I
tre pilastri dell'amore per se stessi
1. Il primo pilastro, l'energia (il sentimento/affetto) questo pilastro si riferisce al tipo di energia con cui ci relazioniamo con noi stessi. Esistono due tipi principali di energia interna:
Il risultato è che la persona si chiude, e qualsiasi tentativo di cambiare un comportamento o una credenza, dandosi addosso o criticandosi, diventa inefficace. Invece di portare al cambiamento, questa energia crea una resistenza interna che impedisce la trasformazione, proprio come in un litigio in cui una persona attaccata non è disposta a considerare informazioni o prospettive diverse.
Tale energia impedisce di progredire nel percorso di amore per se stessi perché alimenta il conflitto interno e mantiene il sistema in uno stato di allerta, bloccando la capacità di accogliere nuove prospettive o di modificare narrazioni interne.
Importanza
di questa energia
Questa
energia è fondamentale ed è un presupposto per ogni cambiamento:
Crea
sicurezza: quando si lavora con questa energia,
il sistema nervoso e il corpo iniziano a sentirsi al sicuro. Questo è importante
perché, al contrario, l'energia di critica o giudizio fa reagire il cervello
come se fosse sotto attacco fisico, attivando un sistema di "attacco o
fuga" che impedisce qualsiasi modifica o l'accettazione di nuove
informazioni. Sentirsi al sicuro è la condizione necessaria per poter andare a
cambiare la "mitologia interna" o le narrazioni implicite.
Permette il progresso: senza questa energia di accettazione e self-compassion, non è possibile muoversi in una direzione diversa o affrontare le proprie parti che si vuole modificare. È il primo passo essenziale, sebbene da sola non sia sufficiente per riparare completamente la relazione con sé stessi.
Strumenti
per coltivare l'energia di self-compassion
Giorgia
Dalla Valle suggerisce diversi strumenti pratici per coltivare questa energia:
Utilizzare
mantra di self-compassion o accettazione radicale: si tratta di ripetizioni di affermazioni che
spostano l'energia interna verso l'accettazione, l'accoglienza e la curiosità.
Questo aiuta a ridurre la sofferenza, poiché la resistenza al dolore è ciò che
la aumenta. Un esempio di mantra è: "questo è un momento di difficoltà. La
difficoltà è parte della vita. Posso essere gentile con me stessa e chiedermi
se posso fare qualcosa". L'importante non è tanto la parola in sé, ma la
sensazione interna che tale frase evoca.
Diventare
l'osservatore: questo
significa disidentificarsi dalle esperienze sgradevoli, negative o difficili
che emergono nel momento presente, come sensazioni, convinzioni o pensieri.
Invece di identificarsi con esse ("sono ansia"), si riconosce che
"sto sperimentando l'ansia" o che "una parte di me sta
sperimentando l'ansia". Questo crea un punto di osservazione esterno,
ricordando che non siamo interamente i nostri movimenti interni (energia,
emozione, azione) e previene il conflitto interno che deriva dal non voler
essere ciò che si prova.
Allenarsi
a provare tenerezza: questo
strumento è particolarmente utile quando emergono parti critiche o tendenze che
non piacciono. La chiave è comprendere che ogni parte di noi, ogni impulso,
ogni tendenza o voce critica, si è costruita con lo scopo di proteggere ciò che
siamo. Riconoscere che queste parti non sono intrinsecamente
"noi" ma tentativi di far sopravvivere il nostro sé o di proteggere
la nostra integrità, permette di provare tenerezza anche per comportamenti
inaccettabili o voci estremamente critiche, vedendole come "bambini che
ripetono cose sentite dai genitori". Questa prospettiva trasforma il modo
in cui ci relazioniamo con le nostre "parti sbagliate o cattive".
Giorgia Dalla Valle sottolinea che queste qualità si coltivano con ripetizioni e pratica costante nel tempo, non sono qualcosa che si acquisisce miracolosamente da un giorno all'altro. Questa energia di self-compassion è il fondamento su cui si costruisce l'intero percorso di riparazione della relazione con se stessi, in particolare quando si lavora sulla riscrittura delle narrazioni interne.
2. Il secondo pilastro, il movimento (azione
allineata), si riferisce alle azioni concrete che sono coerenti con
un'energia di amore per se stessi. Giorgia Dalla Valle sottolinea che tutti
e tre i pilastri devono essere allineati affinché il processo di amare se
stessi funzioni efficacemente; se uno di essi manca, il processo non ha
successo.
Definizione e
rilievo del movimento
Il movimento rappresenta le azioni
che riflettono l'energia interiore. C'è una stretta interconnessione tra
energia e movimento:
- L'energia spinge
all'azione.
- L'azione può a sua
volta creare energia.
L'autrice usa un esempio
chiaro: sarebbe difficile credere che si ami una persona se la si maltratta;
allo stesso modo, se si amasse incondizionatamente, le azioni sarebbero
coerenti con tale amore. Agire in un certo modo è una manifestazione diretta
dell'energia che si prova.
La domanda
guida e l'obiettivo
Per orientare le proprie
azioni, una domanda fondamentale è: "Come agiresti se ti amassi
incondizionatamente?". Questa domanda aiuta a identificare quali
sarebbero le scelte più amorevoli e a prendere decisioni che rispecchino un
profondo valore di sé. Se si ha dentro di sé la convinzione di valere, di
meritare rispetto e cose belle per il solo fatto di esistere, le azioni saranno
allineate a questa percezione.
L'obiettivo principale del
movimento è prendersi cura di sé e soddisfare i propri bisogni,
proprio come farebbe un genitore amorevole per un figlio. Un sentimento di
amore, per quanto profondo, non basta se non è accompagnato da azioni concrete
per soddisfare i bisogni essenziali.
Strumenti e
azioni chiave per coltivare il movimento
Giorgia Dalla Valle presenta
diversi strumenti e azioni pratiche che servono a tradurre l'energia di
self-compassion e auto-gentilezza in comportamenti concreti e a riparare la
relazione con se stessi, diventando il "genitore di se stessi".
Queste azioni sono fondamentali perché, come sottolinea l'autrice, l'energia da
sola non basta se non è accompagnata da un'azione allineata.
- Chiedersi "Come agiresti se ti amassi
incondizionatamente?" questa è una domanda guida fondamentale per
prendere decisioni e fare scelte. L'idea è di immaginare di avere dentro
di sé la convinzione profonda di valere, di meritare rispetto e cose belle
per il solo fatto di esistere, non per ciò che si fa o si conquista. Se si
possedesse questa convinzione (che fa parte della mitologia interna), le
azioni che ne deriverebbero sarebbero automaticamente più amorevoli.
Inoltre, se si fa fatica a stare nell'energia di auto-compassione, si
può utilizzare il movimento (l'azione) per attivare quell'energia.
- Prendersi cura di sé e soddisfare i propri
bisogni questo è
un compito essenziale nel processo di riparazione del rapporto con se
stessi. Proprio come un genitore agirebbe per soddisfare i bisogni del
proprio figlio, anche se il figlio non ne ha voglia, allo stesso modo
bisogna agire per sé stessi. Il sentimento di voler bene non è sufficiente
se non è accompagnato dall'azione di soddisfare i bisogni.
All'interno di questa cura di sé, vengono evidenziati alcuni aspetti specifici spesso trascurati:
- Riposo: non si intende solo il sonno, ma anche un
"riposo attivo", dedicando tempo ad attività che permettono di
scaricare e ricaricare l'energia (no smartphone o schermi in genere che risucchiano energia). Questo è importante per la gestione
dello stato energetico e un compito genitoriale verso se stessi, anche
quando non se ne ha voglia.
- Movimento del corpo / sport / attività
fisica: è
riconosciuto come una componente importante per il benessere generale,
sebbene da solo non possa risolvere tutti i problemi.
- Gioco: questo è un bisogno fondamentale e spesso
completamente ignorato dagli adulti. Tutti gli animali continuano a
giocare per tutta la vita, mentre gli esseri umani smettono. Il gioco e
la libera espressione sono importanti per la ricarica, il nutrimento interiore
e per il "gusto di esistere". Il compito di riparare la
relazione con se stessi include anche il risolvere il problema di trovare
tempo e spazio per giocare. Se non si sa che fare si possono soffiare le bolle di sapone all'aperto (anche dalla finestra) e guardarle muoversi allegramente,
- Strutturare il tempo e creare una routine è importante inserire il
riposo, il movimento e il gioco nella propria routine quotidiana o
settimanale. Questa "costruzione di una struttura" nella
giornata o nella settimana crea un ambiente che nutre il "bambino
interiore". Idealmente, queste attività dovrebbero essere inserite in
un contesto che favorisca la connessione con la natura e con altre
persone, percepito come sicuro.
Gli strumenti per agire non
sono semplici abitudini positive, ma azioni concrete e intenzionali che, quando
allineate con l'energia di self-compassion e supportate dalla modifica delle
narrazioni interne, contribuiscono a ricostruire una relazione amorevole e
funzionale con se stessi.
Interconnessione
con gli altri pilastri
È importante ricordare che
lavorare sul movimento non è sufficiente se non si affronta anche la mitologia
interna. Le azioni, per quanto allineate, devono essere supportate da una
modifica delle narrazioni interne implicite che sono la fonte della sofferenza.
Allo stesso modo, l'energia (il primo pilastro) e il movimento sono
profondamente collegati e si influenzano a vicenda. Se ci si trova in
difficoltà con l'energia, è possibile utilizzare il movimento per attivarla.
3. Il terzo
pilastro, la mitologia interna (le narrazioni interne) questo è il
pilastro più profondo e si riferisce alle narrazioni, storie o credenze
implicite che ci raccontiamo su noi stessi, sugli altri e sulla realtà. Non
sono scelte consapevolmente, ma sono il senso e la forma che abbiamo dato a
esperienze vissute.
Origine e
impatto delle narrazioni
Queste narrazioni spesso
includono convinzioni profonde come "non valgo abbastanza," "c'è
qualcosa che non va in me," o "non devo fare questo, se lo faccio
verrò abbandonata". Esse rappresentano la fonte della nostra sofferenza
e sono il punto da cui emergono i nostri pensieri, le parti critiche, le azioni
che non ci piacciono (come la procrastinazione) e le emozioni sgradevoli.
L'esperienza interna di essere abbandonati, ad esempio, si manifesta come uno
stato interno complesso che descriviamo con frasi come "non sono
abbastanza" o "non merito". Il senso che abbiamo dato alle
esperienze vissute si è radicato nel corpo e ha dato forma a queste esperienze
interne.
Perché la
mitologia interna è importante
Giorgia Dalla Valle è categorica: si può
lavorare sull'energia e sull'azione, si può affermare di volersi bene e cercare
di trattarsi meglio, ma se non si cambiano le storie interne e le narrazioni
implicite, questi sforzi non funzionano. La modifica di queste narrazioni è
il presupposto per un cambiamento profondo, reso possibile solo quando
il sistema nervoso si sente al sicuro grazie all'energia di accettazione e
self-compassion.
L'obiettivo
del lavoro sulla mitologia interna
L'obiettivo centrale è rinarrare
la propria storia, dare un senso diverso alle esperienze difficili,
traumatiche e alle ferite vissute. Questo cambiamento non può essere solo
razionale ("non è stata colpa mia"), ma deve essere "sentito"
a livello profondo per riprogrammare il nostro funzionamento interno. Si
tratta di ricostruire una sicurezza interna e di "ri-mitologizzare"
la propria vita. L'intento finale è riparare la relazione tra le parti più
mature e amorevoli di noi stessi e le parti piccole, ferite e abbandonate
(il "bambino interiore"). Sviluppare la capacità di amare
incondizionatamente tutte le parti di sé e le proprie narrazioni è essenziale.
Come non
modificare le narrazioni (approcci inefficaci)
·
Convincersi
razionalmente: non basta
dirsi "non è stata colpa mia" o "sono abbastanza" se
internamente non si sente che sia vero. Le parole razionali non raggiungono la
parte ferita che crede alla narrazione negativa.
- Non funziona forzare o
respingere: cercare
di convincersi che un'affermazione positiva sia vera ("sei una
persona straordinaria") quando non la si crede, o cercare di
respingere, negare o cambiare subito la narrazione negativa ("non c'è
niente di sbagliato in te"), non funziona. Questo approccio crea
resistenza e attiva un'energia di rifiuto o attacco, negando la storia
interna della parte ferita e creando uno stato difensivo.
- Non funziona senza
contatto: non si
può semplicemente dirsi affermazioni positive se non si è in contatto con
la parte ferita che crede alla narrazione negativa; le parole non le
"arrivano".
Come
modificare effettivamente le narrazioni (strumenti e processo)
Il vero cambiamento avviene
attraverso un processo che coinvolge l'energia di accettazione e
self-compassion del primo pilastro:
Portare curiosità e accoglienza: invece di respingere, l'approccio è portare vera
curiosità e l'energia di accoglienza verso la narrazione.
Per modificare la mitologia
interna, le fonti suggeriscono di porsi alcune domande che guidano il processo
di accoglienza, comprensione e trasformazione delle narrazioni implicite.
Queste domande non sono volte a convincersi razionalmente di qualcosa di diverso,
ma a entrare in contatto con la parte ferita che detiene la narrazione.
Ecco le domande chiave che si
possono porre:
- Relativamente alla narrazione specifica che
emerge (es. "c'è qualcosa di sbagliato in me"):
- "chissà da dove emerge questa
narrazione?"
- "chissà cos'è questa narrazione?"
- "cos'è questa storia?"
- Per entrare in contatto con le sensazioni
fisiche ed emotive associate alla narrazione:
- "come la vedi, come si manifesta?"
(questa domanda aiuta a dare una forma metaforica all'esperienza, ad
esempio "una nube grigia dentro di me" o "un dolore al
petto").
- "com'è (ad esempio, il dolore al petto)?
È una pressione?"
- Per comprendere i bisogni insoddisfatti che
hanno contribuito alla narrazione:
- "che cosa avevi bisogno che succedesse?"
- "che cosa volevi che ti fosse stato
detto che non ti è stato detto?" (un esempio è "vai bene
così come sei").
- Per accogliere la parte ferita che porta la
narrazione:
- "come mi relazionerei con questo bambino
(riferendosi alla parte ferita)?"
- "come lo accoglierei?"
- "come gli parlerei?"
- "che cosa è avvenuto perché tu ti senta
in questa maniera?"
Queste domande sono parte di un
processo più ampio che richiede di approcciare la narrazione con curiosità e
l'energia di accoglienza, permettendo alla storia di esistere senza il
bisogno immediato di modificarla, e di relazionarsi con la parte che la porta
con tenerezza e compassione, offrendo un'esperienza di sicurezza e
accettazione che potrebbe essere mancata in passato.
Identificare la parte che crede: riconoscere che "c'è una parte di me che è
convinta che ci sia qualcosa di sbagliato in lei". Questo aiuta a
disidentificarsi dalla narrazione stessa e a relazionarsi con essa, anziché
esserne sopraffatti.
Permettere l'esistenza della
narrazione: nelle fasi
iniziali, l'obiettivo è coltivare l'abitudine di usare questa energia di
accettazione, permettendo alla narrazione di esistere senza il bisogno di
modificarla subito. Ad esempio, dire "è ok che tu pensi che ci sia
qualcosa di sbagliato in te, è ok che tu stia soffrendo ora". Questo atto
di accoglienza è il primo passo che inizia a modificare la narrazione, perché
la parte che si sentiva esiliata e non vista viene finalmente riconosciuta e
accolta.
Relazionarsi con tenerezza: trattare questa parte ferita come un bambino,
accogliendola e parlandole con tenerezza. Le parti di noi che portano queste
narrazioni desiderano essere viste, ascoltate, accolte e accettate per la prima
volta nella loro vita.
Validare l'esperienza somatica
ed emotiva: permettere
che emergano e accogliere le sensazioni fisiche e le emozioni associate al
dolore (es. Nodo allo stomaco, lacrime). Si può dare una forma metaforica
a queste sensazioni ("una nube grigia", "un dolore al
petto") per comprenderle meglio.
Offrire un'esperienza diversa: il processo mira a far vivere a questa parte
un'esperienza diversa, facendole sentire che è sicuro esistere e sentire ciò
che prova, e che non c'è bisogno di cambiare per essere accolta. La
presenza dell'energia del "genitore ideale" o dell'"adulto
amorevole" che prova compassione, accettazione e accoglienza, riduce
l'intensità emotiva e inizia a riscrivere la narrazione.
Soddisfare i bisogni mancanti: riconoscere i bisogni che non sono stati
soddisfatti in passato (es. Sentirsi dire "vai bene così come sei")
e, attraverso il contatto con la parte ferita, farle ricevere l'esperienza di
essere accolta, che le è mancata. Questo permette alla narrazione di cambiare
perché la parte non ha più bisogno di avere paura o vergogna.
Il risultato del cambiamento
Quando si riesce a cambiare la
propria narrazione interna e la mitologia interna, si ottiene un cambiamento
profondo nel modo di agire, sentire e pensare, che si traduce in una vera e
propria trasformazione della propria vita. Questa "riprogrammazione"
avviene quando la narrazione non è più solo razionalmente compresa, ma viene
"sentita" come non più vera.
La mitologia interna è il
nucleo della sofferenza e il bersaglio finale del processo di "amare se
stessi". Il suo cambiamento richiede un approccio basato sull'accettazione
profonda e la compassione, piuttosto che sulla forza o la negazione, e si
realizza integrando tutti e tre i pilastri: energia, movimento e la riscrittura
delle storie interne.
