Indice

mercoledì 28 gennaio 2026

Giustificarsi VS Spiegarsi

Giustificarsi nasce quasi sempre da una paura. Non è una scelta consapevole, è una reazione. È come se, davanti all’altro, sentissimo di dover dimostrare qualcosa: che non siamo sbagliati, che non abbiamo cattive intenzioni, che non meritiamo una critica o un rifiuto. Il corpo si tende, la mente corre a cercare motivi, cause, attenuanti. In quel momento l’obiettivo non è essere compresi, ma essere assolti. Anche quando nessuno ci sta realmente accusando, dentro di noi l’accusa è già partita. Il giustificarsi ha questa qualità particolare: anticipa il giudizio e prova a neutralizzarlo prima che faccia male.

Spiegarsi, invece, nasce da un luogo molto più quieto. Non perché la situazione sia facile o perché non ci sia tensione, ma perché interiormente non stiamo mettendo in discussione il nostro diritto di esistere o di essere come siamo. Spiegarsi significa dire: “Questo è ciò che è successo, questo è ciò che ho sentito, questo è il modo in cui funziono”. Non c’è la corsa a difendersi, non c’è l’urgenza di convincere. C’è un’apertura. È un gesto di contatto, non di protezione.

Quando ci giustifichiamo, spesso accumuliamo parole. Più sentiamo il rischio di essere fraintesi, più aggiungiamo spiegazioni, precisazioni, confronti, esempi. Ma quell’abbondanza non chiarisce, anzi confonde. L’altro, anche se non lo sa spiegare razionalmente, percepisce che non lo stiamo davvero incontrando. Sente che siamo occupati a salvare noi stessi. E questo, paradossalmente, può farlo sentire escluso o non ascoltato. La giustificazione chiude, anche quando sembra voler aprire.

Spiegarsi fa l’opposto: semplifica. Non perché riduca la complessità, ma perché va al centro. Non serve raccontare tutto il contesto per essere autentici; serve nominare ciò che conta. Un’emozione, un bisogno, un limite. Spiegarsi implica anche accettare che l’altro possa non essere d’accordo, possa restare deluso, possa avere una lettura diversa. Non è una strategia per ottenere consenso, è un atto di chiarezza. E questa chiarezza, quando è sincera, crea molto più rispetto di mille difese.

C’è anche un aspetto più profondo. Chi si giustifica spesso porta dentro una storia in cui spiegarsi non era sicuro. Forse da bambino ogni errore veniva punito, ogni emozione messa in discussione, ogni tentativo di dire “come stavo” trasformato in un processo. In quel caso giustificarsi è stato un modo intelligente per sopravvivere. Non va giudicato. Ma da adulti possiamo accorgerci che quel meccanismo, oggi, non ci protegge più: ci isola. Continuiamo a parlare come se fossimo sotto esame, anche quando siamo in una relazione che potrebbe accoglierci.

Spiegarsi richiede un piccolo atto di fiducia. Fiducia nel fatto che possiamo restare integri anche se l’altro non approva tutto. Fiducia nel fatto che non dobbiamo essere impeccabili per essere degni di relazione. È un passaggio delicato: significa rinunciare al controllo sull’immagine che l’altro ha di noi. E questo fa paura. Ma è proprio lì che la comunicazione diventa adulta.

Un segnale utile per riconoscere la differenza è ascoltarsi mentre si parla. Se senti fretta, tensione, bisogno di aggiungere subito “però”, “ma”, “in realtà”, probabilmente ti stai giustificando. Se invece senti una certa stabilità interna, anche mentre dici qualcosa di scomodo, è più facile che tu ti stia spiegando. La spiegazione non ha bisogno di correre, perché non sta scappando da nulla.

In fondo, la differenza tra giustificarsi e spiegarsi è la differenza tra dire “non attaccarmi” e dire “eccomi”. La prima frase nasce dalla paura di perdere il legame, la seconda dalla disponibilità a incontrare l’altro senza nascondersi. Quando impariamo a spiegarci, non diventiamo più vulnerabili: diventiamo più veri. E spesso scopriamo che la verità, detta da un luogo saldo, crea molta più vicinanza di qualsiasi difesa ben costruita.

Vale la pena spiegarsi quando c’è almeno una minima possibilità di incontro. Non serve che l’altro sia perfetto, empatico o già d’accordo con te, ma deve esserci un’apertura reale all’ascolto. Anche una frase semplice come “dimmi” o “non ho capito, aiutami a capire” è un segnale sufficiente. In questi casi spiegarsi aiuta a creare contesto, a ridurre le proiezioni, a chiarire intenzioni e bisogni. Serve soprattutto quando senti che stai parlando da un luogo calmo, non urgente, e che potresti tollerare il fatto che l’altro non accolga tutto. Se ti spieghi e resti centrato anche se l’altro non cambia subito posizione, allora stai spiegando, non implorando.

Ha senso spiegarsi anche quando vuoi assumerti una responsabilità, non per riparare l’immagine ma per essere integro. Per esempio quando riconosci un errore, un limite, una mancanza e senti che nominarla ti rende più allineato con te stesso, indipendentemente dalla risposta dell’altro. In questo caso la spiegazione non è una trattativa, è un atto di chiarezza. Spesso questo tipo di spiegazione, proprio perché non chiede nulla in cambio, genera rispetto.

Spiegarsi vale la pena anche quando serve a proteggere il confine, non a sfondarlo. Dire come funzioni, cosa puoi e cosa non puoi fare, cosa è sostenibile per te, è una spiegazione sana se non è accompagnata dal bisogno che l’altro la approvi. “Questo è il mio limite” è una spiegazione che non richiede consenso, solo riconoscimento.

Non vale la pena spiegarsi quando l’altro non sta ascoltando, ma raccogliendo informazioni. Ci sono situazioni in cui ogni spiegazione viene sezionata, ribaltata, usata come prova o come arma. In questi casi spiegarsi non crea comprensione, crea esposizione. Se senti che dopo ogni tua frase devi chiarirne un’altra, e poi un’altra ancora, probabilmente non sei in uno spazio di dialogo ma di controllo. Qui spiegarsi diventa una forma sottile di auto-tradimento.

Non vale la pena spiegarsi quando lo stai facendo per paura di perdere l’altro. Questo è un punto delicato, perché dall’interno può sembrare amore o cura della relazione. Ma se ti spieghi per evitare un abbandono, una rabbia, un silenzio o una punizione emotiva, la spiegazione perde dignità e diventa negoziazione del tuo valore. In questi casi anche le parole più limpide suonano deboli, perché l’energia che le muove è la paura.

È inutile spiegarsi quando l’altro ha già deciso chi sei. Se la persona è chiusa in una narrazione rigida (“tu sei sempre così”, “sei fatto così”, “con te è impossibile”), ogni spiegazione verrà filtrata per confermare quella storia. Qui il silenzio, o una frase molto breve e ferma, è spesso più sano di un lungo tentativo di chiarimento.

C’è poi un criterio interno molto affidabile: come ti senti mentre ti spieghi. Se senti di perderti, di svuotarti, di dover dimostrare, di parlare troppo, è probabile che non sia il momento. Se invece ti senti presente, essenziale, allineato, anche un disagio emotivo è tollerabile, perché non stai rinunciando a te stesso.

In sintesi, spiegarsi vale la pena quando nasce dalla solidità e va verso il contatto. Non vale la pena quando nasce dalla paura e va verso l’autosvalutazione. La spiegazione sana non rincorre l’altro: si offre. E se non viene accolta, non crolla. Questa è forse la linea più sottile, ma anche la più liberante.

Quindi, la differenza tra giustificarsi e spiegarsi non è nelle parole, ma nella posizione psicologica da cui parli.

  • Giustificarsi nasce da una posizione di difesa.
  • Spiegarsi nasce da una posizione di responsabilità.

Quando ti giustifichi, dentro di te stai rispondendo a una domanda implicita:“Sto sbagliando? Devo difendermi?”

Quando ti spieghi, stai rispondendo a un’altra domanda: “Voglio che tu capisca come funziono, cosa sento, cosa intendo.”

Nel primo caso cerchi di salvarti da una colpa. Nel secondo cerchi un contatto.

Esempi pratici di giustificazione

Immagina che una persona ti dica: 
“Non mi hai risposto ieri.”
Risposta che nasce dal giustificarsi:
“Sì ma ero stanchissima, poi avevo mille cose da fare, e comunque anche tu non mi rispondi sempre subito, e poi non l’ho fatto apposta.”
Cosa sta succedendo qui?

  • Ti senti sotto accusa
  • Ti difendi prima ancora che l’altro ti dica cosa prova
  • Sposti il focus su fattori esterni
    Paradossalmente, più ti giustifichi, più sembri colpevole, anche se non lo sei.

Spiegarsi è un atto profondamente diverso. È una forma di trasparenza responsabile.
Quando ti spieghi:

  • non neghi ciò che è successo
  • non attacchi
  • non ti difendi
  • non cerchi di convincere

Ti assumi la responsabilità del tuo comportamento e del tuo mondo interno, non del giudizio dell’altro. La posizione interna è questa: “So chi sono e perché faccio ciò che faccio. Te lo condivido, non per scusarmi, ma per farti capire.”

Stessa situazione di prima. 
“Non mi hai risposto ieri.” 
Risposta che nasce dallo spiegarsi:
“Vero, ieri non ho risposto. Avevo bisogno di staccare e non avevo energie per comunicare. Capisco che possa averti fatto sentire trascurato.”
Qui succedono cose molto diverse:

  • riconosci il fatto
  • nomini il tuo bisogno
  • riconosci l’impatto sull’altro
  • non ti difendi
  • non ti annulli

Questo disinnesca il conflitto e apre uno spazio di contatto.

Spiegarsi è sano quando:

  • vuoi costruire comprensione
  • c’è uno spazio di ascolto
  • non stai cercando assoluzione
  • parli dal presente, non dalla paura

Non è necessario spiegarsi quando:

  • l’altro non ascolta
  • l’altro usa le tue spiegazioni contro di te
  • stai spiegando per paura di perdere l’altro
  • stai spiegando troppo

Una spiegazione sana non implora di essere accettata.

Alla radice di tutto c’è questa verità: una persona che sente di avere diritto di esistere non ha bisogno di giustificarsi.

Chi si spiega sa che:

  • può sbagliare
  • può essere frainteso
  • può deludere
  • e restare comunque degno

Chi si giustifica, invece, sente che l’errore mette a rischio il legame o il valore personale.

Un piccolo esercizio pratico
Quando stai per rispondere a qualcosa di delicato, fermati un secondo e chiediti:
Sto parlando per essere capito o per difendermi?


lunedì 26 gennaio 2026

La pretesa che l'altro cambi

 

Già, succede più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere. E non riguarda solo persone “manifestamente autoritarie” o palesemente invadenti: riguarda anche individui colti, apparentemente aperti, talvolta persino animati da buone intenzioni. Il punto centrale è questo: quando qualcuno crede – più o meno consciamente – che il proprio modo di vivere, di pensare, di sentire e di organizzare l’esistenza sia quello giusto, tende a trasformare quella convinzione in una pretesa relazionale. Non lo vive come un’imposizione, ma come un’ovvietà. “È logico”, “è normale”, “è per il tuo bene”, “così funziona”. E da lì, il passo verso la richiesta implicita o esplicita che l’altro si adegui è brevissimo.

Questa dinamica nasce quasi sempre da una posizione di vantaggio che la persona vuole preservare. Se l’altro si muove in modo diverso, fa scelte differenti, ha tempi, valori o priorità incompatibili, il sistema che garantiva comfort, controllo o superiorità simbolica entra in crisi. Adeguarsi reciprocamente richiederebbe flessibilità, perdita di potere, messa in discussione di sé. Molto più semplice è chiedere – o pretendere – che sia l’altro a cambiare.

Il problema è che l’altro non è un’estensione. Non è un’appendice funzionale alla stabilità altrui. È un soggetto con una propria struttura interna: storia, temperamento, bisogni, ferite, desideri, limiti. Quando questi elementi vengono ignorati o svalutati, la relazione smette di essere uno spazio di incontro e diventa un terreno di colonizzazione.

Facciamo un esempio concreto. Immagina una persona fortemente orientata alla performance: orari rigidi, obiettivi chiari, vita scandita da efficienza e controllo. Questo stile le ha permesso di costruire sicurezza, identità, forse successo. Ora immagina che entri in relazione stretta – affettiva o professionale – con qualcuno che funziona diversamente: più intuitivo, meno lineare, con un rapporto col tempo fluido, magari creativo, magari ciclico. Per la prima persona, questo modo di essere può apparire disordinato, immaturo, inefficace. Ma ciò che davvero la disturba è un’altra cosa: quel modo di essere mette in discussione il suo. Mostra che esistono altre modalità di stare al mondo. E questo è destabilizzante.

Invece di riconoscere la differenza come legittima, spesso scatta la pretesa: “Organizzati meglio”, “Devi cambiare approccio”, “Così non vai da nessuna parte”, “Se mi vuoi bene / Se vuoi che funzioni / Se vuoi stare qui, devi adattarti”. Non è una richiesta neutra. È una richiesta asimmetrica, perché non prevede reciprocità. Non dice: “Come possiamo incontrarci?”, ma “Come puoi diventare compatibile con me?”.

Qui entra in gioco un punto fondamentale: non tutto ciò che è incompatibile è negoziabile. E non tutto ciò che crea disagio è un problema da correggere. A volte il disagio è semplicemente il segnale che due sistemi di valori, ritmi o bisogni non sono allineati. Pretendere l’allineamento forzato è una forma di violenza sottile, spesso mascherata da razionalità o pragmatismo.

Chi subisce questa dinamica tende a sentirsi sbagliato. Si interroga: “forse dovrei sforzarmi di più”, “forse hanno ragione loro”, “forse sono io quello difficile”. Questo accade soprattutto se la persona dominante parla con sicurezza, usa argomentazioni logiche, o gode di un riconoscimento sociale che le conferisce autorevolezza. Ma qui serve una chiarezza radicale: il fatto che qualcosa funzioni per qualcuno non lo rende universalmente valido. E il fatto che l’altro non possa o non voglia adeguarsi non è un difetto, è una verità.

Mettere confini, in questi casi, non è un atto aggressivo. È un atto di igiene psichica. Il confine non serve a punire l’altro, ma a proteggere la propria integrità. E va messo prima che l’adattamento forzato diventi auto-tradimento.

Qualche indicazione pratica, molto concreta, per chi si trova in questa situazione:

Primo: distinguere tra richiesta e pretesa. Una richiesta apre uno spazio di dialogo e accetta un possibile “no”. Una pretesa considera il “no” come un problema da correggere. Se ogni tua risposta diversa viene discussa, svalutata o reinterpretata finché non coincide con ciò che l’altro vuole, non sei in un dialogo.

Secondo: osserva come ti senti nel corpo dopo certe interazioni. Stanchezza, tensione, chiusura, senso di inadeguatezza sono segnali preziosi. Il corpo capisce prima della mente quando uno spazio relazionale non è abitabile.

Terzo: usa confini descrittivi, non giustificativi. Non serve spiegare per ore perché sei fatto così. Frasi come:
“Questo non è compatibile con il mio modo di funzionare”
“Non è qualcosa che posso offrire”
 “Per me non è sostenibile”
sono sufficienti. Più ti giustifichi, più offri all’altro appigli per negoziare la tua identità.

Quarto: accetta che mettere un confine può comportare una perdita. Alcune relazioni non sopravvivono quando smetti di adattarti. È doloroso, ma spesso è il prezzo della verità. Una relazione che esiste solo se tu ti riduci non è una relazione nutriente.

Quinto: non confondere empatia con auto-sacrificio. Puoi comprendere il punto di vista dell’altro senza assumerlo come guida per la tua vita. Comprendere non significa adeguarsi.

Infine, una verità scomoda ma liberante: non tutti sono in grado di stare in relazione con la differenza. Alcune persone hanno bisogno che l’altro confermi costantemente la loro visione del mondo per sentirsi al sicuro. Questo non le rende “cattive”, ma le rende incompatibili con chi vive in modo diverso. E l’incompatibilità non è un fallimento personale.

Mettere confini, in questi casi, è un atto di maturità. Significa dire: “Io ti vedo, ma vedo anche me. E non mi cancello per renderti più comodo stare qui”. È il passaggio dalla sottomissione silenziosa alla presenza adulta. E da lì in poi, anche se la strada può diventare più solitaria, diventa infinitamente più vera.

domenica 25 gennaio 2026

Riconoscere quando una conversazione non è più abitabile

 


Rifletto su una scena semplice, quasi invisibile, eppure rivelatrice. Stavo parlando e, senza essere interrotta, l’attenzione dell’altro si è spostata altrove. In quel momento ho sentito chiaramente che lo spazio non era più abitabile per la mia parola. Non offesa, non ferita. Solo lucida. Ed ho scelto di fermarmi.
Mi accorgo che questo gesto dice molto di me oggi. Un tempo mi sarei chiesta cosa non andasse in me. Ora riconosco che non tutte le situazioni meritano continuità, e che la presenza non si mendica. Parlare ha senso solo quando c’è un campo che regge l’ascolto; altrimenti diventa dispersione di energia.
Andarmene, anche solo interiormente, non è una fuga ma una forma di rispetto. Per me. Per il valore della parola. Non ho sentito il bisogno di spiegare, correggere, far notare. Ho lasciato che la realtà si mostrasse per quella che é, senza aggiungerle conflitto.
Resto però attenta a un punto: non voglio che questo discernimento diventi chiusura. Tacere per scelta è diverso dal ridursi per precauzione. Voglio continuare a offrire la mia voce dove c’è spazio, senza pregiudizio, senza anticipo difensivo.
Imparo che la vera centratura non è restare a ogni costo né andarsene sempre, ma sentire quando la mia presenza è viva. Posso uscire da una stanza senza uscire dal mondo. Posso tacere senza scomparire.
La mia parola non perde valore quando non viene accolta: semplicemente attende un luogo più adatto.

domenica 18 gennaio 2026

Accettare non vuol dire subire



Perché smettere di lottare con la realtà è la soluzione per trovare la pace

Spesso cadiamo in un tranello sottile: il divario tra la "realtà idealizzata" e la "realtà effettiva". Viviamo proiettando nel mondo un calco mentale, un’immagine precisa di come le cose, le persone e persino noi stessi dovremmo essere. Quando la vita non si incastra in quel calco, nascono in noi due forze distruttive: l'attaccamento a quell'immagine ideale e l'avversione per ciò che si sta manifestando. La nostra sofferenza, la rabbia e il rancore non nascono dall'evento in sé, ma dal nostro rifiuto di accogliere il presente. Ci sentiamo vittime di un’ingiustizia, dimenticando che il mondo non ha il dovere di corrispondere alle nostre proiezioni.

Immaginate di trovarvi a Borobudur, in Indonesia, immersi in un'atmosfera sospesa nel tempo. Siete seduti nel porticato di un hotel meraviglioso, una struttura aperta dove l'aria circola liberamente e il profumo della foresta si mescola a quello del caffè. La specialità locale sono i pancake: alla banana, al miele, sulla carta deliziosi. C’è però una particolarità: la cucina resta aperta quasi tutto il giorno, ma non si sa mai chi c'è ai fornelli. Se chiedi un pancake nel momento giusto e trovi il cuoco bravo, ti arriva un ottimo dolce. Ma se lo chiedi quando il cuoco non c’è, a prepararlo può essere chiunque sia disponibile, e il risultato è, a volte, a dir poco disastroso. Non si sa mai cosa aspettarsi. Capita che uno stia mangiando un pancake buonissimo, arriva qualcun altro, si siede, ordina lo stesso e dopo pochi minuti riceve qualcosa di completamente diverso. E si arrabbia. Ne nascono discussioni, lamentele. Ma la cosa sorprendente è che, quando ci si lamenta con le persone del posto, loro ti guardano come a dire: “Ma qual è il problema?”. Non riescono proprio a capirlo.
In questo scenario, la reazione dei turisti occidentali era quasi sempre la stessa: rabbia eccessiva, lamentele, equilibrio interiore ridotto in frantumi da un disco di farina e uova. Al contrario, i locali osservavano queste scene con una gentilezza imperturbabile, quasi commovente. Guardavano i turisti come si guarda qualcuno che ha smarrito il senno: perché mai qualcuno dovrebbe perdere la propria pace per un pancake? “In anni di viaggi, non ho mai visto un indonesiano arrabbiato o aggressivo; nonostante le provocazioni dei turisti, rispondevano sempre con un sorriso e un'attitudine accogliente.” Cit. Lama Michel Rinpoche.

Questa differenza ci pone davanti a una domanda: perché un imprevisto culinario ha il potere di rovinarci la mattinata?

La verità è che la nostra sofferenza non è mai causata dall'oggetto in sé — che sia un pancake venuto male o un partner che non ci ascolta. Il malessere nasce dal divario tra la realtà e il nostro modello mentale. Quando ordiniamo, proiettiamo un'immagine idealizzata: "il pancake deve essere così". In quell'istante, dimentichiamo di inserire nell'equazione le variabili reali: il cuoco è in pausa, il sostituto non è capace, per loro la perfezione non è una priorità. Ci attacchiamo a un'idea di "come la realtà dovrebbe essere" e, quando la realtà non collabora, soffriamo. Fu proprio in quel contesto, durante un insegnamento, che nacque questa frase: 

"Accettare il proprio pancake."

Lama Michel Rinpoche racconta anche un episodio di molti anni fa a Milano. Aveva raccolto i punti al supermercato per ottenere un premio: un avvitatore. Era tutto contento, perché i premi a punti danno l'illusione di essere regali gratuiti. Arrivo a casa, apro la scatola e.… delusione. Non era un avvitatore elettrico come aveva immaginato guardando la foto, ma un semplice attrezzo manuale.

Il suo primo pensiero è stato: "Mi hanno fregato! Questa è pubblicità ingannevole!". Si sentiva una vittima. Poi, però ha guardato bene la scatola e ha capito: non c'era scritto da nessuna parte che fosse elettrico. Era lui che aveva proiettato un desiderio sulla realtà. Avrebbe potuto continuare a incolpare il supermercato per sentirsi meglio, oppure poteva farsi due risate su se stesso e sulla sua svista. Scegliere di vittimizzarsi è una strategia per non ammettere un errore di percezione.

"Quello che ci fa soffrire… non è il pancake in sé ma è uno dei condizionamenti più radicati che abbiamo: la convinzione che la realtà debba essere come noi la vogliamo"

Nella filosofia pratica esiste un principio che è quasi un mantra logico: se una situazione si manifesta, è perché esistono tutte le cause e le condizioni affinché essa accada. Dire "questo non può essere così" mentre sta accadendo è un'assurdità. Se è, è perché può.

Immaginiamo un'equazione collettiva: ognuno di noi sceglie un numero e un'operazione. Facciamo i conti e il risultato è 54. Io però volevo 108. Ha senso arrabbiarsi con il numero 54? È colpa del 54 se è 54? No. Quel risultato è una conseguenza, è l'unica possibile date le cifre che abbiamo inserito. Cercare un colpevole tra chi ha scelto i numeri può darci un sollievo momentaneo — e se riusciamo a punirlo ci sentiamo persino "sfogati" — ma il risultato resta 54.
Invece di chiederci ossessivamente "Perché?", la domanda utile è: "Qual è il modo migliore di interagire con questa situazione?". Il presente è il risultato di un'infinità di variabili — parole dette, scelte fatte, pensieri avuti da noi e dagli altri — che non possiamo cambiare retroattivamente. Accettare la realtà significa riconoscere questa perfezione causale.

C'è un malinteso pericoloso sull'accettazione: molti la confondono con la passività. Se una macchina sta per investirti, accettare la realtà non significa restare fermi a farsi schiacciare. Significa riconoscere istantaneamente il pericolo senza perdere tempo a discutere se l'autista abbia bruciato il rosso. Accetti il fatto che l'auto sta arrivando per poter saltare via e salvarti.

Un esempio che Lama Michel Rinpoche porta nel cuore riguarda la costruzione del Tempio di Albagnano. Dovevano montare dei Mandala al soffitto e servivano dei tasselli speciali di una ditta svizzera. Aveva pianificato tutto al millimetro per l'inaugurazione, ma il fornitore sbagliò l'ordine e i tasselli non arrivarono. Poteva arrabbiarsi, recriminare, cercare di farla pagare a qualcuno. Ma il cronoprogramma non mi lasciava spazio per il rancore. Così, ha accettato che i tasselli non c'erano e andò alla sorgente. Ha guidato 16 ore tra andata e ritorno fino alla fabbrica in Svizzera. Ricorda ancora la faccia stupita dei magazzinieri quando si è presentato all'alba. Gli hanno persino regalato i tasselli. La cosa incredibile è che in quel viaggio non c'era rabbia, ma una profonda gioia. Quel "problema" si è trasformato in un ricordo bellissimo condiviso con il suo amico Silvano. Ringrazia che quei tasselli non siano arrivati, perché quell'imprevisto mi ha insegnato più di mille pianificazioni perfette.
Resistenza alla realtà: spreco di energia in lamentele, ricerca di colpevoli, rancore e tensione.
Accettazione attiva: chiarezza di visione, focus sulla soluzione, azione determinata e, paradossalmente, gioia nel processo.

La rabbia e l'aggressività sono spesso figlie dell'arroganza. Quando ci arrabbiamo perché qualcuno non agisce secondo i nostri standard, stiamo implicitamente dicendo: "Io sono il padrone della verità e tu devi piegarti alla mia visione".
Lama Michel Rinpoche ricorda una persona che aggredì verbalmente tre amici perché stavano mangiando del pane bianco industriale, di quelli pieni di zucchero e conservanti. Diceva di farlo "per il loro bene", ma lo faceva con una violenza tale da risultare insopportabile. Quell'atto non nasceva dal desiderio di aiutare, ma dall'incapacità di accettare che quegli amici non corrispondessero alla sua immagine idealizzata di "persone salutiste".
"Tu non dovresti essere così" è il tentativo di imporre la nostra verità soggettiva su un'esistenza che ha già le sue ragioni e le sue cause infinite. L'umiltà, invece, è il riconoscimento che non siamo i padroni della verità e che ogni essere agisce in base ai propri filtri e alla propria storia. Non abbiamo la conoscenza di tutte le varianti che hanno portato una persona a essere ciò che è.
L'umiltà si manifesta in due direzioni: non sentirsi superiori agli altri (anche quando pensiamo abbiano torto) e non restare attaccati all'idea di come le cose "dovrebbero" essere. Questa umiltà è la base dell'amore e della pace sociale.

Smettere di lottare con la realtà non ci rende indifferenti, ci rende efficaci. L'accettazione è l'atto di non mettersi in opposizione al presente o al passato, permettendoci di direzionare ogni risorsa verso il futuro che desideriamo costruire.
Questo vale soprattutto nelle relazioni più intime. Spesso diciamo: "Mio padre non è abbastanza affettuoso", "Mia madre è troppo appiccicosa", “Mio fratello è un irresponsabile”, “Mio marito è un montanaro”. Ma loro sono il risultato della loro storia condizionata da molti fattori che hanno creato tali conseguenze. Accettarli per quello che sono — senza pretendere che corrispondano alla nostra idea di come dovrebbero essere — è l'unica base reale per poterli amare davvero. Senza accettazione non c'è amore, c'è solo il tentativo di manipolare l'altro per farlo somigliare a un nostro ideale.

Oggi, guardate la vostra vita e cercate il vostro "pancake" schifoso. Chiedetevi: "Qual è la situazione che mi ostino a non accettare, e quanta energia potrei liberare se smettessi di cercare colpevoli e iniziassi a cercare soluzioni?" La pace non arriva quando tutto va come vogliamo, ma quando smettiamo di pretendere che sia così.

Questo contenuto è ispirato dall'insegnamento di Lama Michel Rinpoche 
Accettare non vuol dire subire

martedì 6 gennaio 2026

La vita non giudica: riflette

 


Ci sono giorni in cui ci sentiamo quasi “in credito” con la vita. Non per presunzione, ma per quella logica semplice che abbiamo imparato da piccoli: se fai la cosa giusta, il mondo prima o poi te lo restituisce. Se sei corretta, se ti impegni, se tieni il punto senza ferire nessuno, se dici la verità… qualcosa dovrà pur cambiare. E invece no. A volte non cambia niente. A volte la situazione si irrigidisce. A volte la relazione si incastra. A volte ti ritrovi a pensare: “Ma com’è possibile? Ho ragione. Ho fatto bene.”
Ecco il punto: avere ragione non è la stessa cosa che essere allineati.
La ragione è un costrutto mentale, una ricostruzione logica, un insieme di argomentazioni che possono essere anche perfette. Ma la realtà — quella che viviamo nei rapporti, nelle coincidenze, negli ostacoli e nei “casi” che ci sembrano inspiegabili — non reagisce a ciò che sappiamo. Reagisce a ciò che siamo. O meglio: riflette lo stato che stiamo emanando.
“Riflette” è una parola potente, perché non contiene giudizio. Non dice che hai torto, non dice che meriti qualcosa, non dice che la vita ti sta punendo o premiando. Dice solo che c’è una risonanza. E a volte questa risonanza è spietatamente chiara: la realtà mostra ciò che vibra in noi più di quanto la mente vorrebbe ammettere.
Possiamo essere nel giusto e, sotto, essere pieni di conflitto. Possiamo essere coerenti e, sotto, essere pieni di paura. Possiamo essere impeccabili e, sotto, avere un bisogno disperato di riconoscimento. E la vita, con la sua precisione silenziosa, riflette quello. Non perché sia “ingiusta”. Ma perché è coerente.
Qui arriva un passaggio delicato, che spesso non vogliamo guardare: quando siamo nel giusto, dentro può nascere una richiesta segreta. Non sempre la diciamo ad alta voce. Anzi, spesso la mascheriamo, perché suona “brutta”. Ma esiste. È qualcosa come: “Adesso mi devi capire.” Oppure: “Devi ammettere che ho ragione.” Oppure ancora: “La vita deve riequilibrare questa cosa.” È una richiesta di riparazione, di risarcimento, di conferma. E sia chiaro: è umanissima. Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare giustizia o riconoscimento. Il problema è che, quando quella richiesta prende il volante, cambia la nostra firma energetica. La nostra presenza diventa contratta. Il nostro tono cambia. Anche se restiamo educati, qualcosa “punge”. Anche se diciamo le parole giuste, c’è un sottotesto che vibra. E l’altro — o la situazione — non risponde alle nostre ragioni: risponde a quel sottotesto.
È qui che il principio diventa quasi chirurgico: la vita riflette lo stato, non l’argomento.
Se dentro vibra lotta, la realtà ti risponde con attrito.
Se dentro vibra paura, la realtà ti risponde con incertezza.
Se dentro vibra bisogno di conferma, la realtà ti risponde con silenzi, ritardi, ambiguità, perché è lì che il bisogno si aggancia e si amplifica.
Questa visione potrebbe sembrare umiliante, ma se la guardi bene è l’opposto: è liberatoria. Perché ti riporta potere. Se la realtà riflette, allora non devi “vincere” una discussione per ritrovare pace. Non devi convincere nessuno. Non devi aspettare che l’universo ti premi. Ti basta una cosa, difficile e concreta: riallinearti. E riallinearsi non significa diventare finti positivi. Non significa sorridere mentre dentro stai male. Non significa fare la parte della persona “spirituale” che non si arrabbia mai. Quello sarebbe solo un’altra maschera, e la maschera ha una vibrazione precisa: repressione. Prima o poi, anche quella viene riflessa.
Riallinearsi è più sobrio, più vero, più umano: significa sentire ciò che c’è senza diventarne prigionieri. Significa riconoscere: “Sì, sono arrabbiata.” “Sì, mi sento ferita.” “Sì, ho paura.” E poi scegliere: “Non userò questa emozione come arma. Non la trasformerò in richiesta. Non la farò diventare la mia identità.” Perché a volte il nostro problema non è l’emozione. È il fatto che la emozione diventa un campo che emaniamo ovunque. E la vita lo riflette ovunque.

Cosa si fa, allora, in pratica? Si fa una cosa che sembra piccola, ma è una svolta: si torna nel corpo. Il corpo non mente. La vibrazione parte da lì. Se hai il respiro corto, la mandibola serrata, le spalle alte, lo stomaco chiuso… puoi avere mille ragioni, ma stai comunicando contrazione. E la contrazione chiama contrazione.
A volte basta poco: cinque respiri lunghi, lenti. Non per “calmarti” a forza, ma per dare un segnale al sistema nervoso: “Non sono in pericolo adesso”. Quando il corpo si ammorbidisce anche solo un po’, la tua energia cambia. E quando la tua energia cambia, cambiano le parole che scegli, il tempo con cui rispondi, perfino le decisioni che prendi dopo.
Poi arriva la parte più onesta: nominare la richiesta segreta. “Sto cercando riconoscimento.” “Sto cercando riparazione.” “Sto cercando giustizia.” Nominare non significa condannarsi. Significa smettere di mentirsi. E quando smetti di mentirti, ti riallinei.
Da lì, puoi scegliere una frase-ancora. Una sola. Semplice. Ripetibile. Tipo: “Non cerco conferme. Mi riallineo.” Oppure: “Non devo convincere. Devo essere coerente.” Oppure: “La mia pace viene prima della mia ragione.” E a quel punto, il concetto smette di essere filosofia e diventa pratica quotidiana: non stai chiedendo alla vita di premiarti. Stai scegliendo di presentarti con una firma più pulita. E la vita, facendo ciò che sa fare meglio, riflette.

E forse è questo il vero sollievo: non è un giudice da convincere. È uno specchio da incontrare. E se non ti piace ciò che vedi, non devi combattere lo specchio. Devi cambiare lo stato che ci sta davanti.

Non cercare conferme. Riallineati. L’universo non premia: riflette.

venerdì 2 gennaio 2026

Il punto cieco nelle relazioni: quando vediamo solo la nostra ferita

 


Ego di Marco

Io non capisco perché dovrei mettermi in discussione. Io sono quello che ha incassato un attacco personale. Non una critica su un comportamento, ma una stoccata su di me. E quando mi colpisci così, per me cambia tutto: non è più confronto, è mancanza di rispetto. Quindi sì, mi chiudo. Mi ritiro. Non perché voglio punire, ma perché voglio proteggermi. Se resto lì a parlare, rischio di peggiorare la figura, di dire qualcosa di cui mi pento, oppure di sentirmi ancora più piccolo. E poi Paolo fa come se niente fosse, minimizza o gira la cosa: “Dai, era una battuta”, “Non prenderla così”. Ma se io sto male, non è una battuta. È un limite superato. E se glielo dico, rischio pure di passare per quello sensibile, pesante, incapace di stare al gioco. Allora mi viene naturale farlo capire con la distanza: almeno così capisce che non si può parlare così.

Ego di Paolo

A me sembra che Marco stia facendo la vittima e che io debba portarmi addosso tutta la colpa. Io magari ho detto una frase dura, ok, ma non nasce dal nulla. Da un po’ di tempo lui mi manda segnali, frecciatine, silenzi. Non dice chiaramente cosa vuole, però mi fa sentire in difetto. E questa cosa mi irrita: è come se mi mettesse sotto processo senza dichiararlo.
Quando lui si chiude, io lo leggo come una strategia: “Ti faccio sentire che hai sbagliato finché non chiedi scusa nel modo giusto.” E io odio questa dinamica. Mi sembra manipolativa. Mi sembra ingiusta. Perché io non posso vivere con l’idea che qualunque cosa faccia verrà interpretata come disinteresse o mancanza di rispetto. A un certo punto scatto e divento diretto, anche troppo, perché voglio rompere quel clima di accuse implicite.
Quindi nella mia testa il conflitto non l’ho creato io: io ho solo reagito a un tentativo di farmi sentire in colpa. Se Marco vuole davvero risolvere, deve parlare chiaro invece di punirmi col silenzio.
Io non credo di aver causato il conflitto. Io ho reagito. Se Paolo vuole sistemare davvero, deve prima riconoscere che mi ha ferito. Altrimenti è come se mi chiedesse di ingoiare e basta.
 
Un fatto psicologico quasi inevitabile: il nostro dolore lo vediamo benissimo perché lo viviamo “da dentro”. È in prima persona, ha peso, calore, urgenza. Lo sentiamo nel corpo, lo ripassiamo nella mente, lo trasformiamo in storia: “Ecco cosa mi hai fatto”.
Il dolore che provochiamo, invece, lo vediamo male perché non lo abitiamo. Ci arriva per riflesso, attraverso segnali imperfetti: un’espressione che cambia, una frase più secca, una distanza improvvisa. E proprio perché non lo sentiamo sulla pelle, la mente fa una cosa che sembra innocente ma è decisiva: lo ridimensiona. “Non era così grave.” “Ha esagerato.” “Io l’ho detto per il suo bene.” “Se l’è cercata.”

   In questa dinamica non c’è un “buono” e un “cattivo”: c’è un incastro di mosse automatiche che si alimentano. Marco vive la stoccata come un colpo identitario e si protegge ritirandosi; Paolo vive quel ritiro come una punizione implicita e reagisce irrigidendosi e alzando il tono. Ognuno interpreta la propria reazione come difesa legittima, e quella dell’altro come attacco.
   La responsabilità, qui, è doppia e concreta: riconoscere l’impatto senza giustificarsi e cambiare la mossa successiva. Paolo deve poter dire: “Quella frase ti ha ferito, ho esagerato” senza aggiungere subito “però…”. Marco deve poter dire: “Quando mi chiudo ti posso far male” senza trasformarlo in una prova di colpa.
Poi servono richieste chiare: una frase semplice ciascuno su cosa serve e cosa non è accettabile. Solo così il ciclo si interrompe perchè vediamo con nitidezza il dolore che l’altro ci provoca, e con una nebbia sorprendente il dolore che noi provochiamo all’altro. È un limite umano: quando soffriamo, la mente accende un faro sulla nostra ferita e, senza cattiveria, lascia in ombra l’impatto che abbiamo. Così nasce una “bilancia” interna che tende sempre a salvarci: il male che posso averti fatto io non è paragonabile a quello che hai fatto tu a me. E mentre questa frase ci sembra logica, in realtà ci mette in una posizione comoda: se il mio impatto è “minimo”, allora la mia responsabilità è minima.

   La responsabilità, però, non è una sentenza morale. Non è “sono cattiva” o “sono colpevole”. È una cosa molto più concreta: è riconoscere la mia parte nel ciclo, anche quando mi costa, anche quando la mia ferita è reale. Significa spostare l’attenzione dall’intenzione (“io non volevo”) all’effetto (“che cosa è arrivato all’altro”). Perché nelle relazioni importanti non basta avere buone intenzioni: conta anche il modo in cui le nostre paure, i nostri automatismi e le nostre difese si traducono in parole, silenzi, pressioni, ritiri.
   Quando diciamo “io ho solo reagito”, spesso stiamo dicendo “io non ho scelta”. Ma la responsabilità comincia nel punto in cui riconosciamo che una scelta c’è sempre, anche piccola: posso fermarmi un secondo prima di incalzare; posso non usare il silenzio come punizione; posso non trasformare una richiesta in un’accusa; posso non ridurre l’altro a un nemico solo perché mi sento ferita. Possiamo essere state attivate, spaventate, fragili — e allo stesso tempo restare responsabili del modo in cui agiamo.
    La parte più difficile è ammettere che, anche quando ci sembra di “portare più amore che dolore”, possiamo aver ferito molto. Magari non con un gesto plateale, ma con una costanza: la pressione che schiaccia, la critica che corrode, la freddezza che svuota, l’ironia che punge, l’assenza che lascia soli. E spesso queste cose le facciamo convinte di avere una ragione valida: “voglio chiarire”, “voglio proteggermi”, “non voglio discutere”. La ragione può essere vera. Ma la responsabilità è domandarci: che prezzo ha pagato l’altro per la mia strategia di protezione?
   La via non è dividere il mondo in innocenti e colpevoli. È riconoscere che in molte escalation ci siamo feriti a vicenda: all’inizio senza volerlo e senza capirlo, poi — quando eravamo già carichi di paura e risentimento — anche con colpi più duri, che dentro di noi chiamavamo “difesa”, ma che dall’altra parte arrivavano come attacco. La responsabilità è vedere questo senza scuse e senza auto-odio: non per condannarci, ma per interrompere il cicloCiò significa una cosa molto semplice, anche se non è facile: smettere di chiedere all’altro di cambiare per farci sentire al sicuro e iniziare a lavorare su come noi stiamo nella relazione. Non possiamo controllare la risposta dell’altro, ma possiamo scegliere di non alimentare le dinamiche che fanno male. Possiamo imparare a dire “mi sto attivando” invece di scaricare. Possiamo imparare a prenderci spazio senza sparire. Possiamo imparare a riparare quando sbagliamo, invece di difenderci. Questa è responsabilità: tornare proprietarie delle nostre azioni, anche quando abbiamo una ferita. Da lì, finalmente, diventiamo una presenza meno pericolosa per chi amiamo.