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martedì 14 ottobre 2025

"Amare se stessi”


"Amare se stessi”, è l'esito di una relazione di qualità con la propria persona e si manifesta attraverso l'allineamento di tre aspetti fondamentali: energia, movimento e mitologia interna. Se uno di questi aspetti non è allineato, il processo non funziona.

I tre pilastri dell'amore per se stessi

1. Il primo pilastro, l'energia (il sentimento/affetto) questo pilastro si riferisce al tipo di energia con cui ci relazioniamo con noi stessi. Esistono due tipi principali di energia interna:

Primo tipo:
energia di resistenza: l'energia di resistenza/giudizio questo tipo di energia interna è caratterizzato da uno stato di resistenza,giudizio, critica, rifiuto e aspettative nei confronti di sé stessi. Giorgia Dalla valle spiega che quando si opera con questa energia, il cervello reagisce come se fosse sotto un attacco fisico. Questo significa che si attivano le stesse aree cerebrali e il sistema nervoso entra in modalità di attacco o fuga, percependo un pericolo.
Il risultato è che la persona si chiude, e qualsiasi tentativo di cambiare un comportamento o una credenza, dandosi addosso o criticandosi, diventa inefficace. Invece di portare al cambiamento, questa energia crea una resistenza interna che impedisce la trasformazione, proprio come in un litigio in cui una persona attaccata non è disposta a considerare informazioni o prospettive diverse.
Tale energia impedisce di progredire nel percorso di amore per se stessi perché alimenta il conflitto interno e mantiene il sistema in uno stato di allerta, bloccando la capacità di accogliere nuove prospettive o di modificare narrazioni interne.

Secondo tipo:
energia di self-compassion / auto-gentilezza / adulto amorevole è presentata come l'energia fondamentale e necessaria per coltivare una relazione sana con sé stessi e per innescare un cambiamento profondo.
Questa energia è l'opposto dell'energia di resistenza, giudizio, critica, rifiuto o aspettative. Include qualità come: accettazione, comprensione, apprezzamento, accoglienza, curiosità, gentilezza per se stessi. Giorgia Dalla Valle la paragona all'energia del "sé" o a quelle qualità che un "adulto amorevole" evocherebbe dentro di sé, ovvero una persona che abbia accesso all'amore incondizionato e senza aspettative. È un "voler bene" a se stessi.

Importanza di questa energia

Questa energia è fondamentale ed è un presupposto per ogni cambiamento:

Crea sicurezza: quando si lavora con questa energia, il sistema nervoso e il corpo iniziano a sentirsi al sicuro. Questo è importante perché, al contrario, l'energia di critica o giudizio fa reagire il cervello come se fosse sotto attacco fisico, attivando un sistema di "attacco o fuga" che impedisce qualsiasi modifica o l'accettazione di nuove informazioni. Sentirsi al sicuro è la condizione necessaria per poter andare a cambiare la "mitologia interna" o le narrazioni implicite.

Permette il progresso: senza questa energia di accettazione e self-compassion, non è possibile muoversi in una direzione diversa o affrontare le proprie parti che si vuole modificare. È il primo passo essenziale, sebbene da sola non sia sufficiente per riparare completamente la relazione con sé stessi.

Strumenti per coltivare l'energia di self-compassion

Giorgia Dalla Valle suggerisce diversi strumenti pratici per coltivare questa energia:

Utilizzare mantra di self-compassion o accettazione radicale: si tratta di ripetizioni di affermazioni che spostano l'energia interna verso l'accettazione, l'accoglienza e la curiosità. Questo aiuta a ridurre la sofferenza, poiché la resistenza al dolore è ciò che la aumenta. Un esempio di mantra è: "questo è un momento di difficoltà. La difficoltà è parte della vita. Posso essere gentile con me stessa e chiedermi se posso fare qualcosa". L'importante non è tanto la parola in sé, ma la sensazione interna che tale frase evoca.

Diventare l'osservatore: questo significa disidentificarsi dalle esperienze sgradevoli, negative o difficili che emergono nel momento presente, come sensazioni, convinzioni o pensieri. Invece di identificarsi con esse ("sono ansia"), si riconosce che "sto sperimentando l'ansia" o che "una parte di me sta sperimentando l'ansia". Questo crea un punto di osservazione esterno, ricordando che non siamo interamente i nostri movimenti interni (energia, emozione, azione) e previene il conflitto interno che deriva dal non voler essere ciò che si prova.

Allenarsi a provare tenerezza: questo strumento è particolarmente utile quando emergono parti critiche o tendenze che non piacciono. La chiave è comprendere che ogni parte di noi, ogni impulso, ogni tendenza o voce critica, si è costruita con lo scopo di proteggere ciò che siamo. Riconoscere che queste parti non sono intrinsecamente "noi" ma tentativi di far sopravvivere il nostro sé o di proteggere la nostra integrità, permette di provare tenerezza anche per comportamenti inaccettabili o voci estremamente critiche, vedendole come "bambini che ripetono cose sentite dai genitori". Questa prospettiva trasforma il modo in cui ci relazioniamo con le nostre "parti sbagliate o cattive".

Giorgia Dalla Valle sottolinea che queste qualità si coltivano con ripetizioni e pratica costante nel tempo, non sono qualcosa che si acquisisce miracolosamente da un giorno all'altro. Questa energia di self-compassion è il fondamento su cui si costruisce l'intero percorso di riparazione della relazione con se stessi, in particolare quando si lavora sulla riscrittura delle narrazioni interne.

2.  Il secondo pilastro, il movimento (azione allineata), si riferisce alle azioni concrete che sono coerenti con un'energia di amore per se stessi. Giorgia Dalla Valle sottolinea che tutti e tre i pilastri devono essere allineati affinché il processo di amare se stessi funzioni efficacemente; se uno di essi manca, il processo non ha successo.

Definizione e rilievo del movimento

Il movimento rappresenta le azioni che riflettono l'energia interiore. C'è una stretta interconnessione tra energia e movimento:

  • L'energia spinge all'azione.
  • L'azione può a sua volta creare energia.

L'autrice usa un esempio chiaro: sarebbe difficile credere che si ami una persona se la si maltratta; allo stesso modo, se si amasse incondizionatamente, le azioni sarebbero coerenti con tale amore. Agire in un certo modo è una manifestazione diretta dell'energia che si prova.

La domanda guida e l'obiettivo

Per orientare le proprie azioni, una domanda fondamentale è: "Come agiresti se ti amassi incondizionatamente?". Questa domanda aiuta a identificare quali sarebbero le scelte più amorevoli e a prendere decisioni che rispecchino un profondo valore di sé. Se si ha dentro di sé la convinzione di valere, di meritare rispetto e cose belle per il solo fatto di esistere, le azioni saranno allineate a questa percezione.

L'obiettivo principale del movimento è prendersi cura di sé e soddisfare i propri bisogni, proprio come farebbe un genitore amorevole per un figlio. Un sentimento di amore, per quanto profondo, non basta se non è accompagnato da azioni concrete per soddisfare i bisogni essenziali.

Strumenti e azioni chiave per coltivare il movimento

Giorgia Dalla Valle presenta diversi strumenti e azioni pratiche che servono a tradurre l'energia di self-compassion e auto-gentilezza in comportamenti concreti e a riparare la relazione con se stessi, diventando il "genitore di se stessi". Queste azioni sono fondamentali perché, come sottolinea l'autrice, l'energia da sola non basta se non è accompagnata da un'azione allineata.

  • Chiedersi "Come agiresti se ti amassi incondizionatamente?" questa è una domanda guida fondamentale per prendere decisioni e fare scelte. L'idea è di immaginare di avere dentro di sé la convinzione profonda di valere, di meritare rispetto e cose belle per il solo fatto di esistere, non per ciò che si fa o si conquista. Se si possedesse questa convinzione (che fa parte della mitologia interna), le azioni che ne deriverebbero sarebbero automaticamente più amorevoli. Inoltre, se si fa fatica a stare nell'energia di auto-compassione, si può utilizzare il movimento (l'azione) per attivare quell'energia.
  • Prendersi cura di sé e soddisfare i propri bisogni questo è un compito essenziale nel processo di riparazione del rapporto con se stessi. Proprio come un genitore agirebbe per soddisfare i bisogni del proprio figlio, anche se il figlio non ne ha voglia, allo stesso modo bisogna agire per sé stessi. Il sentimento di voler bene non è sufficiente se non è accompagnato dall'azione di soddisfare i bisogni.

    All'interno di questa cura di sé, vengono evidenziati alcuni aspetti specifici spesso trascurati:
    • Riposo: non si intende solo il sonno, ma anche un "riposo attivo", dedicando tempo ad attività che permettono di scaricare e ricaricare l'energia (no smartphone o schermi in genere che risucchiano energia). Questo è importante per la gestione dello stato energetico e un compito genitoriale verso se stessi, anche quando non se ne ha voglia.
    • Movimento del corpo / sport / attività fisica: è riconosciuto come una componente importante per il benessere generale, sebbene da solo non possa risolvere tutti i problemi.
    • Gioco: questo è un bisogno fondamentale e spesso completamente ignorato dagli adulti. Tutti gli animali continuano a giocare per tutta la vita, mentre gli esseri umani smettono. Il gioco e la libera espressione sono importanti per la ricarica, il nutrimento interiore e per il "gusto di esistere". Il compito di riparare la relazione con se stessi include anche il risolvere il problema di trovare tempo e spazio per giocare. Se non si sa che fare si possono soffiare le bolle di sapone all'aperto (anche dalla finestra) e guardarle muoversi allegramente,
  • Strutturare il tempo e creare una routine è importante inserire il riposo, il movimento e il gioco nella propria routine quotidiana o settimanale. Questa "costruzione di una struttura" nella giornata o nella settimana crea un ambiente che nutre il "bambino interiore". Idealmente, queste attività dovrebbero essere inserite in un contesto che favorisca la connessione con la natura e con altre persone, percepito come sicuro.

Gli strumenti per agire non sono semplici abitudini positive, ma azioni concrete e intenzionali che, quando allineate con l'energia di self-compassion e supportate dalla modifica delle narrazioni interne, contribuiscono a ricostruire una relazione amorevole e funzionale con se stessi.

Interconnessione con gli altri pilastri

È importante ricordare che lavorare sul movimento non è sufficiente se non si affronta anche la mitologia interna. Le azioni, per quanto allineate, devono essere supportate da una modifica delle narrazioni interne implicite che sono la fonte della sofferenza. Allo stesso modo, l'energia (il primo pilastro) e il movimento sono profondamente collegati e si influenzano a vicenda. Se ci si trova in difficoltà con l'energia, è possibile utilizzare il movimento per attivarla.

3. Il terzo pilastro, la mitologia interna (le narrazioni interne) questo è il pilastro più profondo e si riferisce alle narrazioni, storie o credenze implicite che ci raccontiamo su noi stessi, sugli altri e sulla realtà. Non sono scelte consapevolmente, ma sono il senso e la forma che abbiamo dato a esperienze vissute.

Origine e impatto delle narrazioni

Queste narrazioni spesso includono convinzioni profonde come "non valgo abbastanza," "c'è qualcosa che non va in me," o "non devo fare questo, se lo faccio verrò abbandonata". Esse rappresentano la fonte della nostra sofferenza e sono il punto da cui emergono i nostri pensieri, le parti critiche, le azioni che non ci piacciono (come la procrastinazione) e le emozioni sgradevoli. L'esperienza interna di essere abbandonati, ad esempio, si manifesta come uno stato interno complesso che descriviamo con frasi come "non sono abbastanza" o "non merito". Il senso che abbiamo dato alle esperienze vissute si è radicato nel corpo e ha dato forma a queste esperienze interne.

Perché la mitologia interna è importante

Giorgia Dalla Valle è categorica: si può lavorare sull'energia e sull'azione, si può affermare di volersi bene e cercare di trattarsi meglio, ma se non si cambiano le storie interne e le narrazioni implicite, questi sforzi non funzionano. La modifica di queste narrazioni è il presupposto per un cambiamento profondo, reso possibile solo quando il sistema nervoso si sente al sicuro grazie all'energia di accettazione e self-compassion.

L'obiettivo del lavoro sulla mitologia interna

L'obiettivo centrale è rinarrare la propria storia, dare un senso diverso alle esperienze difficili, traumatiche e alle ferite vissute. Questo cambiamento non può essere solo razionale ("non è stata colpa mia"), ma deve essere "sentito" a livello profondo per riprogrammare il nostro funzionamento interno. Si tratta di ricostruire una sicurezza interna e di "ri-mitologizzare" la propria vita. L'intento finale è riparare la relazione tra le parti più mature e amorevoli di noi stessi e le parti piccole, ferite e abbandonate (il "bambino interiore"). Sviluppare la capacità di amare incondizionatamente tutte le parti di sé e le proprie narrazioni è essenziale.

Come non modificare le narrazioni (approcci inefficaci)

·         Convincersi razionalmente: non basta dirsi "non è stata colpa mia" o "sono abbastanza" se internamente non si sente che sia vero. Le parole razionali non raggiungono la parte ferita che crede alla narrazione negativa.

  • Non funziona forzare o respingere: cercare di convincersi che un'affermazione positiva sia vera ("sei una persona straordinaria") quando non la si crede, o cercare di respingere, negare o cambiare subito la narrazione negativa ("non c'è niente di sbagliato in te"), non funziona. Questo approccio crea resistenza e attiva un'energia di rifiuto o attacco, negando la storia interna della parte ferita e creando uno stato difensivo.
  • Non funziona senza contatto: non si può semplicemente dirsi affermazioni positive se non si è in contatto con la parte ferita che crede alla narrazione negativa; le parole non le "arrivano".

Come modificare effettivamente le narrazioni (strumenti e processo)

Il vero cambiamento avviene attraverso un processo che coinvolge l'energia di accettazione e self-compassion del primo pilastro:

Portare curiosità e accoglienza: invece di respingere, l'approccio è portare vera curiosità e l'energia di accoglienza verso la narrazione.

Per modificare la mitologia interna, le fonti suggeriscono di porsi alcune domande che guidano il processo di accoglienza, comprensione e trasformazione delle narrazioni implicite. Queste domande non sono volte a convincersi razionalmente di qualcosa di diverso, ma a entrare in contatto con la parte ferita che detiene la narrazione.

Ecco le domande chiave che si possono porre:

  • Relativamente alla narrazione specifica che emerge (es. "c'è qualcosa di sbagliato in me"):
    • "chissà da dove emerge questa narrazione?"
    • "chissà cos'è questa narrazione?"
    • "cos'è questa storia?"
  • Per entrare in contatto con le sensazioni fisiche ed emotive associate alla narrazione:
    • "come la vedi, come si manifesta?" (questa domanda aiuta a dare una forma metaforica all'esperienza, ad esempio "una nube grigia dentro di me" o "un dolore al petto").
    • "com'è (ad esempio, il dolore al petto)? È una pressione?"
  • Per comprendere i bisogni insoddisfatti che hanno contribuito alla narrazione:
    • "che cosa avevi bisogno che succedesse?"
    • "che cosa volevi che ti fosse stato detto che non ti è stato detto?" (un esempio è "vai bene così come sei").
  • Per accogliere la parte ferita che porta la narrazione:
    • "come mi relazionerei con questo bambino (riferendosi alla parte ferita)?"
    • "come lo accoglierei?"
    • "come gli parlerei?"
    • "che cosa è avvenuto perché tu ti senta in questa maniera?"

Queste domande sono parte di un processo più ampio che richiede di approcciare la narrazione con curiosità e l'energia di accoglienza, permettendo alla storia di esistere senza il bisogno immediato di modificarla, e di relazionarsi con la parte che la porta con tenerezza e compassione, offrendo un'esperienza di sicurezza e accettazione che potrebbe essere mancata in passato.

Identificare la parte che crede: riconoscere che "c'è una parte di me che è convinta che ci sia qualcosa di sbagliato in lei". Questo aiuta a disidentificarsi dalla narrazione stessa e a relazionarsi con essa, anziché esserne sopraffatti.

Permettere l'esistenza della narrazione: nelle fasi iniziali, l'obiettivo è coltivare l'abitudine di usare questa energia di accettazione, permettendo alla narrazione di esistere senza il bisogno di modificarla subito. Ad esempio, dire "è ok che tu pensi che ci sia qualcosa di sbagliato in te, è ok che tu stia soffrendo ora". Questo atto di accoglienza è il primo passo che inizia a modificare la narrazione, perché la parte che si sentiva esiliata e non vista viene finalmente riconosciuta e accolta.

Relazionarsi con tenerezza: trattare questa parte ferita come un bambino, accogliendola e parlandole con tenerezza. Le parti di noi che portano queste narrazioni desiderano essere viste, ascoltate, accolte e accettate per la prima volta nella loro vita.

Validare l'esperienza somatica ed emotiva: permettere che emergano e accogliere le sensazioni fisiche e le emozioni associate al dolore (es. Nodo allo stomaco, lacrime). Si può dare una forma metaforica a queste sensazioni ("una nube grigia", "un dolore al petto") per comprenderle meglio.

Offrire un'esperienza diversa: il processo mira a far vivere a questa parte un'esperienza diversa, facendole sentire che è sicuro esistere e sentire ciò che prova, e che non c'è bisogno di cambiare per essere accolta. La presenza dell'energia del "genitore ideale" o dell'"adulto amorevole" che prova compassione, accettazione e accoglienza, riduce l'intensità emotiva e inizia a riscrivere la narrazione.

Soddisfare i bisogni mancanti: riconoscere i bisogni che non sono stati soddisfatti in passato (es. Sentirsi dire "vai bene così come sei") e, attraverso il contatto con la parte ferita, farle ricevere l'esperienza di essere accolta, che le è mancata. Questo permette alla narrazione di cambiare perché la parte non ha più bisogno di avere paura o vergogna.

Scaricare il dolore in uno spazio sicuro: permettere alla parte ferita di esprimere e scaricare il dolore accumulato in un ambiente sicuro. Questo atto di rilascio è ciò che cambia la narrazione interna e permette la ricostruzione
del rapporto con se stessi.

Il risultato del cambiamento

Quando si riesce a cambiare la propria narrazione interna e la mitologia interna, si ottiene un cambiamento profondo nel modo di agire, sentire e pensare, che si traduce in una vera e propria trasformazione della propria vita. Questa "riprogrammazione" avviene quando la narrazione non è più solo razionalmente compresa, ma viene "sentita" come non più vera.

La mitologia interna è il nucleo della sofferenza e il bersaglio finale del processo di "amare se stessi". Il suo cambiamento richiede un approccio basato sull'accettazione profonda e la compassione, piuttosto che sulla forza o la negazione, e si realizza integrando tutti e tre i pilastri: energia, movimento e la riscrittura delle storie interne.


Necessario o inutile?


Pensa per un attimo a qualcosa che dai per assolutamente scontato: il rosa è un colore per le bambine e l'azzurro per i maschietti. Sembra una verità quasi "naturale", inscritta nel nostro modo di vedere il mondo. Eppure, ti sorprenderebbe sapere che questa associazione è un'invenzione piuttosto recente.

La storia, come emerge da una riflessione sulle nostre convinzioni, ci racconta che prima della rivoluzione industriale, i tessuti colorati erano un lusso. Ma fu con una delle prime grandi campagne di marketing per l'infanzia, nel 1918, che nacque la necessità di creare nuove regole di consumo. Seguendo il gusto della nobiltà francese, fu stabilito che il rosa, colore più vivido e forte, era per i maschi, mentre l'azzurro, più tenero e delicato, era per le femmine. Appena due anni dopo, nel 1920, per spingere le famiglie a comprare nuovi vestiti, un'altra campagna invertì completamente i colori. E da allora, per oltre un secolo, abbiamo creduto a questa nuova regola.

Questa semplice storia è un gancio che ci apre a una domanda fondamentale: quante altre delle nostre convinzioni e dei nostri desideri sono stati "costruiti" per noi senza che ce ne accorgessimo?

Ognuno di noi percepisce la realtà attraverso dei "filtri" mentali, come se indossassimo un paio di occhiali colorati di cui non siamo consapevoli. Questi filtri modellano tutto ciò che vediamo, pensiamo e sentiamo, ma li diamo così per scontati da credere che il mondo sia esattamente come ci appare.

Pensa alla percezione dei colori. Se diciamo "quel muro è rosso", ci sembra di affermare una verità oggettiva. In realtà, stiamo solo interpretando una specifica frequenza di luce attraverso i nostri occhi. Un'ape, un cane o una persona daltonica percepirebbero quella stessa realtà in modi completamente diversi. La "verità" oggettiva non esiste; esistono solo interpretazioni soggettive.

La nostra mente, quindi, è formata da due tipi di pensieri:

  • Pensieri spontanei: Sono stati mentali universali, che non dipendono dal contesto culturale, sociale o educativo. Emozioni come la gioia o la rabbia esistono in ogni cultura e tempo.
  • Pensieri costruiti: Sono idee, concetti e associazioni che assorbiamo dal nostro ambiente. L'idea che l'azzurro sia per i maschi è un esempio perfetto di pensiero costruito. Li percepiamo come "normali", ma sono il frutto di una storia, di scelte e, a volte, di pure strategie commerciali.

La maggior parte della nostra visione del mondo è formata da questi "pensieri costruiti", un bagaglio che abbiamo ereditato inconsapevolmente e che determina il nostro modo di relazionarci con tutto.

La nostra società moderna si fonda su un'economia che, in una sua definizione classica, è "la scienza per soddisfare i desideri infiniti dell'uomo con le risorse finite della natura". Fermati a riflettere su questa frase: contiene un paradosso logico insormontabile. Come si può anche solo pensare di soddisfare qualcosa di infinito (i desideri) con qualcosa di finito (le risorse del pianeta)?
Questa mentalità ci ha portati a equiparare la felicità al piacere, e il piacere all'ottenimento di ciò che vogliamo.
La nostra priorità diventa evitare le sofferenze e ottenere i piaceri. E questo si traduce nell'ottenere ciò che voglio ed evitare ciò che non voglio.

Abbiamo interiorizzato così profondamente questa idea che il "volere" è diventato quasi un diritto fondamentale. L'aneddoto di un bambino in aeroporto che piange disperato non perché non avrà le patatine, ma perché sua madre gliele ha aperte al posto suo, è indicativo. La sua sofferenza non nasceva dalla mancanza delle patatine, ma dalla violazione del suo "io voglio": era lui a voler compiere l'azione di aprire il pacchetto, e non gli era stato permesso. Fin da piccoli, ci viene insegnato che avere ciò che vogliamo è la chiave della soddisfazione.

Per ritrovare chiarezza in un mondo che ci spinge costantemente a desiderare, la domanda più potente che puoi porti è: "Questa è una voglia o un bisogno?".

Prendiamo l'esempio del cibo. Perché mangiamo? La risposta logica sarebbe: "Perché il mio corpo ne ha bisogno per funzionare". In questo caso, dovremmo scegliere alimenti che ci fanno bene. Tuttavia, la nostra cultura ci ha abituati a mangiare soprattutto per "voglia", per soddisfare un piacere momentaneo. Non poter mangiare ciò che ci piace viene vissuto quasi come un'ingiustizia, una violenza, anche quando quella scelta ci sta facendo del male.

Ecco una tabella che riassume le differenze chiave tra un bisogno e un desiderio.

Caratteristica

Un vero bisogno

Un desiderio (o voglia)

Origine

Nasce da una necessità fondamentale (es. nutrimento, sicurezza).

È spesso indotto dall'esterno (pubblicità, abitudini, paragoni).

Effetto

La sua soddisfazione porta
a un benessere stabile e duraturo.

La sua soddisfazione porta
a un piacere temporaneo,
che svanisce in fretta.

Natura

È finito. Una volta soddisfatto, cessa di esistere per un po'.

È potenzialmente infinito.
Più ne hai, più ne vuoi.

Sensazione

Risponde alla domanda:
"Cosa mi fa bene?".

Risponde alla domanda:
"Cosa mi piace?".

Usa queste domande per riflettere sulle tue abitudini:

  • Quando compri qualcosa di nuovo (un vestito, un gadget), stai soddisfacendo un bisogno reale o un desiderio passeggero?
  • Quanto delle tue scelte alimentari è basato su ciò di cui il tuo corpo ha bisogno rispetto a ciò che hai voglia di mangiare?
  • Ti è mai capitato di sentirti insoddisfatto subito dopo aver ottenuto qualcosa che desideravi tanto?

Vivere in una corsa incessante per soddisfare ogni "voglio" ha un costo enorme, sia per il nostro benessere interiore che per la salute del pianeta.

La ricerca del piacere è un tunnel senza fine. Il piacere che proviamo quando otteniamo ciò che vogliamo (legato al rilascio di dopamina) è per sua natura temporaneo. Decade rapidamente, lasciandoci con il bisogno di una dose successiva, sempre più grande. È un ciclo che si basa sulla logica del "più ne ho e più ne voglio", e quando non riusciamo più a soddisfare questo desiderio crescente, il risultato è frustrazione e, in molti casi, depressione.

La nostra cultura del "voglio" è direttamente collegata alla crisi ambientale. Questo atteggiamento non è casuale, ma affonda le radici in un distacco millenario dalla natura. Siamo passati dal vederci come parte di un ecosistema (la visione animistica) a percepirci come superiori e padroni, autorizzati a considerare il mondo come un insieme di "risorse" da sfruttare per i nostri desideri. Questo atteggiamento ha conseguenze devastanti:

  • Perdita di biodiversità: per ottimizzare la produzione, abbiamo ridotto la sconfinata varietà di frutta e verdura a una manciata di specie standardizzate, impoverendo il pianeta e la nostra stessa alimentazione.
  • Cambiamento climatico: la logica di soddisfare desideri infiniti con risorse finite sta portando al collasso gli ecosistemi che ci sostengono.

La vera libertà e la vera soddisfazione non derivano dall'avere tutto ciò che si vuole, ma dal comprendere e soddisfare ciò di cui si ha veramente bisogno. Questo percorso richiede coraggio e consapevolezza, e si riassume in due sfide fondamentali che possiamo porci ogni giorno:

  1. Evitare ciò che ci piace, ma ci fa male.
  2. Fare ciò che non ci piace, ma ci fa bene.

Questo cambiamento non avviene da un giorno all'altro. È un processo graduale, fatto di piccole scelte consapevoli. Ricorda che ogni piccola azione cambia l'insieme. Ogni volta che scegli un bisogno reale invece di un desiderio indotto, non solo stai facendo del bene a te stesso, ma stai anche contribuendo a creare un mondo più sano e sostenibile. Stai scegliendo di essere "parte della soluzione, non del problema".

Usa la distinzione tra bisogni e desideri come una bussola interiore. Ti aiuterà a navigare le scelte di ogni giorno con maggiore consapevolezza, autenticità e, alla fine, con una soddisfazione più profonda e duratura.


mercoledì 8 ottobre 2025

Mantra di Buddha Shakyamuni

 Comprendere il Mantra di Buddha Shakyamuni

Avete mai pensato che le parole e i suoni che usiamo ogni giorno siano molto più che semplici strumenti di comunicazione? Essi sono, in realtà, vere e proprie forze energetiche, capaci di lasciare un'impronta profonda sulla nostra mente e di plasmare la nostra realtà interiore. Questa guida è un invito a scoprire il potere intrinseco del verbo, a esplorare come un suono possa diventare uno scudo per la mente e a svelare la scienza sacra che si cela dietro l'energia dei mantra. Un viaggio che ci porterà a comprendere perché le parole non solo descrivono il mondo, ma lo creano.

Immaginiamo per un momento il collegamento diretto e ineludibile che esiste tra la parola e la mente. Ogni frase che pronunciamo o ascoltiamo lascia un'impronta nel nostro panorama mentale. Le parole che scegliamo di usare, quindi, non sono mai neutre: esse direzionano attivamente la nostra mente, rafforzando certi pensieri e indebolendone altri. Il verbo possiede un potere enorme, capace di modellare la nostra percezione e, di conseguenza, la nostra esperienza della vita.

Il potere della parola non risiede solo nel suo significato, ma nell'intenzione che la sorregge. Spesso, soprattutto nella cultura occidentale, usiamo le parole non per comunicare un pensiero preciso, ma semplicemente per manifestare un disagio o per parlare senza una vera coerenza tra ciò che diciamo e ciò che sentiamo. Questo svuota le nostre parole della loro forza intrinseca. Usarle in modo consapevole, al contrario, ne amplifica l'efficacia.

Quando cominciamo a dire tante cose senza avere la vera intenzione senza che quello sia veramente quello che sentiamo piano piano togliamo il potere della nostra propria parola.

Un suono o una parola, se ripetuti per secoli con la stessa intenzione, accumulano una forza e una benedizione uniche. Questo fenomeno può essere compreso attraverso due concetti complementari. Il primo, più moderno, è la teoria del "campo morfogenetico" di Rupert Sheldrake, secondo cui ogni ripetizione rafforza l'energia di una parola. Il secondo, e forse più centrale nella tradizione spirituale, è il concetto di lignaggio ininterrotto. Recitare un mantra significa connettersi a una catena di trasmissione che, da maestro a discepolo, risale fino al Buddha stesso. Chi recita un mantra oggi, quindi, non sta solo pronunciando un suono, ma sta attingendo a un'enorme riserva di forza collettiva e ricevendo la benedizione di secoli di pratica.

Questo potere, concentrato e affinato, trova la sua massima espressione nel mantra, uno strumento pensato specificamente per proteggere e trasformare la mente.

Che cos'è un mantra?

Per iniziare, è fondamentale comprendere cosa sia un mantra. La traduzione letterale del termine sanscrito è "Protezione della mente". Questa non è una protezione da minacce esterne, come spiriti o energie negative, ma uno scudo interiore. La funzione principale di un mantra è proteggere la nostra mente dai nostri stessi "veleni mentali": confusione, abitudini negative e pensieri distruttivi che ci impediscono di trovare un equilibrio stabile.

Il mantra come strumento interiore

Il mantra agisce come uno strumento per portare armonia e direzione alla nostra mente. Secondo gli insegnamenti, i suoi benefici principali sono tre:

  • Direzionare la mente: La recitazione ci aiuta a spostare l'attenzione dai pensieri caotici e a collegarci con le nostre qualità interiori più positive, come l'amore, la saggezza e la pace. La parola ha un potere enorme e, ripetendola, direzioniamo la mente verso uno stato virtuoso.
  • Proteggere dai veleni mentali: Funziona come una barriera contro la distrazione, i pensieri ricorrenti e le abitudini negative che ci trascinano in circoli viziosi di sofferenza. È un modo per occupare lo spazio mentale con qualcosa di costruttivo.
  • Dare stabilità e equilibrio: alma il "dialogo interno" incessante, quella tendenza ad analizzare e giudicare ogni cosa. La capacità di analisi è uno strumento prezioso, ma va usato quando necessario. Il mantra ci aiuta a non abusarne, permettendo alla mente di trovare un equilibrio tra pensiero utile e silenzio riposante.

La potenza del suono e della tradizione

Potresti chiederti perché i mantra non vengano tradotti nelle lingue moderne, ma mantenuti nella loro forma originale, il sanscrito. Le ragioni sono principalmente due e sono profondamente legate alla natura del suono e della trasmissione spirituale.

  1. La vibrazione del suono Nel pensiero orientale, e in particolare nella scienza dei suoni sanscrita, ogni sillaba e ogni lettera possiede una specifica vibrazione ed energia. Le parole non sono state create a caso. Ogni suono corrisponde a un elemento (Acqua, Fuoco, Terra, ecc.) e le relazioni tra questi elementi sono studiate per creare una vibrazione sonora che generi lo stesso tipo di energia del significato che rappresenta. Il suono stesso, quindi, ha un effetto sulla nostra mente e sul nostro corpo, al di là della comprensione intellettuale del suo significato.
  2. La forza del Lignaggio Un mantra acquisisce una forza immensa perché è stato recitato per secoli da innumerevoli praticanti con la stessa intenzione. Lo scienziato Rupert Sheldrick ha teorizzato l'esistenza di un "campo morfogenetico", secondo cui ogni volta che un'azione o una parola viene ripetuta con un'intenzione specifica, il suo campo energetico si rafforza. Un mantra, recitato per millenni, porta con sé la benedizione e la forza di un lignaggio ininterrotto che risale fino a Buddha stesso.

Per illustrare l'importanza di mantenere il suono originale, si racconta che quando Lama Gangchen Rinpoche (uno dei primi maestri a portare il Buddhismo tibetano in Occidente) insegnò questo mantra in Grecia, il pubblico reagì in modo strano. La parola "Muni", in greco, ha un significato volgare (vagina). Nonostante l'imbarazzo iniziale, il maestro insisté, spiegando che con il tempo la mente avrebbe associato quel suono al suo vero significato spirituale, superando le difficoltà culturali.

Questo aneddoto illustra potentemente la fiducia del lignaggio nel suono originale, la cui energia spirituale è destinata a prevalere sulle interpretazioni culturali o sui significati preesistenti.

Alla base della lingua sanscrita esiste un'antica "scienza della generazione dei suoni". Secondo questa conoscenza, le parole non sono etichette casuali, ma vere e proprie formule alchemiche. Ogni sillaba (vocale o consonante) è associata a un elemento fondamentale: Acqua, Fuoco, Terra, Aria o Spazio. Questi elementi, a loro volta, hanno relazioni specifiche tra loro, descritte con metafore come "madre e figlio" o "amico e nemico".

Le parole sacre vengono costruite combinando queste sillabe in modo che la loro vibrazione complessiva generi un'energia specifica, perfettamente coerente con il significato che rappresentano. Una parola che significa "incremento", ad esempio, non è scelta a caso, ma è costruita con suoni la cui vibrazione produce un'effettiva energia di crescita. Questo conferisce ai suoni sacri un potere che va ben oltre la semplice etimologia.

Due mdi di intendere il suono

Possiamo riassumere la differenza tra la visione convenzionale del suono e quella delle tradizioni spirituali in questa tabella:

Visione convenzionale

Visione spirituale (dei Mantra)

Il suono è un simbolo che rappresenta 
un significato.

Il suono è una vibrazione che genera un'energia specifica.

Il potere è nel significato compreso intellettualmente.

Il potere è nell'energia del suono stesso,
anche senza capirne il significato.

Tradurre una parola non ne altera
la funzione essenziale.

Tradurre un mantra ne altererebbe la vibrazione energetica e quindi il suo potere.

È proprio questa energia intrinseca, progettata e custodita per secoli, la chiave dell'efficacia dei mantra come strumenti per la trasformazione della mente.

Usare le parole con saggia consapevolezza

Abbiamo esplorato tre concetti chiave che illuminano il potere nascosto dei suoni e delle parole. Primo, le parole che usiamo hanno un potere creativo e modellano attivamente la nostra mente e la nostra realtà. Secondo, i suoni sacri dei mantra sono veicoli di un'energia specifica, progettata per generare stati mentali positivi attraverso la loro stessa vibrazione. Infine, il mantra è uno strumento pratico per proteggere e stabilizzare la mente, riportandola a uno stato di equilibrio e pace.

Questa comprensione ci invita a un'osservazione pratica. Nella prossima giornata, provate a notare come le vostre parole creano piccole realtà intorno a voi: osservate come un complimento sincero genera gioia, come una critica affrettata crea tensione, come una parola gentile può disarmare un conflitto. Ogni parola che pronunciamo è un'energia che mettiamo nel mondo. Usarla con saggezza è il primo passo per trasformare non solo noi stessi, ma anche la realtà che ci circonda.

Ora che abbiamo compreso la natura e la funzione di un mantra, possiamo immergerci nel mantra di Buddha Shakyamuni.

OM MUNI MUNI MAHA MUNI SHAKYAMUNI YE SOHA

Questo mantra è una sintesi di tutto il percorso buddhista. Non è una semplice richiesta, ma una mappa per risvegliare le capacità che già risiedono dentro di noi. Analizziamolo parola per parola per scoprirne il significato profondo.

OM: il suono della nostra realtà

La maggior parte dei mantra inizia con la sillaba OM. Questa è composta da tre suoni distinti: A-U-M. Simbolicamente, rappresenta la totalità della nostra esistenza. Può essere interpretata in diversi modi, ma il più semplice è vederla come la rappresentazione di:

  • Corpo, Parola e Mente: Le tre porte attraverso cui interagiamo con il mondo.
  • I Tre corpi (grossolano, sottile, molto sottile): I diversi livelli della nostra coscienza e realtà.

In sintesi, OM racchiude l'intera nostra realtà, preparando la mente a intraprendere un percorso di trasformazione completa.

Le quattro capacità del risveglio

Il cuore del mantra è la ripetizione della parola "Muni", che in sanscrito significa "capacità". Ogni ripetizione ci invita a sviluppare una qualità fondamentale del nostro essere.

  1. Prima capacità (Muni): amare se stessi
    Questa è la capacità di sviluppare un amore profondo e saggio per noi stessi. Non si tratta di egoismo, ma di avere chiarezza su cosa sia la vera felicità. Significa acquisire la determinazione per "coltivare ciò che ci fa bene e abbandonare ciò che ci fa male". È il fondamento di ogni percorso spirituale: senza prenderci cura di noi stessi in modo sano, non possiamo aiutare nessuno.
  2. Seconda capacità (Muni): Amare gli altri
    Una volta stabilito un sano amore per sé, la seconda capacità ci invita ad andare oltre l'ossessione per "l'io e il mio". Il primo passo in questo amore è la non-indifferenza, che è la vera essenza della non-violenza. L'indifferenza può essere una forma di violenza; il primo atto d'amore, quindi, è semplicemente accorgersi dell'esistenza dell'altro. Spesso vediamo gli altri non come individui completi, ma in funzione dei nostri bisogni (come un cameriere visto solo come "colui che ci serve"). Questa capacità ci insegna a "uguagliare" l'importanza che diamo a noi stessi e agli altri, riconoscendo la loro esistenza e desiderando la loro felicità tanto quanto la nostra. È fondamentale comprendere che amare qualcuno non significa essere sempre d'accordo con le sue azioni o giustificarle. Significa desiderare la sua felicità e il suo benessere a un livello profondo.
  3. Terza capacità (Mahamuni): La grande capacità della saggezza
    "Maha" significa "grande". Questa è la "grande capacità" di sviluppare la saggezza, ovvero di vedere la realtà in modo coerente. L'insegnamento fondamentale qui è che noi ci relazioniamo costantemente con un'immagine mentale statica delle cose, mentre la realtà è in perenne trasformazione (impermanente). La saggezza consiste nello smettere di aggrapparsi alle nostre proiezioni e iniziare a vivere la realtà per come è, accettandone il flusso e l'interdipendenza.
  4. Quarta capacità (Shakyamuni): la suprema capacità della trasformazione
    Questa capacità è legata direttamente a Buddha Shakyamuni e al sentiero del Tantra (Vajrayana). È la capacità di non reprimere le nostre energie più potenti, ma di trasformarle in carburante per il nostro sviluppo. Le tre energie principali da trasformare sono:
    • L'energia del desiderio: Invece di reprimerla, la sua immensa forza viene ridirezionata verso il desiderio di raggiungere l'illuminazione e sviluppare le nostre qualità interiori.
    • L'energia della rabbia: La sua forza distruttiva non viene rivolta verso gli altri, ma contro le vere cause della sofferenza: l'egoismo, l'ignoranza e l'indifferenza.
    • L'energia dell'ignoranza: La sua forza del "non vedere" viene utilizzata per ignorare attivamente le illusioni e le false proiezioni che ci creano dolore, concentrandoci invece sulla realtà.

Soha: il sigillo del mantra

La parola finale, Soha (o Swaha), agisce come un sigillo. La sua traduzione più semplice è "che così sia". È l'affermazione che radica l'intenzione del mantra nel nostro cuore, sigillando il nostro impegno a sviluppare queste quattro capacità.

Queste singole parti, dall'OM al Soha, non sono concetti separati, ma si uniscono per formare una mappa completa per la crescita interiore, guidandoci verso la nostra vera natura.

Recitare il mantra di Buddha Shakyamuni è molto più di una preghiera rivolta a una figura esterna. È un potente promemoria del potenziale che già possediamo. È un modo per dialogare con la nostra saggezza interiore e attivarla.

Il mantra, infatti, può essere letto su tre livelli interconnessi:

  • La base: Rappresenta le capacità che già abbiamo in potenziale.
  • Il Sentiero: Incarna gli strumenti e il percorso per sviluppare attivamente queste capacità.
  • Il risultato: Simboleggia le stesse capacità una volta sviluppate al loro massimo potenziale, lo stato di un Buddha.

Recitare il mantra, quindi, è un atto che ci permette di riconoscere simultaneamente la Base del nostro potenziale, percorrere il Sentiero della pratica e connetterci con il Risultato dello stato illuminato.

Non è necessario essere "perfetti" per iniziare. Il percorso spirituale è un viaggio, non una destinazione. Il consiglio dato da Lama Gangchen Rinpoche ai suoi primi studenti in Occidente rimane una guida preziosa e pragmatica:
"Fate i mantra, se è di beneficio continuate, se non sentite beneficio lasciate stare"

Ti invito a sperimentare questo mantra con gentilezza e curiosità. Ricorda che ogni grande viaggio inizia con un singolo passo o, in questo caso, con un singolo suono.


mercoledì 1 ottobre 2025

Insegnamenti per trasformare la sofferenza

 

Questa riflessione raccoglie 4 lezioni, tratte dagli insegnamenti di Lama Michel Rinpoche, che offrono una prospettiva radicalmente diversa sulla sofferenza e sulle relazioni. Non sono semplici consigli, ma vere e proprie leve per spostare il nostro punto di vista e scoprire il potere che abbiamo di guarire le nostre ferite interiori.

Lezione 1: il tuo dolore non nasce dalla realtà, ma dall'immagine ideale che ne hai

Certamente. Approfondiamo il concetto dell'immagine idealizzata (o "fotografia" mentale) che Lama Michel Rinpoche identifica come una fonte significativa di sofferenza e conflitto nella vita e nei rapporti.

L'immagine idealizzata non è semplicemente una visione positiva che abbiamo di qualcuno, ma una vera e propria proiezione mentale basata sulle nostre aspettative. Essa è il risultato inevitabile del processo con cui conosciamo e interagiamo con gli altri: quando incontriamo una persona, ne creiamo una "fotografia" mentale. La sofferenza sorge quando, incontrando nuovamente quella persona—che, essendo impermanente e in continua trasformazione, manifesta aspetti non previsti—essa non corrisponde a quella "fotografia". Di fronte a questa discrepanza, la nostra reazione interna è spesso di disagio, rabbia o delusione, portandoci a pensare: "Ma tu non dovresti essere così".

Il meccanismo di creazione dell'immagine idealizzata si complica e si intensifica all'interno dei rapporti più stretti, specialmente nel contesto familiare.
Quando ci relazioniamo con un genitore, un figlio, un amico o un partner, sovrapponiamo due livelli di aspettative:

  1. L'immagine idealizzata dell'individuo stesso.
  2. L'immagine idealizzata della sua categoria (ad esempio: "Tu sei un mio amico, non potresti fare questo"; "Ma un figlio non dovrebbe fare questo").

Il Rinpoche osserva che, in particolare per la famiglia, l'immagine che abbiamo è spesso altamente idealizzata: crediamo che la famiglia "non dovrebbe essere così" o che certe cose "non dovrebbero accadere". Tuttavia, le famiglie sono composte da esseri umani ordinari, pieni delle loro "rabbia, gelosia, invidia, paura e tutto il resto," e non da Bodhisattva o esseri spiritualmente elevati. Quando la realtà di una dinamica familiare non collima con l'ideale proiettato, soffriamo e tendiamo a cercare un colpevole, convinti che la realtà sia "sbagliata".
Il forte attaccamento all'immagine idealizzata è causa di grande affaticamento emotivo. Se abbiamo investito tanto emotivamente in qualcuno e creato un'immagine "bella e importante" di quella persona nella nostra vita, la sua mancata corrispondenza può generare un senso di tradimento. Ci si può sentire come se l'altro non avesse fatto neanche il minimo che ci si aspettava, o che "non mi hai visto in quel momento in cui io avevo bisogno".
Questa dinamica sfocia spesso in un "doppio monologo" nei rapporti, dove ognuno è concentrato sulla propria sofferenza, sui propri desideri e sulle proprie necessità, senza riuscire a vedere o ad ascoltare veramente l'altro. L'attaccamento all'immagine idealizzata limita la nostra visione dell'altro, che diventa "molto limitata e presa da un certo angolo" in un dato momento, impedendoci di coglierne la completezza e i suoi molteplici aspetti.

La via d'uscita dalla sofferenza causata dalla proiezione è l'accettazione.

  • Riconoscimento dell'illusione: il primo passo è riconoscere che l'immagine idealizzata è "una mia illusione, è una mia proiezione". Non si tratta di negare la realtà, ma di riconoscere che la persona non lo è e non lo sarà mai.
  • Rilascio della pretesa: accettare non significa sottomettersi o subire, ma togliersi da addosso la pretesa che l'altro debba o non debba essere diverso da ciò che è.
  • Focus sulla soluzione: l'accettazione permette di non sprecare energia "nell'oppormi a quello che è accaduto" e nel cercare il colpevole, ma di dirigere l'energia verso la soluzione virtuosa e positiva.
  • Relazionarsi alle qualità: la chiave per l'armonia è riuscire a relazionarsi con le qualità positive dell'altro, non focalizzarsi sui suoi difetti o sulla sua mancata corrispondenza all'immagine proiettata, accettando la persona per quella che è.

Meno siamo attaccati all'immagine idealizzata e alle aspettative di ciò che l'altro dovrebbe fare o essere, "più ci rilassiamo meno soffriamo". L'obiettivo è relazionarsi con l'altro in modo virtuoso e gentile, indipendentemente da come l'altro si comporta, e accettare anche di non essere accettati, mantenendo una coerenza personale.

Gran parte dei conflitti della sofferenza non viene tanto da come le cose sono ma dal fatto che non sono come secondo me dovrebbero essere.

Abbandonare la pretesa che il mondo e le persone si adattino alle nostre immagini mentali è il primo passo per trovare la pace. Riconoscere che la nostra sofferenza nasce da questa discrepanza ci permette di smettere di combattere contro la realtà e di iniziare a costruire relazioni più autentiche e compassionevoli.

Lezione 2: le difficoltà sono uno specchio. Quello che vedi è la tua ferita, non il mondo

Quando una situazione esterna ci provoca rabbia, tristezza o paura, è perché sta "risuonando" con una ferita o un conflitto interiore non risolto. Spesso crediamo che la causa del nostro malessere sia esterna, ma in realtà il mondo agisce solo come una cassa di risonanza per ciò che già portiamo dentro.

Per rendere questo concetto concreto, Lama Michel Rinpoche condivide un'esperienza personale.
In un breve lasso di tempo, ha vissuto una situazione oggettivamente molto difficile riuscendo a mantenerla in armonia, perché non toccava nessun conflitto interiore. Poco dopo, una situazione apparentemente banale gli ha causato una sofferenza molto più grande, perché ha fatto "risuonare" una sua questione irrisolta. Questo dimostra che non è l'evento in sé a determinare il dolore, ma il nostro stato interiore.
La metafora perfetta per questo è quella della carezza sulla ferita aperta. Se una persona sana riceve una pacca amichevole sulla spalla, anche se forte, non sente dolore. Ma se quella stessa persona ha una ferita aperta sulla spalla, anche la carezza più lieve provocherà un dolore immenso. La domanda importante, quindi, è:
Ma che cos'è che ci ha fatto male la carezza o la ferita aperta?
È la ferita non è la carezza.

Le difficoltà della vita sono come quella carezza: mettono in luce le nostre ferite nascoste.
Di fronte a una difficoltà, abbiamo tre possibili modi di reagire:

  1. Fingere di niente: ignorare il problema, mettendo lo sporco sotto il tappeto. Questo porta inevitabilmente a esplodere (rabbia), implodere (depressione) o ammalarsi.
  2. Lasciarsi trascinare: farsi travolgere dal conflitto, dall'ansia e dalla paura, diventando vittime della situazione e rinforzando i nostri schemi negativi.
  3. Usare la difficoltà come leva: riconoscere che la situazione sta toccando una nostra ferita interiore. Invece di incolpare l'esterno, usiamo l'esperienza per capire dove dobbiamo lavorare su noi stessi, per guarire e crescere.

Solo il terzo approccio porta a una trasformazione reale. Ci permette di non essere più in balia degli eventi, ma di usare ogni sfida come un'opportunità per diventare più forti e consapevoli.

Lezione 3: la chiave per relazioni migliori? Ignora i difetti e coltiva le qualità

Per costruire rapporti sani e costruttivi, dovremmo allenarci a interagire con le qualità positive delle persone, anziché fissarci sui loro difetti. Non è un'ingenua positività, ma una strategia pragmatica per aiutare sé stessi e gli altri a crescere. Criticare i difetti di una persona non fa altro che rinforzarli; incoraggiare le sue qualità, invece, le aiuta a sbocciare.

La storia di Lama Gangchen Rinpoche e del pittore Duccio ne è un esempio perfetto. Quando Duccio, all'inizio del suo percorso, regalò a Lama Gangchen Rinpoche un dipinto sacro, il maestro pensò tra sé e sé che era "brutto". Tuttavia, invece di criticarlo, vide un potenziale. Gli disse "bravissimo" e gli commissionò un altro dipinto, suggerendogli piccoli miglioramenti. Continuò così, finché Duccio divenne un artista di grande talento. Lama Gangchen Rinpoche ha interagito con "la parte bella" di Duccio, aiutandola a svilupparsi.

Qui l'insegnamento diventa una vera e propria strategia di vita, basata su tre principi: "obiettivo alto, aspettative basse, sforzo costante". L'obiettivo alto è vedere e credere nel potenziale più elevato di una persona. Le aspettative basse significano accoglierla per come è adesso, senza la pretesa che cambi da un giorno all'altro. Lo sforzo costante è l'impegno continuo a nutrire le sue qualità, con pazienza e incoraggiamento.

Questa filosofia è riassunta magnificamente da Lama Gangchen Rinpoche, a cui una volta fu chiesto come mai avesse così tanti amici. La sua risposta fu:

“Ah perché io mi relaziono con le qualità di ognuno e non con i loro difetti.”

Questo approccio trasforma le nostre interazioni. Invece di essere giudici dei difetti altrui, possiamo diventare catalizzatori del loro potenziale, creando un circolo virtuoso che eleva sia loro che noi.

Lezione 4: il vero pericolo non è chi pensa diverso da te, ma chi pensa esattamente come te

La tendenza umana a circondarsi solo di persone che confermano le nostre idee è una trappola che ci chiude in una visione parziale della realtà. Istintivamente, cerchiamo i "simili" perché ci rassicurano e ci danno la sensazione di avere ragione. Questo comportamento, amplificato dagli algoritmi dei social media, crea una bolla, una visione "miope e polarizzata" del mondo.

Confrontarsi con "i diversi" è invece una ricchezza inestimabile. Se affrontato con un dialogo costruttivo, può portare solo a risultati positivi: o rinforziamo le nostre convinzioni dopo averle messe alla prova, o le miglioriamo, accogliendo nuovi elementi. In entrambi i casi, ne usciamo arricchiti.
Durante un volo, un uomo russo accusò il maestro di essere "Tra gli esseri più egoisti che esistono" perché i monaci, a suo dire, fuggono dalle difficoltà della vita laica. Invece di mettersi sulla difensiva, il maestro si incuriosì e ascoltò. La sua reazione interiore fu immediata e umile: "Guarda, ha ragione". Pur sapendo che la sua vita era tutt'altro che una fuga, riconobbe una verità in quella prospettiva, un punto di vista che non aveva mai considerato e che arricchì la sua comprensione.

Forse l'esempio più potente di questa apertura mentale viene dalle antiche università monastiche indiane come Nalanda. Esisteva una tradizione radicale: un filosofo di un'altra scuola poteva presentarsi alle porte e sfidare il monastero a un dibattito pubblico. La regola era ferrea: se lo sfidante vinceva, il maestro sconfitto e la sua intera istituzione dovevano convertirsi alla scuola di pensiero del vincitore. Questa pratica illustra una cultura in cui la ricerca della verità era considerata infinitamente più importante dell'identità o dell'appartenenza a un gruppo.

Non dobbiamo temere chi la pensa diversamente. Dobbiamo piuttosto temere la chiusura mentale che deriva dal non voler mai mettere in discussione le nostre certezze.

Conclusione: il tuo vero potere è dentro di te

Tutte queste lezioni convergono su un'unica verità: il nostro focus non dovrebbe essere su cosa ci accade, ma su come scegliamo di viverlo e su chi diventiamo attraverso le esperienze.
La nostra sofferenza nasce spesso dal divario tra la realtà e le nostre immagini idealizzate (lezione 1). Queste immagini creano le ferite interiori che le difficoltà della vita non fanno altro che illuminare (lezione 2). Un modo pratico per guarire queste ferite nelle nostre relazioni è coltivare le qualità altrui con un obiettivo alto e aspettative basse (lezione 3). E l'allenamento definitivo per questa forza interiore è aprirsi al confronto con il diverso, mettendo la ricerca della verità al di sopra del bisogno di avere ragione (lezione 4).

Non abbiamo il controllo sul mondo esterno, ma questa consapevolezza, invece di essere scoraggiante, è liberatoria. Ci restituisce il potere dove conta davvero: dentro di noi. Abbiamo il potere di coltivare le nostre risorse interiori, di trasformare ogni difficoltà in un allenamento e di relazionarci al mondo con saggezza e compassione.
Invece di chiederci con ansia "Cosa mi succederà?", proviamo a porci una domanda diversa, una domanda che ci restituisce il nostro potere: "Chi scelgo di diventare?".
Non vediamo mai il mondo per quello che è davvero. Lo vediamo sempre attraverso i nostri filtri personali, come se indossassimo occhiali invisibili che non possiamo togliere. Questi filtri non sono casuali: sono il frutto della nostra storia, delle esperienze vissute, dell’educazione ricevuta e soprattutto delle ferite emotive che ci portiamo dentro.
Per questo due persone possono vivere la stessa identica situazione e raccontarla in modi completamente opposti. Non reagiamo agli eventi per ciò che sono in sé, ma per quello che toccano dentro di noi. Il mondo esterno non è una finestra oggettiva: è uno specchio che riflette il nostro stato interiore.
Quando proviamo rabbia, paura o tristezza, non è l’evento in sé a generarle: è la risonanza con una ferita irrisolta che portiamo dentro. Se quella ferita non c’è, la stessa situazione scivola via senza lasciare traccia. In questo senso, i nostri filtri percettivi sono la radice della sofferenza. E la sofferenza cresce ancora di più quando la realtà non coincide con le immagini idealizzate che ci costruiamo nella mente.
Ci immaginiamo come dovrebbe comportarsi un buon amico, come dovrebbe agire una madre, come dovrebbe essere una relazione. Poi, inevitabilmente, la vita non corrisponde a quella foto perfetta e ci arrabbiamo non tanto con la persona davanti a noi, ma con la distanza tra ciò che è e ciò che pensiamo che dovrebbe essere. Quel divario non è solo delusione: è il dito che va a premere su ferite già aperte, come il bisogno di controllo o la paura di non essere abbastanza.
In realtà, gran parte della nostra sofferenza non nasce da come le cose sono, ma dal fatto che non sono come noi pretendiamo che siano.
La chiave, allora, è l’accettazione. Ma attenzione: accettare non significa arrendersi, subire o rassegnarsi. È tutt’altro. Accettare vuol dire smettere di lottare contro ciò che è già accaduto, smettere di sprecare energia nel cercare colpevoli e usarla invece per cercare soluzioni e crescere. È un atto di intelligenza strategica, non di debolezza.
Accettare è scegliere di investire il 100% della nostra energia in ciò che possiamo trasformare: noi stessi. È riconoscere che non possiamo controllare il mondo esterno, ma abbiamo un potere enorme su come lo viviamo.
Il vero campo di battaglia non è fuori di noi, ma dentro. Non si tratta di piegare la realtà ai nostri desideri, ma di guarire le nostre ferite e liberarsi dalle immagini idealizzate che ci incatenano. Ogni difficoltà, in questo senso, non è un ostacolo ma un maestro che ci mostra dove lavorare.
La prossima volta che la realtà vi delude, fermatevi e chiedetevi: “Che cosa sta toccando questa situazione dentro di me? Quale parte ferita chiede la mia attenzione?” Il lavoro autentico non è cambiare il mondo, ma guarire noi stessi.
Ogni esperienza, bella o dolorosa, ci lascia un’eredità. Non conta tanto cosa abbiamo vissuto, ma chi siamo diventati grazie a quello che abbiamo vissuto. È questa trasformazione interiore a restare con noi, molto più a lungo di qualsiasi evento.
Il messaggio finale è semplice ma rivoluzionario: non è importante cosa accade, ma come scegliamo di viverlo. Non abbiamo potere sugli eventi, che sono impermanenti come un sogno. Abbiamo però la libertà, qui e ora, di decidere chi vogliamo diventare in mezzo a quegli eventi.
La vera forza sta in questa scelta. È lì che nasce la serenità.

Workbook: Guarire interiormente attraverso la saggezza

Insegnamento 1: l'impermanenza e il peso dell'esperienza interiore

Principio
Dare più peso a come si vive l'esperienza che all'esperienza in sé.
Le situazioni esterne sono effimere e passeggere, ma la trasformazione interiore che ne deriva persiste.

Spiegazione
Tutte le esperienze, per quanto intense o lunghe sembrino, sono soggette all'impermanenza e finiscono. Rimanere attaccati a ciò che inevitabilmente cambierà o finirà è una fonte di sofferenza. Ciò che rimane dopo un evento — sia esso un anno difficile o una perdita, un conflitto — sono i risultati materiali, le relazioni a medio/lungo termine, ma soprattutto, la nostra propria esperienza interna: chi siamo diventati dopo quella situazione.

Esempio
Lama Michel cita l'esempio di una persona che ha sofferto per circa 10 anni a causa di determinate condizioni, ma che oggi sta bene nonostante le ragioni per cui soffriva continuino ad esistere. Questo dimostra che il controllo non risiede nell'eliminare la causa esterna, ma nel modo in cui si sceglie di vivere ciò che accade, diventando più maturi, forti e saggi.

Esercizio pratico

Riflessione sull'impronta (impermanenza e continuità)

  1. Analisi del passato recente: Pensa a un momento difficile o a una sfida significativa che hai affrontato negli ultimi 12 mesi.
  2. Identificazione dei residui: Che cosa rimane oggi di quell'esperienza? (Memoria, effetti materiali, relazioni).
  3. La trasformazione: Concentrati sull'impronta interiore:
    • Chi eri prima di quella situazione?
    • Chi sei oggi dopo averla vissuta?
    • Come ha contribuito quella difficoltà (o quella persona) alla tua crescita interiore? (Lama Michel Rinpoche cita la profonda gratitudine per chi ci ha permesso di affrontare certi aspetti di noi stessi).
  4. Impegno quotidiano: Quando sorge una difficoltà, invece di consumare energia lamentandoti (il lamento non risolve dopo le prime tre volte), concentrati sul chiederti: "Cosa posso imparare da questo per trasformarmi in meglio?".

Insegnamento 2: la consapevolezza e la guarigione delle ferite interne

Principio
Le situazioni esterne sono filtri e leve per riconoscere e guarire i nostri conflitti interni non risolti.

Spiegazione
Di fronte alle difficoltà (conflitti, ansia, paura), dobbiamo evitare due reazioni comuni:

  1. L'evitamento: fare finta di nulla, che porta all'esplosione, all'implosione o alla malattia.
  2. Il conflitto: lasciarsi trascinare, vittimizzarsi e incolpare l'esterno (dire "è colpa di questo/quell'altro"), alimentando sofferenza mentale e malattia.

La terza via è la consapevolezza: riconoscere che ogni situazione esterna (una persona, un'immagine) è un "suono che risuona" su una ferita aperta dentro di noi. Il dolore non viene dalla situazione in sé (la carezza), ma dalla ferita. Utilizzare la difficoltà non per cambiare unicamente l'esterno, ma come una leva per riconoscere la nostra ferita e guarirla. Se non risolviamo una situazione, la vita ha la tendenza a ripeterla.

Esempio
L'immagine della carezza sulla ferita aperta. Se qualcuno ci colpisce sulla spalla ma siamo sani, non succede nulla; se ci fanno una carezza su una ferita aperta, proviamo dolore. La causa del dolore è la ferita.

Esercizio pratico

Tecnica di identificazione del filtro (la risposta alla risonanza)

  1. Mappatura della reazione: richiama alla mente una situazione (relativa a un rapporto, una notizia, un evento sociale) che ti ha recentemente generato una reazione sproporzionata (rabbia, rancore, ansia).
  2. Riconoscimento del segnale: riconosci che la tua reazione evidenzia filtri che non vanno bene o ferite interiori.
  3. Riflessione sulla causa: chiediti: "Se non avessi questa paura/incertezza/trauma (la ferita), questa situazione mi farebbe soffrire allo stesso modo?".
  4. Impegno di guarigione: invece di investire energia nel litigare con il mondo esterno per cercare il colpevole, focalizza l'energia sulla soluzione e sulla crescita interna.
    Impara a reagire in modo diverso.

Insegnamento 3: l'accettazione e la dissoluzione delle aspettative

Principio
La maggior parte della sofferenza non viene da come le cose sono, ma dal fatto che non sono come secondo noi dovrebbero essere. L'obiettivo è relazionarsi con le qualità, non con i difetti.

Spiegazione
Noi creiamo costantemente un'immagine idealizzata ("fotografia") delle persone e delle categorie (madre, figlio, amico, famiglia). Quando la persona non corrisponde a questa immagine idealizzata, ci sentiamo traditi o soffriamo, pensando che la realtà sia sbagliata.

Accettare significa non avere la pretesa che l'altro debba essere diverso da ciò che è, evitando di sprecare energia nell'opporsi a ciò che è accaduto. Accettare permette di relazionarsi con le qualità dell'altro. Questo si applica anche al confronto con pensieri diversi: dobbiamo evitare l'attaccamento all'idea di avere ragione (shengo), poiché ciò chiude la porta all'apprendimento e al dialogo.

La formula virtuosa per la vita e i rapporti è: obiettivo alto, aspettative basse, sforzo costante.

Esempio

  1. Il Pancake: L'esempio dell'albergo a Borobudur, dove la gente si arrabbiava furiosamente perché il pancake che riceveva non corrispondeva all'immagine idealizzata del pancake che doveva ricevere.
  2. Lama Gangchen e Duccio: Lama Gangchen, pur trovando il primo dipinto "brutto," si è relazionato con il potenziale e le qualità di Duccio, commissionandogli altri lavori e aiutandolo a migliorare, piuttosto che criticando il difetto iniziale.
  3. I Tasselli Mungo: Lama Michel non ha sprecato tempo a litigare col fornitore sbagliato per i tasselli, ma ha messo l'energia nella soluzione (andare in Svizzera).

Esercizio pratico

Decostruzione dell'immagine idealizzata e ricerca delle qualità

  1. Analisi del rapporto (la fotografia): Scegli un familiare o un amico con cui hai un conflitto o una tensione ricorrente.
    • Qual è l'immagine idealizzata che hai di quella persona o della sua categoria (es. "un padre non dovrebbe...")?
    • Come questa immagine idealizzata ti fa soffrire quando non viene soddisfatta?
  2. Pratica di accettazione (rilascio della pretesa): Riconosci che la persona non corrisponde e non corrisponderà mai alla tua illusione/proiezione. Rilascia la pretesa che debba essere diversa da ciò che è.
  3. Il Metodo Lama Gangchen: Elenca 3-5 qualità positive o potenziali che vedi in quella persona.
  4. Interazione coerente: Determina un modo in cui puoi interagire in maniera virtuosa e gentile con quella persona, indipendentemente da come si comporta lei con te. La tua gentilezza è una tua scelta e coerenza.

Insegnamento 4: coltivare l'obiettivo trascendente e iniziare in modo virtuoso

Principio
L'energia mentale deve essere diretta verso la soluzione e la crescita spirituale, evitando il lamento e l'attaccamento a ciò che è effimero. La vita deve essere uno strumento per un obiettivo più alto.

Spiegazione

A. sforzo sulla soluzione, non sul conflitto

Il Rinpoche consiglia che per affrontare la vita in modo costruttivo, è fondamentale gestire l'energia mentale e non sprecarla nel "lamentarsi" o nel cercare il colpevole. Il lamento, dopo le prime tre volte, "non serve la quarta" e "consuma la giornata" nel fissarsi su ciò che non è come dovrebbe essere.
L'energia deve essere messa nel "come risolverlo". Quando ci si concentra sulla soluzione, essa si trova. Se si spreme la sabbia, non ne uscirà l'olio.

B. la formula del successo e l'obiettivo trascendente

Per un approccio efficace nella vita e nelle relazioni, la sintesi è: "obiettivo alto, aspettative basse, sforzo costante".

È importante non rimanere "bloccati nelle piccolezze della vita quotidiana". Quando si ha un obiettivo profondo, bello, virtuoso e gioioso che trascende le difficoltà presenti, esse diventano "relative". L'esempio più alto di questo obiettivo è essere un Bodhisattva—un essere che si basa sull'amore, la compassione e la saggezza, ed è a servizio degli altri.

C. l'apertura al diverso e l'evitamento dell'attaccamento ad "aver ragione"

Per la crescita interiore, è essenziale non "rimanere chiusi sempre solo fra i simili". La tendenza naturale, infatti, è cercare persone che la pensano come noi per "rassicurarci che quello che stiamo facendo e pensando è giusto", ma questo porta a una visione sempre più "miope e polarizzata".
Il confronto con un pensiero diverso è una ricchezza. Quando si affronta in modo costruttivo un pensiero diverso, le possibilità sono due: o si rinforza il proprio punto di vista, o si trasforma.
È necessario evitare il forte attaccamento all'idea di "aver ragione". Questo attaccamento è chiamato in tibetano shengo, una sorta di attaccamento all'appartenenza. Quando siamo attaccati all'aver ragione, "Ci chiudiamo le porte delle possibilità di imparare e di aprire la nostra visione".
La coerenza logica e la ricerca della verità dovrebbero valere di più della semplice appartenenza o dogma.

Esercizio pratico

1. Il proposito del Bodhisattva

Rifletti sull'obiettivo trascendente che desideri coltivare. Non è un obiettivo materiale, ma una qualità profonda o un modo di essere che porti beneficio agli altri.

  • Qual è il tuo "obiettivo alto" per l'anno a venire (es. sviluppare una pazienza incrollabile, coltivare la compassione per tutti gli esseri, essere un servizio virtuoso)?
  • In che modo questo obiettivo può rendere "relativa" una difficoltà quotidiana (ad esempio, un litigio per un parcheggio, una coda infinita)?

2. Dalla lamentela alla soluzione (la pratica dei tasselli)

Identifica un'area della tua vita (lavoro, famiglia, salute) dove tendi a cadere nella lamentela o nel "doppio monologo".

Difficoltà
Lamentela

Energia che stai sprecando
(es. incolpando l'esterno)

Azione di soluzione

Esempio: Il mio collega non collabora.

Mi lamento con altri, pensando "Non dovrebbe essere così."

Cosa posso fare io per interagire in modo diverso o creare un sistema che aggiri il problema?

La tua difficoltà:

La tua energia sprecata:

La tua soluzione virtuosa:

3. la ricchezza del diverso (shengo)

Ricorda il concetto tibetano di shengo (l'attaccamento all'appartenenza/all'aver ragione).

  1. Identifica un argomento (sociale, etico, politico) sul quale hai una convinzione molto forte e incontri spesso persone che pensano in modo "diverso".
  2. Quando ti confronti con un'opinione opposta, qual è il tuo istinto (chiuderti, cercare conferma, combattere per "aver ragione")?
  3. Impegno all'apertura: durante il prossimo confronto, pratica l'ascolto con l'intenzione di comprendere la logica dell'altro (come il maestro che studiò la dottrina avversaria per sette anni). Cosa potresti imparare o come potresti rafforzare la tua visione se non fossi attaccato alla necessità di vincere il dibattito?