Oggi mi sono fermata a guardare le mie relazioni e ho
sentito un freddo sottile.
Non è più quel dolore bruciante di quando mi sentivo "sbagliata" o
inadeguata rispetto ai canoni. Quella fase l'ho superata: so perché ho scelto una strada che non si misura in successi visibili, e non tornerei mai indietro.
Però, c’è una solitudine nuova, più silenziosa e forse più difficile da
gestire. È la solitudine di chi ha smesso di lottare per essere capito e ha
iniziato, semplicemente, a tacere.
Mi accorgo che con chi mi circonda parlo solo di "questioni normali".
Il meteo, le scadenze, i doveri, il rumore di fondo della quotidianità. È
diventato un meccanismo di difesa, una sorta di zona cuscinetto: se non mostro
la mia profondità, non possono ferirmi. Se non racconto le mie visioni "poco
concrete", non devo stare a sbatter contro sguardi assenti o interruzioni, perché l'argomento non interessa.
Ma io sono un essere umano. Ho bisogno di risonanza, non solo di interazione.
Mi sento come se fossi in un acquario: vedo le persone, mi muovo tra loro,
rispondo ai loro segnali, ma tra me e il mondo c’è una lastra di vetro spessa.
Io vedo la loro realtà, ma loro non vedono la mia.
Ma quanto costa questo silenzio?
Ma quanto costa questo silenzio?
A volte la tentazione di "adeguarsi" per non sentirsi esclusi bussa
ancora alla porta. È la paura di restare sola nel mio non ordinario, preferendo
un confortevole ordinario. Ma so che sarebbe un tradimento verso me
stessa.
Forse il prossimo è smettere di cercare l'oceano in una
pozzanghera e avere il coraggio di cercare, altrove, qualcuno che parli la mia
stessa lingua. Qualcuno con cui non debba nascondere i miei colori.
Per ora, accetto questa solitudine. È il prezzo della mia libertà. Ma resto in
ascolto, sperando di incrociare un altro sguardo che, come il mio, non si
accontenta della superficie.

Nessun commento:
Posta un commento