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venerdì 25 luglio 2025

Essere adulti emotivamente

 

Diventare adulti, sul piano emotivo e spirituale, è forse il viaggio più radicale e trasformativo che possiamo fare nella vita. Non ha nulla a che vedere con l’età, con le responsabilità che ci assumiamo, con i ruoli che interpretiamo nella società. Accade dentro. È un lento, inesorabile risveglio in cui qualcosa, a un certo punto, ci chiama a smettere di cercare fuori ciò che possiamo trovare solo dentro.

Per troppo tempo, come collettività, abbiamo vissuto in uno stato di dipendenza emotiva. Anche da adulti, molti di noi continuano a muoversi nel mondo con il cuore di un bambino: in cerca di approvazione, affetto, protezione, conferme. Continuiamo a guardare verso l’alto, aspettandoci che qualcuno ci dica cosa fare, che ci rassicuri, che ci salvi. Ma la verità è che nessuno verrà a prenderci per mano. Nessuno può dirci chi siamo. Nessuno può guarirci al posto nostro. Prima o poi dobbiamo scegliere di diventare la guida che abbiamo sempre cercato.

Crescere significa smettere di agire per compiacere, per essere accettati, per evitare il conflitto. Significa cominciare a dire la verità, anche quando è scomoda. Cominciare a scegliere secondo ciò che sentiamo, anche se ci espone. Anche se ci fa restare soli. E sì, imparare a stare soli è parte di questo percorso. Un passaggio necessario, spesso evitato, ma essenziale: restare con noi stessi, senza distrazioni, senza gruppi a cui aggrapparci, senza ruoli da recitare. È solo nel silenzio della solitudine che possiamo sentire chi siamo davvero, e guarire quella parte di noi che ha sempre creduto di non bastare.
Essere adulti emotivamente significa anche smettere di proiettare sugli altri la nostra idea di salvezza. Non esiste un maestro perfetto, un partner ideale, un’autorità benevola che possa restituirci ciò che non abbiamo ricevuto da bambini. Tutto ciò che continuiamo a cercare fuori – sicurezza, valore, riconoscimento – può nascere solo dentro. E quando iniziamo a prenderci cura delle nostre ferite, non più accusando, non più fuggendo, ma restando presenti al dolore che ci abita, qualcosa cambia. Rinasce in noi una nuova figura interiore, un padre e una madre che finalmente sanno ascoltare, contenere, proteggere, amare.

Questo passaggio non è lineare né comodo. Spesso ci porta a mettere in discussione ogni certezza, a fare scelte impopolari, a camminare controvento. Ma è proprio da queste scelte – libere, autonome, autentiche – che si costruisce la nostra fede più profonda: non una fede cieca, imposta o ereditata, ma una fiducia viva in ciò che sentiamo essere vero, anche quando è invisibile agli occhi degli altri.

E quando finalmente cominciamo a muoverci nel mondo da questa nuova centratura, non abbiamo più bisogno di appartenenze forzate, né di ribellioni sterili. Possiamo stare in un gruppo senza perderci, senza fonderci, senza adeguarci per paura. Possiamo condividere ciò che siamo, i nostri doni, la nostra visione, senza cercare conferme né autorizzazioni. Perché siamo interi. Perché siamo tornati a casa.

Diventare adulti emotivamente, per noi, significa questo: non essere più ricattabili né condizionabili. Significa essere liberi di scegliere la nostra strada, anche quando è difficile, anche quando è solitaria, anche quando ci espone. Significa non avere più bisogno di combattere il potere, perché non siamo più in guerra con il nostro passato. Significa smettere di rincorrere sicurezza, e iniziare a incarnare verità. Significa, infine, tornare nel mondo con occhi nuovi, con un cuore libero, con la forza interiore di chi ha attraversato le proprie ombre e ora è pronto a camminare nella luce – senza voler cambiare gli altri, ma offrendo un esempio vivo di trasformazione possibile.

Possiamo stare nel mondo, contribuire, agire, amare — ma non ci sentiamo più di questo mondo. Non perché lo disprezziamo, ma perché non ci identifica più. Perché ora ci riconosciamo in una realtà più vasta, in una verità più profonda, che non ha bisogno di ruoli o di status per esistere.

Essere adulti emotivamente, oggi, è un atto rivoluzionario.
È scegliere la verità invece della comodità.
La libertà invece dell’approvazione.
L’anima invece del ruolo.
E camminare nella vita con il cuore aperto e la schiena dritta, sapendo che tutto ciò che conta è già dentro di noi.


mercoledì 16 luglio 2025

L’arroganza non è forza, è fragilità

 

Chi è arrogante non ha semplicemente un’opinione positiva di sé. L’arrogante è convinto che la propria visione sia più vera, la propria esperienza più valida,  il suo modo di fare migliore. Tutto ruota attorno all’“io”, che non è più solo un punto di vista, ma diventa l’assoluto. Da qui nasce il confronto continuo con gli altri: un meccanismo attraverso cui l’arrogante misura e riafferma il proprio valore, non per conoscere sé stesso, ma per dichiararsi superiore.
Ma questa superiorità è fragile. Si regge su una costante paura: quella di essere messo in discussione, sminuito, scavalcato. Paradossalmente, più si ha bisogno di sentirsi superiori, più si è vittime di un senso di inferiorità latente. Il confronto diventa così una trappola: un continuo gioco di specchi dove il riflesso dell’altro può distruggere l’immagine costruita di sé.

L’arrogante non ascolta cosa viene detto, ma chi lo dice. Si valuta il messaggio in base alla reputazione, all’aspetto, al ruolo sociale di chi parla. È una forma di cecità selettiva che chiude la porta alla saggezza. Si rimane schiavi dei propri preconcetti, incapaci di riconoscere verità che non provengano dal proprio riflesso ideale.

L'arroganza si manifesta attraverso un meccanismo di confronto e superiorità. Egli si paragona costantemente all'altro, individuando in sé stesso una qualità ritenuta superiore – che sia intelligenza, correttezza, competenza, bellezza, ricchezza, eccetera – e la usa come punto di riferimento per sentirsi superiore: "io sono più intelligente di te", "io sono un migliore di te".

È importante distinguere l'arroganza da una sana autostima. L'autostima è un processo interno, un riconoscimento e una celebrazione delle proprie qualità in relazione alle proprie sfide personali: "Wow, che bello che sono più disciplinato", "sono riuscito a superare questa cosa in me".
L'autostima è paragonare il proprio "io di oggi" con l'"io di ieri". L'arroganza, invece, emerge quando si usa l'altro come punto di riferimento.

L'arroganza ha spesso come conseguenza l'aggressività. Questa attitudine aggressiva può nascere dal sentimento di essere il "padrone della verità". Chi è arrogante vive nella convinzione che la propria percezione della realtà sia l'unica corretta, non una realtà soggettiva e interdipendente. Ciò porta all'atteggiamento: "io ho ragione…tu sei sbagliato".

Il paradigma dell'arrogante crea enormi difficoltà nella relazione e nella comunicazione. Egli non si permette di vedere l'altro, di andargli incontro, perché l'altro, nella sua visione, è sbagliato e dovrebbe essere lui a fare il primo passo. Questo atteggiamento blocca la possibilità di amare, la compassione e la generosità, perché anche l'amore e la compassione richiedono una base di umiltà, cioè riconoscere che l'altro vive nel proprio paradigma, e noi nel nostro. Nella comunicazione, l'arrogante pretende che l'altro si trovi nel suo stesso paradigma, che pensi, veda e percepisca esattamente come lui. Questo porta spesso a un monologo, dove l'obiettivo è solo "dire la propria" piuttosto che scambiare idee o arrivare a un punto di accordo. Se il messaggio non viene compreso dall'altro, è come se non fosse mai stato inviato.

Dobbiamo ricordarci che ognuno è nel suo percorso, e non abbiamo i mezzi reali per giudicare l'altro.