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mercoledì 12 agosto 2026

Inciviltà

Da tempo mi accorgo che c’è qualcosa che mi fa perdere la pace più di quanto vorrei ammettere: la inciviltà.
Non parlo soltanto dei grandi atti di ingiustizia. A volte basta una persona che getta una carta per terra, lascia i propri rifiuti in un luogo naturale, parcheggia in modo arrogante, tratta male qualcuno, insulta, provoca, aggredisce verbalmente. Basta un hater che scrive qualcosa di gratuito e crudele. Basta una persona maleducata che si comporta come se gli altri non esistessero. Io mi imbestialisco.
E la cosa che mi interessa veramente, ormai, non è più capire quanto siano sbagliati questi comportamenti. In molti casi lo sono, semplicemente. Mi interessa capire perché io ne venga così profondamente destabilizzata.
Perché non mi limito a pensare: “Che comportamento incivile”.
Sento qualcosa di molto più forte. Sento che quella persona dovrebbe vergognarsi. Che qualcuno dovrebbe dirglielo. Che dovrebbe esserci una conseguenza. Che non è giusto che possa comportarsi così e continuare tranquillamente la propria vita. Come se niente fosse.
E allora mi sono chiesta: che cosa sto cercando davvero?
Forse sto cercando giustizia. Forse c’è in me una ferita dell’ingiustizia.
Non so se questa sia la definizione giusta e non voglio trasformarla in una diagnosi. Però riconosco qualcosa: quando qualcuno viola una regola che per me è evidente; il rispetto, la cura, la gentilezza, la responsabilità verso gli altri e verso la Terra, non soffro soltanto per ciò che quella persona ha fatto. Soffro perché mi sembra che il mondo non ristabilisca spontaneamente l’ordine.
È come se dentro di me ci fosse una convinzione: se una cosa è chiaramente sbagliata, allora qualcuno deve riconoscerlo. Se non lo riconosce, rimane qualcosa di aperto. Se non si vergogna, l'ingiustizia rimane.
Se non viene punito, sembra quasi che ciò che è accaduto non abbia avuto importanza.
E allora sento il bisogno di intervenire, almeno interiormente. Di giudicare. Di condannare. Di immaginare la vergogna dell'altro. Di pensare a come dovrebbe essere rimesso al suo posto.
Ma qui mi accorgo di una cosa: sto affidando la mia pace interiore alla coscienza di un'altra persona. È assurdo, se ci penso. Per essere in pace, avrei bisogno che una persona che magari non conosco nemmeno capisse di aver sbagliato. Dovrei avere bisogno che un hater riconoscesse la propria cattiveria per poter tornare serena. Dovrei avere bisogno che il maleducato si rendesse conto di essere maleducato.
Dovrei avere bisogno che chi sporca la Terra provasse vergogna. Ma perché? Perché la mia pace dovrebbe dipendere da questo?
Forse qui c’è il vero punto del lavoro.
Non devo imparare a non vedere l’ingiustizia. E nemmeno a far finta che tutto vada bene. Non credo che evolvere significhi diventare indifferenti. Anzi, una parte della mia sensibilità è proprio quella di accorgermi di ciò che accade. Vedo la mancanza di rispetto. Mi colpisce la crudeltà. Mi fa male vedere la Terra trattata come una discarica. Mi disturba profondamente la gratuità della violenza verbale e fisica.
Non voglio perdere questa sensibilità. Voglio perdere la schiavitù che può derivarne.
Perché forse il problema non è la rabbia in sé. La rabbia può essere un segnale. Può indicarmi che qualcosa per me ha valore. Se vedo qualcuno maltrattare una persona e provo rabbia, quella rabbia può dirmi: “Per me il rispetto conta”. Se vedo qualcuno distruggere un ambiente naturale, può dirmi: “Per me la Terra ha valore”. Se qualcuno umilia gratuitamente un'altra persona, può dirmi: “Per me la dignità è importante”.
La rabbia, quindi, non è necessariamente il problema. Il problema nasce quando dalla rabbia passo alla necessità di punire. Quando penso: “Deve vergognarsi”. Quando sento: “Deve capire”. Quando desidero che l'altro soffra abbastanza da rendersi conto di ciò che ha fatto.
A quel punto non sto più soltanto difendendo un valore. Sto cercando di ristabilire dentro di me un ordine attraverso l'altro, ed è proprio qui che perdo libertà.
Mi viene in mente una cosa che considero importante anche dal punto di vista spirituale. Se davvero l’Anima si incarna per fare esperienza, allora ogni persona che incontro ha il proprio percorso. Anche chi considero ignorante, arrogante, crudele o inconsapevole sta vivendo il proprio processo.
Questo non significa giustificare tutto. Non significa dire che tutto va bene perché “ognuno ha la sua evoluzione”. Sarebbe una scorciatoia spirituale che non mi convince. Una persona può avere il suo percorso e io posso comunque dire no a ciò che fa.
Posso mettere un limite.
Posso allontanarmi.
Posso segnalare un comportamento.
Posso difendere qualcuno.
Posso chiedere rispetto.
Posso, quando serve, ricorrere alle regole e alle conseguenze previste.
Ma c’è una differenza enorme tra fare ciò che è necessario e voler essere io quella che ristabilisce la giustizia. Forse non è mio compito correggere il livello di coscienza degli altri. Il mio compito è vedere cosa succede al mio livello di coscienza quando incontro il loro. Posso chiedermi: “Cosa sta facendo questa persona dentro di me?” e la risposta può essere: “Mi sta facendo perdere il centro”.
Allora la questione diventa mia perché io ho la responsabilità di ciò che faccio con ciò che incontro.
Forse la vera evoluzione, per me, non sarà arrivare a non arrabbiarmi più.
Sarà riuscire a essere arrabbiata senza diventare la mia rabbia. Posso pensare che qualcosa sia sbagliato e non dover necessariamente trasformare quel giudizio in odio. Posso indignarmi e poi scegliere. Posso intervenire senza umiliare. Posso dire no senza disprezzare. Posso difendere un valore senza trasformare chi lo viola in un nemico, e soprattutto posso accettare una cosa che per me è difficile: alcune ingiustizie resteranno senza una riparazione visibile.
Ci saranno persone che non capiranno mai di aver sbagliato.
Ci saranno persone che non chiederanno scusa.
Ci saranno persone che faranno del male senza ricevere la conseguenza che io ritengo adeguata.
Ci saranno comportamenti che nessuno correggerà.
E io non posso costruire la mia pace sulla speranza che il mondo funzioni secondo il mio senso dell'equilibrio. Questa forse è una delle forme più difficili di accettazione: tollerare che il mondo non mi restituirà sempre giustizia. Accettare che io possa sapere che qualcosa è sbagliato senza aver bisogno che l'altro lo riconosca. Accettare che un torto possa rimanere un torto anche se nessuno lo ammette.
E soprattutto accettare che io possa continuare a stare bene senza che l'altra persona venga umiliata.
Forse è qui che posso guarire qualcosa.
Perché quando desidero che qualcuno si vergogni, forse una parte di me sta cercando una riparazione.
“Tu hai fatto qualcosa che per me è intollerabile. Adesso devi riconoscere che hai torto. Solo così posso sentire che il mondo è nuovamente in ordine.”
Ma il mondo non è necessariamente più in ordine perché qualcuno si vergogna.
E io non sono necessariamente più libera perché qualcuno viene punito.
A volte la giustizia è necessaria. Ma la vendetta psicologica è un'altra cosa.
Questa distinzione voglio imparare a sentirla nel corpo, non soltanto a comprenderla con la mente.
Quando mi succede qualcosa, vorrei poter fermarmi un momento e chiedermi:
“Che cosa è realmente accaduto?”
“Che cosa sto provando?”
“Che cosa vorrei che accadesse?”
“È necessario che io intervenga?”
“Oppure sto cercando soltanto di scaricare la mia rabbia?”
Soprattutto: “Se questa persona non capisse mai di avere sbagliato, posso comunque tornare in pace?”
Questa è la domanda più difficile...forse anche quella che contiene la libertà.
Non voglio confondere la pace con la passività.
Non voglio usare la spiritualità per evitare il conflitto o per raccontarmi che dovrei amare tutti indistintamente.
Voglio poter essere ferma.
Voglio poter riconoscere ciò che è ingiusto.
Voglio poter proteggere ciò che considero prezioso.
Ma non voglio più consegnare il mio equilibrio a chi si comporta male.
Quello che hai fatto può essere sbagliato.
Io posso dirtelo.
Posso prendere le distanze.
Posso chiedere che tu ne risponda.
Ma non ho bisogno che tu riconosca la tua colpa perché io sappia ciò che ho visto.
E non ho bisogno di punirti per tornare in pace.
Forse questa è la forma di giustizia che devo imparare per prima: quella verso me stessa.
Non costringermi a vivere continuamente dentro le colpe degli altri.
Non permettere che la loro inconsapevolezza diventi la mia agitazione.
Non trasformare ogni gesto incivile in una battaglia morale.
Scegliere dove mettere la mia energia.
E lasciare che molte cose finiscano esattamente dove sono accadute.
Forse l'Anima non mi sta chiedendo di eliminare la mia rabbia.
Forse mi sta chiedendo di trasformarla.
Dal bisogno di punire alla capacità di discernere.
Dalla reazione alla scelta. Dal giudizio alla lucidità.
Dalla necessità che l'altro cambi alla responsabilità di scegliere io come stare nel mondo.
E forse, alla fine, la vera evoluzione non sarà smettere di vedere ciò che non va.
Sarà riuscire a vederlo senza perdere me stessa.

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