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sabato 18 aprile 2026

Quando il potere riflette i valori dominanti: il legame tra materialismo ed egoismo nelle classi dirigenti


Ogni epoca esprime nel proprio sistema di potere i valori che considera più importanti. I leader politici, economici e culturali non emergono nel vuoto: sono spesso il prodotto di una visione collettiva del successo, del prestigio e della realizzazione personale. Per questo, quando osserviamo la presenza di persone profondamente egoiche nelle posizioni di comando, la domanda non dovrebbe essere soltanto “Perché queste persone arrivano al potere?”, ma anche “Quale sistema di valori rende possibile e persino vantaggiosa questa ascesa?”.

Una delle risposte riguarda il materialismo, inteso come centralità attribuita al possesso, al profitto, allo status e alla competizione come criteri fondamentali di valore. In un contesto sociale dominato da questi parametri, caratteristiche come ambizione aggressiva, narcisismo e ricerca del vantaggio personale possono diventare strumenti premianti. Di conseguenza, il problema dell’egoismo al potere non riguarda solo i singoli individui, ma il terreno culturale che ne favorisce l’emergere.

Il materialismo, nella sua forma culturale, stabilisce cosa viene considerato desiderabile. In molte società contemporanee, il successo è associato principalmente alla ricchezza, alla visibilità e alla capacità di ottenere risultati misurabili in termini economici. Questo orientamento non resta confinato al mercato, ma si estende alla politica, alle relazioni sociali e perfino alla costruzione dell’identità personale.

La sociologia ha mostrato da tempo che i valori dominanti influenzano i comportamenti individuali. Quando una società premia la competizione più della cooperazione, l’apparenza più della sostanza e il profitto più del bene comune, crea un ambiente in cui certi tratti psicologici diventano adattivi. Persone molto orientate al potere personale possono risultare particolarmente efficaci nel conquistare posizioni di prestigio, perché rispondono perfettamente ai criteri richiesti dal sistema.

Questo non significa che il materialismo produca automaticamente individui egoisti, ma che tende a selezionare e valorizzare chi possiede determinate caratteristiche. La psicologia sociale descrive bene questo meccanismo: gli ambienti competitivi rinforzano comportamenti strategici, riducono l’importanza dell’empatia e incentivano una visione strumentale delle relazioni. In altre parole, se il sistema premia chi ottiene risultati a ogni costo, chi è disposto a privilegiare il proprio vantaggio parte avvantaggiato.

Il tema è stato affrontato anche in filosofia politica. Pensatori come Erich Fromm hanno distinto tra una società orientata all’“avere” e una orientata all’“essere”. Nella prima, il valore dell’individuo è misurato da ciò che possiede; nella seconda, dalla qualità delle sue relazioni, dalla consapevolezza e dalla capacità di contribuire alla vita comune. Quando prevale la logica dell’avere, il potere tende a diventare un’estensione del possesso: una risorsa da accumulare, difendere e usare per il proprio interesse.

Questo meccanismo è visibile in molti ambiti. Nella politica, ad esempio, la leadership viene spesso valutata attraverso parametri di efficienza, forza e capacità di imporsi. Queste qualità, pur non essendo negative in sé, possono favorire persone più interessate al controllo che al servizio. Nelle organizzazioni economiche, il successo viene frequentemente misurato in termini di crescita e profitto, anche quando ciò comporta costi umani o sociali. In questi contesti, la sensibilità etica rischia di apparire come un ostacolo, mentre l’aggressività strategica viene interpretata come competenza.

La conseguenza è che le persone al potere finiscono per incarnare in modo estremo i valori già presenti nel corpo sociale. Il leader egoico non è necessariamente un’anomalia: può essere il riflesso amplificato di una cultura che esalta la performance, il prestigio e l’interesse individuale. In questo senso, attribuire tutta la responsabilità ai governanti o alle élite rischia di semplificare eccessivamente il problema. Chi detiene il potere spesso rappresenta, in forma concentrata, le logiche che la società stessa considera legittime.

Anche la psicologia della personalità aiuta a comprendere il fenomeno. Studi sui tratti cosiddetti della “triade oscura”: narcisismo, machiavellismo e psicopatia subclinica mostrano che certe caratteristiche possono facilitare l’accesso ai ruoli di comando, soprattutto in contesti altamente competitivi. Capacità di manipolare, sicurezza ostentata e freddezza emotiva possono offrire vantaggi nelle dinamiche di selezione del potere. Tuttavia, queste caratteristiche prosperano solo quando l’ambiente le premia o le tollera.

Qui emerge il nodo centrale: il problema non è solo la presenza di individui egoici, ma il sistema simbolico che rende il loro comportamento funzionale. Se il riconoscimento sociale viene attribuito soprattutto a chi accumula ricchezza e influenza, allora l’etica relazionale passa in secondo piano. Il materialismo, quindi, non agisce soltanto come desiderio individuale di possesso, ma come criterio collettivo di legittimazione.

Questo non significa che la dimensione materiale sia negativa in sé. Ogni società ha bisogno di economia, organizzazione e benessere concreto. Il problema nasce quando il materiale diventa l’unico metro di valore. Quando dignità, successo e realizzazione vengono ridotti al possesso o alla posizione, aspetti fondamentali dell’esperienza umana, come la responsabilità, la solidarietà, il senso del limite, perdono peso. In questa riduzione, l’egoismo smette di apparire come una distorsione e inizia a sembrare una forma di razionalità.

Da questo punto di vista, il potere egoico è il sintomo di una visione culturale più ampia. Non basta chiedere leader migliori se restano invariati i criteri con cui definiamo il successo. Se continuiamo a premiare soprattutto l’accumulazione, la visibilità e il dominio competitivo, continueremo a favorire profili compatibili con questi obiettivi. Cambiare i vertici senza cambiare i valori significa intervenire sugli effetti lasciando intatte le cause.

La questione diventa allora profondamente culturale. Contrastare l’egoismo nelle strutture di potere richiede di riconsiderare ciò che una società ammira, premia e legittima. Se iniziano a essere valorizzate responsabilità, cooperazione, competenza etica e capacità di visione collettiva, anche il tipo di leadership che emergerà potrà cambiare. Le strutture di potere non sono indipendenti dall’immaginario collettivo: ne sono una conseguenza.

Riflettere sul legame tra materialismo ed egoismo al potere significa dunque spostare l’attenzione dai singoli individui ai valori condivisi. È facile denunciare la mancanza di etica nelle classi dirigenti; è più difficile interrogarsi su quali modelli di successo alimentino quella stessa mancanza di etica. Eppure è proprio lì che si trova la radice del problema.

Se al potere vediamo persone che incarnano egoismo, competizione e ricerca del vantaggio personale, probabilmente stiamo osservando il riflesso di un sistema che ha posto il valore materiale al centro della gerarchia sociale. Finché il riconoscimento collettivo resterà legato soprattutto all’avere, sarà difficile pretendere che il potere sia guidato dall’essere. Per questo il cambiamento più profondo non riguarda soltanto chi governa, ma i criteri con cui una società decide chi merita di guidare.

Il cambiamento collettivo nasce sempre da una trasformazione individuale: i valori che guidano una società prendono forma dalle scelte quotidiane delle persone. Per questo le parole di Mahatma Gandhi “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” esprimono un dato concreto: nessun sistema può cambiare davvero se non cambiano prima le coscienze che lo alimentano. 

Se non vogliamo persone scorrette e pericolose al potere, dobbiamo smettere di considerare normale la scorrettezza nella vita quotidiana, attraverso parole e azioni. Perché chi guida una società non è altro che il riflesso, spesso amplificato, dei comportamenti che quella stessa società tollera, premia o giustifica ogni giorno.

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