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venerdì 14 agosto 2026

Earth Song: il karma

Viviamo nell’epoca della cecità volontaria. Camminiamo su un suolo che sanguina, respiriamo un’aria che brucia e consumiamo le risorse del domani come se fossimo l’ultima generazione destinata ad abitare questo pianeta. Ci accomodiamo nel nostro benessere quotidiano, ignorando il rumore di fondo del collasso che avanza. Ma la verità è un’eco che non si può spegnere, ed è la stessa che Michael Jackson urlava al mondo nel 1995 con “Earth Song”. Oggi, a distanza di decenni, quel grido non è solo attuale: è diventato la nostra condanna. È il resoconto contabile di un debito che stiamo rifiutando di pagare, ma che l’universo si sta già prendendo indietro. Questo meccanismo non ha nulla di magico o di sovrannaturale. Ha un nome preciso, millenario e scientifico nella sua spietata precisione:

Karma

Per troppo tempo l’Occidente ha derubricato il concetto di Karma a una sorta di bizzarra superstizione orientale, una punizione magica o un destino inevitabile. Niente di più falso. Karma significa, nella sua radice più pura, una cosa sola: Azione. È la legge primordiale di causa ed effetto.
Ogni passo che facciamo lascia un’impronta;
ogni albero abbattuto è un respiro in meno;
ogni fiume avvelenato è una goccia di tossina che prima o poi tornerà nel nostro bicchiere.
Il Karma è lo specchio cosmico che ci restituisce esattamente ciò che abbiamo proiettato nel mondo. Quando Michael Jackson nel suo videoclip mostrava la devastazione delle foreste, il massacro degli elefanti per l'avorio e i pianti dei popoli indigeni ridotti in cenere, non stava mettendo in scena un film di finzione. Stava filmando il nostro Karma. Stava mostrando la materializzazione fisica delle nostre azioni collettive.

Guardiamo il video di “Earth Song”. Spesso, di fronte a quelle immagini di devastazione totale seguite da una Terra che improvvisamente si rigenera, molti hanno gridato all'esagerazione. Hanno liquidato la tempesta finale, gli alberi che tornano in piedi e i morti che risorgono come un delirio hollywoodiano, una drammatizzazione eccessiva. Ma la verità è un'altra. Quella visione non è esagerata: è, nel migliore dei casi, ottimista. È l'interpretazione più speranzosa e generosa che si potesse dare del futuro umano. Perché Michael Jackson, in quel finale travolgente, non ha descritto la fine del mondo, ma ha illustrato il superamento del Karma negativo attraverso un’inversione immediata dell’agire umano. Ha mostrato cosa accadrebbe se l'umanità, nello stesso istante, cadesse in ginocchio, affondasse le mani nella terra ferita e decidesse, finalmente, di invertire la rotta.

Ma guardiamoci in faccia, oggi. Dov’è questa presa di coscienza collettiva? Nella realtà in cui respiriamo, la Terra non si rigenera con un colpo di vento teatrale. Se abbattiamo una foresta secolare, occorrono secoli perché la vita ritorni, ammesso che il suolo non sia diventato deserto prima. Il finale di “Earth Song” è un monumento all’ottimismo perché presuppone che l’uomo sia ancora capace di fermarsi. Presuppone che, davanti al baratro, l’istinto di conservazione e l’amore per il creato prevalgano sull’avidità. 
Ma il Karma che stiamo accumulando ogni singolo giorno racconta una storia diversa. Racconta di accordi sul clima traditi, di foreste amazzoniche sacrificate per il pascolo intensivo, di oceani soffocati dalla plastica e di guerre per il controllo di risorse che stanno finendo. La reazione del pianeta non sarà un miracolo coreografico: sarà, e lo è già, la nostra estinzione ordinata e silenziosa.

“Cosa abbiamo fatto al mondo?”, recita il testo. “Ti sei mai fermato a guardare questa terra che piange, queste sponde che piangono?”. Queste domande non sono rivolte a entità astratte, ai governi o alle multinazionali. Sono rivolte a te. Sono rivolte a chiunque compri un oggetto usa e getta senza pensare a dove finirà, a chi gira lo sguardo dall'altra parte di fronte alle ingiustizie, a chi pensa che il proprio piccolo, quotidiano egoismo non abbia un peso sul bilancio globale del pianeta. Il nostro agire quotidiano è il mattone con cui stiamo costruendo la nostra prigione. Crediamo di essere padroni della natura, ma siamo solo inquilini abusivi che stanno distruggendo la casa del locatore. E il locatore sta per sfrattarci. Il Karma non perdona l'ignoranza. Non gli importa se non sapevi, se eri distratto o se pensavi che qualcun altro avrebbe risolto il problema. La terra risponde alla fisica dell'azione, non alle nostre buone intenzioni rimaste sulla carta.

Eppure, proprio nella definizione del Karma come azione risiede l’unica, disperata ancora di salvezza. Se il Karma fosse destino, saremmo spettatori impotenti di una tragedia già scritta. Ma poiché il Karma è azione, esso è intrinsecamente dinamico. Il futuro non è un binario morto; è una tela bianca che stiamo dipingendo con i gesti di questo esatto momento. L’ottimismo di “Earth Song” diventa allora un imperativo categorico, un barlume di luce nel buio più fitto. Ci dice che la direzione può essere cambiata, ma richiede un prezzo che non siamo ancora disposti a pagare: il sacrificio del nostro comfort egoistico. Richiede una rivoluzione interiore prima ancora che politica. Significa capire che l’elefante abbattuto in Africa o il bambino che piange tra le macerie di una guerra non sono “altri da noi”, ma parti dello stesso organismo vivente di cui facciamo parte. Se feriamo loro, stiamo conficcando un coltello nella nostra stessa carne.

Il tempo delle scuse è scaduto. Le piaghe della Terra sono visibili a occhio nudo: non servono scienziati per capire che il clima è impazzito, che la biodiversità sta scomparendo e che l’aria sta diventando irrespirabile. Siamo immersi fino al collo nel fango delle nostre stesse decisioni passate. Quello che Michael Jackson cantava con rabbia e disperazione era un avvertimento. Oggi quell'avvertimento è diventato cronaca quotidiana. Ogni volta che ascoltiamo quel brano, dovremmo sentire un brivido di vergogna lungo la schiena. Non è una bella canzone pop da canticchiare in macchina; è un atto di accusa.

È il processo all'umanità

Se vogliamo che il finale di “Earth Song” smetta di essere un’illusione cinematografica e diventi una possibilità concreta, dobbiamo riappropriarci del nostro Karma. Dobbiamo capire che la speranza non è un'attesa passiva che le cose migliorino da sole. La speranza è un atto di violenta opposizione allo status quo. Ottimismo significa credere che il nostro agire odierno, per quanto piccolo, possa deviare la traiettoria del disastro. Ma l'ottimismo senza azione è solo complicità con la distruzione. Alzati, guarda la terra sotto i tuoi piedi, ascolta il suo pianto e decidi, finalmente, da quale parte della storia vuoi stare. Perché il Karma sta arrivando, e non accetterà scuse.

Come iniziare? Da qui 

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