamo che noi siamo quella corazza: il perfetto, il vittimista, il forte, il silenzioso. Ma dentro, la luce continua a pulsare in silenzio, in attesa di essere liberata.

I travestimenti dell’ego

E quando proviamo a cambiare, l’ego è furbo: non si lascia mettere da parte facilmente. Si traveste.

Chi inizia un percorso spirituale può ritrovarsi con un ego “risvegliato” che si sente migliore degli altri. Chi sceglie uno stile di vita etico rischia di trasformare le proprie scelte in giudizio verso chi non le condivide. Persino l’umiltà può diventare un’arma dell’ego: “Io non mi metto mai in mostra, a differenza degli altri”.

È come se la creta, invece di sgretolarsi, cambiasse forma. Sempre presente, sempre pronta a proteggerci e, allo stesso tempo, a tenerci lontani dalla verità di noi stessi.

La liberazione

Arriva però un momento, per alcuni, in cui la corazza diventa troppo stretta. Non è più un’armatura, è una prigione. L’adulto sente che qualcosa manca: può avere successo, relazioni, riconoscimenti, ma dentro resta un vuoto. È la voce della luce che chiama.

Liberarsi non significa distruggere l’ego. La creta ha avuto il suo compito: ci ha protetto, ci ha permesso di crescere. Ma ora non serve più che sia così spessa.

Liberarsi significa riconoscere: “Questa paura non è la mia verità, è il mio ego che parla. Questa rabbia non è chi sono, è la mia ferita che reagisce”. Ogni volta che smettiamo di identificarci con la corazza, un pezzo cade.

A volte basta un sorriso su sé stessi: riconoscere con autoironia il nostro bisogno di avere ragione, il nostro voler apparire, e riderci sopra. L’ego non sa ridere: quando lo facciamo, già lo stiamo sciogliendo.

Tornare luce

Il viaggio della vita non è un accumulare, ma uno spogliarsi. Non è un diventare qualcuno, ma un ricordare chi siamo sotto i rivestimenti.

L’immagine più vera è quella dell’adulto che, finalmente, lascia cadere pezzi di creta e si riscopre luminoso, vivo. Non un bambino ferito, non un adulto corazzato, ma un essere umano intero: anima che brilla attraverso la materia.

E allora comprendiamo: l’ego non è il nemico, è stato solo il guscio. Ci ha protetto, ci ha nascosto, e infine ci invita a compiere il passo più grande: riconoscere che la nostra vera identità non è la creta, ma la Luce che è sempre stata con noi.

sabato 23 agosto 2025

Shoganai

 


Nella lingua giapponese esiste una parola che racchiude un’intera filosofia di vita: Shoganai. Letteralmente potremmo tradurla con “Non ci si può fare nulla”, ma il suo senso profondo va ben oltre la rassegnazione. È l’invito ad accettare la realtà per quella che è, soprattutto quando non possiamo modificarla, imparando a vivere senza opporre resistenza all’inevitabile.

In Occidente siamo abituati a credere che per ogni problema ci sia una soluzione, che basti stringere i denti, insistere e lottare per avere il controllo. Questa illusione di onnipotenza ci porta spesso a soffrire il doppio, perché quando la vita si manifesta con la sua imprevedibilità restiamo spiazzati, incapaci di accogliere l’imprevisto. Shoganai ci ricorda che l’esistenza non segue i nostri piani e che non tutto è in nostro potere.

Accettare non significa arrendersi. Questa è la sottile, ma fondamentale differenza che rende Shoganai un principio liberatorio. Non è apatia né immobilismo, bensì consapevolezza: la capacità di riconoscere ciò che possiamo trasformare e ciò che invece dobbiamo solo attraversare. È la saggezza di non sprecare energie in battaglie impossibili, per dedicare cuore e forza a ciò che è davvero nelle nostre mani.

Vivere Shoganai porta con sé benefici profondi. Ci aiuta a lasciar andare rimpianti, rancori e rabbia, che altrimenti diventano catene invisibili. Ci insegna a non restare prigionieri della sofferenza, ma a camminare avanti con leggerezza, nella certezza che ogni cosa, anche la più dolorosa, ha un senso che a volte si rivela solo col tempo.

Di fronte a un ostacolo, la filosofia orientale suggerisce una domanda semplice ed essenziale: “Posso cambiare questa situazione?” Se la risposta è sì, l’invito è ad agire con coraggio, senza rimandare. Se la risposta è no, allora non resta che accettare e lasciare andare, evitando di sprecare vita nel rimuginare. In entrambi i casi, la preoccupazione non ha alcun potere, mentre l’azione e l’accettazione ci restituiscono forza interiore.

Il cuore di Shoganai è il flusso. Come l’acqua che scorre tra le rocce senza opporsi, anche noi possiamo imparare a fluire con gli eventi, senza irrigidirci. La vita non chiede di essere domata, ma abbracciata. Il tempo non si ferma davanti ai nostri drammi: continua a scorrere. Così dovremmo fare anche noi, scorrere, senza restare intrappolati nella lamentela o nel vittimismo.

Oltre all’accettazione, Shoganai ci invita a un secondo passo: concentrare la nostra energia su ciò che possiamo realmente controllare. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo scegliere come agire nel presente. Non possiamo decidere le azioni degli altri, ma possiamo scegliere la distanza o la vicinanza da ciò che ci fa bene o ci fa soffrire. In questo risiede la vera libertà: nel prendersi la responsabilità delle proprie scelte interiori.

Applicare Shoganai nella vita quotidiana significa trasformare la nostra relazione con la realtà. È smettere di chiedersi “Perché proprio a me?”, ed iniziare a vivere con gratitudine ciò che rimane possibile. Significa accogliere la vita nonostante le sue imperfezioni, trasformando il dolore in saggezza e l’imprevisto in occasione di crescita. In fondo, l’essenza di Shoganai è un invito a vivere più leggeri, più veri e più vicini al cuore pulsante dell’esistenza.

La perdita di una persona cara
Il dolore è inevitabile, il vuoto resta. Non possiamo riportarla indietro, ma possiamo imparare a custodirne la presenza dentro di noi. Shoganai è accogliere la mancanza e trasformarla in memoria viva, in amore che continua a scorrere.

Il rimpianto di non aver colto un’occasione
Ci sono momenti che non torneranno, scelte mancate che non possiamo più modificare. Continuare a rimuginare non cambia il passato. Shoganai è smettere di giudicarsi e capire che il tempo non va sprecato nell’“avrei potuto”.

Il desiderio di cambiare qualcuno
Spesso soffriamo perché chi amiamo non si comporta come vorremmo. Ma non possiamo plasmare l’altro a nostra immagine. Shoganai è accettare che ognuno cammini con i propri tempi e limiti, e che il nostro compito è amare senza pretendere.

Una malattia improvvisa
La vita a volte piega i nostri progetti con la fragilità del corpo. Non possiamo scegliere quando e come accade. Shoganai è trovare la forza di affrontare la malattia con dignità, senza aggiungere sofferenza con rabbia e resistenza.

Un’ingiustizia subita
Ci sono torti che restano senza riparazione, parole che non riceveranno mai scuse. Continuare a lottare contro l’irreparabile ci consuma. Shoganai è lasciare andare il bisogno di rivalsa, per non restare prigionieri di chi ci ha ferito.

La fine di una relazione
A volte l’amore finisce, nonostante tutti gli sforzi. Non possiamo costringere un cuore a restare. Shoganai è rispettare il ciclo delle relazioni, ringraziare per ciò che è stato e lasciare andare con gratitudine, anche nella sofferenza.

Il fallimento di un progetto
Non sempre i nostri sogni prendono forma come avevamo immaginato. Ci sono porte che si chiudono per sempre. Shoganai è non restare davanti a quella porta chiusa, ma avere il coraggio di guardare verso nuovi orizzonti.

Il fluire del tempo
Non possiamo fermare gli anni, i capelli bianchi, i corpi che cambiano. Opporsi al tempo è una battaglia persa. Shoganai è accogliere la bellezza di ogni stagione della vita, riconoscendo che ogni età porta con sé un dono prezioso.


giovedì 21 agosto 2025

Invidia: figlia del confronto

L’invidia è un’emozione complessa che affonda le sue radici nel confronto sociale. Un esempio efficace lo offre la psicologa Agnese Scappini con un esperimento semplice ma illuminante: se a sua  figlia viene dato un biscotto, la sua reazione iniziale è di gioia. Ma quella gioia svanisce rapidamente nel momento in cui il fratello, riceve una porzione più grande di biscotti. Non è quindi l’assenza di qualcosa a generare malcontento, bensì la percezione di una disparità.
Da qui nasce spontanea la sensazione che “non è giusto”. È proprio questa percezione di ingiustizia, alimentata dal confronto con ciò che gli altri possiedono in misura maggiore, a innescare disagio e, infine, invidia. La vita non è sempre “giusta”: risorse e opportunità non sono distribuite equamente, e proprio queste differenze, quando diventano visibili e oggetto di paragone, finiscono per suscitare sentimenti negativi.
Il punto chiave è che l’invidia è “figlia del confronto”. Paragonarsi agli altri significa esporsi al rischio quasi inevitabile di provarla. Il confronto, infatti, sposta l’attenzione da ciò che abbiamo a ciò che ci manca rispetto agli altri, trasformando un potenziale senso di gratitudine in frustrazione e insoddisfazione. Così, come nell’esempio del biscotto, anche quando riceviamo qualcosa che prima non avevamo, il paragone con chi ha di più ci priva della gioia.
La via d’uscita è chiara: smettere di guardare gli altri. Invece di concentrarsi su ciò che possiedono o sulla loro condizione, è fondamentale focalizzarsi su se stessi e sul proprio cammino. “Fare la propria strada”, senza confronti e competizioni, priva l’invidia del terreno fertile su cui cresce, aprendo lo spazio a maggiore serenità e appagamento personale.
Quando l’attenzione rimane salda sul proprio essere e sulle proprie azioni, l’invidia semplicemente non ha più motivo di esistere.

L’invidia è un sentimento che per lungo tempo non ho saputo riconoscere in me. Credevo di non averlo mai provato, forse perché lo associavo unicamente a beni materiali, come il denaro, capace di comprare ciò che si desidera. Io, però, non ho mai avuto grandi necessità, e questo mi portava a pensare di esserne immune.
Poi, scavando nei miei ricordi, ho dovuto ammettere che non era così. Anch’io ho conosciuto l’invidia da adolescente.
I miei genitori non mi hanno donato la bellezza: quella, ai miei occhi, l’avevano riservata tutta a mia sorella. La bellezza, in adolescenza, è un vantaggio sociale enorme. La società impone modelli estetici precisi, e se non li incarni, rischi di essere escluso. A quell’età l’autostima è ancora fragile, non ci sono radici abbastanza forti per impedire il confronto. Non tutti i genitori sanno insegnare ai figli a costruirla.
Così, vivere accanto alla bellezza di mia sorella è stato doloroso. Mi sembrava profondamente ingiusto che per lei tutto scorresse con naturalezza: essere accettata, amata, riconosciuta. Io invece arrancavo, e per compensare cadevo in dinamiche disfunzionali che avrebbero segnato per anni il mio modo di stare al mondo. Mi sforzavo di piacere a tutti, sacrificando i miei bisogni per soddisfare quelli altrui. Gentile, disponibile, accogliente, pronta a rinunciare a me stessa pur di ottenere un po’ di approvazione. Un copione che, seppur nato dal dolore, ha rischiato di imprigionarmi in rapporti squilibrati e logoranti.
Eppure, da quella ferita, è nata anche un’altra faccia della medaglia: una sensibilità più acuta, un’empatia autentica verso chi vive il rifiuto, l’esclusione, il senso di non sentirsi mai abbastanza. Perché il dolore, quando lo si attraversa davvero, diventa una lente attraverso cui riconoscere le cicatrici altrui e non voltarsi dall’altra parte.

Con il tempo, ho smesso di invidiare la bellezza di mia sorella. Ho imparato, anzi, a contemplarla. Oggi, osservare un volto armonioso — di un uomo, una donna, un bambino o un anziano — mi appare come guardare un fiore in piena fioritura, una montagna che si staglia all’orizzonte, un’alba che incendia il mare. 
Ed ho capito una cosa: ciò che un tempo vissi come una condanna, oggi è la mia forza più grande. Perché dalle mie mancanze è nata la capacità di vedere l’invisibile negli altri, di riconoscere la loro sete di amore. 

Video di Agnese Scappini

mercoledì 20 agosto 2025

Le scelte dell'Anima


Ho accolto una convinzione che, a prima vista, può sembrare insolita: tutto ciò che vivo è stato deciso prima della mia nascita. Non dalla mia mente, ma dalla mia Anima. È stata lei a scegliere il giorno, il mese e l’anno in cui sarei venuta al mondo. Ha stabilito il mio sesso, il mio corpo, le mie inclinazioni interiori, i miei punti di forza e le mie fragilità. Ha deciso chi sarebbero stati i miei genitori, la famiglia che mi avrebbe circondata, gli amici e i rapporti significativi. Nulla è casuale: ogni aspetto ha un senso preciso, un compito da svolgere per accompagnare la mia crescita evolutiva.

La mia Anima ha scelto anche ciò che, in superficie, appare come limite:

  • Non avere una memoria brillante e non potermi distinguere per i risultati scolastici.

  • Portare un volto che non rientra nei canoni estetici dominanti e lasciare che questo influenzasse il mio sguardo su me stessa.

  • Sentirmi un’adolescente isolata, cercando rifugio nel cibo come forma di sollievo.

  • Essere la pecora nera, quella che devia dal percorso atteso e non si conforma.

Tutto questo non è stato un castigo, ma un terreno di prova. Perché, in fondo, come si potrebbe trasformare il piombo in oro senza attraversare il processo della trasmutazione?

Viviamo in una società che tende a misurare il valore delle persone in base a criteri visibili: l’intelligenza, l’aspetto fisico, la produttività, il successo sociale. Ma su un piano più profondo, quello psico-spirituale, il valore dell’Anima non è soggetto a tali parametri. Non diminuisce se mancano certe qualità, né cresce se ne siamo dotati. È un valore intrinseco, sacro, immutabile.

Il punto, dunque, non è fingere che i miei limiti non esistano. È riconoscere che essi non definiscono il mio valore e ricordare che ciò che veramente conta non risiede nelle caratteristiche esteriori, ma nella dignità essenziale dell’Anima che le attraversa.

domenica 17 agosto 2025

Mantenere la calma nonostante l'offesa

 

Un discepolo chiede al maestro perché non abbia reagito alle provocazioni di un prepotente. Il maestro risponde che le parole, da sole, non fanno male: diventano ferite solo se noi decidiamo di dar loro peso. Se avesse reagito, avrebbe trasformato semplici parole in violenza concreta.
Il discepolo obietta: “Ma così ti ha umiliato.” Il maestro replica: l’umiliazione non nasce dalle parole, ma dalla nostra scelta di identificarci in esse. Chi insulta non parla di noi, ma del personaggio che ha in testa. Reagendo, accettiamo di recitare nel suo teatro e gli diamo potere.
Perché allora cadiamo nella trappola? Perché, come chi ci offende, spesso non ci sentiamo visti. Partecipiamo al suo spettacolo per affermare noi stessi, per dimostrare chi siamo. Ma così diventiamo dipendenti dal suo sguardo.
La via d’uscita non è convincere gli altri a riconoscerci, ma imparare a vederci da soli: riconoscere la nostra umanità e quella dell’altro. Ogni offesa, ogni parola amara, nasce dal dolore e dalla paura di chi non si sente visto. Quando impariamo a coglierlo, le parole perdono potere. Restano solo ciò che sono: segnali di sofferenza altrui, che non hanno più bisogno di trasformarsi in ferite per noi.

Perché reagiamo

Quando qualcuno ci offende, non reagiamo tanto alle sue parole, quanto al bisogno nascosto che abbiamo di sentirci visti, riconosciuti, rispettati. Quelle parole toccano la nostra insicurezza e ci spingono a rispondere per “ristabilire” il nostro valore. Così però entriamo nel suo teatro: giochiamo il ruolo che lui ci ha assegnato e gli diamo potere.

Come smettere di cadere nel gioco

  1. Fermati un istante
    Prima di reagire, respira. Ricorda: sono solo parole, non azioni. Il passaggio dalle parole al dolore avviene solo se lo permetti.

  2. Domanda chiave
    Invece di chiederti “perché mi offende?”, chiediti “perché MI offendo?”. Così riporti l’attenzione dentro di te, sul meccanismo che ti fa reagire.

  3. Riconosci la dinamica
    Chi insulta vuole sentirsi visto. Se reagisci, lo rendi protagonista. Se resti calmo, resta invisibile.

  4. Separati dalle parole
    Un panda non diventa un koala solo perché qualcuno lo dice. Le parole non definiscono chi sei.

  5. Vedi l’umano dietro l’offesa
    Ogni provocazione nasce da dolore, paura o senso di inferiorità. Se lo riconosci, smetti di prenderla sul personale.

  6. Allenati ogni giorno
    Usa le piccole frasi spiacevoli quotidiane (del collega, del vicino, di un familiare) come palestra. Ogni volta che non reagisci, diventi più libero.

Il punto finale

La libertà arriva quando impari a vederti da solo, senza bisogno che gli altri ti riconoscano. Solo allora smetti di recitare nei copioni altrui, e torni padrone del tuo palco.

domenica 10 agosto 2025

La carrozza interiore: personalità, anima e il viaggio verso sé stessi

 
La carrozza interiore: personalità, anima e il viaggio verso sé stessi

C’è un’antica immagine, usata sia in alchimia che negli insegnamenti di Gurdjieff, capace di descrivere il funzionamento dell’essere umano: la carrozza alchemica.

Nella scena ci sono quattro elementi:

  • I cavalli, che rappresentano pulsioni, bisogni e istinti primari. Sono il motore della vita: da loro nascono il desiderio, la sessualità, la fame, l’impulso ad amare.
  • La carrozza, simbolo del corpo fisico. È costruita di legno, pesante, legata ai cavalli da staffe rigide: senza di loro non si muove.
  • Il cocchiere, la personalità. È lui a tenere le briglie, un legame più delicato di quello tra cavalli e carrozza: se si spezzano, i cavalli scappano, e il controllo si perde.
  • Il passeggero, l’anima. Non tocca né carrozza, né cocchiere, né cavalli. Sa dove andare, conosce il progetto della nostra vita e i talenti che ci sono stati dati. Ma può solo sussurrare.

Il ruolo del cocchiere

Il cocchiere non deve essere eliminato: senza di lui, la carrozza resta ferma o i cavalli si lanciano all’impazzata. Il compito del lavoro interiore è trasformarlo in un servo dell’anima. Ciò richiede disciplina e la capacità di mediare tra gli impulsi del corpo e i comandi dell’anima.

Questo è il senso della sottomissione di cui parla Dante: “A maggior forza e miglior natura liberi soggiacete”. Significa scegliere di obbedire alla parte più alta di noi stessi. Se non lo facciamo, la vita troverà comunque un modo di spingerci a farlo, spesso attraverso crisi e avvenimenti dolorosi.

La collaborazione con l’anima

L’anima non pretende di comandare da sola, chiede piuttosto collaborazione. Ci chiede spazio: osservare le nostre dinamiche, riconoscere paure e automatismi che ci allontanano dalla nostra vera essenza. Questo non è un invito a cancellare la personalità, ma a metterla al servizio.

Il cambiamento autentico non avviene perché “si deve” o perché lo dice qualcuno. Avviene quando ci stanchiamo davvero di noi stessi, delle stesse reazioni, degli stessi errori. Spesso serve toccare il fondo per maturare la determinazione di fare qualcosa di nuovo, e quel “nuovo” è quasi sempre qualcosa che la personalità teme.

Cose nuove o vecchie trappole?

Attenzione: fare cose nuove non significa agire impulsivamente o cadere in sciocchezze distruttive. Cambiare un cocchiere folle con uno ancora più veloce ma cieco non serve a nulla. Le azioni nuove dell’anima hanno il timbro dell’amore: per sé stessi e per gli altri. Richiedono coraggio e sacrificio, nel senso alchemico del termine: rendere sacro qualcosa rinunciando a ciò che è vecchio, rigido, limitante.

Ferite e talenti: i due strumenti dell’anima

L’evoluzione non si fa solo con i talenti: essi manifestano la nostra luce, ma le ferite ampliano lo spazio in cui l’anima può agire. I talenti mostrano, le ferite trasformano.

Lavorare solo sui talenti rischia di renderci superficiali; concentrarsi solo sulle ferite rischia di farci cadere in un tunnel senza uscita. Il vero equilibrio è nutrire e curare allo stesso tempo: esprimere ciò che sappiamo fare mentre affrontiamo le nostre zone d’ombra.

Gli incontri come messaggi dell’anima

Nulla di ciò che ci accade è casuale. L’anima ci manda persone e situazioni per mostrarci dove dobbiamo lavorare. Un collega difficile, un partner che ci mette alla prova, persino uno sconosciuto incontrato per strada possono essere strumenti per risvegliare in noi parti dimenticate.

I complimenti che riceviamo sono un altro segnale spesso ignorato. Siamo allenati a sminuirli o sospettare secondi fini, ma dietro c’è la voce dell’anima che ci ricorda i nostri talenti. Allo stesso modo, le sfide più dure sono affidate ad anime forti, capaci di trasformarle.

Piccoli atti di coraggio

L’anima cresce in un terreno di apertura e movimento. Il controllo eccessivo — il cocchiere che vuole decidere tutto — soffoca la sua voce. Per questo serve ogni giorno un piccolo atto di coraggio: chiedere aiuto, affrontare la paura del rifiuto, esporsi senza sapere come andrà.

Siamo interdipendenti: il progetto divino si costruisce insieme, e imparare a chiedere è parte del viaggio. Non si tratta di dipendere, ma di riconoscere il legame d’amore che ci unisce agli altri.

Lavorare nella dualità

Crescere significa accogliere gli opposti: luce e ombra, capacità e limiti, gioia e dolore. Dire “sono fatto così” è una condanna all’immobilità. Riconoscere invece di essere molte cose insieme apre lo spazio all’anima.

Il cocchiere deve avere il coraggio di scendere all’inferno, guardare le parti più oscure e dire: “Anche queste fanno parte di me”. Solo così si supera la separazione e si cammina verso l’unità.

Un viaggio senza fine

Non c’è un punto di arrivo, nessun sigillo che dica “adesso sei pronto”. Ogni passo in cui la personalità cede il comando all’anima è già manifestazione del progetto divino.

Il compito è doppio: curare e nutrire, accogliere e agire, mantenere i piedi radicati nella terra mentre si segue la direzione del cielo. È così che la carrozza interiore avanza, guidata da un cocchiere umile e obbediente, verso la destinazione che il passeggero conosce da sempre.

 


giovedì 7 agosto 2025

Le seccature quotidiane: tra silenzi ingoiati e reazioni eccessive

La vita di ogni giorno non procede mai liscia come l’olio. Non occorre una grande tragedia per mettere alla prova la nostra resistenza interiore: bastano il vicino che decide di fare bricolage la domenica mattina, l’automobilista che ci taglia la strada, o l’amico che arriva regolarmente in ritardo senza nemmeno scusarsi. Episodi minimi, apparentemente insignificanti, ma che hanno il potere di incrinare l’umore e intaccare la qualità delle nostre relazioni.
Di fronte a queste piccole frizioni, gli esseri umani tendono a collocarsi su due estremi opposti. Da una parte c’è chi tace per non creare conflitti, sopportando in silenzio e accumulando irritazioni come pietre in uno zaino sempre più pesante. Dall’altra parte c’è chi reagisce con aggressività immediata, trasformando anche la più banale contrarietà in uno scontro acceso. Tra questi due poli, esiste una terza via: quella della comunicazione assertiva, che cerca di coniugare il rispetto di sé con il rispetto dell’altro. Tuttavia, percorrerla richiede consapevolezza, e soprattutto allenamento.

Il silenzio del “quieto vivere”

Molte persone scelgono di non esprimere il proprio dissenso per mantenere l’armonia esterna. Il cosiddetto “quieto vivere” ha diverse radici psicologiche.

  • La paura del conflitto: affrontare qualcuno esplicitando un fastidio significa rischiare una reazione negativa. Molti preferiscono rinunciare piuttosto che esporsi.

  • Il senso di colpa: chiedere che un comportamento cambi viene percepito quasi come un atto egoista, una pretesa ingiustificata. Meglio, allora, sopportare.

  • L’illusione che l’altro cambi da solo: si spera che, col tempo, l’altro si accorga del fastidio arrecato e corregga spontaneamente il comportamento.

  • Il bisogno di mantenere la pace: in famiglia, nelle coppie, tra colleghi, spesso si teme che una critica possa rovinare la relazione. Così si preferisce il silenzio, anche se questo silenzio diventa un peso interiore.

Un esempio tipico: la moglie che raccoglie ogni giorno i vestiti lasciati in giro dal marito senza dir nulla, convinta che parlarne porterebbe solo a una discussione. Ma dentro di sé cresce il risentimento, e prima o poi arriverà la “famosa goccia che fa traboccare il vaso”.

L’aggressività come ferita riaperta

Sul fronte opposto, vi sono coloro che rispondono subito e in modo acceso, spesso sproporzionato rispetto all’evento. Anche questa modalità ha le sue radici:

  • La sensazione di essere costantemente attaccati: alcuni interpretano ogni critica o inconveniente come una minaccia personale.

  • La paura di apparire deboli: reagire con durezza diventa un modo per difendere la propria immagine di forza e autorità.

  • L’incapacità di gestire le emozioni: chi non sa contenere rabbia e frustrazione finisce per riversarle immediatamente sugli altri.

  • La mancata validazione: spesso l’aggressività scaturisce quando ci sentiamo ignorati, non considerati o svalutati. È come se venisse toccata una ferita antica: quella dell’ingiustizia. Ogni volta che percepiamo di non essere riconosciuti nel nostro valore o nei nostri bisogni, il dolore diventa bruciante, e la rabbia emerge come difesa.

Immaginiamo un lavoratore che propone un’idea in riunione e viene interrotto bruscamente dal capo. Non è solo una questione di “mancanza di educazione”: ciò che sente dentro è di non valere, di non contare. È la ferita della non-considerazione che si riapre. Ecco perché reagisce in modo sproporzionato: l’aggressività non nasce tanto dall’episodio in sé, quanto dal senso profondo di ingiustizia che quell’episodio scatena.

La via di mezzo: l’assertività

La comunicazione assertiva è l’alternativa meno istintiva ma più efficace. La mancata comunicazione, invece, porta ad accumulare tensioni che prima o poi esplodono. È la logica del “collezionista di silenzi”: più trattiene, più esploderà al momento sbagliato.
Non si tratta di reprimere la rabbia né di esploderla, bensì di darle forma in modo costruttivo. Significa distinguere il comportamento dalla persona: dire “Quando arrivi in ritardo mi sento messo da parte” è diverso da dire “Sei sempre inaffidabile”. La prima frase apre al dialogo, la seconda chiude ogni possibilità. Una critica può essere costruttiva se si limita al comportamento e non alla persona. Dire “Quando lasci i piatti sporchi in cucina mi sento caricato di lavoro extra” è diverso da “Sei sempre disordinato”.

Per avvicinarsi a questo stile servono esercizi concreti: 

  • Esercizi pratici

    1. Il diario delle seccature

      • Ogni sera scrivi due fastidi che ti sono capitati durante la giornata.
        Accanto, annota: “Ho reagito? Come?”.

    2. La formula del “messaggio in prima persona”

      • Allenati a sostituire frasi accusatorie con frasi personali. Invece di dire: “Tu non mi ascolti mai”, prova: “Quando parlo e non ricevo attenzione, mi sento ignorato”. Questo riduce il rischio di conflitto e aumenta la possibilità di essere compresi.

    3. L’esercizio del semaforo emotivo

      Rosso: fermati e riconosci la rabbia che stai provando.
      Giallo: respira e formula dentro di te la frase che vuoi dire.
      Verde: esprimi il tuo punto con chiarezza, senza attaccare.
      Sembra infantile, ma aiuta molto nei momenti di tensione improvvisa.

    4. Il piccolo passo quotidiano

      • Ogni giorno scegli una piccola seccatura da affrontare subito invece di tacerla.
        Non serve partire da questioni enormi: basta chiedere con garbo al collega di non interromperti o ricordare al coinquilino di abbassare la musica.
        È un allenamento progressivo che costruisce sicurezza e assertività.

Le seccature quotidiane non si possono evitare: fanno parte della convivenza umana. Quello che possiamo scegliere è come affrontarle. Il silenzio del quieto vivere ci logora lentamente, mentre l’aggressività rompe rapporti e fiducia, nascondendo quasi sempre la ferita più profonda: quella di non sentirsi visti, riconosciuti o rispettati. La vera sfida sta nel trovare un equilibrio: parlare con sincerità senza ferire, difendere i propri confini senza aggredire. Non è un traguardo da raggiungere una volta per tutte, ma un cammino fatto di tentativi, errori e miglioramenti. In fondo, imparare a gestire le piccole scocciature significa anche imparare a curare le nostre ferite interiori e a vivere meglio con noi stessi e con gli altri.


martedì 5 agosto 2025

Rimanerci male


Quando ti aspetti qualcosa da qualcuno – una parola gentile, una presenza, un gesto, un messaggio – e quella cosa non arriva, qualcosa dentro si incrina. È un dolore silenzioso, ma reale. Non è un dolore “esagerato”, è il riflesso di un investimento emotivo che non ha trovato riscontro. E quando quell’aspettativa riguarda qualcuno a cui tieni davvero, la ferita è ancora più profonda.

Rimanerci male” è una di quelle espressioni semplici ma potentissime. Non è solo dispiacere. È quel momento in cui ti senti deluso, spiazzato, magari anche un po’ tradito… ma in modo sottile, quasi invisibile agli occhi degli altri. Ci rimani male per un messaggio non arrivato, per una risposta fredda, per un gesto mancato. E magari non lo dici neanche a voce alta, ma lo senti dentro di te: “Non me lo aspettavo…”.

Ma da dove nasce questo dolore?

Nasce dal fatto che ti eri creato un’immagine, un’idea, una speranza su come sarebbero andate le cose. E quando la realtà si presenta diversa, quella distanza fa male. In fondo, ogni volta che restiamo delusi è come se dovessimo dire addio a una piccola illusione.

E allora ci si chiede: “Forse non dovrei aspettarmi nulla da nessuno”. È una frase che tante persone, in certi momenti, si dicono. Per proteggersi, per non soffrire più.

Però... è davvero possibile vivere senza aspettative?

Sì e no. Perché da un lato è vero: più alziamo le aspettative, più siamo vulnerabili alla delusione. Dall’altro però... le aspettative fanno parte del modo in cui costruiamo i legami. Aspettarsi qualcosa da chi amiamo – rispetto, presenza, ascolto, coerenza – non è sbagliato. È umano. È il segno che quel legame per noi conta.

Il problema non è tanto “aspettarsi qualcosa”, ma aspettarselo in silenzio, senza comunicarlo, o peggio ancora, pensare che l’altro debba leggerci dentro e comportarsi esattamente come immaginiamo. È qui che spesso nascono le incomprensioni e le ferite. Perché ciascuno di noi ha un modo diverso di esprimere l’affetto, il rispetto, la vicinanza. E a volte chi ci delude non lo fa per cattiveria, ma semplicemente perché non sa cosa ci aspettavamo.

“Un’ombra sul cuore”

Quando ci rimaniamo male, qualcosa si spegne per un attimo dentro di noi. È come se un accordo stonato si inserisse in una melodia che stavamo suonando. Non è necessariamente una rottura definitiva, ma è uno squilibrio. Una frattura, anche minuscola, che lascia il segno.

E sì, magari passa. Con il tempo, con la distanza, o con una spiegazione. Ma quel momento resta. E se accade troppe volte, quell’ombra si allunga. Si accumulano piccoli dolori, piccole delusioni, che lentamente ci fanno chiudere un po’. Ci rendono più guardinghi, più freddi, più distanti. A volte senza neanche rendercene conto.

Allora che fare?

Forse non serve eliminare le aspettative, ma imparare a conoscerle. A chiederci: “Cosa mi aspettavo davvero? Perché? L’ho detto? Era un bisogno legittimo o un’idealizzazione?”.

Serve anche accettare che le persone, anche quelle a cui vogliamo bene, non sempre sapranno o potranno darci ciò che desideriamo. Non per forza perché non ci tengono, ma perché sono umane, diverse da noi, con i loro limiti, i loro tempi, le loro priorità.

sabato 2 agosto 2025

Conflitti tra fratelli e sorelle avvelenano la vita: scioglili

 

Fratelli. È uno dei legami più potenti e importanti che esistano, ma oggi pochi ne sono davvero consapevoli. Sai quante persone si ammalano, si logorano dentro o addirittura muoiono per un conflitto irrisolto con un fratello o una sorella? Più di quanto immagini. Basta guardare cosa succede con le eredità: muore un genitore, arrivano i soldi, e all’improvviso due fratelli che si volevano bene si trasformano in nemici. Si insultano, si fanno guerra… e poi, anni dopo, uno si ammala. Coincidenze? No. C’è un senso profondo dietro tutto questo. Viviamo in una società che ha perso la connessione con la verità, con la famiglia, con il sangue.
Tuo fratello, tua sorella, hanno il tuo stesso DNA. Siete carne della stessa carne, sangue dello stesso sangue. Ecco perché i conflitti tra fratelli non sono mai banali. Sono prove. Sono sfide che ti porti dietro. E allora cosa fai se tuo fratello ti ha tradito, derubato, deluso? Lo odi? No. Lo riconosci. Perché è proprio lì che si gioca la tua evoluzione.
L’universo ti osserva: se superi la prova con amore, hai vinto. Se cadi nella rabbia, ricominci da capo.
Il primo passo è disconnettere il dolore. Non reagire con rabbia, non rispondere con lo stesso veleno.
Se ti ha fregato l’eredità, ricordati che quei soldi non sono nemmeno tuoi, sono solo un mezzo. Il punto non è quello. Il punto è che tutto ciò che fai a tuo fratello, torna a te. Perché siete lo stesso sangue. Se gli dai un pugno, quel colpo lo senti tu per primo. E fa il doppio male.
Quindi, come si fa? Si sceglie la via più difficile: amare. Guardarlo negli occhi, anche solo mentalmente, e dirgli: “Io ti amo. Ti accolgo. Ti perdono. Ma ti lascio andare per la tua strada.” Senza rancore. Senza rabbia. Con rispetto. Perché litigare da soli non si può: bisogna essere in due. E tu puoi scegliere di non partecipare al conflitto.
Se tuo fratello vuole la guerra, non caderci. Sta proiettando il suo dolore su di te. E se tu lo assorbi, lo farai tuo. Invece, riconoscilo. Guardalo con gli occhi dell’anima e digli: “So chi sei. So cosa rappresenti. E ti lascio andare con amore.”

Puoi anche scrivere tutto ciò che provi. Sfogati. Scrivi tutte le parolacce che vuoi, tutti gli insulti che ti passano per la testa. Ogni giorno. Per dieci giorni. Finché non svuoti quel veleno che ti brucia dentro. Poi prendi quella rabbia, buttala in un ruscello, bruciala, distruggila. E guardalo con occhi nuovi.
Digli: "Siamo fratelli. Portiamo lo stesso DNA. Questa è solo una prova. Ti amo. Vai per la tua strada. Ti lascio andare." Perché se tu stai nell’amore, nessun veleno può raggiungerti. Se sei nella gratitudine, nessun male può toccarti e tutto il male che lui prova per te, in realtà, lo prova verso sé stesso.

Il vero banco di prova è la famiglia. È lì che impariamo chi siamo davvero. Ed è lì che, spesso, falliamo, perché mettiamo al primo posto soldi, successo, competizione… e dimentichiamo l’essenziale: l’amore, l’armonia, il rispetto.

Tuo fratello ti fa impazzire? Sì. Ma sei tu che scegli se diventare o meno come lui. Sei tu che scegli se restare nell’odio o diventare libero.
Non è facile. È durissima. Ma è possibile. E se ci riesci, hai vinto la prova.
Quindi, anche se tuo fratello è una “grandissima testa di…”, mandagli amore. Sempre. Non cadere nella trappola della rabbia. Perché tutto ciò che scagli contro di lui, prima o poi tornerà a te e si chiamerà malessere, malattia, squilibrio.

Amalo. Lascia andare. Supera la prova. Perché lo meriti. Perché è la tua anima che te lo chiede.

Fonte: Fratelli coltelli: é proprio così?