Giustificarsi nasce quasi sempre
da una paura. Non è una scelta consapevole, è una reazione. È come se, davanti
all’altro, sentissimo di dover dimostrare qualcosa: che non siamo sbagliati,
che non abbiamo cattive intenzioni, che non meritiamo una critica o un rifiuto.
Il corpo si tende, la mente corre a cercare motivi, cause, attenuanti. In quel
momento l’obiettivo non è essere compresi, ma essere assolti. Anche quando
nessuno ci sta realmente accusando, dentro di noi l’accusa è già partita. Il
giustificarsi ha questa qualità particolare: anticipa il giudizio e prova a
neutralizzarlo prima che faccia male.
Spiegarsi, invece, nasce da un
luogo molto più quieto. Non perché la situazione sia facile o perché non ci sia
tensione, ma perché interiormente non stiamo mettendo in discussione il nostro
diritto di esistere o di essere come siamo. Spiegarsi significa dire: “Questo è
ciò che è successo, questo è ciò che ho sentito, questo è il modo in cui
funziono”. Non c’è la corsa a difendersi, non c’è l’urgenza di convincere. C’è
un’apertura. È un gesto di contatto, non di protezione.
Quando ci giustifichiamo, spesso
accumuliamo parole. Più sentiamo il rischio di essere fraintesi, più
aggiungiamo spiegazioni, precisazioni, confronti, esempi. Ma quell’abbondanza
non chiarisce, anzi confonde. L’altro, anche se non lo sa spiegare razionalmente,
percepisce che non lo stiamo davvero incontrando. Sente che siamo occupati a
salvare noi stessi. E questo, paradossalmente, può farlo sentire escluso o non
ascoltato. La giustificazione chiude, anche quando sembra voler aprire.
Spiegarsi fa l’opposto:
semplifica. Non perché riduca la complessità, ma perché va al centro. Non serve
raccontare tutto il contesto per essere autentici; serve nominare ciò che
conta. Un’emozione, un bisogno, un limite. Spiegarsi implica anche accettare
che l’altro possa non essere d’accordo, possa restare deluso, possa avere una
lettura diversa. Non è una strategia per ottenere consenso, è un atto di
chiarezza. E questa chiarezza, quando è sincera, crea molto più rispetto di
mille difese.
C’è anche un aspetto più profondo.
Chi si giustifica spesso porta dentro una storia in cui spiegarsi non era
sicuro. Forse da bambino ogni errore veniva punito, ogni emozione messa in
discussione, ogni tentativo di dire “come stavo” trasformato in un processo. In
quel caso giustificarsi è stato un modo intelligente per sopravvivere. Non va
giudicato. Ma da adulti possiamo accorgerci che quel meccanismo, oggi, non ci
protegge più: ci isola. Continuiamo a parlare come se fossimo sotto esame,
anche quando siamo in una relazione che potrebbe accoglierci.
Spiegarsi richiede un piccolo atto
di fiducia. Fiducia nel fatto che possiamo restare integri anche se l’altro non
approva tutto. Fiducia nel fatto che non dobbiamo essere impeccabili per essere
degni di relazione. È un passaggio delicato: significa rinunciare al controllo
sull’immagine che l’altro ha di noi. E questo fa paura. Ma è proprio lì che la
comunicazione diventa adulta.
Un segnale utile per riconoscere
la differenza è ascoltarsi mentre si parla. Se senti fretta, tensione, bisogno
di aggiungere subito “però”, “ma”, “in realtà”, probabilmente ti stai
giustificando. Se invece senti una certa stabilità interna, anche mentre dici
qualcosa di scomodo, è più facile che tu ti stia spiegando. La spiegazione non
ha bisogno di correre, perché non sta scappando da nulla.
In fondo, la differenza tra giustificarsi e spiegarsi è la differenza tra dire “non attaccarmi” e dire “eccomi”. La prima frase nasce dalla paura di perdere il legame, la seconda dalla disponibilità a incontrare l’altro senza nascondersi. Quando impariamo a spiegarci, non diventiamo più vulnerabili: diventiamo più veri. E spesso scopriamo che la verità, detta da un luogo saldo, crea molta più vicinanza di qualsiasi difesa ben costruita.
Vale la pena spiegarsi quando c’è
almeno una minima possibilità di incontro. Non serve che l’altro sia
perfetto, empatico o già d’accordo con te, ma deve esserci un’apertura reale
all’ascolto. Anche una frase semplice come “dimmi” o “non ho capito, aiutami a
capire” è un segnale sufficiente. In questi casi spiegarsi aiuta a creare
contesto, a ridurre le proiezioni, a chiarire intenzioni e bisogni. Serve
soprattutto quando senti che stai parlando da un luogo calmo, non urgente, e
che potresti tollerare il fatto che l’altro non accolga tutto. Se ti spieghi e
resti centrato anche se l’altro non cambia subito posizione, allora stai
spiegando, non implorando.
Ha senso spiegarsi anche quando
vuoi assumerti una responsabilità, non per riparare l’immagine ma per
essere integro. Per esempio quando riconosci un errore, un limite, una mancanza
e senti che nominarla ti rende più allineato con te stesso, indipendentemente
dalla risposta dell’altro. In questo caso la spiegazione non è una trattativa,
è un atto di chiarezza. Spesso questo tipo di spiegazione, proprio perché non
chiede nulla in cambio, genera rispetto.
Spiegarsi vale la pena anche
quando serve a proteggere il confine, non a sfondarlo. Dire come
funzioni, cosa puoi e cosa non puoi fare, cosa è sostenibile per te, è una
spiegazione sana se non è accompagnata dal bisogno che l’altro la approvi.
“Questo è il mio limite” è una spiegazione che non richiede consenso, solo riconoscimento.
Non vale la pena spiegarsi quando
l’altro non sta ascoltando, ma raccogliendo informazioni. Ci sono
situazioni in cui ogni spiegazione viene sezionata, ribaltata, usata come prova
o come arma. In questi casi spiegarsi non crea comprensione, crea esposizione.
Se senti che dopo ogni tua frase devi chiarirne un’altra, e poi un’altra
ancora, probabilmente non sei in uno spazio di dialogo ma di controllo. Qui
spiegarsi diventa una forma sottile di auto-tradimento.
Non vale la pena spiegarsi quando
lo stai facendo per paura di perdere l’altro. Questo è un punto
delicato, perché dall’interno può sembrare amore o cura della relazione. Ma se
ti spieghi per evitare un abbandono, una rabbia, un silenzio o una punizione
emotiva, la spiegazione perde dignità e diventa negoziazione del tuo valore. In
questi casi anche le parole più limpide suonano deboli, perché l’energia che le
muove è la paura.
È inutile spiegarsi quando l’altro
ha già deciso chi sei. Se la persona è chiusa in una narrazione rigida
(“tu sei sempre così”, “sei fatto così”, “con te è impossibile”), ogni
spiegazione verrà filtrata per confermare quella storia. Qui il silenzio, o una
frase molto breve e ferma, è spesso più sano di un lungo tentativo di
chiarimento.
C’è poi un criterio interno molto
affidabile: come ti senti mentre ti spieghi. Se senti di perderti, di
svuotarti, di dover dimostrare, di parlare troppo, è probabile che non sia il
momento. Se invece ti senti presente, essenziale, allineato, anche un disagio
emotivo è tollerabile, perché non stai rinunciando a te stesso.
In sintesi, spiegarsi vale la pena quando nasce dalla solidità e va verso il contatto. Non vale la pena quando nasce dalla paura e va verso l’autosvalutazione. La spiegazione sana non rincorre l’altro: si offre. E se non viene accolta, non crolla. Questa è forse la linea più sottile, ma anche la più liberante.
- Giustificarsi nasce da una posizione di difesa.
- Spiegarsi nasce da una posizione di responsabilità.
Quando ti giustifichi, dentro di
te stai rispondendo a una domanda implicita:“Sto sbagliando? Devo difendermi?”
Nel primo caso cerchi di salvarti
da una colpa. Nel secondo cerchi un contatto.
Esempi pratici di
giustificazione
Immagina che una persona ti dica:
“Non mi hai risposto ieri.”
Risposta che nasce dal
giustificarsi:
“Sì ma ero stanchissima, poi avevo mille cose da fare, e
comunque anche tu non mi rispondi sempre subito, e poi non l’ho fatto apposta.”
Cosa sta succedendo qui?
- Ti senti sotto accusa
- Ti difendi prima ancora che l’altro ti dica cosa
prova
- Sposti il focus su fattori esterni
Paradossalmente, più ti giustifichi, più sembri colpevole, anche se non lo sei.
Spiegarsi è un atto profondamente
diverso. È una forma di trasparenza responsabile.
Quando ti spieghi:
- non neghi ciò che è successo
- non attacchi
- non ti difendi
- non cerchi di convincere
Ti assumi la responsabilità del
tuo comportamento e del tuo mondo interno, non del giudizio dell’altro. La posizione interna è questa: “So
chi sono e perché faccio ciò che faccio. Te lo condivido, non per scusarmi, ma
per farti capire.”
Stessa situazione di prima.
“Non mi hai risposto ieri.”
Risposta che nasce dallo
spiegarsi:
“Vero, ieri non ho risposto. Avevo
bisogno di staccare e non avevo energie per comunicare. Capisco che possa
averti fatto sentire trascurato.”
Qui succedono cose molto diverse:
- riconosci il fatto
- nomini il tuo bisogno
- riconosci l’impatto sull’altro
- non ti difendi
- non ti annulli
Questo disinnesca il conflitto e apre uno spazio di contatto.
Spiegarsi è sano quando:
- vuoi costruire comprensione
- c’è uno spazio di ascolto
- non stai cercando assoluzione
- parli dal presente, non dalla paura
Non è necessario spiegarsi quando:
- l’altro non ascolta
- l’altro usa le tue spiegazioni contro di te
- stai spiegando per paura di perdere l’altro
- stai spiegando troppo
Una spiegazione sana non implora di essere accettata.
Chi si spiega sa che:
- può sbagliare
- può essere frainteso
- può deludere
- e restare comunque degno
Chi si giustifica, invece, sente
che l’errore mette a rischio il legame o il valore personale.
Un piccolo esercizio pratico
Quando stai per rispondere a
qualcosa di delicato, fermati un secondo e chiediti:
Sto parlando per essere capito o
per difendermi?





