Questa dinamica di sottomissione emotiva è strettamente
legata al concetto di ambivalenza. Nella quotidianità, l'ambivalenza si traduce
in una sistematica discrepanza tra il piano del narrato e quello del reale. Si
sperimenta quando le persone care dichiarano affetto e stima a parole, ma nei
fatti agiscono in modo incoerente, umiliante o assente. È quella situazione in
cui un amico giura fedeltà ma scompare nel momento del bisogno, o un partner
dichiara che siamo la persona più importante della sua vita ma non trova mai il
tempo per un incontro concreto. In questi casi, chi subisce non lo fa per
mancanza di intelligenza o per incapacità cognitiva. Molto spesso, a livello
razionale, la situazione è dolorosamente chiara: si vede l'incoerenza, si
percepisce l'umiliazione e si riconosce lo squilibrio. Tuttavia, esiste una
frattura profonda tra ciò che la mente comprende e ciò che il cuore riesce a
mettere in pratica. È un blocco emotivo che impedisce di reagire e di dire
basta, portando la persona a giustificare continuamente comportamenti
inaccettabili, nonostante gli avvertimenti esterni di amici e conoscenti.
Un aspetto importante di chi tende a farsi andare bene tutto
è l'eccessiva permeabilità emotiva. Queste persone funzionano come dei sensori
ipersensibili, costantemente sintonizzati sul mondo interiore degli altri.
Vivono in uno stato di allerta perenne, cercando di anticipare le emozioni e le
reazioni altrui per evitare picchi di reattività o conflitti. È un meccanismo
di difesa che trasforma l'individuo in un disinnesco vivente: si modula la
propria voce, si scelgono con cura le parole e si sacrificano i propri bisogni
pur di mantenere un'apparente calma nell'ambiente circostante. Questo sforzo
costante di anticipazione è estenuante e conduce a un senso di impotenza,
poiché è impossibile controllare o disinnescare davvero l'emotività di un'altra
persona.
Il percorso di guarigione e ricostruzione non passa
attraverso atti di forza o decisioni drastiche prese sull'onda della rabbia, ma
inizia con un fondamentale atto di morbidezza verso se stessi. La prima tappa è
abbandonare il senso di umiliazione e frustrazione che deriva dal non riuscire
a cambiare. Bisogna guardare alla propria difficoltà con estrema tenerezza,
riconoscendo che la propria struttura emotiva è attualmente incastrata in un
meccanismo che non permette la fermezza. Smettere di giudicarsi come
"sbagliati" o "incapaci" è il presupposto indispensabile
per permettere al cambiamento di germogliare. La guarigione richiede tempo,
pazienza e la consapevolezza che si sta lavorando su ferite profonde che hanno
tolto solidità al proprio centro interiore.
Una volta stabilita questa base di auto-compassione, il
lavoro si sposta sulla riappropriazione della propria identità. Per chi è
abituato a pensarsi solo in funzione dell'altro, la domanda "cosa è
importante per me?" può inizialmente generare un senso di vuoto o di
smarrimento. È necessario però insistere su questo punto, ricominciando a
interrogarsi su cosa sia realmente accettabile e cosa no, indipendentemente
dalle reazioni esterne. Questo significa iniziare a costruire dei confini che
non sono mai stati tracciati. Mettere un confine non è un atto di aggressività,
ma un atto di esistenza: è il modo in cui dichiariamo dove finiamo noi e dove
inizia l'altro. Senza questi confini, la persona resta una massa permeabile che
assorbe le oscillazioni emotive altrui senza poter mai trovare pace.
Un elemento necessario per uscire dal circuito del subire è
la ricerca di una validazione esterna che sia sana e professionale. Chi è
immerso in relazioni ambivalenti riceve costantemente messaggi che negano la
sua percezione della realtà. Se provano a far notare un'incoerenza, spesso si
sentono rispondere che stanno percependo male o che sono troppo sensibili. Per
questo motivo serve una figura che validi ciò che la persona sente, che dica
"Quello che provi è vero, quello che vedi è reale". Questa
legittimazione è l'ancora di salvezza che permette di smettere di cercare
conferme in chi, per sua natura, non può darle. Il processo di guarigione
implica proprio il passaggio dal cercare il riconoscimento in partner o amici
ambivalenti al trovarlo dentro di sé, mediato inizialmente da una guida sicura.
Il cammino prosegue con la necessità di fermarsi e fare un
passo indietro. Non si può guarire continuando a correre sulla stessa ruota del
criceto. È necessario sospendere per un momento l'investimento emotivo
massiccio nelle relazioni che causano sofferenza per poter osservare la
dinamica dall'esterno. In questo spazio di distacco, si può iniziare a sentire
che la propria affettività e i propri pensieri hanno un valore intrinseco, non
subordinato al benessere dell'altro. Si impara che l'amore vero non coincide
con l'incertezza, con la confusione o con l'attesa spasmodica di un segno di
approvazione, ma si fonda sulla stabilità e sulla prevedibilità emotiva.
Infine, il fine ultimo di questo faticoso ma necessario processo di riappropriazione è la possibilità di manifestare il proprio progetto individuale. Quando smettiamo di essere il riflesso delle necessità altrui e iniziamo a legittimare il nostro sentire, ci apriamo alla connessione con la nostra parte più profonda, con l'Anima. Ogni persona, indipendentemente da quanto si senta inizialmente inadeguata o frammentata, ha il potenziale per trovare il proprio vero sé e portare nel mondo i propri talenti unici. La sofferenza vissuta nel subire può diventare il terreno fertile su cui costruire una nuova e incrollabile sicurezza interiore, permettendo finalmente di occupare il proprio posto nel mondo con dignità e chiarezza.
Ecco i passaggi fondamentali:
- Esercitare una "grande morbidezza" e tenerezza: Il primo atto di consapevolezza è smettere di giudicarsi. Bisogna riconoscere che la tendenza a subire nasce da un'emotività incastrata in traumi passati e in un ambiente d'infanzia poco rassicurante. Invece di colpevolizzarsi per l'impotenza, occorre provare tanta tenerezza per la propria fragilità e per il proprio "centro" mancante.
- Fermarsi e fare un passo indietro: È necessario interrompere il circuito dell'ambivalenza. Questo significa fermarsi per un tempo "molto lungo" ed uscire idealmente dalla dinamica relazionale per osservarla dall'esterno. Solo prendendo una distanza emotiva è possibile smettere di giustificare l'incoerenza tra le parole e i fatti dell'altro.
- Smettere di fare il "disinnesco continuo": Bisogna rinunciare al tentativo estenuante di anticipare le emozioni e la reattività dell'altro per evitare conflitti o picchi emotivi. Occorre accettare che non è possibile disinnescare l'emotività altrui e che questo sforzo non fa altro che renderti eccessivamente "permeabile" e adattabile ai bisogni altrui.
- Interrogarsi sui propri bisogni (Cosa mi va bene?): Chi subisce è abituato a pensarsi solo in relazione all'altro. Il lavoro pratico consiste nell'iniziare a chiedersi costantemente: "Cosa è importante per me?" e "Cosa mi va bene?". Inizialmente la risposta potrebbe essere un senso di vuoto ("non lo so"), ma è fondamentale persistere per ricreare un'immagine di sé come individuo con idee proprie.
- Cercare una validazione esterna sicura: Poiché le persone ambivalenti negheranno sempre la tua percezione della realtà ("non è vero, percepisci male"), è indispensabile un percorso con un terapeuta. La funzione del terapeuta è quella di validare e legittimare ciò che senti, dandoti la forza di riconoscere che il tuo sentire è vero e il tuo pensiero è giusto. Questo riconoscimento è un passaggio che non può avvenire all'interno di relazioni d'amore ambivalenti.
- Costruire i confini e legittimarsi: Attraverso il cammino di validazione, si impara gradualmente a mettere quei confini che sono mancati durante la crescita. Legittimarsi significa sentire che la propria affettività ed emozioni hanno valore e non sono "molto meno" di quelle dell'altro.

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