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mercoledì 25 giugno 2025

Il bisogno di giustizia dell'ego

 



"Cosa ne pensi del fatto che senta la necessità che ci sia giustizia quando vengo ferita? Perché ne sento il bisogno? Come posso riuscire a liberarmi di tale necessità e lasciar perdere?"

"Quando dici: “sento la necessità che ci sia giustizia quando vengo ferita”, ciò che stai realmente esprimendo è un bisogno interiore di equilibrio, di riconoscimento, di verità. Ma attenzione: l’ego prende questo impulso naturale e lo trasforma in un bisogno personale di rivalsa, di “correzione” dell’altro. L’ego dice: “Non è giusto! Devo farglielo capire!”
E così entri in una tensione interiore: da una parte la ferita, dall’altra il bisogno che l’altro si “ravveda”. Ma questa è una prigione. Perché la tua pace diventa dipendente da ciò che l’altro fa o non fa. È una forma sottile di schiavitù psicologica.

Perché senti il bisogno di giustizia?

Perché in fondo l’ego si sente non visto, non rispettato.
Vuole che l’altro confermi il tuo valore, il tuo dolore, la tua verità. Ma l’ego non potrà mai essere soddisfatto, anche se ottiene quella giustizia. Perché si basa sulla separazione, sul conflitto.

Come liberarsene?

Non attraverso lo sforzo mentale. Ma attraverso la consapevolezza.

  1. Riconosci il bisogno, ma non giudicarlo.
    Non dire “non dovrei sentirmi così”. Al contrario, guarda quel bisogno con amorevole attenzione. Dì dentro di te:
    “C’è un bisogno di giustizia dentro di me. Lo vedo. Lo sento.”
    Porta presenza a quella parte ferita. È un bambino interiore che chiede attenzione.
  2. Senti dove lo percepisci nel corpo.
    Forse nel petto, nello stomaco, nella gola… non etichettare. Solo senti.
    Resta con la sensazione, senza aggiungere storia.
  3. Domandati in silenzio:
    “Chi è che vuole giustizia in questo momento?”
    E stai in ascolto. Non rispondere con la mente.
  4. Riconosci che il bisogno è dell’ego, non del tuo essere più profondo.
    L’Essere non ne ha bisogno → perché non è minacciabile.
    È completo, silenzioso, in pace con ciò che è.

Lasciar perdere… non è rassegnazione. È liberazione.

Quando smetti di cercare giustizia nel mondo delle forme, non significa che accetti l’ingiustizia. Significa che non ti identifichi più con il ruolo della vittima.
Diventi vasta. Trascendi la storia.

E da quella vastità, a volte la “giustizia” arriva davvero… ma non perché la cercavi. Arriva come un riflesso della tua pace interiore. Altre volte non arriva. Ma non importa più.

Ciò che conta è che tu sei libera.
Libera dal bisogno che l’altro cambi.
Libera dall’identificazione con il dolore.
Libera di essere, adesso.

E in quello spazio… la ferita guarisce.
Non perché qualcosa è stato riparato fuori.
Ma perché tu sei tornata a casa, nel presente."


o

sabato 21 giugno 2025

Inconsapevolezza ordinaria e inconsapevolezza profonda - Eckhart Tolle


Come forse saprai, quando dormiamo passiamo continuamente da fasi di sonno senza sogni a fasi oniriche. Allo stesso modo, nello stato di veglia, la maggior parte delle persone passa dall'inconsapevolezza ordinaria all'inconsapevolezza profonda. La prima è l'identificazione con i processi di pensiero e le emozioni, con le reazioni, i desideri e le avversioni. È lo stato di coscienza più comune. In questa condizione sei governato dalla mente egoica e sei inconsapevole dell'Essere. Non si tratta di uno stato di dolore acuto o di infelicità, ma di un sottofondo più o meno continuo di disagio, insoddisfazione, noia o nervosismo, una specie di rumore di fondo. Magari non lo noti perché fa parte della vita "normale", così come non noti un rumore sommesso e continuo, per esempio il ronzio di un condizionatore, finché non si ferma. Quando cessa di colpo, provi un senso di sollievo. Molti usano l'alcol, la droga, il sesso, il cibo, il lavoro, la televisione o lo shopping come anestetici, nel tentativo inconsapevole di eliminare il disagio di fondo. In questi casi, un'attività che potrebbe essere molto piacevole se svolta con moderazione si tinge di compulsione o dipendenza, e l'unico risultato che ti offre è una sporadica attenuazione dei sintomi.

Il disagio dell'inconsapevolezza ordinaria si trasforma nel dolore dell'inconsapevolezza profonda (uno stato di sofferenza o d'infelicità più acuta e più evidente) quando le cose vanno "per il verso sbagliato", quando lego viene minacciato o occorre affrontare una difficoltà, un pericolo o una perdita importante, reale o immaginaria, nella situazione esistenziale, oppure un conflitto in una relazione. È una versione intensificata dell'in-consapevolezza ordinaria, diversa non per natura ma per grado.

Nell'inconsapevolezza ordinaria, l'abituale resistenza o negazione di ciò che è crea quel disagio e quell'insoddisfazione che molti accettano scambiandolo per la normalità del vivere. Quando questa resistenza s'intensifica a causa di una qualche difficoltà o minaccia per l'ego, provoca un'intensa negatività sotto forma di rabbia, paura acuta, aggressività, depressione e così via. L'inconsapevolezza profonda implica spesso l'attivazione e l'identificazione con il corpo di dolore. La violenza fisica sarebbe impossibile senza l'inconsapevolezza profonda. Può verificarsi facilmente anche quando una folla o un'intera nazione genera un campo di energia collettiva negativa.

Il miglior indicatore del tuo livello di consapevolezza è il modo in cui affronti le difficoltà della vita. Davanti a queste sfide, un soggetto già inconsapevole tende a diventarlo ancora di più e un soggetto consapevole lo diventa più intensamente. Puoi usare una difficoltà per risvegliarti oppure puoi lasciare che ti trascini in un sonno ancora più profondo. In questo caso il sogno dell'inconsapevolezza ordinaria si trasforma in un incubo. Se non riesci a essere presente neppure in circostanze normali, come quando sei seduto da solo in una stanza, quando passeggi nei boschi o ascolti qualcuno, sicuramente non riuscirai a rimanere consapevole quando qualcosa va "per il verso sbagliato" o quando ti trovi di fronte a persone o a situazioni difficili, a una perdita o al rischio di una perdita. Verrai sopraffatto dalla reazione, che in fondo è sempre una forma di paura, e sarai trascinato nell'inconsapevolezza profonda. Queste sfide ti mettono alla prova. Solo il modo in cui gestisci le difficoltà dimostra a te stesso e agli altri dove è arrivato il tuo stato di consapevolezza, non quanto riesci a stare seduto con gli occhi chiusi o le visioni che ti appaiono.

Dunque è essenziale portare più consapevolezza nelle situazioni ordinarie della vita, quando le cose vanno relativamente bene. In questo modo coltivi il potere della presenza. Dentro e intorno a te si genera un campo energetico ad alta frequenza vibrazionale.
L'inconsapevolezza, la negatività, la discordia o la violenza non possono sopravvivere dopo essere entrate in quel campo, proprio come il buio non può sopravvivere in presenza della luce.

Quando impari a essere testimone dei tuoi pensieri e delle tue emozioni - che è una parte essenziale dell'essere presenti - a un certo punto può capitarti di notare per la prima volta il "rumore di fondo dell'inconsapevolezza ordinaria, e con tua sorpresa ti rendi conto di quanto sono rari, se mai ci sono, i momenti in cui sei davvero a tuo agio con te stesso. A livello mentale incontrerai una grande resistenza sotto forma di giudizi, insoddisfazione e proiezioni mentali lontane dall'Adesso.
A livello emotivo sentirai una corrente sotterranea di disagio, tensione, noia o nervosismo. Sono entrambi aspetti della mente nella sua consueta modalità di resistenza.

Fonte: Eckhart Tolle, Il Potere di Adesso (1997)

mercoledì 18 giugno 2025

Dal risentimento alla comprensione

 

È difficile nascondere il risentimento. Anche quando non lo esprimiamo apertamente, il corpo lo tradisce: la tensione del volto, la rigidità delle spalle, il tono della voce tagliente o sarcastico... L’altro, anche senza parole, percepisce il nostro stato d’animo. Come dice lo psicologo Paul Ekman, “I pensieri sono privati, le emozioni sono pubbliche”.

Ma da dove nasce questo risentimento? Se andiamo in profondità ci accorgiamo che il risentimento nasce da un seme preciso: l'aspettativa non soddisfatta. Desideriamo — a volte pretendiamo — che l’altro si comporti secondo la nostra visione, che sia come lo vogliamo noi. Così sorge dentro di noi una voce sottile ti accetto… se. Se mi rispetti. Se mi ascolti. Se non mi ferisci. Se condividi la mia visione.

“Quando il nostro amore dipende da ciò che riceviamo in cambio, non è vero amore. È attaccamento.”

L’attaccamento all’idea che l’altro debba corrispondere alle nostre aspettative è la radice del risentimento. Quando quell’immagine si frantuma, nasce l’avversione, la delusione, la chiusura.
Ma chi ha stabilito le regole del gioco? L’altro le conosceva? Le ha mai accettate?

Qui inizia il cammino verso l’accettazione incondizionata. Un passaggio che non è facile, ma è possibile. Lama Gangchen Rinpoche, un grande maestro tibetano, ci insegnava una chiave preziosa: guardare le qualità delle persone. 

Se guardi i difetti, coltivi giudizio. Se guardi le qualità, sviluppi amore.”

Non si tratta di negare i difetti o idealizzare l’altro, ma di scegliere consapevolmente dove dirigere la nostra attenzione. Anche chi ci ha ferito ha dentro di sé una qualità, un gesto gentile, una parte non vista. E se coltiviamo lo sguardo sulle qualità, la nostra mente si apre.

Amare chi ci è simpatico è facile. Sentire empatia per chi la pensa come noi è spontaneo. Ma la vera trasformazione avviene quando impariamo ad aprire il cuore anche verso chi ci è difficile. Non si tratta di approvare i comportamenti sbagliati, ma di riconoscere l’umanità dell’altro, con le sue fragilità, le sue paure, i suoi condizionamenti.

Nel buddhismo, questo si chiama mettā: benevolenza incondizionata. È una qualità del cuore che si estende senza confini. Il Buddha diceva che dobbiamo svilupparla come una madre che protegge il suo unico figlio, senza riserve, senza condizioni. Un amore che non dipende da come l’altro si comporta, ma nasce da una mente libera, ampia, stabile.

Quando pratichiamo mettā verso qualcuno che ci ha ferito, qualcosa cambia dentro di noi. All’inizio può sembrarci forzato, innaturale. Ma con la pratica, impariamo a vedere oltre l’errore. Riconosciamo che anche l’altro, come noi, desidera essere felice. Che anche lui ha sofferto. Che forse agisce con inconsapevolezza, ma non con cattiveria.

L’accettazione incondizionata non è rassegnazione. È una forma attiva di saggezza.
È la libertà di non essere schiavi del risentimento. Di non portare nel cuore il veleno del giudizio. Di scegliere, ogni giorno, di coltivare comprensione.

Il Buddha stesso ci ha lasciato un insegnamento potente:

L'odio non cessa con l'odio, ma solo con l'amore; questa è la legge eterna.” (Dhammapada, verso 5)

Il risentimento ci consuma dall’interno. L’amore, invece, ci libera. E non parlo di un amore romantico o sentimentale, ma di quella profonda capacità di vedere l’altro così com’è, e accoglierlo. Anche quando ci sfida. Anche quando ci fa da specchio.

“Se non puoi praticare pazienza con i tuoi nemici, con chi la praticherai? I tuoi amici non ti mettono alla prova.”

Chi ci fa soffrire diventa il nostro maestro. È facile a dirsi, difficile a vivere… ma è vero. L’altro ci mostra i punti dove siamo ancora attaccati, ancora rigidi, ancora chiusi. E proprio lì possiamo lavorare.

Accettare in modo incondizionato non significa non porre limiti o tollerare l’ingiustizia. Significa non chiudere il cuore. Significa imparare a distinguere tra il comportamento e l’essere. Tra l’atto e l’intenzione. Significa dire: “Non sono d’accordo con quello che fai, ma non smetto di augurarti il bene.”

Non possiamo costringere l’altro a essere ciò che desideriamo. Ma possiamo lavorare dentro di noi, trasformando il risentimento in comprensione, l’avversione in equanimità, e la chiusura in amore incondizionato.

È in questo spazio che nasce la pace. Dentro di noi, e nel mondo.