Ci sono momenti in cui diciamo sì
senza volerlo davvero.
Lo facciamo perché qualcuno se lo
aspetta da noi. E anche se all'apparenza tutto fila liscio, dentro rimane una
piccola tensione, un'inquietudine difficile da spiegare. Come se una parte di
noi stesse seguendo una strada che non ha scelto.
A volte è solo una sensazione
vaga. Accettiamo un invito quando avremmo preferito restare a casa. Ci
assumiamo un impegno in più, anche se siamo già stanchi. Sorridiamo e
rassicuriamo tutti, mentre dentro sentiamo il bisogno di fermarci. Non c'è
nulla di drammatico in questi episodi, eppure, se si ripetono troppo spesso,
finiscono per lasciare una traccia.
È come se vivessimo con un piccolo
rumore di fondo, una voce che ci accompagna e ci dice continuamente come
dovremmo essere: più gentili, più forti, più disponibili, più pazienti. E così
ci sforziamo di corrispondere a quell'immagine, senza chiederci se ci
appartenga davvero.
Ma quando iniziamo a vivere
secondo le aspettative degli altri?
Probabilmente molto presto. Da
bambini impariamo rapidamente quali comportamenti suscitano sorrisi e
approvazione e quali, invece, provocano delusione o rimprovero. È un
apprendimento naturale. Abbiamo bisogno degli altri per sopravvivere e,
soprattutto, abbiamo bisogno di sentirci amati.
Così osserviamo, ascoltiamo e ci
adattiamo.
Scopriamo che essere tranquilli
rende gli adulti più sereni. Che ottenere buoni risultati ci fa sentire
importanti. Che mostrare rabbia o tristezza, in alcuni contesti, può essere mal
visto. E allora iniziamo a modellarci.
Non c'è niente di sbagliato in
questo. È il modo in cui cresciamo.
Il problema nasce quando,
diventati adulti, continuiamo a vivere seguendo copioni scritti molto tempo
prima, senza più domandarci se siano ancora adatti a noi.
Dentro ciascuno di noi abitano
molte voci. C'è la voce di chi ci ha cresciuti, con i suoi desideri e le sue
paure. C'è la voce degli insegnanti, degli amici, della cultura in cui viviamo.
C'è la voce della società, che spesso ci suggerisce cosa significhi avere
successo, essere una persona valida, essere una donna o un uomo "come si
deve". E poi c'è una voce ancora più sottile: quella che abbiamo
interiorizzato così profondamente da confonderla con la nostra.
È quella che ci spinge a essere
impeccabili.
Che ci fa sentire in colpa quando
ci riposiamo.
Che ci convince che chiedere aiuto
sia un segno di debolezza.
Che ci sussurra che deludere
qualcuno equivalga a perdere il suo amore.
Molte persone trascorrono anni
senza mettere in discussione questa voce. La seguono automaticamente. Diventano
efficienti, affidabili, generose. All'esterno sembrano avere tutto sotto
controllo, ma dentro sentono una fatica che non riescono a spiegare. Perché c'è
una grande differenza tra fare qualcosa per scelta e farla per paura. Posso
prendermi cura degli altri perché è un valore importante per me. Oppure posso
prendermi cura degli altri perché temo di essere rifiutato. Posso lavorare con
passione. Oppure posso lavorare senza sosta perché il mio valore dipende dai
risultati. Posso essere forte. Oppure posso costringermi a esserlo perché ho
imparato che mostrarmi fragile è pericoloso.
Le azioni possono essere
identiche, ma ciò che le muove è completamente diverso. Ed è proprio qui che
vale la pena fermarsi. Perché il bisogno di essere amati non scompare con
l'infanzia. Continua a vivere dentro di noi, anche se assume forme diverse. Lo
ritroviamo nel desiderio di essere apprezzati dai colleghi, nel timore di
perdere una relazione, nella paura del giudizio, nella difficoltà a dire no.
A volte accettiamo richieste che
ci pesano non perché le riteniamo giuste, ma perché temiamo le conseguenze di
un rifiuto.
Temiamo di apparire egoisti.
Temiamo di deludere.
Temiamo di non essere abbastanza.
E così continuiamo a rispondere a
una lunga serie di "devo".
Devo essere sempre disponibile.
Devo essere forte.
Devo cavarmela da sola.
Non devo mostrare fragilità.
Non devo deludere nessuno.
Sono frasi che molti di noi
conoscono bene. Talmente bene da non accorgersi nemmeno della loro presenza.
Eppure sarebbe interessante
chiedersi: chi ha deciso tutto questo?
Davvero devo essere sempre forte?
Davvero il mio valore dipende da
quanto riesco a fare?
Davvero merito amore soltanto se
soddisfo le aspettative degli altri?
Sono domande semplici, ma possono
cambiare molte cose. Perché spesso scopriamo che dietro alcuni dei nostri
doveri non c'è una scelta autentica, ma una paura antica: quella di non essere
amati abbastanza.
E riconoscerlo non significa
ribellarsi a tutto. Non significa smettere di essere generosi, responsabili o
presenti. Significa imparare a distinguere ciò che nasce dalla paura da ciò che
nasce dalla libertà.
La libertà, forse, non consiste
nel fare sempre ciò che si vuole. Consiste nel sapere perché lo si fa.
Nel poter dire sì senza
annullarsi.
Nel poter dire no senza sentirsi cattivi.
Nel permettersi di essere
imperfetti senza sentirsi sbagliati.
È un percorso lento, fatto di
ascolto e di sincerità. A volte richiede il coraggio di deludere qualcuno.
Altre volte richiede il coraggio
ancora più grande di deludere l'immagine ideale che abbiamo costruito di noi
stessi. Ma è proprio lì che inizia qualcosa di nuovo. Perché quando smettiamo
di inseguire ciò che gli altri si aspettano e iniziamo a chiederci cosa abbia
davvero valore per noi, non perdiamo amore.
Perdiamo soltanto le maschere che
abbiamo indossato per meritarlo.
E forse la domanda più importante
da portare con noi è questa:
Quello che sto facendo nasce
dalla paura di non essere abbastanza, oppure dall'amore per ciò che sono
davvero?
A volte la risposta arriva subito.
Altre volte richiede tempo.
Ma ogni volta che abbiamo il
coraggio di porci questa domanda, facciamo un piccolo passo verso noi stessi.

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