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sabato 28 marzo 2026

Frammenti di un’esistenza fuori dal coro

Oggi mi sono fermata a guardare le mie relazioni e ho sentito un freddo sottile.
Non è più quel dolore bruciante di quando mi sentivo "sbagliata" o inadeguata rispetto ai canoni. Quella fase l'ho superata: so perché ho scelto una strada che non si misura in successi visibili, e non tornerei mai indietro.
Però, c’è una solitudine nuova, più silenziosa e forse più difficile da gestire. È la solitudine di chi ha smesso di lottare per essere capito e ha iniziato, semplicemente, a tacere.
Mi accorgo che con chi mi circonda parlo solo di "questioni normali". Il meteo, le scadenze, i doveri, il rumore di fondo della quotidianità. È diventato un meccanismo di difesa, una sorta di zona cuscinetto: se non mostro la mia profondità, non possono ferirmi. Se non racconto le mie visioni "poco concrete", non devo stare a sbatter contro sguardi assenti o interruzioni, perché l'argomento non interessa.
Ma io sono un essere umano. Ho bisogno di risonanza, non solo di interazione.
Mi sento come se fossi in un acquario: vedo le persone, mi muovo tra loro, rispondo ai loro segnali, ma tra me e il mondo c’è una lastra di vetro spessa. Io vedo la loro realtà, ma loro non vedono la mia. 
Ma quanto costa questo silenzio?
A volte la tentazione di "adeguarsi" per non sentirsi esclusi bussa ancora alla porta. È la paura di restare sola nel mio non ordinario, preferendo un confortevole ordinario. Ma so che sarebbe un tradimento verso me stessa.
Forse il prossimo è smettere di cercare l'oceano in una pozzanghera e avere il coraggio di cercare, altrove, qualcuno che parli la mia stessa lingua. Qualcuno con cui non debba nascondere i miei colori.
Per ora, accetto questa solitudine. È il prezzo della mia libertà. Ma resto in ascolto, sperando di incrociare un altro sguardo che, come il mio, non si accontenta della superficie.


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